EDUCAZIONE - L'arte di formare nel fanciullo l'uomo, in quanto tale: cioè con tutta la perfezione che la sua natura comporta.
SOMARINO: L'occasione dell'arte è, -
II. Rapporto fra educando ed educatore
III. Le facoltà umane da sviluppare
IV. Azione coordinata e metodica
V. Il fine dell'arte
VI. E. totalitaria. - VII. E. religiosa. -VIII. Il diritto di educare
IX. Conduzione
X. E. fisica. - XI. L'apporto della medicina alla e.I. CONCETTO DELL'ARTE - Etnologicamente il termine è, si fa da alcuni derivare dal latino educare, che in senso proprio significa "curare, allevare, alimentare" e per estensione: "formare, istruire"; e in questo senso è adoperato di preferenza dagli antichi, ad es., Quintiliano: "nec aliter quam mihi traditur educandus orator" (De instit. or., I, 1); "de pueris, inter quos educabitur ille, huic spei destinatus" (ibid., I, 1); altri, e meglio, lo fanno derivare da educare, "tra furori, estrarre alla luce ciò che sta dentro, è occulto", perché più significativo del concetto caratteristico dell'azione educativa.
Donde derivano subito alcune conseguenze: 1) l'arte importa un dualismo di elementi: uno attivo, che forma, cioè l'educatore; l'altro passivo, che viene formato, cioè l'educando; 2) propriamente parlando, non si può trattare di e. se non tra uomo e uomo, tra uomo perfetto e uomo perfettibile. È vero che il termine e. si adopera anche parlando di piante e di animali (educare le rose, il cane, il cavallo); ma, applicato al regno vegetale, il termine e. equivale semplicemente a "coltivazione" che è l'opera con cui si pongono le condizioni necessarie a favorevoli perché il germe si svolga in fori e frutti il più perfettamente possibile; e questa opera non si può denominare e. se non per riguardo alle cure che vi adopera un essere ragionevole, il coltivatore. Applicato al regno animale, il termine e. equivale ad "allevamento", se l'opera è rivolta a conservare il potenziare le energie fisiche; ad "addestramento", se è rivolta a frenare ed eliminare determinati atti psichici; ad "addestramento" se si mira a favorire ed accentuare lo sviluppo di particolari qualità (p. es., addestrare un cane da caccia, un cavallo da corsa). E anche in questi casi, in tanto si può parlare di e., in quanto le attenzioni e. le cure adoperate provengono da un essere razionale, che conosce il fine a cui tende e la relazione dei mezzi al fine, cioè l'allevatore, l'addestratore, l'addestratore. Quando, invece, è razionale il spirito non solo il soggetto che adopera cure e premure, ma anche l'oggetto di queste, allora si ha la vera e., perché solo in questo caso l'educando partecipa attivamente all'opera dell'educatore con la sua coscienza, la sua volontà e la sua libertà. L'e., infatti, non tende né deve tendere a formare un essere che agisca o reagisca meccanicamente o istintivamente alle varie impressioni provenienti dall'esterno dall'interno, ma una persona, la quale conosce il mondo esteriore ed interiore, sia cosciente di quello che conosce e fa; possa quindi giudicare le azioni, riconoscerle conformi o difformi dai dettami della coscienza; 3) se l'e. è un perfezionamento, non si può dire che ogni perfezionamento sia e., perché questa,
come insegna l'esperienza quotidiana, richiede un'influenza che provenga da un agente, il quale lo eserciti di proposito, con metodo e continuità, razionalmente. Quindi occorre un ordine sistematico di azioni e di influensi per poter ottenere quel determinato effetto, che è lo sviluppo armonico, intellettuale, morale e fisico dell'uomo.
Di qui la definizione complessiva dell'e.: l'arte con cui un individuo umano adulto (maestro, educatore) esercita la sua azione su di un individuo adolescente o minore (scolaro, educando) per mettere in atto tutte le facoltà, sviluppando determinati abili intellettuali (scienza) e pratici (moralità) in ordine al fine vero e completo della vita umana.
Con ciò si sono annoverati tutti gli elementi dell'e.: rapporto fra educando ed educatore; concetto degli abiti e delle facoltà umane spirituali da sviluppare e insieme dei mezzi adatti allo scopo; concetto di azione coordinata e metodica o influsso concretato in un metodo; concetto del fine e cui mirare, che non è poi se non il fine stesso integrale della vita umana.
II. RAPPORTO FRA EDUCANDO ED EDUCATORE
Costituisce l'intima essenza della e. Si ha, infatti, nella e. da una parte il fattore soggettivo, colui che ne è il soggetto attivo, cioè l'educando con tutti i suoi istinti, facoltà, tendenze naturali ed ereditarie, indole, temperamento. Egli forma, si, l'oggetto, intorno a cui si esplicano le norme dell'azione educativa; ma non ne è tanto oggetto, che non ne sia nello stesso tempo e prevalentemente il soggetto, perché per la legge della spontaneità egli viene a poco a poco educandosi da sé, organizzando in sé tutto il mondo delle sue esperienze, conquistando così se stesso e la personalità. Dall'altra parte si ha il fattore extra-soggettivo, che è l'azione dell'educatore, cosciente e voluta. Ma questa non sostituisce né deve sostituire l'azione dell'educando, bensì cooperare con essa. Un altro fattore extra-soggettivo è dato dall'ambiente fisico, in cui si nasce, dall'ambiente familiare e sociale, in cui si vive, con tutte le conquiste raggiunte, le sue tradizioni, la sua cultura.Si ha perciò nella e. un'azione in cui entrano in gioco fattori fisici, spirituali e morali, che, influendo con una serie di atti coordinati, ne determina un'altra nell'educando, il quale, per così dire, reagisce sviluppandosi ed educandosi gradatamente. Non tutto fa l'educatore quasi dovesse versare nell'educando tutto quello che è scienza e virtù; alla sua azione non corrisponde una semplice passività o recezione; ma si esplicano due attività, di cui l'una aiuta l'altra, la controlla, la guida, la fa sviluppare.
Di qui deriva la soluzione della questione: "a quale, e. terrore, e. l'azione teorica pedagogiche, fondate su idee filosofiche errate, vogliono insinuare o sostenere che nella e. l'opera dell'educatore è affatto secondaria e tutto il processo educativo consiste nel libero sviluppo delle attività dell'educando, o nell'adattamento di esse alla realtà essenziale (natura) che le circonda e preme su di esse (materialisti e positivi). Altri vanno ancora più oltre e sopprimono senz'altro l'educatore, dichiarando che ogni e. è semplicemente "auto-educazione" (idealisti). L'alternativa accennata non ha riscontrato nella realtà. Nel rapporto educativo si devono distinguere, come s'è detto, due fattori che si integrano a vicenda e così integrati concorrono a produrre un unico risultato, la formazione dell'uomo completo. Questo risultato è certo qualcosa di immanente nel soggetto educativo (perfezionamento fisico, morale, intellettuale), non deriva nell'educando soltanto dall'esterno; ma d'altra parte è certo che non può attuarsi senza l'influsso del fattore educatore. Si avrà quindi a parte, ed etereo, insieme. L'auto. va intesa come serie di atti per mezzo dei quali l'educando realizza se stesso, attua il proprio perfezionamento, ma sotto l'influsso necessario della etereo; questa, a sua volta, va intesa come serie di atti, i quali non spengono, né si sostituiscono all'attività autosviluppa.
patasi nell'educando, ma la risvegliano, la dirigono, la potenziano con l'uso di tutti i mezzi educativi.
III. LE FACOLTÀ UMANE DA SVILUPPARE
Il concetto delle facoltà da sviluppare fino alla perfetta fioritura dell'uomo in quanto tale (sensi esterni, fantasie, memoria, intelligenza e volontà), dei metodi da seguire per raggiungere lo scopo e degli abiti da contrarre per la formazione del carattere, vengono forniti dalla psicologia moralmente sperimentale, e se ne tratta alle singole voci. Qui è soltanto da tenere una giusta via di mezzo fra il conservatorismo esagerato e l'eccessivo, indiscriminato amore alla novità per la novità. Non tutto l'antico e tradizionale è cattivo, né fra le novità e conquiste dei tempi moderni c'è solo del buono; vale perciò l'arco avviso di s. Paolo: «provate tutto e tenete quello che è buono» (I Theses, 5, 1 sg.). Il buono nuovo deve amalgamarsi e accrescere il buono antico; non distruggerlo per ricominciare tutto da capo. Il che è dimostrazione di un genuino senso storico, perché la storia è maestra della vita e, più che non illuminarla, è dovere attingere la luce che da essa emana.IV. AZIONE COORDINATA E METODICA.
— I metodi, con cui esercitare l'attività educativa, si possono ridurre a due: soggettivo-introspettivo oggettivo.
i) L'introspezione che serve a indurre il soggetto educando a rivolgere la sua attenzione a cose o fatti, su cui generalmente non si sofferma da solo, può essere, per così dire, spontanea o provocata. Spontanea, quando uno, rientrando in se stesso, richiama le esperienze passate che riguardano il campo educativo, ne studia, alla luce del presente, gli elementi e i frutti (p. es., le Confessioni di S. Agostino, i vari diari e ricordi autobiografici). Molti pedagogisti fondano anzi le loro costruzioni sistematiche su questa introspezione, prendendo a regola ciò che hanno imparato dai loro educatori, vagliando più o meno le impressioni che ne subirono, e riproducendo gli elementi che loro appaiono buoni perché hanno dato buoni risultati. Queste costruzioni, per l'ampia parte che possono avere di soggettivo, possono però indurre in errori e valutazioni sbandate. Più utile perciò è la introspezione provocata nell'educando da convenienti artifici, che l'obbligano a esprimere quello che sente, aiutandolo ad osservare bene, dandogli idee direttive, fornendogli un filo conduttore, correggendo quello che è vivamente dal giusto sentiero.
2) Metodo oggettivo, che consiste nello studio dei fatti educativi, in quanto esaminati al di fuori di noi: continua osservazione sull'educando, su quanto dice e fa, sul suo comportamento nelle varie circostanze della giornata, sull'atteggiamento del corpo, sulle variazioni della fisionomia, sulle parole che sfuggono tra compagni, sul vario grado di intensità di attenzione che egli esplica secondo i vari argomenti trattati. In questo modo si può raccogliere un vasto corredo di cognizioni, che servono ad adattare le norme generali della e. ai diversi individui.
V. IL FINE DELL'É
I due metodi accennati ed altri che si potrebbero facilmente addurre, in tanto sono buoni e validamente efficaci, in quanto si adefisica, morale e intellettuale. Il fanciullo, inoltre, è un essere destinato non ad una vita egoistica e solitaria, ma alla vita sociale, prima nella famiglia, poi nello Stato: è un essere essenzialmente religioso, che la religione deve praticare come individuo e come membro di una società, in cui vive: la Chiesa. L'è. dovrà dunque essere anche familiare, civile e religiosa (v. FAMIGLIA; ISTRUZIONE RELIGIOSA; SCUOLA; STATO).
Sotto un secondo aspetto ancora la e. deve essere totalitaria: quanto alla durata. Esso non riguarda soltanto scuola e ragazzini. Non basta essere adulti per non abbassare più di e. L'è. è un dovere, dal quale si sottrae solo la morte. E come o- gni altro dovere, anche questo comporta che noi pericoliamo continuamente, che ci troviamo sempre e. sposti al rischio di non soddisfarlo; giacché il dovere è un valore, che si propone ogni volta come qualcosa che deve essere e che la nostra libertà può proibire che si avveri (F. Bongio- vanni, Lesioni di pe- dagogia. I. Torino 1947, p. 10).
E poiché uno è lo spirito del fanciullo da educare, pure nelle forme e negli aspetti molte- plici, che si sono accennati, così l'è. dovrà essere unitaria, possedere cioè un'unità che tutto componga armonicamente insieme ed eviti ogni eccesso di singole parti: altrimenti non si potrà avere una vera formazione degli spiriti umani. Un poema, infatti, non si crea semplicemente accostando e accat- stando parole, rime e versi, gli uni accanto agli altri, ma permeando il tutto con il soffio ispiratore che sintetizzi la molteplicità in un complesso organico, né un canto, se deve essere armonioso, può prescindere dalla unità nella molteplicità delle sue note. Allo stesso modo il poema e il canto espresso dalla coscienza umana. L'armonia della vita non si attua, se non quando le idee, gli affetti, le no- zioni, le violazioni, pur essendo molteplici, non soggiorno da una medesima sorgente e non possiedono un'anima vivificatrice.
VII. E. RELIGIOSA. Una considerazione tutta particolare merita l'è. religiosa, massime di fronte a teorie e sistemi, che la vorrebbero relegare in soffitta tra le cose indifferenti o inutili o addirittura no- cive, come quella che non è possibile attuare senza la soppressione o menomazione delle facoltà naturali e senza rinuncia alle opere della vita terrena e quindi aliena dal vivere sociale e dalla prosperità temporale, contraria ad ogni progresso nelle lettere, nelle scienze, nelle arti in ogni altra opera di civiltà. L'è. cristiana ha come fine proprio e immediato di cooperare con la Grazia divina a formare il vero e perfetto cristiano, per cui la vita è Cristo (Col. 3, 4) e tutte le operazioni sono manifestazioni in lui di Cristo (II Cor. 4, 11) e perciò comprende tutto l'ambito della vita umana, sensibile, spirituale, intellettuale, e morale, individua, domestica e sociale, non per memorarla, ma per elevarla, regolarla e perfezionarla. Quindi il vero cristiano, non che rinunziare alle opere della vita terrena, o menomare le sue facoltà naturali, le svolge, anzi, e le perfezionare coordinandole alla vita soprannu- trale per modo da nobilitare la vita stessa naturale e da procurarle più efficace giovamento, non solo di ordine soprannaturale ed eterno, ma anche ma- teriale e temporale.
Non siamo estranei alla vita, nessun frutto delle opere di Dio noi ripudia- mo; soltanto ci mo- deriamo per non usare smodatamen- te o malamente. E così non senza il foro, i macelli, i ba- gni, le botteghe, le stalle, i mercati no- stri a tutti gli altri traffici noi viviamo in questo mondo. Noi pure con voi navigiamo e mili- tiamo, coltiviamo i campi e negoziamo e perciò scambiamo i lavori e mettiamo a vostra disposi- zione le opere no- stre (Tertulliano, Apolog., 62).