EMERY, JACQUES-ANDRÉ

EMERY, JACQUES-ANDRÉ. - Superiore generale dei Sulpiziani, n. a Gex il 26 ag. 1732, m. a Parigi 28 apr. 1811. Entrato nel nov. del 1757 nel noviziato di S. Sulpizio, fu ordinato sacerdote l'11 marzo 1758. Professore di teologia dogmatica al Seminario di Orleans dal 1759 al 1765, e di teologia morale a Lione dal 1765 al 1775, fu in seguito superiore del Seminario di Angers (1776-82), e il 10 sett. 1782 fu nominato superiore generale della Compagnia di S. Sulpizio, dopo le dimissioni di M. Le Gallic. In tale mansione, come anche nell'opera di riforma dei seminari, alla quale in particolar modo si consacrò, E. dette prova di saggezza, di prudenza e di fermezza; doti queste che caratterizzano tutta la sua condotta nell'epoca agitata in cui visse.

Durante la Rivoluzione e l'Impero egli fu veramente la coscienza del clero francese, per i consigli di moderazione che prodigò ai vescovi, soprattutto al focoso card. Maury ed al card. Fesch, zio di Napoleone.

La questione dei giuramenti richiesti dall'autorità civile fece sorgere dei problemi delicati che E. dovette risolvere, in assenza dei vescovi emigrati all'estero. Il giuramento alla costituzione civile del clero gli apparve come un'usurpazione da parte dello Stato; E. rifiutò di prestarlo e tutti i membri della Compagnia seguirono il suo esempio.

In quanto al giuramento di libertà-eguaglianza, imposto il 3 sett. del 1792, considerato come puramente civile e quindi estraneo alle questioni religiose, E. lo autorizzò e lo prestò anche lui, nell'interesse generale della Chiesa, mentre il clero, soprattutto quello emigrato, ignorando lo stato della Chiesa in Francia, la giudicò illecito. Il 15 marzo 1793, E. fece una dichiarazione nella quale spiegava il significato da lui dato al giuramento che aveva prestato. Tuttavia il 16 luglio dello stesso anno la S. Sede dispose che non lo si prestasse perché equivocato.

Nel frattempo E. era stato incarcerato a S. Pelagia e poi liberato, grazie all'intervento di sua cugina M. me de Ville (19-31 maggio 1793). Venne arrestato una seconda volta il 16 luglio dello stesso anno e rimase in prigione fino al 23 ott. 1794. Liberato dal carcere fu obbligato ad abbandonare Parigi a motivo degli attacchi da parte dei costituzionali sugli Annales de la Religion. Si ritirò a Gex, poi a Nyon, in Svizzera, e di lì scrisse al papa Pio VI per fargli conoscere le condizioni della Francia; fece ritorno a Parigi nel luglio del 1796.

Colpo di Stato di brumio fece sorgere nuovi problemi: il card. Maury, d'accordo con il conte di Provenza (Luigi XVIII), tentava d'incitare la Corte di Roma contro il consolato, e gli ecclesiastici rifugiati all'estero pensavano di servire la causa della religione con il loro attaccamento alla monarchia.

Il primo console intanto iniziava già negoziati per il concordato, ed E. vi apporta il contributo della sua prudenza. Egli diffida di Bernier, negoziatore ambizioso e compiacente; entra in rapporti con Spina, inviato di Roma; ha udienza col primo console, e lo mette in guardia contro coloro che lo circondano, in particolare contro Fouché. Dopo la firma del concordato, ebbe frequenti incontri con il nunzio Caparra al quale forniva ragguagli sulla situazione della Chiesa, ed esercitò la sua influenza su Portalis, mentre faceva tener lontano il più possibile l'intrigante Bernier. In seguito alla dimissioni di gran parte dei vescovi del vecchio regime ed alla riduzione del numero delle antiche diocesi, misure queste consacrate dal breve Tam nulla di Pio VII, la sede vescovile di Arras fu offerta ad E.: ma egli rifiutò.

L'influenza intanto di E. si accresce presso i vescovi, ed egli assume una funzione d'importanza capitale nella storia della Chiesa di Francia. Condanna formalmente gli Articoli organici in nome della teologia e del diritto canonico; e dà consigli molto saggi riguardo alla ritrattazione da imporre ai dieci vescovi costituzionali, nominati vescovi concordatari, riguardo a numerose questioni ecclesiastiche sorte soprattutto in seguito alla morte di Portalis.

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riguardo a numerose questioni ecclesiastiche sorte soprattutto in seguito alla morte di Portalis.

Dal sett. 1800, per riprendere la formazione del clero, E. aveva riaperto il Seminario di S. Sulpizio. Poi ricostituì la Compagnia dei preti di S. Sulpizio, ed ai vecchi Sulpiziani che avevano dovuto abbandonare i seminari per accettare altri incarichi, chiese di rinunziare a tali incarichi per consacrarsi interamente al servizio dei seminari e così riprendere la tradizione sulpiziana in tutto il suo rigore.

E. si dedicò anche direttamente all'organizzazione della Chiesa di Francia per l'applicazione dei concordato, e difese il Papa contro le pretese di Napoleone. Criticò quindi il Catéchisme impérial, e neò Napoleone oppuse le M. l'abbe Fleury nel 1807 esporre la sua dottrina sulle libertà della Chiesa galileana e sui diritti della S. Sede. Intanto per volontà formale dell'Imperatore E. è nominato membro del Consiglio dell'Università. Ma egli aveva un nemico acerrimo, Fouché, che provocò il decreto imperiale del 15 febbr. 1810, per sopprimere la Compagnia di S. Sulpizio. E. dovette quindi ritirarsi nella residenza di campagna ad Issy. E di quest'anno la sentenza del tribunale ecclesiastico di Parigi sulla invalidità del matrimonio di Napoleone con Giuseppe di Beaucharnais: sentenza che fu riconosciuta ed approvata da E.

La Commissione ecclesiastica del 1811 fece sorgere problemi delicati riguardo all'istituzione canonica dei vescovi nominati dall'Imperatore. Durante la seduta del 17 marzo, mentre i membri del Consiglio estivano, E., interrogato da Napoleone, rispose difendendo i diritti e l'autorità della S. Sede; l'Imperatore si congratulò con lui per il coraggio dimostrato e lo stesso fece il Talleyrand. In questo momento E. era in pessime condizioni di salute: moriva alcuni giorni dopo.

Tra le opere di E. meritano di essere ricordate: