PIGMEI

PIGMEI. - Vengono così chiamati, da un termine greco (πνευματικό = uomini alti come un pugno) già noto ad Omero, i rappresentanti di una razza umana di alta primitività, i quali tuttora vivono in piccoli gruppi nomadi, dediti alla caccia e alla raccolta, nelle regioni forestali interne del Congo Belga (bacini dell'Iturri, dell'Ubanghi, della Sanga) ed in alberi d'Africa centro-occidentale (Camerun meridionale, Gabun, Guinea spagnola). I loro nomi sono numerosi e vari: Aka, Efe, Bambuti, Akoa, Bekwi, BaYele, ecc. Alcuni gruppi, come i BaBinga, i BaTwa dell'Equatore e delle province meridionali del Congo Belga, gli omonimi BaTwa del Ruanda ecc., presentano in misura maggiore o minore caratteri razziali divergenti, dovuti ad incrocio di P. con negri forestali, e vengono complessivamente detti Pigmoidi. Il nome di P. è anche esteso ad alcune popolazioni residuali dell'Asia sud-orientale ed insulari, tradizionalmente noti come Negritos, i quali con i P. propriamente detti (Africani) hanno in comune l'appartenenza carattere somatico di una bassissima statura (medie vicine o inferiori ai 150 cm.), l'isolamento in ambienti di foresta, il tipo primordiale e rozzo della vita economica e sociale: sono gli abitanti delle isole Andaman (Andamanesi, già detti Minco), i Semang dell'interno della Malacca, gli Aeta delle Filippine. Anche dai P. asiatici vanno tenuti ben distinti gruppi pseudo-P., come i Sakai della Malacca, ed ancor più i Tàpiro, Goliath e gruppi affini della Nuova Guinea (P. melanesi), i quali ultimi non sono in realtà che una varietà a piccola statura della razza papuasi.

Nella sua recente classificazione antropologica (1941) il Biasutti ha riunito in un gruppo a sé, entro il maggior numero dei Negroidi, le razze pigmee, che egli riduce a quattro (bambutide, andamanide, semangide, actide). Le tre ultime, asiatiche, sono costituite ciascuna da poche migliaia o forse centinaia di individui, e sono in via di regresso demografico; più numerosi e vitali sono invece i gruppi africani, che secondo lo Schebesta assommerebbero (compresi i sanguemisti) a forse 100.000 individui. Il problema razziale presentato dai P. è tuttora fra i più aperti e discussi fra gli antropologi: secondo una tesi (Kollmann, W. Schmidt, Bryn, G. Montandon e altri) essi costituirebbero lo strato più antico dell'umanità attuale, mentre secondo un'altra teoria (Virchow, Schwable, Sarasin, Fischer, Valois, ecc.), i P. sarebbero un gruppo formatosi per differenziamento secondario, in seguito a cause diverse (isolamento, adattamento all'ambiente silvestre, mutazione) a spese di un già esistente ceppo melanodermo di razza a statura normale. Un interessante tentativo di conciliazione delle due opposte teorie è stato proposto dallo Schebesta (1940): le sottorazze pigmee proverrebbero da una stessa razza arcaica indifferenziata (negride) da cui si sarebbero staccati dei pari i Negri ed i Melanesiani. I P., come razza specializzata, «fossilizzata», si sarebbero formati non per via di degenerazione, ma attraverso un processo di selezione nella foresta vergine. Un'opinione non sostanzial-

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PigmeI - Due p. tirano l'arco.

dentino nella sess. VI. Per essa nel giusto c'è una giustizia inerente distinta dalla giustizia di Cristo, che è al giusto imputata e che lo santifica veramente; del peccato originale il P. parla come di una semplice imputazione e non di una realtà «fisica». Pur sfio

mente diversa, e maturata in via del tutto indipendente, ha del resto espresso il Biasutti.

Tra i caratteri distintivi della cultura pigmea si enumerano i seguenti: vestiario ridotto ad un perizoma; assenza o rarità di ornamenti, pittura e mutilazioni della persona; abitazione ovunque di tipi primordiali (paraventi, capanna ad alveare, caverne); metodi primitivi di accensione del fuoco (in scanalatura, per rotazione, a sega) e, in un caso (Andamanesi), ignoranza di qualsiasi procedimento a tal uopo; assenza di ceramica, di tessitura, di industria litica, di regolari sistemi di numerazione; armi prevalenti, arco e freccia; economia basata sulla colletta e la caccia; famiglia patriarcale monogamica, con parità della donna rispetto al marito; clan totemici non esogamici (in Africa), ma con assenza di veri e propri capi; sconosciuta la schiavitù; rara, e probabilmente riconducibile a imprestito, l'antropofagia. Entro questo quadro d'insieme, di evidente primitività, acquista uno speciale interesse lo studio delle credenze religiose, che conviene passare in rassegna per ciascuno dei gruppi principali.

1. Religione dei P. africani. — Il merito delle delicate indagini in questa sfera spetta quasi esclusivamente a missionari cattolici.

Presso i P. del Gabon (Akoa) il p. H. Trilles ha appurato l'esistenza di più ordini di credenze, le quali hanno per oggetto: in primo luogo un Essere Supremo (Khumum), creatore del mondo e degli uomini, onnipotente e onnisciente; ora dimorante in cielo ma un tempo abitante in terra accanto alle sue creature (per alcuni dei relativi miti, V. COSMOGONIA); indi, al disotto di Khumum, gli spiriti inferiori, creati anch'essi da lui, alcuni benevoli (veruca) altri ostili (torva) all'umanità; distinti da questi sono gli spiriti manisci (me), la cui natura e la cui sorte sono collegate a complesse credenze sull'anima umana. La terminologia dei P. rivela che essi hanno una pluralità di concetti e vocaboli al riguardo: anima nel suo insieme (molli), principio immateriale residente nel cuore ma influenzante la mente (nise), spirito-ombra o *genio* (*tis*), ciascuno con un suo diverso destino. Il p. Trilles ha pure documentato fra i P. del Gabun l'esistenza di credenze totemistiche e di pratiche magiche; è soprattutto suo merito aver trascritto vari miti (sulla creazione, sull'origine del fuoco, ecc.) ed una serie di canti di sorprendente forza poetica, degni di figurare, nella loro immediatezza e per potente ricchezza di immagini, accanto ai capolavori della letteratura d'ogni paese. I Bake del Camerun orientale, che appartengono anche essi al gruppo occidentale dei P. africani, hanno credenze analoghe.

Ben altrimenti complesse, e forse perché in questo caso osservate e analizzate da un etnologo di vaglia quale il p. Schebesta, risultano essere le credenze religiose del gruppo orientale, e più puro, dei P. africani, i Bambuti dell'Ituri. Qui la figura dell'Essere sommo, detto *padre* o *nonno* nei miti, non dichiaratamente create a tutta la conservazione del mondo, è concepita come un vegliardo padrone del fulmine e dell'arco baleno che, camminando o facendo oscillare da destra a sinistra la sua barba bianca, provoca uragani, tempeste e terremoti. La figura di questo Essere si è però venuta confondendo ed arricchendo di tanti elementi diversi, da perdere la sua precisa personalità nel mito, la sua supremazia nel culto, e addirittura un qualsiasi nome proprio. Gli subentrano altri esseri soprannaturali, che sono in certo senso le personificazioni e le ipostasi di quel primo Essere senza nome, ma hanno anche caratteri propri differenziati. Essi sono il dio della foresta, il dio del cielo, il dio dell'oltretomba sotterraneo. L'esame della ricca mitologia pigmea, e la stessa etimologia dei numerosi nomi con cui queste tre fondamentali divinità sono conosciute, dimostrano la natura lunare di esse: con maggiore evidenza per la seconda, che è ora il simbolo selenico dell'Essere senza nome (rifugiatosi in tempi mitici nella luna e dietro o sopra di essa), ora della luna medesima come astro notturno. A questa divinità è specificamente attribuita la cosmogonia, eseguita con l'aiuto, o per mezzo, di animali lunari. Ma in primo piano, nella vita quotidiana dei Bambuti, è il dio della foresta e della selvaggina (Tore, Mugu, Muri-muri, Kalista, ecc.), che vive sulla terra, invisibile ma dotato di spiccate qualità metamorfiche, ora padre provvidente e benevolo, ora divinità terrificante. È a lui, come padrone della vita e della caccia, che si indirizza quasi esclusivamente il culto (preghiere di richiesta e di ringraziamento, offerta di primizie); ma egli è anche il portatore per eccellenza di una forza magica misteriosa (megbe), e ciò giustifica il ricorso dei Bambuti a pratiche di magia *bianca*. Nello rilevante e meno originale (forse derivata da concezioni dei vicini negri) è la terza ipostasi divina, il signore dei morti e del mondo ipogeo: un culto manistico, come lo hanno i Bantu, pare del tutto estraneo alla originaria cultura pigmea.

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ora della luna medesima come astro notturno. A questa divinità è specificamente attribuita la cosmogonia, eseguita con l'aiuto, o per mezzo, di animali lunari. Ma in primo piano, nella vita quotidiana dei Bambuti, è il dio della foresta e della selvaggina (Tore, Mugu, Muri-muri, Kalista, ecc.), che vive sulla terra, invisibile ma dotato di spiccate qualità metamorfiche, ora padre provvidente e benevolo, ora divinità terrificante. È a lui, come padrone della vita e della caccia, che si indirizza quasi esclusivamente il culto (preghiere di richiesta e di ringraziamento, offerta di primizie); ma egli è anche il portatore per eccellenza di una forza magica misteriosa (megbe), e ciò giustifica il ricorso dei Bambuti a pratiche di magia *bianca*. Nello rilevante e meno originale (forse derivata da concezioni dei vicini negri) è la terza ipostasi divina, il signore dei morti e del mondo ipogeo: un culto manistico, come lo hanno i Bantu, pare del tutto estraneo alla originaria cultura pigmea.

2. Religione dei P. asiatici. — Non possono non colpire, opportune fortuite, certe concordanze che si ritrovano, pur a così grande distanza spaziale, nella religione dei P. asiatici. Le concezioni teistiche dei Semang sono quasi altrettanto complesse, e largamente variabili dall'una all'altra tribù. I nomi con cui è più frequentemente indicata la divinità più alta sono *Ta Pedn* e *Karei*; il primo è concepito talora come figlio, talora come fratello minore del secondo. Ta Pedn, pare sia la divinità originaria, identificata con il tuono (che forse in origine non era che una, la principale delle sue manifestazioni), create e conservatore del mondo, buono e pietoso verso gli uomini che egli difende dal più temuto Karei, donatore peraltro del nutrimento ai Semang. Si crede che egli abiti in cielo, seduto su una trave, donde rimira il mondo. La configurazione di Ta Pedn è di regola antropomorfa, come di vegliardo (lo si chiama anche qui *piccolo nonno*), egli è il legislatore e il castigatore dei peccati individuali; di questi gli si chiede perdono quando scoppiano le paurose tempeste equatoriali, manifestazioni della sua collera. Insieme alle implorazioni, i Semang gli offrono, tipico sacrificio espiatorio, un poco del loro sangue tratto da tagli appositamente praticati in tali occasioni.

Della religione degli Aeta si conosce assai poco: ma si sa che essi credono in un Dio creatore, immortale ed invisibile, abitante in alto, signore di ogni cosa e in particolare (come il *Tore* dei Bambuti) degli animali della foresta, che egli protegge contro le frecce dei cacciatori. A lui si rivolgono i Negritos nei momenti cruciali della loro esistenza o quando si trovano in grave pericolo.

Molto discussa, infine, è la religione degli Andama-

nesi, e ciò perché le due fonti principali su cui si basano le nostre conoscenze, pur essendo entrambe autorevoli e degne di fede, ne danno un quadro fondamentalmente diverso. La critica etnologica ha tuttavia potuto accertare l'autenticità (presso i gruppi più meridionali e verosimilmente più puri di questi isolani) di una credenza monoteistica. L'Essere Supremo, qui chiamato Puluga, è prevalentemente un dio uranico, abitante in cielo in una casa di pietra; i fulmini sono i tizzoni ardenti che egli scaglia con la sua mano, il tuono è la sua voce. Puluga ha creato tutto, ad eccezione del male; non è mai nato ed è immortale; la sua onniscienza, che cessa soltanto con il cadere della notte, si estende anche ai pensieri degli uomini. Egli è il castigatore dei peccati: falsità, omicidio, adulterio, furto, sono da lui puniti al pari delle infrazioni ai suoi interdetti alimentari (determinate piante alimentari sono sotto la sua diretta protezione) e della rottura del «silenzio sacro», che gli Andamanesi devono rispettare quando si mette a cantare la cicala, sua figlia. Non gli è tributato alcun culto di preghiere o di sacrifici, ma non per ciò è meno temuta la sua collera e sono meno osservati i suoi comandamenti.

3. Considerazioni riassuntive

P. asiatici e africani costituiscono un complesso etnico sufficientemente omogeneo, malgrado le differenze locali, tale da potersi considerare alla stregua di un'entità unitaria. La generale povertà di beni materiali e attrezzi, la semplicità della loro economia e sociologia fanno sì che tale complesso etnico vada collocato ai gradini più bassi delle civiltà oggi esistenti sulla terra. Questi dati di fatto, che permesso ad etnologi di indirizzo evoluzionista, anche in tempi abbastanza recenti, di postulare nei P. una corrispondente rozzezza e povertà di concezioni spirituali, in realtà non impediscono loro di possedere, al contrario, un ricco patri-monio animologico. Questa constatazione è stata una delle più significative conquiste e, se si vuole, sorprese della etnologia moderna. Quanta parte di tale patrimonio va considerata come originaria della cultura pigmea? Non è possibile dare almeno per ora, e forse anche in appresso, una risposta esauriente. Un tentativo è stato egregiamente fatto dal P. Schmidt e dalla sua scuola, per quanto riguarda la situazione attuale che si può ritenere non sostanzialmente mutata nel corso di questi ultimi secoli. Dopo avere affermato l'assenza o la rarità presso i P. di elementi quali naturismo, animismo, manismo e magismo (in particolare della magia e nera), od averne di volta in volta ricordato l'eventuale presenza ad influssi di culture più tarde attualmente in contatto con i P. (la cosiddetta cul-tura totemistica dei negri dell'Africa centro-occidentale, cultura agricolo-matriarcale dell'Asia sud-orientale), quest'ultimo si è stato risolto con successo (1933) per la priorità e predominanza fra essi di un vero e proprio monoteismo (per i caratteri generali di quest'ultimo nella Urkultur, V. D10, in Enc. Catt., IV, coll. 1627-20).

Le più approfondite, recentissime indagini dirette, e in particolare quelle del P. Schebesta (1950; quelle del P. Schumacher [1950] riguardano gruppi P. indubbiamente non puri), hanno posto in evidenza la maggiore complessità di tali problemi; e lo stesso P. Schmidt ha tenuto a riaffermare (1951) la costante rivedibilità di singole conclusioni ed il carattere di ipotesi scientifiche di lavoro delle illazioni che è lecito trarne. Comunque si abbiano ad orientare gli studi futuri, i P. rimangono e rimarranno vivente testimonianza della ricchezza e spesso della elevata eccessiva pressione di persone e di attività. BBL.: A. Le Roy, Les Pygmées, Parigi s. d. [1897]; A. R. Brown, The religion of the Andaman Islanders, in Folklore, 20 (1909), pp. 257-71; id., The Andaman Islanders Cambridge, 1922; P. P. Schebesta, Bei den Urwaldswergen von Malaya, Lipsia 1927; id., Orang Utan, 1928; id., Les Pygmées, Parigi 1940; id., Die Bambuti-Pygmäen vom Uturi, 4 voll., Bruxelles 1938-50; P. W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesidee, III-IV, Münster in V. 1931-33; P. H. Trilles, Les Pygmées de la forêt équatoriale, Parigi 1932; id., L'âme du Pygmée d'Afrique, 1934; E. H. Man, On the aboriginal inhabitants of the Andaman Islanders, Londra 1932; M. A. Schumacher, Die physische und soziale Unmwelt der Kiwu-Pygmäen (Twiden), Bruxelles 1949; id., Die Kiwu-Pygmäen (Twiden), 1930.