ONTOLOGICO, ARGOMENTO. - A. o. è, nella storia della filosofia, quella forma di dimostrazione che intende dedurre l'esistenza di Dio dal suo stesso concetto. È detto anche a simultaneo in quanto il termine medio non vi è, ontologicamente, né anteriore, né posteriore a ciò che si intende dimostrare. Si tratta quindi di una dimostrazione analitica fondata sul principio d'identità, che i logici moderni tuttavia a priori (v.).
Storicamente l'a. o. è stato presentato in diverse forme. Ne fu principale asserito s. Anselmo. La sua esposizione è fondata sul concetto di Dio come «ciò di cui niente può pensarsi più grande» (id quo maius cogitari nequit): tale concetto è pertanto inclusivo dell'esistenza (Prosigion, cap. 2, 4). GAUNILONE (v.) nel Liber pro insipiente (cap. 6) arguiva portando l'esempio delle isole fortunate concepite come isole perfette, che tuttavia non esistono. S. Anselmo replicò nel Liber apologeticus (cf. ed. Koyré, Parigi 1930) mostrando come il concetto di «isola perfetta» sia assurdo, e quindi in nessun modo paragonabile con la nozione di Dio. Secondo il Gilson (L'Esprit de la philosophie médiévale, I, Parigi 1932, p. 63) l'errore di s. Anselmo fu di non rendersi conto che la necessità di affermare Dio non è che un punto di appoggio per indurre questa esistenza. Essa non sarebbe tanto una prova quanto un dato iniziale di prova. Così s. Bonaventura ha posto in rilievo come la necessità dell'essere di Dio quoad se è la sola ragione sufficiente concepibile della sua necessità di esistere quoad nos. Se si contempla l'unità dell'essenza divina, ipsum esse, si vedrà che l'essere in sé è così certo che non può essere pensato come non esistente «et videat ipsum esse adeo in se certissimum quod non potest cogitari non esse» (Itinerarium mentis in Deum, cap. 5, n. 3). Analogamente per Duns Scotto l'oggetto dell'intelletto è l'essere: l'intelletto afferma dell'essere l'infinità e l'esistenza (cf. Opus Oxoniense, I, I, dist. 2, q. 1, a. 2, sect. 2, art. 2, n. 2, I, Quaracchi 1912, p. 201 e sgg.).
Nella filosofia moderna Descartes (Medit., III) tenta di provare l'esistenza di Dio come causa necessaria della sua idea presente nella nostra mente. Inoltre (ibid., V) riprende più propriamente l'argomento anselmiano, pur sostenendo di non intenderlo nel modo di s. Anselmo, in quanto afferma di partire da una essenza o natura reale, evitando così il passaggio dall'ordine logico a quello ontologico. La formulazione cartesiana è così espressa: «Dire che qualche attributo è contenuto nella natura o nel concetto di una cosa, è lo stesso che dire che questo attributo è vero di questa cosa... Ora è certo che l'esistenza necessaria è contenuto nella natura o nel concetto di Dio. Dunque è vero che l'esistenza necessaria è in Dio ossia che Dio esiste» (ibid., risp. alla quinta obbedizione §§ 56-57). Di fatto la difesa che fa Descartes dell'argomento è legata al suo punto di vista per cui l'essere è ridotto all'idea denunciando così il vizio stesso dell'a. o. Leibnitz nella Monadologia (n. 45) intende completare la formulazione dell'argomento data da Descartes. Occorre dimostrare dapprima che Dio è possibile e successivamente ne deriverà che se è possibile esiste necessariamente, in quanto in Dio la possibilità è inclusiva dell'esistenza (Nou. Essais, I, IV, cap. 10, n. 7; cf. Lettera ad Arnauld del 14 luglio 1686, ed. Gerhardt, II, p. 63).
L'a. o. fu confutato in particolare da s. Tommaso e da Kant. S. Tommaso (I Sent. dist. 3, q. 1, art. 2; De Verit. q. 10, a. 12, ad 2; C. Gent., I, 10; Sum. Theol., 1, q. 2, a. 1) scorge nell'a. o. (nella forma anselmiana) un indebito passaggio dall'ordine logico all'ordine reale ontologico. Posta l'idea di un essere perfetto, tale idea inchiude il 'esistenza come suo elemento, ma non prova affatto che ci sia effettivamente una realtà rispondente all'idea. S. Tommaso insiste sulla distinzione tra ciò che Dio è quoad se e quoad nos. In altri termini, l'uomo non ha una conoscenza a priori della natura di Dio, che gli dia, insieme con la sua essenza, la sua esistenza: la quale va, quindi, dimostrata a posteriori. Kant rileva che il giudizio «Dio esiste» non può ritenersi evidente per sé o a priori, poiché l'essere non è un predicato reale cioè il concetto di qualcosa che possa aggiungersi al concetto di una cosa. Se si prende il soggetto (Dio) con tutti i suoi predicati e si afferma «Dio esiste», non si aggiunge un nuovo predicato al concetto di Dio, ma si pone soltanto il soggetto in se stesso con tutti i suoi predicati. Il reale pertanto, soggiunge Kant, non contiene nulla di più che il possibile. Cento talleri reali non contengono nulla di più di cento talleri possibili (Crit. d. rag. pura., Dialett. trascendentale, cap. III, 4° sez.).
Nonostante la doppia critica, tomista e kantiana, l'a. o., come nel passato, così anche presentemente continua ad avere sostenitori. Esso è connesso con la questione ASSOLUTO (v.) nella mente umana, per cui la discussione intorno al suo valore interferisce con il problema più universale del significato ultimo della verità (v.) conoscenza (v.) intellettiva.