ONTOLOGIA. - Da ὄν e λόγος, scienza dell'ente,
metafisica (v.) e sembra sia stato
introdotto la prima volta da J. CLAUBERG, JOHANN (v.) che
usò i due termini di « ontosophia vel o. »,
ma fu divulgato soprattutto da Cr. Wolff (v.), con
l'opera Philosophia prima sive o. methodo scien-
tifica pertractata qua omnis cognitionis humanae
principia continentur (1730). Nel § 1 è definita:
« Scientia entis in genere seu quatenus ens est »
e Wolff dopo aver deplorato il discredito in cui l'o.
era caduta per colpa degli scolastici promette di
riabilitarla: « Nos eandem a contemptu quo laborat
vindicamus, sterili tractatione in foecundam con-
versa » (nuova ed., Francoforte e Lipsia 1736, p. 1).
La nuova terminologia passò incontrastata nel ra-
zionalismo moderno fino a tutto il sec. XVIII quando,
dopo Kant (che preferisce però ancora il vecchio ter-
mine di metafisica), la filosofia divenne per opera
dell'idealismo la teoria dello sviluppo dello spirito.
Ricompare però presso qualche pensatore di secon-
daria importanza e torna in onore in ONTOLOGISMO (v.). Ma mentre Wolff de-
finiva l'o. la scienza dei concetti formali che riguar-
dano l'essere, gli ontologici la considerano come
scienza dello stesso reale com'è in sé nella sua fonte
assoluta, come Gioberti e Mamiani.
Nei precursori della neoscolastica (Sordi) vige ancora
il termine « metafisica », ma con un'importante modifica
che avrà molto seguito e che probabilmente risale ad
un'origine anteriore. La metafisica abbraccia la conside-
razione dell'essere reale nella sua più ampia estensione
e viene divisa in una metafisica generale o propriamente
o. e in una metafisica speciale che abbraccia quella che
per Aristotele e s. Tommaso era la « filosofia naturale »
che tratta della natura dei corpi (cosmologia) e della
natura dei viventi con l'uomo (psicologia): « O., quae a
greco nomine desumpta latine idem est ac sermo de
ente, definiri potest illa metaphysicae pars quae agit de
ente in communi » (D. Sordi, O., ed. di P. Dezza, Mi-
lano 1941, p. 39). La nuova classificazione ricorre di fre-
quente fra i neoscolastici (Remer, De Maria, Pesch, Frick,
De Mandato, Zigliara) anche recenti (Maquart, Metaphy-
sica ostensiva: ontologia, theologia naturalis). Il termine
o. è stato ripreso da Husserl per indicare la scienza che
studia le strutture essenziali (eidetiche) proprie delle varie
scienze; perciò Husserl parla di « o. regionali » in quanto
ogni scienza positiva o sperimentale (Tatsachenwissenschaft,
Erfahrungswissenschaft) ha i suoi fondamenti teore-
tici nelle o. eidetiche, e distingue una doppia classe di
o. materiali e formali secondo che considerano il conte-
nuto o le sue leggi (cf. Ideen zu einer reinen Phänomeno-
logie, I, nuova ed., L'Aia 1950, § 9-10, p. 23 sgg.).
Per Heidegger l'o. deve ricercare la struttura più profonda
dell'essere a differenza della ricerca « ontica » ch'è pro-
pria delle scienze (cf. Sein und Zeit, I, 5ª ed., Halle 1941,
§ 3, p. 11). Negli ultimi scritti Heidegger propone una
Fundamentalontologie la quale, invece di fermarsi allo
« ente in quanto ente » (o. tradizionale), consideri il « fon-
damento » cioè l'« essere stesso » (Sein selbst) nella sua
apertura originaria (cf. Was ist Metaphysik, 5ª ed.
Francoforte 1849, p. 17 sg.). Una o. costruita in funzione
del « principio d'immanenza » è quella di G. Jacoby (All-
gemeine Ontologie der Wirklichkeit, I, Halle 1925), mentre
N. Hartmann è ritornato all'antico termine di « metafisica »
anche per l'analisi del conoscere (Grundlegung einer Metaphysik der Erkenntnis, 3ª ed., Berlino 1941).