POLIANDRIA

POLIANDRIA. - Dal greco πολύς = molto e ἀνθρ = uomo, è la convivenza matrimoniale simultanea di una donna con più uomini.

I. TEOLOGIA MORALE E DIRITTO CANONICO

La p. si oppone direttamente: 1) al precetto divino-positivo, promulgato all'inizio stesso dell'umanità (Gen. 2, 23) e solennemente confermato da Gesù Cristo (Mt. 19, 4-6). Donde si deduce che se è vero che la volontà umana condiziona il costituirsi di una nuova famiglia, non può affatto condizionare l'intima struttura e le finalità, che hanno un'origine divina; 2) al diritto naturale primario, in quanto si oppone al fine primario del matrimonio, che la procreazione (la donna in questa condizione diventa generalmente infecunda) e di conseguenza alla educazione dei figli (di quelli che nascessero rimarrebbe incerta la paternità e quindi più difficile il provvedere alla loro formazione). Inoltre se la p. fosse legittima si finirebbe facilmente con riconoscere più la prole quale fine primario del matrimonio e non considerare più l'istituto matrimoniale a servizio della vita, ma solo a servizio di esperienze senza oneri personali, né responsabilità sociali; 3) la p. si oppone anche al diritto naturale in quanto nuoce ai benefici sociali del matrimonio, che sono il mutuo aiuto e perfezionamento dei coniugi, il sedamento della concupiscenza, la pace e l'armonia della famiglia. Non è cosa naturale che il padre ignori il proprio figlio e il figlio il proprio padre; né, causa la gelosia e la passione radicate nella natura umana, si può supporre possibile di impedire il fruttificare dei germi della discordia e del disordine che possono sfociare anche nel delitto. Perciò la Chiesa ha sempre affermato quale una delle proprietà essenziali del vincolo coniugale l'unità e ha condannato la poligamia sotto ogni forma di p. e di poligenia (cf. CIC, cam. 1013 § 2, con le fonti ivi citate) e comminato ai bigami, i quali, nonostante il perdurare del vincolo coniugale già contratto, attestassero un nuovo matrimonio anche solocivile, la pena dell'infamia, che in certi casi può salire alla scomunica e all'interdetto personale (cam. 2356).
BIBL.: oltre a tutti i trattatisti De matrimonio in teologia morale e diritto canonico, cfr.: J. Hovard, Die monogame Ehe im Lichte der Moralstatistik, in Arch. für Kirchenrecht, 92 (1912), p. 536 sgg.; V. CATHREIN, VIKTOR, Filosofia morale, II, vers. it., 2ª ed., Firenze 1920, pp. 441-45; E. Westermarck, History of human marriage, 5ª ed., 3 voll., Londra 1924, vers. fr. Parigi 1934-35.

Vincenzo Fagiolo

II. ETNOLOGIA

La p. è stata considerata dagli etnologi evoluzionisti, come dal Mc Lennan, uno degli stadi dell'evoluzione del matrimonio e della famiglia umana; altri, come il Corso, l'hanno ritenuta una derivazione del matrimonio collettivo o di gruppo. Per comprendere la p. nel suo vero significato e darne una giusta spiegazione, è necessario esaminare le forme e la diffusione nel mondo.

1. Forme della p

Si deve distinguere la p. sporadica da quella che è sistematica, divenuta come la forma comune di matrimonio di un popolo, un'istituzione regolare. La p. sistematica è duplice: matriarcale e patriarcale. La p. matriarcale si presenta nel Tibet così: due o più giovani, dopo aver pagato una determinata somma di denaro, divengono mariti della stessa donna ed abitano nella sua casa. I figli appartengono alla moglie. Quando però uno dei mariti vuole avere la donna comune solo per sé, allora i figli sono divisi fra tutti i mariti. Questi, lasciando la moglie comune e uscendo dalla casa, ricevono quella somma di denaro che essi pagarono entrando nella casa della moglie. La situazione della donna non è rosea, perché i mariti, come osservò il Bonvalot, che constatò questa forma di p. durante il suo viaggio di esplorazione nel Tibet insieme al principe di Orléans, la fanno lavorare a più non posso e ne tirano il maggior profitto possibile.

La p. patriarcale è la p. fraterna, in cui è il fratello maggiore che sposa l'unica donna per sé e per i suoi fratelli. Infatti, nello sposalizio, ad es., presso i Tibetani, è il fratello maggiore che compie tutte le cerimonie nuziali. Il matrimonio è provvisorio e non diviene stabile se non dopo avere avuto il primo figlio. Infatti, dopo le feste nuziali, e al massimo dopo una ventina di giorni, la sposa torna alla sua casa e visita il marito solo per alcuni giorni durante certe feste dell'anno. Constatata in seguito la sua gravidanza, si fa nuovamente festa, venendo la sposa a risiedere stabilmente nella casa dei mariti e portando la sua dote. Lo sposo legale, come rileva il p. Desideri, missionario gesuita che fu a Lhasa dal 1712 al 1727, è ritenuto il fratello maggiore, ma la sposa è riconosciuta, ed essa stessa si ritiene, sposa legittima di tutti i fratelli dello sposo. I figli e le figlie sono chiamati figli e figlie dello sposo e nipoti dei suoi fratelli connaturati, benché alcuni di loro, osservava lo stesso missionario, non siano certamente figli e figlie del medesimo. Esiste il diritto del maggiorioso e l'esogamia per tutte le generazioni di consanguinei.

Presso i Toda (sono oggi in grande crisi di natalità, secondo informazioni del missionario gesuita spagnolo p. H. Heras, che li ha visitati) vige questo suo caratteristico: riconoscono come padre legale, in ogni affare sociale o legale, solo colui che ha consegnato un arco e una freccia alla donna durante il settimo mese della sua gravidanza. Se i connaturati sono fratelli, questa cerimonia è compiuta dal più anziano, benché anche gli altri fratelli siano ritenuti come padri. Se i connaturati non sono fratelli, ma parenti più remoti, allora colui che ha consegnato l'arco e la freccia è ritenuto padre non solo di un figlio, ma anche di tutti gli altri figli della medesimo donna, finché un altro connaturato non compia la stessa cerimonia. Ciò vale anche quando colui che compi la cerimonia è morto già da lungo tempo, purché nessun altro dopo di lui l'abbia compiuta con la stessa donna. Ai tempi feudali dell'antica Cina l'Imperatore osservava un rito simile, dopo il sacrificio primaverile alla Kao Mei, dea protettrice dei matrimoni e delle nascite, con ogni donna incinta del suo harem.

2. Diffusione della p

Seguono la p. le tribù tibetobirmane del Bathia nel Nepal. Si pratica nel Kascemir, nell'India anteriore (i Toda dei Monti Nilgiri, i Rurumba, i Munduvar, i Naiar, specialmente presso i Dravida, ma anche presso i Munda), nell'Arabia meridionale (il matrimonio Mot'a) e presso alcune tribù camite, i Bahima o Bancayole dell'Uganda. Esiste anche nella provincia cinese del Fukien, in due distretti. Esiste presso i Jephthali (detti anche Hoa e Hunni Bianchi) prima

ritenuti Turchi, ora Mongoli e originari della Mongolia che, dopo l'invasione della Persia, ebbero i centri principali di Bamiyan e Badahishan; presso i Tocari, popolo indo-europeo dell'Asia centrale, e nel Zabulistan; fu supposta presso i Casak al nord-ovest della regione dell'Ilì e presso i Bolor ad occidente di Yaracand. Sporadica mente è stata constatata nello Shensi (Cina), tra gli'Indiani dell'America (Orenoco), nelle regioni artiche (Aleuti) e presso alcuni popoli dell'Oceania (Nezelandesi).

3. Spiegazione della p

La p., data la sua diffusione ristretta, non può essere considerata come uno stadio evolutivo, per cui sono passati tutti i popoli del mondo come hanno ritenuto gli evoluzionisti. Anche il Frazer, in un secondo tempo, dovette riconoscere che la p. è rara ed eccezionale, adducendone anche una ragione biologica, cioè che la p. potrebbe esistere allo stato permanente solo nel caso che esistesse una preponderanza numerica degli uomini sulle donne, ciò che invece non si verifica in alcun popolo del mondo.

Come è stata spiegata la p.? Secondo l'Eberhard, la p. è originariamente in connessione con il matriarcato. Ciò è vero. Ma la p. non è provvista dal matriarcato in sé, come ha giustamente osservato il p. Schmidt, ma piuttosto dall'incrocio di popoli spiccatamente matriarcali con popoli strettamente patriarcali aventi il diritto di maggiorare. Difatti, così è avvenuto nell'India meridionale, ad es., presso i Nair, che hanno adottato poi la p. Questi erano matriarcali, quando furono soggiogati dai Bramini Nambutiri, emigrati dal nord dell'India, che erano patriarcali con diritto di maggiorare. I Nambutiri adottarono prima la p. successiva, poi quella simultanea e fraterna, infine quella libera o non fraterna. Presso di essi, volendosi conservare unito il patrimonio familiare, si sposava solo il fratello maggiore con una o più bramane, con cui era impossibile la p. fraterna e di fatto era anche severamente proibita. I fratelli minori, rimanendo nella casa del fratello maggiore, fecero con le donne Nair ciò che non potevano fare con le donne del proprio popolo, cioè imponere ad esse di darsi a loro, concludendo così con esse unioni libere, che potevano sciogliersi ad ogni momento. La donna si diede allora ad un altro uomo e si ebbe prima una p. successiva e poi quella simultanea. Da questa si passò a quella libera, quando in seguito ogni fratello minore dei Nambutiri prese successivamente diverse donne Nair, che ebbero così relazioni con fratelli di parecchie famiglie, per cui si ebbe la p. non fraterna o libera. Questa poi fu adottata anche dai Nair. La p. del Tibet, paese classico della p., è stata spiegata dagli autori (P. Desideri, P. Della Penna, Williams, Grenard) con ragioni molto diverse: per la povertà del suolo o per l'insufficiente numero delle donne rispetto agli uomini nella proporzione di sette donne a otto uomini; o per il diritto del maggiorare, per l'unità della linea genealogica che non ammette la linea collaterale e per l'indivisione del patrimonio familiare. Tutte queste ragioni sono insufficienti a spiegare la p. tibetana, senza ammettere, come per l'India, l'incrocio di una cultura patriarcale con una matriarcale, delle quali ancora oggi esistono residui nel Tibet, quantunque il processo può essere stato differente. La stessa spiegazione etnologica può valere per la p. presso gli altri popoli, mentre se ne richiedono delle particolari per la p. sporadica.

Da quanto si è detto è chiaro che la p. è un fenomeno relativamente recente, essendo le culture, da cui proviene, culture etnologicamente non arcaiche ma primarie, quindi si ha un'altra ragione per dire che la p. non può essere considerata come uno stadio generale o la base dell'evoluzione del matrimonio umano.

BIBL.: H. Bonvalot, Le Tibet inconnu, Parigi 1892, p. 354 sgg.; W. H. R. Rivers, The Toda, Londra 1906; Soulé-Tchang, Les barbares soumis du Yunnan, in Bull. de l'Ecole franc. E. O., Hanoi 1908, p. 380; Ananta Krishna Iyer, The Cochin tribes and castes, Madras 1909, p. 47; E. Thurston, Castes and tribes of southern India, 7 voll., Madras 1909-10; S. R. Kawaguchi, Three years in Tibet, Londra-Madras 1909, p. 353; I. Desideri, An account of Tibet, Travel of I.D.S.Y. (1r12-2r), a cura di Filippo de Filippi, Londra 1932, pp. 192 sgg.; L. Vannicelli, La famiglia cinese, Studio etnolo., Milano 1943, pp. 161-68. Luigi Vannicelli

POLIANDRIA. - Dal greco πωλός = molto e δνή = uomo, è un termine adoperato dal p. G. Marchi per indicare un sepolcro contenente più corpi umani (Monumenti delle arti cristiane primitive, Roma 1844, p. 118).

Prudenzio narra di aver veduto nei cimiteri cristiani di Roma sepolcri chiusi da marmi su cui non erano incisi i nomi, ma solo un numero, e di avere appreso che in un luogo sotto la stessa pietra erano sepolte le reliquie di sessanta martiri, dei quali solo Cristo conosce i nomi (Peristephanon, XI, 9-16). Forse si tratta del sepolcro dei sessantadue martiri deposti sulla Via Salaria e ai quali Damaso dedicò un carme (A. Ferrara, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, pp. 184-86). Gli itinerari dei pellegrini del VII sec. ricordano sepolcri di 30, 40, 80, 260, 365 e 800 martiri, le cui cifre possono essere state esagerate dai mansionari o dalle guide che accompagnavano ai santuari. Nei cimiteri sotterranei si trovano sepolcri per più persone, che talvolta furono impiegati per veri ossari, come si verifica, ad es., nei cimiteri inter duas lauros, di Ponziano e di Pretestato, e soprattutto nel grande ossario sotto la cripta dei Papi e la cappella di S. Cecilia in Callisto; ivi, per riadoperare i loculi in prossimità dei detti due santuari, gli scheletri tolti dai sepolcri primitivi furono disposti in più strati, separati tra loro da terra, fino a raggiungere un'altezza di ca. 4 metri. G. Marangoni attesta di aver veduto in un cimitero più corpi dentro singoli sepolcri (Acta s. Victorini, Roma 1740, p. 114). Anche i sepolcri a pozzo in Commodilla possono considerarsi veri p.

BIBL.: G. Wilpert, La cripta dei Papi e la cappella di S. Cecilia, Roma 1910, pp. 40, 76-80; B. Bagatti, Il cimitero di Comondilla, Città del Vaticano 1936, pp. 33 sgg.