PROPOSIZIONE. — Dal lat. pro-ponere, « porre innanzi ». Vi corrisponde il gr. πρότασις (προ-τύπημα), riferito, per lo più, alla p. DEISMO (v.). Accanto a « proposito » il lat. ha sovente « enunciatio » (da ex-nunciare, « dire, manifestare, esporre »; cf. gr. απόφασις).
P. è l’espressione verbale (eventualmente, simbolica, algebrica: V. LOGICA SIMBOLICA) del giudizio, ossia dell’af- fermazione e negazione: πρότασις... λόγος κατατακτικός ή άποφατικός τινός κατά τινός (Aristotele, Anal. pr., I, 24 a 16). P. è quindi sentenza, frase « enunciativa » (λόγος άποφατικός) e si distingue dalla semplice φάσις ο λέξις σημαντική che può essere espressiva di soli sentimenti, stati d’animo (la « oratio affectiva » nelle sue varie forme, interrogativa, imperativa, esortativa, ecc.). Poiché è proprietà dell’affermazione essere vera o falsa, Aristotele qualifica la frase enunciativa « quella in cui è contenuto il vero o il falso »: ἐν ᾧ τὸ ἀληθεύσει ἢ ψευδεστά ἀπάρχει (Perih., cap. 4). In logica tuttavia sono dette p. anche le parti di una condizionale, di cui almeno l’è ipotesi » non è in sé né vera né falsa. Gram- maticamente ogni frase espressiva è p.
giudizio (v.), la p. ne segue la struttura e le modalità. Può quindi assumere varie forme. Essenziale è in essa soltanto l’espressione di un predicato, ossia una qualunque affermazione: « Omnis oratio qua aliquid affirmatur vel negatur propositio est » (Quintiliano, 7, 1, 9); e in questo è l’unità logico-formale cui è possibile ridurre la molteplicità strutturale-mate- riale delle p., amplissima. Accanto alla p. nominale che indica per lo più l’appartenenza ontologica o almeno logica di un attributo a un soggetto, ed è, morfologica- mente, nelle lingue a flessione, binaria (l’uomo è ragio- nevole), c’è la p. verbale che può essere anche a un solo termine (leggo, piove) e quindi, eventualmente, monosil- labica. La p. poi è semplice, come negli esempi proposti, o collegata con altre p. in periodi più o meno organica- mente complessi secondo l’indole sintattica degli idiomi. La coordinazione più stretta si ha quando una p. è in funzione di un’altra, senza la quale non è semanticamente compiuta (p. es., la « ipotesi » nella condizionale: « se la virtù è un bene » va desiderata; o in genere la p. dipen- dente: « avendo paura », fuggi). Nella pienezza del di- scorso la p. poi si flette in ulteriori accidentali secondo le varie determinazioni di complemento e relazione che specificano e individuano i predicati.
Dal punto di vista logico la p. è, quanto all’estensione del soggetto (quantità), universale, se il predicato è af- fermato o negato di tutti i soggetti di una determinata classe (p. es., ogni corpo è pesante), particolare, se soltanto di alcuni fra essi (p. es., alcuni corpi sono radioattivi), in- definitiva se è imprecisata l’estensione del soggetto (p. es., si dissero cose importanti). Quanto al rapporto predicato- soggetto (materia), la p. può essere necessaria (p. es., in ogni triangolo la somma degli angoli equivale a due retti), o contingente (p. es., l’albero non ha frutti). Considerando insieme il rapporto predicato-soggetto e il significato gno- seologico della p., essa è analitico-razionale se il predi- cato è contenuto nella nozione del soggetto e a priori (v.), sintetico-empirica se invece il predicato è aggiunto al soggetto mediante l’espe- rienza.
La logica aristotelica ha sviluppato principalmente la p. nominale e in particolare i rapporti di opposizione fra p. nominali, in funzione della quantità e della qualità o « forma » (l’affermazione e negazione) della p. Impor- tante è la legge sull’estensione del predicato, secondo cui nella p. affermativa il predicato è, per sé, particolare, nella negativa universale (A è B = A è alcuno, non tutti i B; A non è B = A è nessuno dei B). Quanto all’opposi- zione (opposizione è nell’affermare e negare uno stesso univoco predicato di uno stesso soggetto: τοῦ αὐτῷ καὶ τὰ τοῦ αὐτῷ, μὴ ὁμονούμως: Perih., cap. 6, 17 a 34), fondamentale è la divisione delle p. in contraddittorie e contrarie. Due p., a quale soggetto e predicato, sono contraddittorie se si oppongono nella quantità e qualità, ossia una è universale, l’altra particolare, una affermativa,
l'altra negativa (ogni frutto è dolce – qualche frutto non è dolce); contrarie se, entrambe universali, si oppongono nella qualità, ossia una nega, l'altra afferma (ogni frutto è nutritivo – nessun frutto è nutritivo). Mentre fra due contraddittorie c'è incompatibilità assoluta nel vero e nel falso (mai entrambe vere, mai entrambe false e pertanto sempre fra di loro dialettiche, cioè una derivabile dalla remozione dell'altra, perché semplice sua negazione), due contrarie possono, nel caso di un predicato non essenziale, essere entrambe false (cf. op. cit., cap. 7 e 14; s. Tommaso ad hunc locum).
In merito alle ulteriori divisioni delle p., a parte quelle prevalentemente morfologiche: condizionale, copulativa, disgiuntiva, causale, eccellativa, esclusiva, reduplicativa (va notato che il valore di verità in queste p. non si commisura ai loro singoli elementi ma alla loro struttura formale: vera, p. es., è la p. se Dio non esiste, non si dà no al voler morali assoluti), va ricordata la divisione della p. in assertoria, semplice affermazione di un predicato, modale, esprimente il modo logico di appartenenza del p. (p. es., l'uomo è necessariamente imperfetto) e problematica, esprimente la possibilità del predicato (p. es., può guarire; cf. Perih., cap. 12-13). Fra le proprietà delle p. va notata la convertibilità o trasponibilità del predicato in luogo del soggetto, secondo le leggi dell'estensione del predicato (nessuna virtù è odiosa – nessuna cosa odiosa è virtù; tutte le virtù sono desiderabili – alcune cose desiderabili sono virtù).