LEONE I, PAPA, detto MAGNO, santo. - È il primo Papa a cui la posterità meritamente attribuì l'appellativo di Grande: il suo fu uno dei più lunghi e gloriosi pontificati che ricordò la storia (440-61). Benedetto XIV lo proclamò dottore della Chiesa, il 15 ott. 1754.
Il Liber Pontificalis lo dice «nazione Tuscus», e da tale aggettivo si dedusse che fosse nato a Volterra, dove il culto di questo Papa è antico e diffuso; ma i più degli storici lo fanno nativo di Roma, appoggiandosi su un passo dell'Epistola XXXI, 4 e su un altro della Cronaca di Prospero (PL 51, 748), nei quali Roma è detta sua patria, quantunque alcuni credano che qui patria abbia un significato metaforico. L'opinione più probabile è che L. sia nato a Roma da famiglia oriunda dell'Etruria. Essendo stato eletto papa nel 440, la sua nascita è da porsi verso la fine del sec. IV. Quasi certamente studiò nelle scuole romane, nelle quali ebbe agio di divenire esperto nell'uso di un linguaggio latino forbito e armonioso e di acquistare una vasta cultura teologica.
Iscrittosi al clero romano, fu ordinato diacono e per la dottrina e per abilità nel maneggio degli affari divenne uno dei membri più autorevoli della corte papale.
Nel 430 esortò Cassiano a scrivere un'opera su l'Incarnazione per confutare gli errori di Nestorio. Cassiano obbedì e nella prefazione chiama L. vanto della Chiesa romana e del ministero ecclesiastico. A lui, nell'anno seguente, si rivolgeva il patriarca di Alessandria Cirillo per sventare le mire ambiziose del patriarca di Gerusalemme, Giovanni (cf. Epist., CXIX, 4). Nel 439 egli fece fallire i tentativi del vescovo pelagiano Giuliano d'Eclano, per
essere riammesso nella sua sede episcopale. Inoltre egli fu, se non l'autore, l'ispiratore dell'opera De vocatione omnium gentium, attribuita dalla maggioranza dei critici a Prospero di Aquitania.
Essendo scoppiata nel 439 una contesa tra i generali romani Ezio e Albino, la quale stava per degenerare in una disastrosa guerra civile, L. fu inviato dall'imperatore Valentiniano III in Gallia per riconciliare i due rivali. Mentre con successo attendeva alla sua missione, essendo morto il papa Sisto III, il clero e il popolo di Roma, unanimi, lo chiamarono al trono pontificio. I cronisti contemporanei notano che, mentre talvolta le elezioni pontifice avevano dato luogo a lunghi contrasti, quella di L. avvenne «mirabili pace» e con altrettanta «mirabili patientia» il popolo romano aspetto per ben quaranta giorni il ritorno di lui dalla Gallia. Il 29 sett. del 440 il diacono L. fu consacrato vescovo di Roma e sommo pontefice. L'attività di L. nel suo pontificato si svolse principalmente nel mantenere integra la purità della fede combattendo le diverse eresie, nel riordinare e rafforzare l'organizzazione ecclesiastica, vigilando sulla condotta del clero e dei fedeli, e dando norme circa l'amministrazione dei beni e le funzioni liturgiche. Testimonianza di questa grandiosa attività rimangono le sue lettere e i suoi sermoni, che sono pure una fonte storica di prim'ordine.
Per l'invasione dei Vandali in Africa, molti manichei si erano rifugiati in Italia e a Roma ne furono scoperti parecchi. Il Papa prese a combatterli con estrema energia. Sollecìò un rescritto imperiale che, rinnovando gli antichi editti, pose i manichei al bando dall'Impero, nei sermoni combatté le loro dottrine; promosse una severa inchiesta sulle loro riunioni e gravi scandali vennero alla luce. Con una lettera circolare (Epist., VII) informò i vescovi italiani di quanto era accaduto e li esortò affinché la mala pianta del manicheismo, sradicata a Roma, non mettesse radici altrove.
Le dottrine dell'eretico Prisciliano andavano largamente diffondendosi nella Spagna. Il vescovo Turibio ne informò il Papa, il quale, in una lunga lettera (Epist., XV), confutò gli errori dei priscilianisti ed espose con precisione e chiarezza la vera dottrina cattolica.
L. intervenne efficacemente anche contro l'eresia di Pelagio, sia col farne confutare gli errori sia con l'invitare il vescovo di Aquileia a riunire un sinodo per un'inchiesta sui sacerdoti infetti di pelagianesimo.
La maggior parte dell'attività di L. fu spesa nel combattere l'eresia eutichiana o monofisita, che ammetteva nel Redentore una sola natura. Eutiche, condannato, ricorse al Papa e all'Imperatore. Questi propose di radunare un concilio ad Efeso per dirimere la questione. In tal riunione, che L. bollò con il nome di «latrocinium Ephesinum», Eutiche, per il subdolo intervento dei messi imperiali, fu riabilitato. L. protestò. Essendo, frattanto, morto l'imperatore Teodosio II, protettore di Eutiche, e succeduta al trono la pia imperatrice Pulcheria, L. ottenne che si riunisse un nuovo concilio ecumenico a Calcedonia. In esso gli errori di Eutiche furono condannati e si emanò una formola di fede nella quale è affermata l'esistenza nel Cristo di una duplice natura, la divina e l'umana, in un'unica persona. La lettera del Papa al patriarca di Costantinopoli, comunemente detta Tomus ad Flavianum, venne integralmente accettata dai Padri del Concilio, i quali riconobbero che «per bocca di L. aveva parlato Pietro». Essa gode sempre grande autorità in Oriente e in Occidente, e i vescovi della Gallia, scrivendo al Papa, affermano di accettarla come un simbolo di fede.
Anche le raccolte di Decretali hanno conservato parecchie epistole di L. dalle quali appare la sua cura vigilante e premurosa nel correggere gli abusi che si andavano infiltrando nell'organizzazione ecclesiastica.
I vescovi erano eletti dal clero e dal popolo; qualche vescovo tentò di designare il proprio successore; ciò poteva col tempo trasformare le diocesi in tanti piccoli prin-
cipati più o meno ereditari. L. intervenne energicamente per far cessare questo abuso. Intervenne pure per riprovare elezioni irregolari di sacerdoti, eletti vescovi contro la loro volontà o imposti con la forza. Il Concilio di Nicea aveva stabilito che ogni vescovo dovesse rimanere per tutta la vita in quella sede in cui era stato eletto. Qualche vescovo spagnolo aveva tentato di farsi trasferire da una sede più umile a un'altra più ricca. Anche qui L. intervenne e decretò che il vescovo, il quale, disprezzando la propria borgata, cercava di ottenere una sede più grande, non avesse né l'una né l'altra.
Difese con rigida fermezza i diritti della Chiesa di Roma contro le pretese dei patriarchi di Costantinopoli; minacciò di grave pena i vescovi siciliani che avevano alienato beni ecclesiastici; proibì che un vescovo togliesse un chierico ad un altro vescovo e ordinò che i metropolit radunassero due volte l'anno in un sinodo i vescovi della provincia. Eguale fermezza d'energia usò con Ilario, vescovo di Arles, uomo certamente pio e zelante, ma che, qualche volta, aveva ecceduto nel suo zelo. Diede norme circa l'amministrazione del Battesimo, dell'Ordine sacro, della Penitenza e del Matrimonio.
L'episodio più glorioso del pontificato di L. è il suo incontro con Attila. Il re degli Unni aveva rovesciato le sue orde contro l'Impero romano di Occidente spingendosi fino nel centro della Gallia. Sconfitto dal generale romano Ezio e dai Visigoti, comandati da Teodorico, nell'estate del 451, si era ritirato nella Pannonia.
Quivi, riordinate le sue schiere, nella primavera dell'anno seguente, vedicate la Alpi Giulie, lasciate imprudentemente indifese da Ezio, si avanzava per saccheggiare la Valle padana e di lì muovere contro Roma. Distrutta Aquileia, si era occupato presso Mantova, e spingeva le sue orde per occupare le principali città dell'alta Italia. Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo, Pavia e perfino Milano, erano cadute in suo potere. La corte imperiale e i cittadini romani erano in preda al più cupo terrore e alla massima disperazione. In tale triste frangente, l'imperatore Valentiniano III, il Senato e il popolo romano non trovarono partito migliore che d'inviare un'ambasceria con a capo L., per trattare con il re degli Unni. L. accettò la difficile missione e insieme con i senatori Gennadio, Avieno e Trigezio partì da Roma «fiducioso», come dice Prospero di Aquitani, «nell'aiuto del Cielo, il quale mai non abbandona i buoni nelle loro disgrazie».
I cronisti contemporanei affermano che Attila si dimostrò molto contento e pieno di gioia per la venuta del Sommo Sacerdote, capo della Chiesa romana, il quale, lasciata la sua sede, si era recato da lui.
Lo storico trace Prisco, che allora si trovava nel campo degli Unni, dice che Attila e la sua corte furono presi da un grande terrore ricordando la fine repentina del re goto stalarico dopo la presa
di Roma; si temette che Attila fosse colpito dall'ira divina, qualora saccheggiasse la Santa Città. Si può con molta probabilità congetturare che questo sia stato uno degli argomenti che l'elequenza di L. adoperò per indurre il «Flagello di Dio» a rinunciare al progetto di muovere contro Roma. Comunque sia, il certo è che, subito dopo l'abboccamento con il Papa, Attila ordinò alle sue schiere di cessare ogni ostilità contro le regioni dell'Italia settentrionale. Inoltre, avendo promesso di concludere una pace con l'imperatore, si ritirò di là dal Danubio.

lidi africani, approdò a Porto, da dove intraprese il cammino su Roma. L'Imperatore, la corte, i magistrati e gli aristocratici abbandonarono la città. Anche in questo terribile frangente il popolo romano ricorse al Papa. L. ottenne da Genserico la promessa che non si sarebbe versato del sangue, che nessun cittadino romano venisse ucciso e torturato e che nessun edificio fosse dato alle fiamme.
La plebe romana, atterrita e piangente, si rifugiò nelle chiese di Roma, mentre i Vandali saccheggiavano gli edifici pubblici e le abitazioni private. Il saccheggio durò tre settimane, dal 1 e al 28 giugno, vigilia della festività degli apostoli Pietro e Paolo. In questo giorno Genserico, portando con sé prigioniera l'infelice Eudossia, moglie di Valentiniano III, e un'imprensa quantità di oggetti preziosi, s'imbarcò per ritornare in Africa.
In memoria della liberazione di Roma dagli incendi e dagli eccidi dei Vandali fu stabilito di celebrare ogni anno una solenne cerimonia di penitenza e di ringraziamento agli apostoli Pietro e Paolo. La più iniziativa non fu però sempre rispettata. Ci è pervenuto un discorso di L. nel quale il Papa rimprovera il popolo romano perché, dimentico dei passati guai e delle grazie ottenute, nell'anniversario del sacco di Roma, invece di recarsi alla basilica dei SS. Apostoli, aveva preferito recarsi ad assistere a dei giuochi straordinari che si davano nel circo.
Nessun personaggio, forse, del sec. v' ebbe, come L., piena consapevolezza che la potenza politica e militare di Roma imperiale volgeva ormai inesorabilmente al tramonto, non nello stesso tempo nessuno ebbe come questo Papa incrollabile la fiducia e netta la visione che una nuova Roma sorgeva, il cui impero sarebbe stato molto più vasto e più glorioso di quello antico. La nuova Roma cristiana, fondata dagli apostoli Pietro e Paolo, prendeva per volere divino il
posto dell'antica Roma pagana, fondata da Romolo e Remo. Questo tema è il motivo predominante di un gruppo di sermoni pronunziati in occasione della solenne commemorazione dei ss. Pietro e Paolo.
L. è il primo papa di cui rimangono dei sermoni. La sua è un'eloquenza calma e dignitosa, pur non mancando di slanci lirici e d'immagini colorite. Il discorso procede con un tono sereno e affettuoso, ma, nello stesso tempo, fermo e solenne. Il periodo si snoda in una serie di proposizioni dalla cadenza sonora e talvolta con rime e assonanze. L. è lo scrittore più classico ed elegante del suo secolo, perché seppe riunire nei suoi discorsi e nelle sue lettere la fermezza e la dignità dell'antico romano con l'affabilità e la pietà del vescovo cristiano. I suoi scritti sono di particolare importanza per lo studio delle relazioni tra la Chiesa e lo Stato e per il primato della Sede Romana. Alcune preghiere del Sacramentario leoniano, del quale l'origine romana è certa, risalgono sicuramente a L., rivelando affinità di lingua e di stile con le sue opere autentiche.
L. morì il 10 nov. 461 e venne sepolto nel portico della basilica di S. Pietro. Il papa Sergio I, nel 688, ne trasportò il cadavere nell'interno della Basilica, ponendo sul tumulo un epitaffio che ci è pervenuto. Ora le sue ceneri riposano sotto l'altare della cappella a lui dedicata nella nuova basilica di S. Pietro. La festa, in Occidente, cade l'11 apr., in Oriente il 18 febbr.
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ICONOGRAFIA. - Tra le prime raffigurazioni più antiche di L. M. si devono annoverare quelle esistenti in S. Maria Antiqua (sec. VIII). È poi rappresentato nella scena d'incontro con Attila. Notissima quella di Raffaello
nelle stanze Vaticane. Il Papa, cavalcando su un bianco destriero in tutta la pompa della sua dignità e con intrepido atteggiamento, affronta il capitano barbaro, impedendogli di entrare in Roma e di violare le sacre tombe degli Apostoli. L'incontro avviene tra le schiere armate, sullo sfondo di una romantica ricostruzione dei monumenti della città imperiale e delle sue rovine: nel cielo tempestoso, squarciato da improvvisare folgorazioni luminose, appaiono miracolosamente s. Pietro e s. Paolo, suscitando il terrore nelle schiere degli Unni. Con tale raffigurazione pittorica Leone X intendeva celebrare, più che il predecessore, la propria virtù politica e la propria vittoria sui Francesi a Novara, nel 1513. Lo stesso avvenimento, oltre che in una vetrata del coro del duomo di Friburgo in Brisgovia, eseguita per lascito di Carlo V, è raffigurato nel Palazzo Rosa di Amelia (sec. XVI) e dall'Algardì in un rilievo del 1648 sulla tomba di L. M. in S. Pietro.