RENSI, GIUSEPPE

RENSI, GIUSEPPE. Filosofo e scrittore politico, n. 31 maggio 1871 a Villafranca (Treviso), ma a Genova il 9 febbr. 1941. Dapprima giornalista e avvocato, si dedicò successivamente alla filosofia; fu professore nelle Università di Firenze, Messina, e (dal 1918) di Genova. Scrittore brillante e di vasta ma non approfondita cultura, spirito irrequieto, passò attraverso le più varie esperienze filosofiche dall’idealismo neohegeliano allo scetticismo assoluto e al materialismo.

La filosofia del R. può definirsi il «sistema del dubbio». Il vero scettico per il R. non è colui che non ammette nulla di vero (scetticismo dogmatico), ma chi «diviene ed è tale appunto perché in un dato momento gli balena una certa idea come verità, in altri momenti l’impossibilità di affermarla vera... Carattere essenziale dello scetticismo è veramente l’essere trasmutabile in tutte le giuste, cioè scorgere e sentire intimamente, non tanto in via preponderante e in prima linea, la falsità, quanto la verità possibile di tutte le tesi opposte» (Linea-menti di filosofia scettica, Bologna 1919, p. xxvi). Lo scettico è sempre per tutte le «credenze» e tutte le «fedi», purché si considerino come «credenze» e «fedi» e non si pretenda di farle passare «come pronunziato della ragione in sé», della «fantastica» ragione pura (ibid., p. LII). Da questa posizione di «pluriversalità» della ragione, il R. si spinge all’identificazione della realtà con l’assurdo, in antitesi con il logicismo di Hegel (v.): «tutto ciò che è reale è irrazionale, tutto ciò che è razionale è irreale» (Le ragioni dell’irrazionalismo, 2a ed., Napoli 1933, p. 7). Nell’ultima fase del suo pensiero, egli svolge uno scetticismo materialista-pessimista, secondo il quale tutto è assurdo e male, e la verità è il bene sono un ideale proiettato in un futuro irreale. Il tempo c’è «unicamente perché essendo ogni presente sempre assurdo e male, cioè essendo la realtà, che è assoluto presente, sempre irrazionale, si fa di continuo un poi per uscire sempre dall’ora, per liberarsi, passando ad un altro momento, dal male che in ogni adesso c’è» (Interiora rerum, Milano 1924, p. 172). Ci si può liberare dal male e dalla disperazione solo tornando alla natura inconscia, all’inconsapevolezza: far tacere la ragione e fermarsi alle sensazioni, in cui consiste il mondo e lo stesso io (Il materialismo critico, Milano 1927). Questo materialismo integrale trova il suo coronamento nell’ateismo assoluto, di cui il R. ha scritto una superficialissima Apologia (Roma 1926), «la più alta e pura di tutte le religioni». E il R. è davvero un mistico dell’ateismo, un uomo che tutta la vita ha lottato contro Dio nell’impossibilità maledetta di poterlo amare. Il suo scetticismo (e più ancora il suo ateismo) è un insieme di stati d’animo, esplosione dogmatica e anche superficiale: la «verità possibile di tutte le tesi opposte» sarebbe impossibile se non esistesse la verità, che il R. nega per difetto di approfondimento critico.

Bibl.: A. Tilgher, Ricognizioni, Roma 1924, cap. 4; id., Filosofi e moralisti del ’900, ivi 1932, pp. 286-94; id., Antol. dei filosofi ital. del dopoguerra, Modena 1937, pp. 143-60; N. Cuneo, G. R., Bergamo 1930; R. Valeri, I. Varsalini, G. R., Verona 1942; E. Bonaiuti, G. R. lo scettico credente, Roma 1945; M. F. Sciacca, Il sec. XX, 2 voll., Milano 1947, pp. 517-29 e 833-835 (bibl.); A. Gismondi, Rifless. sui pensieri di uno scettico, in Studium, 48 (1952), pp. 521-29.