COUSIN, VICTOR

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COUSIN, VICTOR. - Filosofo, n. a Parigi il 28 nov. 1792, m. a Cannes il 14 genn. 1867. Insegnò all’Ecole Normale dal 1814 al 1820, alla Sorbona dal 1828. Dopo la rivoluzione del luglio 1830 fu Pari di Francia, consigliere di Stato, direttore dell’Ecole Normale, rettore dell’Università, ministro dell’Istruzione pubblica (ufficio che tenne solo per 8 mesi, nel 1840). Alla caduta di Luigi Filippo (1848) si ritirò dalla politica e nel 1852 anche dall’insegnamento.

Il C. fu tra i più celebrati filosofi del suo tempo, sia in Francia, che all’estero (discusso in Italia, fra gli altri, da P. Galluppi, A. Rosmini e V. Gioberti), sebbene la sua fama sia andata poi rapidamente declinando. In realtà, se ha grandi meriti nella storia della filosofia, specialmente medievale, manca, come filosofo, di vera profondità speculativa. La sua posizione filosofica caratteristica fu l’eclettismo (v.) cui egli per primo diede forma organica e sistematica.

L’eclettismo, come sistema, nasce dalle seguenti considerazioni: «La metafisica, come la morale, si fonda sopra la psicologia, cioè sopra fatti di coscienza che nessuno può disonoscere in modo assoluto... La riflessione si sforza di

cogliere ed esprimere tale realtà in tutta la sua estensione. Può ben darsi che prenda la parte per il tutto; ma insomma, quella parte che le vien fatto di scorgere non è una chimera... Il buon successo di un sistema è una dimostrazione della verità di taluna sua parte; e siccome la storia tiene conto esclusivamente dei sistemi che hanno avuto risonanzi..., bisogna concludere che la storia della filosofia non è uno sterile seguito di chimere, ma una doviziosa raccolta di verità parziali, frammenti preziosi della verità intera» (Cours de l'histoire de la philosophie moderne, 1a serie, IV, nuova ed., Parigi 1846-47, lezz. XVII-XVIII).

Tanti sono stati i sistemi dall'origine della storia della filosofia, che ormai l'intera verità è stata in quei frammenti espressa. Occorre soltanto discernerli e riunirli. Ora, in ogni uomo v'è una specie di senso del vero, capace di giudicare con sicurezza, non le realtà contingenti, bensì le verità eterne: si può chiamare ragione, coscienza, senso comune, o anche semplicemente spirito umano, pensiero. Servendoci di questo criterio potremo, scartati gli errori dei vari sistemi (errori che derivano dall'aver elevato a verità totale una parte della verità), mettere in luce un residuo, che sarà la verità completa allo stato di chiara coscienza. Questo è per il C. «rélaiser l'eclectisme».

Più tardi, nella prefazione all'edizione del 1853 del Du vrai du beau et du bien, l'eclettismo, che era stato prima nel C. un sistema, non è più che «un metodo puramente storico, subordinato allo spiritualismo, che è la nostra vera dottrina, la nostra vera bandiera». E ancora nel 1861 (nella prefazione alla 4a ed. dell'Introduction à l'histoire de la philosophie): «L'eclettismo non è un sistema, è un metodo, una certa maniera di considerare le cose... troppo ragionevole per essere interamente nuovo».

L'ulteriore attività del C. mirò a svincolare la speculazione dalle angustie e superficialità della scuola psicologica che aveva raggiunto la forma estrema con il Condillac, e come tale esercitò durevole benefico influsso, in particolare sulla filosofia francese. Della scuola psicologica il C. volle conservare e difese fino all'ultimo il metodo positivo, che fonda la filosofia sull'osservazione dei fatti di coscienza; ma tenne fermo che tra questi fatti ve ne sono di non riducibili alla sensibilità, cioè i volontari e i razionali.

Due sono, secondo il C., le leggi fondamentali della ragione: quella di causalità e quella di sostanza; a queste si riducono le 10 categorie di Aristotele e le 12 di Kant. Esse hanno valore assoluto, e non, come pensa Kant, «relativo alla condizione umana». La ragione è imper-sonale, poiché «il suo carattere di universalità e necessità è il contrario della individualità» (pref. alla 1a ed. dei Fragments philosophiques, 1826).

La dottrina tenuta in verso il 1833, che non esista se non un'unica sostanza e che le sostanze particolari debbano dirsi suoi fenomeni (cf. pref. cit.), dottrina che si riduce a un fiasco e inconseguente spinozismo amalgamato con l'idealismo tedesco, fu da più parti e non senza fondamento rimproverato al C. come panteismo. Da tale accusa egli si difese vivacemente, asserendo che la sostanza unica doveva intendersi, platonicamente, di Dio in senso teistico; e che egli non aveva mai inteso affermare essere l'io e il non-io semplici modificazioni dell'unica sostanza, tanto è vero che «tutta la mia filosofia morale e politica poggia sulla nozione dell'io considerato come forza essenziale dato di libertà» (Avvertimento alla 3a ed. dei Fragments philosophiques, 1838). Di fatto, il C. fu deciso, sebbene non sempre coerente, spiritualista; e chiaramente affermò sia la spiritualità di Dio in senso teista, sia la spiritualità dell'anima umana, di cui, fin dai primi anni d'insegna-mento, dimostrò con l'argomento morale dedotto dalla giustizia di Dio l'immortalità individuale. Ma non seppe dare forma solidamente coerente al suo sistema.

Per la religione cristiana protestò «un rispetto che nessuna prova ha turbato o diminuito, perché deriva dalle convinzioni più intime e dalla filosofia stessa» (pref. alla 4a ed. dell'Introduction à l'histoire de la philosophie, 1861). E quando, sotto il regno di Luigi Filippo, fu l'arbitro della scuola pubblica in Francia, volle che gl'insegnanti fossero tenuti a rispettare le dottrine fondamentali del cristianesimo. Nei primi tempi, tuttavia, professò piuttosto il concetto di una religione naturale in senso deista (v. DEISMO), da cui sembra anzi non si sia totalmente svincolato.

Opere principali: Du vrai, du beau, du bien (1a ed. Parigi 1818); Cours de l'histoire de la philosophie moderne, (1a serie [corsi del 1815-20], 5 voll., ivi 1841; 2a serie [corsi del 1828-29], 3 voll., ivi 1841. L'opera fu messa all'Indice [deer. 8 ag. 1844]). Le singole parti furono poi rielaborate e pubblicate con titoli distinti: Cours d'histoire de la philosophie morale au XVIIIe siècle (5 voll., ivi 1840-41); Fragments philosophiques (ivi 1826; trad. II. di P. Galluppi, 2 voll., Napoli 1831-32); De la métaphysique d'Aristote (Parigi 1835); Etudes sur Jacqueline Pascal (ivi 1844).

Inoltre: traduzione delle opere complete di Platone (13 voll., ivi 1825-40); edizione di Proclo (6 voll., ivi 1820-27; I voll., in 4a, ivi 1864); Abelardo (1 voll., ivi 1836; 2 voll., ivi 1859); Descartes (11 voll., ivi 1824-26).

Bibl.: P. Galluppi, La filosofia di V. C., tradotta dal francese ed esaminata, 2 voll., Napoli 1831-32; A. Rosmini, Lettera al Dottore Luigi Gentili, II, ed. naz. Roma 1934, pp. 367-87; C. Passini; V. Gioberti, Considerazioni sopra le dottrine religiose di V. C., per servir di Appendice all'Introduzione allo studio della filosofia, Bruxelles 1840; ristampate con modifiche, nel IV vol. della Introduzione allo studio della filosofia, ivi 1844 (vol. V dell'ed. naz. diretta da E. Castellini); C. Secretan, La philosophie de V. C., Parigi 1868; P. Janet, V. oeuvre, ivi 1885; J. Barthélemy-Saint-Hilaire, V. C., sa vie, sa correspondance, 3 voll., ivi 1858; J. Simon, V. C., ivi 1887, 4a ed., ivi 1910, Sulla fortuna del C. in Italia nella prima metà del sec. XIX; G. Gentile, Storia della filosofia italiana dal Genovesi al Galluppi, II, 2a ed., Milano 1930; E. Di Carlo, Relazioni tra V. C. e F. Fiorentino, in Arch. stor. per la Calabria e la Lucania, 5 (1935), 1. Felice Cenci