RENOUVIER, CHARLES. - Filosofo, n. a Montpellier il 1o genn. 1815 e m. a Prades il 1o sett. 1903. È considerato il fondatore neocriticismo (v.) francese.
Il pensiero del R. è esposto nei 4 voll. degli Essai de critique générale (Parigi 1854-64), a cui vanno aggiunti La science de la morale (ivi 1869), l'Exquisse d'une classification systématique des systèmes philosophiques (ivi 1882), La nouvelle monadologie (ivi 1899), Les dilemmes de la métaphysique pure (ivi 1901), Le personnalisme (ivi 1903), ecc. Organi del neocriticismo furono prima La critique philosophique (1872-90) diretta dal R. e poi, dal '90, L'année philosophique di F. Th. Pilon. Notevole l'influenza del R. sulla filosofia LACHELIER, JULES (v.), Hamelin (v.), Boutroux (v.), Bergson (v.) James (v.).
Il R. si presenta come continuatore del criticismo kantiano, che vuole portare a compimento attraverso l'eliminazione della cosa in sé o nemmeno (v.). Perciò il suo « fenomenismo critico », oltre che a Kant, Hume (v.) positivismo (v.) la limitazione delle capacità della conoscenza alle leggi dei fenomeni. Stabilire queste leggi e segnare i limiti dell'umano conoscere, questo lo scopo della filosofia, secondo il R., che respinge ogni « illusione » metafisica e sviluppa il criticismo nel senso dell'identificazione più rigorosa di « realtà » e « rappresentazione » (v.). Solo così si evitano gli errori del duplice dogmatismo naturalistico (positivismo) e idealistico (Hegel). Suo metodo è l'analisi dell'esperienza: principio da cui egli muove, la riduzione della realtà a rappresentazione, fenomeno (v.). Ogni fenomeno sussiste solo in rapporto ad altri fenomeni, a cui è « relativo »; pertanto l'affermazione di un assoluto o cosa in sé è contraddittoria, in quanto vuol definire, per mezzo di relazioni, ciò che è irrelato e non relazionabile. Gli esseri non sono che « insiemi di fenomeni legati da funzioni determinate » e la scienza tende a stabilire le leggi tra i fenomeni stessi fino a raggiungere una sintesi unica. Pertanto di quelle che il R. chiama leggi strutturali dell'esperienza o « categorie » (v.), relazione (v.) è la categoria
prima, di cui sono specificazioni tutte le altre: numero, estensione, durata, qualità, divenire, forza, finalità, personalità. Dunque i gradi della specificazione concreta della categoria-relazione culminano nella specificazione vivente della personalità: « La categoria della relazione, non più astrattamente considerata, ma in un vivente manifestarsi di rappresentazioni, è la legge di coscienza o di personalità, che abbraccia insieme, come suoi strumenti di conoscenza e sue forme, il tempo e lo spazio, la qualità, la quantità, la causalità, la finalità » (Le personalisme, p. vi). Infatti, è nella coscienza (o personalità) che tutti i rapporti possibili si trovano definiti e coordinati. Da qui il nome di « personalismo » con cui lo stesso R. ha definito il suo « fenomenismo critico », che non è più il criticismo kantiano, in quanto si sono aggiunte le due categorie della personalità e della finalità. Quest'ultima, per il R., è tanto essenziale quanto quella della causalità e serve a giustificare la libertà, principio di tutta la vita spirituale e fondamento dell'ordine morale (imperativo del dovere), il quale postula l'esistenza di Dio, personalità trascendente. Posta la relazione come categoria madre e identificato il sapere con il sistema delle relazioni (il « mondo » non è che la sintesi totale delle relazioni), al R. non riesce difficile eliminare le antinomie kantiane, delle quali accetta la tesi (il « mondo » finito) e respinge l'antitesi (il « mondo » infinito) perché è assurdo ammettere un infinito tutto in atto, che è come ammettere esaurito l'inesauribile. Per lo stesso motivo il mondo, finito nello spazio e nel tempo, è anche discontinuo e pluralistico.
Negli Essais il R. esclude l'ipotesi « della creazione e accetta l'altra dell'emanazione (panteismo), ma il suo Uno o Dio è concepito come coscienza volta ad uscire fuori di sé; perciò è possibile la pluralità delle persone o coscienze ed è garantita l'indipendenza dei centri individuali, ciascuno dei quali è iniziativa di nuovi atti, cioè libertà. « Noi sostituiamo l'unità multipla, il tutto, all'Uno puro, idolo dei metafisici, per la sola ragione che il mondo, attualmente ed originariamente, è una sintesi determinata, non una tesi astratta » (Essais, I, p. 357). Successivamente, in La nouvelle monad., dove il R. Origene (v.) di una pluralità di mondi successivi, concepisce Dio come Persona perfetta e creatore di un mondo perfetto, ma la sua concezione metafisica (di lui nemico di ogni metafisica!) resta panteistica e, in definitiva, fenomenistica, e come tale contraddittoria.
Il R. non si accorge che l'infinito in atto non implica contraddizione, perché non significa esaurito, ma che implica contraddizione la riduzione del reale al fenomeno, in quanto, ove tutto fosse fenomeno, verrebbe meno lo stesso « apparire », la rappresentazione.
Michele Federico Sciacca