IMPERO, STILE

IMPERO, STILE. - Designazione della fase dello stile neoclassico adottata e diffusa come espressione estetica ufficiale dell'Impero napoleonico: l'uso corrente tuttavia si serve del termine in modo approssimativo, applicandolo spesso al neoclassico in genere, con una semplificazione giustificata dal fatto che nell'Impero giunsero a formola matura, sovente rigida, i tipici elementi neoclassici che si erano venuti diffondendo in Europa fin dagli scavi di Ercolano e da altre manifestazioni di risveglio per il gusto dell'antichità classica (Winckelmann, Mengs, Piranesi, stile di Robert Adam basato sullo studio del Palazzo di Diocleziano a Spalato, delle Terme, degli arabeschi e degli stucchi delle Logge Vaticane e di Villa Madama, stile delle ceramiche Wedgwood, ecc.).

Il gusto dell'Impero oscilla tra la monumentalità e gli-otrusco-romana e la grazia greca, talvolta abilmente mescolando quegli stili, tal'altra creando grotteschi ibridismi. Caratteri generali sono una certa rigidezza di linee che conferisce imponenza e severità, una purezza ove più ove meno accademica che alle generazioni successive è parsa freddezza, una mancanza di imprevisto e di elasticità che ingenera una certa monotonia. Tipica l'opera di Percier e Fontaine, espressione suprema dell'arte ufficiale: ispirati non solo dai modelli classici, ma anche dal nostro Rinascimento, essi codificarono la decorazione Impero nel Recueil de décorations intérieures che, cominciatosi a pubblicare a puntate nel 1801, uscì in edizione definitiva nel 1812. L'ornamentazione spesso trita e leziosa, d'un elegante alessandrinismo (lire, cigni, palmette, sfingi, ecc.) nasconde talvolta quello che agli occhi dei moderni è parso uno degli apporti più notevoli dello s. i., la sua funzionalità e razionalità: nei mobili e negli edifici, ove il predominio di modelli antichi (il Pantheon, l'arco trion-

IMPERIO STILE - IMPOSIZIONE DELLE MANI

xerotovlz (dal verbo xerotovévi) che ha sostituito la generica espressione éntóseis tóv xeróv. Il significato originario delle voci xerotovévi, xerotovlz è: «eleggere alzando la mano»; dopo sono state usate come equivalenti di «costituire, stabilire qualcuno in un ufficio»; solo più tardi nel linguaggio ecclesiastico significano sia l'elezione dei sacri ministri, sia l'ordinazione mediante l'i. d. m., sia l'uno e l'altro atto insieme. Analoga evoluzione ideologica s'è verificata per l'altro termine xeróvóseis (dal verbo xeróvóseiv). Esso però servirà piuttosto ad indicare l'i. d. m. diversa da quella che compie il vescovo nel conferire gli Ordini Sacri.

Sommario: I. Il rito e la sua origine. - II. L'i. d. m. nel Vecchio Testamento. - III. L'i. d. m. nel Nuovo Testamento. - IV. L'i. d. m. nella liturgia antica. - V. L'i. d. m. nella liturgia moderna. - VI. Discusione dottrinale. - VII. L'i. d. m. nell'archeologia cristiana.

I. Il rito e la sua origine

Per quanto l'espressione «i. d. m.» faccia pensare ad una applicazione, ad un contatto materiale e fisico di tutte e due le mani, tuttavia dalla documentazione risulta innanzi tutto che non sempre erano tutte e due le mani ad essere imposte. Gli scrittori latini parlano più spesso di mano al singolare: cf. Tertulliano, De Baptismo, 8: «Dehinc manus imponitur»; s. Stefano a. s. Cipriano, Epist., 74, 1: «Ut manus imponatur in poenitentiam»; mentre è più comune l'uso del plurale sia nei documenti neo-testamentari (cf. Mt. 19, 13, 15; Mc. 10, 16; Act. 8, 17; 19, 6; Hebr. 6, 2; I Tim. 4, 14; 5, 22; II Tim. 1, 6), sia presso gli scrittori greci. Riguardo poi al contatto fisico, esso è ordinariamente supposto o esplicitamente indicato dai testi sia neo-testamentari che patristici e liturgici. Quindi in Lc. 18, 15 è detto apertamente che i bambini venivano condotti a Gesù «ut eos tangeret»; e negli Statuta Ecclesiae antiqua, in merito alla consacrazione dei vescovi, è prescritto: «Manibus caput eius tangant»: PL 56, 887. Non mancano però dei casi nei quali non si ha questo contatto, riducendosi l'i. d. m. ad una semplice estensione di esse. Tale, ad es., l'imposizione per il rinvio dei catecumeni quale è descritta dalla Peregrinatio Etheriae (ed. C. Geyer [CSEL, 39], p. 72), e che viene fatta dal vescovo con unica estensione delle mani su tutti i presenti.

All'i. d. m. si accompagna di solito una preghiera. Essa serve ad indicare il significato particolare che si vuol dare al rito, lo scopo specifico che con esso si intende conseguire. È già menzionata questa preghiera in alcuni testi neo-testamentari, come associata all'i. d. m.: cf. Act. 6, 6; 8, 15-17; 13, 3. Tertulliano, poi, De Baptismo, 8, scrive: «Manus imponitur per benedictionem advocans et invitans Spiritum Sanctum»; s. Cipriano, Epist., 73, 9: «Per nostram orationem ac manus impositionem»; Eusebio, Hist. eccl., I, 13, 18; VII, 11, 1, parla di xeróvóseiv; e s. Agostino, De Baptismo, 3, 16, 21, definisce senz'altro così l'i. d. m.: «Manus imposito... quid est aliud nisi oratio super hominem?». È da questa preghiera considerata nel suo primitivo significato di formula di benedizione (cf. Mc. 10, 16: «Imponens manus super parvulos, benedicet eos»), che ha origine l'uso, frequente nell'antichità cristiana, d'indicare l'i. d. m. con il termine «benedictio» come parte per il tutto. È pertanto, riguardo alla S. Ordinazione, s. Leone Magno, Epist., 9, 1, scrive: «A ieiunantibus sacra benedictio conferatur»; e gli Statuta Ecclesiae antiqua prescrivono, per la consacrazione del vescovo: «Uno super eum fundente benedictionem»; per l'ordinazione del sacerdote: «Episcopo benedicere et manus super caput eius tenente»; per il diacono: «Episcopus qui eum benedicit»: PL 56, 887-88.

Circa l'origine del rito dell'i. d. m., recenti studiosi di storia comparata delle religioni, avendone constatato l'uso in vari ambienti religiosi pagani, hanno creduto di ritrovarla nel cerimoniale greco-romano; da questo l'i. d. m. sarebbe passata prima alla religione giudaica e poi a quella cristiana (cf. F. C. Conybeare, Myth, magic and morals. A study of christian origins, Londra

(1ot. Altinari)