CREDENZA. - Nel suo significato generale e
più ampio credere è ammettere una proposizione, un
fatto, una dottrina, non per la loro evidenza intrin-
seca, ma per l'autorità di un teste, o per la forza di
motivi d'ordine affettivo e sentimentale. La c. quindi
è, formalmente, un assenso intellettivo, ma in esso
confluiscono altri coefficienti psicologici, essendo il
motivo intrinseco che lo determina, ossia la fiducia
nel teste, non una pura modalità della conoscenza,
bensi anche una disposizione affettivo-volitiva. Per
questo la c. è ordinariamente una situazione psico-
logica complessa in cui l'elemento predominante è
d'ordine intellettivo, ma sono impegnati anche la vo-
lontà, sovente il sentimento, l'interesse pratico, ta-
lora, come nel caso della fede religiosa, tutta la per-
sonalità. L'opposizione, oggi abbastanza frequente, fra
c. e certezza di evidenza, è legittima in quanto formal-
mente diverso è in esse il motivo dell'assenso intellet-
tuale, ma non necessaria se si riferisce alla persua-
sione di quest'assenso, che può essere anche nella fede
fermissimo, quando i motivi di credibilità siano certi
ed evidenti (cf. s. Tommaso, De verit., 14, 1, ad 7).
In alcune correnti filosofiche moderne la c. è pre-
sentata come la condizione e il motivo universale della
certezza. Già prima di E. Kant, D. Hume aveva ascritto
ad una persuasione di ordine puramente psicologico cer-
tezze di valore metafisico fondamentale, anzitutto la
causalità, e T. Reid si era appellato universalmente a
una fiducia del senso comune. Kant, dopo aver ne-
gato alla ragion pura la possibilità di una conoscenza
metafisica, chiedeva alla fede (una fede ancora consape-
vole, fondata sopra le esigenze della morale e del do-
vere), la certezza delle supreme verità religiose e mo-
rali. In seguito F. E. Jacobi riponeva la conoscenza del
vero, del bello e del buono in un intimo sentimento spi-
rituale cui prestiamo fede, e T. Jouffroy proclamava che « il
credere è una necessità universale », e che, in ultima ana-
lisi, « un atto di fede cieca ma irresistibile è il fondamento
di ogni persuasione ». Il neo-criticismo di C. Renouvier
afferma che la sola evidenza oggettiva non è mai suffi-
cente a generare la certezza, ma alla base di ogni affermazione ci sono dei postulati che il sentimento e la volontà superano con un atto di fede. Così pensano, fra altri, G. Hamilton, Goblot, E. Lotze. Analogo atteggiamento è stato assunto più recentemente da M. A. Balfour che invita a prendere per norma gl'istinti profondi ed impulsivi della nostra anima, e credere all'autorità, alla morale, al libero arbitrio, a Dio; e da F. Brunetière che si appella al cristianesimo, in quanto artefice della civiltà del mondo, come a norma sicura della nostra fede.
Tutte queste forme, ed altre ancora più recenti, di dogmatismo, fideismo e misticismo, valgono a confermare l'importanza e il largo posto che indubbiamente hanno nella conoscenza umana la c. e la fede. Ma la pretesa di fare della c. il « primum philosophicum », e ridurre al suo denominatore tutto il sapere umano, è affatto ingiustificata in linea di fatto e di principio. Ci sono non poche verità, tanto d'ordine comune che d'ordine filosofico, le quali determinano il pensiero unicamente in forza della loro necessità oggettiva che s'apre alla luce dell'intelligenza. Il parlare di una fede o fiducia nel valore delle nostre facoltà cui dobbiamo in definitiva affidarci, è giustificato per rapporto ai sensi, forme inferiori di conoscenza e funzioni prevalentemente passive, incapaci di mediare e controllare se stesse, ma non vale per l'intelligenza che si ritrova nella luce della sua spiritualità autocosciente, e, ritrovando se stessa, sa anche scorgere nei valori immutabili del vero le condizioni oggettive che la determinano nelle sue funzioni e nei suoi atti. V. FEDE.