PROBABILITÀ

PROBABILITÀ. - Nel senso oggi comune, è probabile un fatto che, pur non presentandosi come assolutamente certo, è tuttavia presumibile sia avvenuto o debba avvenire; e una proposizione non pienamente evidente ma che presenta buone ragioni per essere ammessa. P. è pertanto l'ammisibilità di un fatto o di una proposizione non del tutto certi, e insieme le ragioni oggettive che la fondano.

I. TERMINOLOGIA

P. (gr. πιθανότης) deriva da probatio che vale prova, esperimento, e anche approvazione, dimostrazione. Probabile è quindi nell'uso antico: a) ciò che si può ritenere, accettare, poiché suole accadere o è generalmente ammesso («Probabile est id quod fere fieri sole, aut quod in opinione positum est»: Cic., Invent., I, 29, 46); b) ciò che è ragionevole, giusto, da approvarsi («probabilis orator, cuius ingenium et eloquentia probari ac placere debet»: id., Brut., 76, 263 c); c) infine, ciò che è «verisimile» (cf. red. Wahrscheinlichheit), con o senza fondamento oggettivo («multa quae nos fallunt probabilitate magna»: id., Acad., 4, 25, 75; «ne cui falso assentiamus neve nunquam captiosa probabilitate fallamur»: De fin., 21, 72).

II. CENNI STORICI

In Aristotele, probabili (ἐνδόξα, πιθανά, ὅμοια τῷ ἀληθῷ) sono quelle cose «quae videntur omnibus aut pluribus aut sapientibus; et his vel omnibus vel plurimis vel maxime nobilibus et probatis» (Top., I, cap. 1, 100 b 21 sgg.; cf. cap. 10 [8] 104 a 6 sgg.). «Ciò che è probabile, o è probabile e credibile per sé (per ragioni intrinsec) o tale si dimostra per altri motivi» (Rhet., I, cap. 2, 1356 b 26 sgg.). Ma «non tutto ciò che sembra probabile è anche probabile» (Top., I, cap. 1, 100 b 26). La p. genera l'opinione (δόξα) che «concerne il vero e il falso (ossia è affermazione), ma di una cosa che può anche essere - e si ammette che possa essere - altrimenti» (Anal. post., I, cap. 33, 89 a 2-3). Di conseguenza, non è possibile avere insieme di uno stesso oggetto «scienza» e «opinione»: «simul enim

haberet quis notitiam quod aliter et non aliter sese habere contingat unum et idem» (ibid., 38 sgg.). S. Tommaso oppone la «probabilitas» alla «probatio demonstrativa» (Sum. Theol., 1a-2a, q. 105, s. 2 ad 8). La p. è un grado della conoscenza umana, inferiore alla certezza: essa comporta «opinione», cioè vera adesione e assenso a una determinata proposizione, ma con timore che possa esser vera la proposizione opposta: «Per huiusmodi processum (rationis) quandoque... fit fides vel opinio vel probabilitas, propter probabilitatem propositionum ex quibus proceditur, quia ratio totaliter [quest'ultimo termine in altri testi] è esplicitamente abbandonato da s. Tommaso: cf. De verit., q. 14, a. 1, c.] inclinat in unam partem propositionis, licet cum formidine alterius» (In Post. anal., I, lect. 1a). Nell'opinione quindi, pur dandosi assenso, esso non è definitivo: «non terminatur intellectus ad unum, quia semper remanet metus in contrarium» (In III Sent., dist. 23, q. 2, a. 2, sol. 1; cf. Sum. Theol., 1a, q. 79, a. 9 ad 4; 1a-2a, q. 67, a. 3, c.). LOCKE, JOHN (v.) definisce la p. «apparenza di una concordanza o discordanza fra due idee», fondata su prove «il cui legame non è costante e immutabile, o, per lo meno, non è percepito come tale, ma è o appare tale per lo più, ed è sufficiente a indurre lo spirito a giudicare che la proposizione è vera o falsa, piuttosto che non il contrario» (Essay, IV, cap. 15, § 1). Analoga definizione in Leibniz: «Se la dimostrazione fa vedere il legame delle idee, la p. non è altro che l'apparenza di questo legame, fondata su prove nelle quali non si vede connessione immutabile» (Nanc. ess., IV, cap. 15 § 1). In Hume la p. ha valore puramente empirico: essa nasce dal maggior numero di casi che l'esperienza presenta (o permette di attendersi) per un evento piuttosto che per un altro; e tale superiorità di casi è anche la misura della nostra persuasione o opinione (belief and opinion): ove si tratti di una causa del tutto costante (entirely uniform and constant in producing a particular effect), la nostra persuasione raggiunge la massima sicurezza (the greatest assurance): essa esclude il dubbio dell'opposto, ma poiché deriva unicamente dall'esperienza non è certezza apodittica o «dimostrata» (Enquiries concerning hum. underst., sez. 6a; ed. Selby-Bigge, p. 56 sgg.). Per Kant «opinione è una credenza insufficiente tanto soggettivamente quanto oggettivamente». Mentre «nei giudizi derivanti dalla ragion pura - p. es., nelle matematiche - non è permesso opinare..., nell'uso trascendentale della ragione, l'opinione è troppo poco, la scienza è troppo»: di Dio e della vita futura si possiede invece una «fede morale», cioè una persuasione che non è «certezza logica», ma «certezza morale», in quanto riposa su «fondamenti soggettivi» ossia sul sentimento morale (Kritik d. rein. Vernunft. Dottrina trascend. del metodo, cap. 2, sez. 3a; trad. it., II, Bari 1941, p. 611 sgg.). Il fideismo kantiano ha alimentato nel pensiero posteriore non pochi indirizzi che, riportando al «sentimento» o alla «fede» le proposizioni di ordine metafisico-religioso, debbono logicamente riconoscere alle medesime puro valore di p. Fuori del suo significato filosofico la p. veniva accuratamente studiata dal punto di vista matematico-scientifico con i lavori del Laplace (Théorie analytique des probabilités, Parigi 1812; Essai philosophique sur les probabilités, ivi 1814), del Cournot (Exposition de la théorie des chances et des probabilités, ivi 1843), del Poincaré (La science et l'hypothèse, ivi 1902), e di numerosi altri (Milhaud, von Mises, Keynes, Reichenbach). Le recenti teorie scientifiche (indeterminismo, relatività: Boutroux, Einstein, neopositivismo; V. a queste voci), partendo da vari ordini di considerazioni e dal fatto che in una serie di misure scientifiche più volte eseguite ogni risultato si presenta leggermente diverso dall'altro, ritengono che le proposizioni scientifiche, per le diversità di circostanze e di osservazione in cui vengono formulate, hanno soltanto un valore più o meno grande di p.; della quale il «vero» e il «falso», nel campo scientifico, rappresentano solo i casi limiti. Tali conclusioni sono fatte valere particolarmente per i fenomeni del mondo infratomico le cui leggi si ritengono avere puro valore statistico.

III. DISTINZIONI E GRADI DELLA P

a) Va innanzitutto distinta la p. matematica da quella filosofica: la

prima si fonda sul solo rapporto numerico dei casi statisticamente probabili (p. es., se in un'urna sono mescolate 50 palline bianche e 50 nere, la p. matematica che venga estratta una pallina bianca e esattamente del 50%; V. PROBABILITÀ, calcolo delle). L'ap. filosofica è invece fondata sulle ragioni positive - di ordine non solo numerico-statistico ma anche qualitativo - che convalidano un fatto o una proposizione. Tali ragioni non sono assenti nella p. matematica (che venga estratta una pallina bianca nella proporzione del 50% dei casi dipende da una molteplicità di cause oggettive), ma nel valutarla non se ne tien conto anche perché esse sono difficilmente analizzabili. b) P. empirica e p. razionale: la prima si fonda su fatti di esperienza e sulla loro frequenza («teoria della frequenza»), l'altra concerne l'ammissibilità di proposizioni teoretiche (metafisico-morali, ecc.) non evidenti e tuttavia convalidate da solidi argomenti che permettono un assenso prudente. d) In rapporto ai motivi, la p. è intrinseca se si fonda su ragioni inerenti all'oggetto stesso - fatto o proposizione probabile -; estrinseca, se fondata unicamente sull'autorità (p. es., la p. inerente a una dottrina perché difesa da autori competenti - cf. la già citata definizione aristotelica). È chiaro che la p. estrinseca implica quella intrinseca, poiché non si crede all'autorità se non in quanto si suppone che la autorità stessa si fondi su ragioni positivo-intrinseche (di qui la norma che l'autorità non va valutata quantitativamente ma qualitativamente, in relazione alla sua provata competenza). e) La p. è oggettiva o soggettiva secondo che i motivi su cui si fonda sono considerati nel loro valore reale-oggettivo o in quello che assumono nel soggetto, in rapporto alle condizioni individuali della conoscenza. Ma occorre notare che in qualche misura l'elemento soggettivo interviene sempre nella valutazione della p. f) La p. è assoluta o relativa secondo che concerne l'ammissibilità di un fatto o proposizione considerati in se stessi, o in relazione a fatti e proposizioni opposte, anch'essi probabili.

I gradi della p. si commisurano alla solidità dei motivi che la fondano e sono riferiti tanto alla p. intrinseca che a quella estrinseca. La dottrina morale ha classificato tali gradi in divisioni di facile intuizione: una proposizione può essere vix probabilis, tenuiter (leviter) probabilis (in questi casi non sembrerebbe, a rigore, doversi parlare di vera e propria «p. »), minus probabilis, probabilis, valde probabilis, probabilior (simpliciter, notabiliter, valde), probabilissima; e ancora: certe, dubie probabilis (probabilior). In rapporto all'azione morale va rilevata la distinzione della p. in speculativa (teoretica) e pratica: quest'ultima concerne la validità di un'opinione ad essere assunta come norma dell'azione: non sempre la p. pratica consegue quella speculativa, in quanto opinioni teoricamente probabili non possono talora, per motivi contingenti, essere seguite nella prassi. La dottrina morale distingue ancora l'opinione probabile in minus tuta, tuta, tutior: tale distinzione concerne la sicurezza di un'opinione in rapporto alla salvaguardia di una legge o alla esclusione di un pericolo sia materiale che morale. È chiaro che l'opinione «tutor» può essere, teoreticamente, meno probabile della «minus tuta».

IV. SIGNIFICATO TEORETICO-PRATICO DELLA P

La p. ha una parte rilevante nella conoscenza umana. Il suo largo dominio nella filosofia, nelle scienze naturali e in quelle morali è dovuto, da una parte, alla multiforme contingenza della natura e del divenire, dall'altra all'imperfezione del pensiero umano. Tuttavia, la p. è l'opinione, mentre rappresentano i limiti della certezza, nella dialettica generale del sapere segnano insieme sovente la via per pervenirvi (cf. le «ipotesi» nel campo scientifico). Dal punto di vista psicologico-gnoseologico va rilevato il carattere insieme oggettivo-soggettivo della p. La p. cioè, mentre si fonda sulle condizioni e ragioni inerenti agli oggetti di conoscenza, ossia è in funzione della costituzione ontologico-operativa dell'essere, esprime insieme l'inadeguatezza del conoscere umano. Ciò vale innanzitutto nell'ordine teoretico dove «opinione» o «sentenza probabile» non indicano se non il grado imperfetto della conoscenza di un problema; ma anche nell'ordine empirico dove molti eventi «probabili» sono in se stessi necessari e determinati nelle

cause, e pertanto vengono detti «probabili» solo per rapporto all'incertezza della nostra conoscenza. Può quindi essere accolta l'affermazione del Bradley: la p. non è né semplicemente soggettiva né semplicemente oggettiva: «neither simply subjective, nor yet simply subjective» (The principles of logic, I, cap. 7, rist., Oxford 1950, p. 221).

Quanto alla natura psicologica dell'opinione, com'è stato sopra indicato, essa comporta vero assenso, ma non definitivo perché unito alla consapevolezza della possibilità dell'errore (la «formido alterius» delle formole tradizionali). L'assenso opinativo pertanto, dubbio (v.), inteso come sospensione di adesione e di assenso, tuttavia per altra parte implica in se stesso un elemento di dubbio, in quanto è assenso coscientemente non definitivo né assoluto. Ove mancasse la coscienza della possibilità dell'errore, non si avrebbe opinione ma assenso psicologicamente certo, anche se oggettivamente infondato.

Per quanto concerne il mutuo rapporto di due opposte opinioni probabili, va tenuto presente il principio generale che le p. di per sé non si elidono, particolarmente quando si fondano su motivi e ragioni di ordine eterogeneo. La maggior p. di un'opinione non distrugge quindi, per sé, la p. dell'opinione opposta, quando questa sia fondata su solidi motivi; e, viceversa, la sicura p. di un'opinione preclude la certezza dell'opinione contraria. Il principio, applicato a un'opinione probabile opposta alla legge, è fatto valere probabilismo (v.).

Come norma dell'azione, data la socialità del sapere umano, per quanti non sono in grado di un proprio valido giudizio sui problemi morali, è sufficiente la p. estrinseca. La dottrina comune riconosce il valore pratico normativo di un'opinione, quando essa sia tenuta da «gravi» autori veramente competenti, né contraddetta da altri di eguale valore; o anche, talora, quand'essa sia difesa da un autore solo, di eccezionale significato, ove non intervengano decisive ragioni in contrario.

Osserva s. Tommaso: «in negotia humanis non potest haberi demonstrativa probatio et infallibilis, sed sufficit coniecturalis probabilitas» (Sum. Theol., 1a-2a, q. 105, a. 2, ad 8). Effettivamente, per le molteplici circostanze contingenti nelle quali si esplica l'attività umana, una certezza teoretica regolativa dei nostri atti è sovente impossibile, ed è pertanto nel campo pratico-morale che la p. rivela la sua funzione insostituibile come direttiva della conoscenza e dell'azione.

BIBL.: P. Geny, Critica, 3a ed., Roma 1932, pp. 154-62; A. Gardell, La certitude probable, in Rev. des sciences philos. et théolog., 1 (1911), pp. 237 sgg., 441 sgg.; P. Richard, Le probabilisme morale et la philosophie, Parigi 1922; R. V. Mises, Wahrscheinlichkeit, Statistik V. Wahrheit, Vienna 1928; M. M. Gore, Le sens du mot «probable» et les origines du probabilisme, in Rev. des sciences relig., 1930, pp. 460-66; T. Deman, Sur le mot «probabilis» au moyen âge, in Rev. des sciences philos. et théolog., 22 (1933), pp. 260-90; H. Reichenbach, Wahrscheinlichkeitslehre, Leida 1935; C. Wartmann, The scholastic doctrine of the elision of probability, Roma 1936; A. Meunier, Dubium, opinio, probabile, in Rev. ecclés. de Liège, 31 (1939-40), pp. 300-304; L. Ferand, Le raisonnement fondé sur les probabilités. Essais d'analyse épistémologique, in Rev. de métaphysique et de morale, 53 (1948), pp. 133-38; P. S. Laplace, Saggio filosofico sulla p., trad. it., Bari 1951 (bibl. sulla p. in senso scientifico, pp. 31-37).

Ugo Viglino

Cite this article

“PROBABILITÀ.” Enciclopedia Cattolica, vol. X (1953), p. 59. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/probabilita.