VIRUS (ultravirus, infravirus, virus filtrabili). - Sono particolari agenti di malattie dell'uomo, degli animali e delle piante caratterizzati da dimensioni ultramicroscopiche dell'ordine di grandezza del millimicron (milionesima parte del mm. = mμ) e dal fatto di potersi riprodurre solo su cellule viventi e non sui terreni da batteriologia.
I v., pur avendo tutti in comune la caratteristica della estrema piccolezza, si differenziano tra loro per la diversa grandezza in quanto alcuni, i più grandi, raggiungono 250-275 mμ ossia i limiti della visibilità microscopica, mentre i più piccoli finora conosciuti misurano appena una decina di mμ, al pari delle grosse molecole proteiche. Il più grande dei V. fino ad oggi noto è quello della psittacosi, malattia propria dei pappagalli nonché di altri uccelli, trasmissibile anche all'uomo, per quanto non da tutti gli autori sia considerato un V. vero e proprio. Seguono nell'ordine i V. del vaiolo (250 mμ ca.), della rabbia (150-200 mμ), dell'influenza (ca. 100 mμ), della febbre gialla (20-25 mμ), della paralisi infantile (10-12 mμ). Un V. di dimensioni estremamente piccole, forse il più piccolo di tutti, è quello dell'afta epizootica (morbo proprio dei bovini e di altri animali che colpisce solo eccezionalmente l'uomo) misurando anche meno di 10 mμ.
A causa delle loro minime dimensioni i V. non sono visibili al microscopio ottico; lo sono soltanto quelli più grandi previa adatta colorazione o ricorrendo al dispositivo del campo oscuro. Queste forme microscopicamente visibili dei V. vanno sotto il nome di corpuscoli elementari e sono considerati più che puri elementi virali come aggregati di essi o V. circondati da altro materiale. I V. risultano visibili con il nuovo tipo di microscopio, il supermicroscopio elettronico, nel quale l'apparato ottico è costituito, invece che dalle ordinarie lenti, da particolari congegni elettro-magnetici funzionanti da lenti e l'immagine degli oggetti, a mezzo di un fascio di elettroni, viene a formarsi su schermi fluorescenti o su lastre fotografiche. Con questo strumento, che permette ingrandimenti di oltre 100.000 diametri, è stato possibile determinare le dimensioni dei V. e conoscerne anche la forma: alcuni, in genere quelli più grandi, appaiono di forma poliedrica, talvolta cubica, altri di forma sferica o ellissoidale e altri ancora si presentano
come minuti bastoncelli o lunghi filamenti più o meno flessuosi.
Sempre a motivo delle loro piccole dimensioni i V. hanno tutti la proprietà di attraversare speciali materiali porosi aventi i pori tanto piccoli da permettere il passaggio ad essi e non ai batteri e agli altri microrganismi. Per dimostrare questa proprietà dei V. che ha valso ad essi il nome di virus filtrabili si adoperano particolari filtri, che per la loro forma sono detti candele filtranti, risultando costituiti da un cilindro cavo di porcellana porosa non verniciata (candele di Chamberland) o di farina fossile a base di scheletri di diatomee (candele Berkefeld). La filtrazione si esegue triturando finemente il materiale contenente il V. con soluzione fisiologica (soluzione di cloruro di sodio al 9 per 1000) e filtrandolo mediante opportuna depressione; attraverso la massa porosa si ha il passaggio della parte liquida e delle più piccole particelle quali i v., mentre le particelle più grandi, come i batteri e gli altri microrganismi, sono trattenuti dalla candela. Per accertare la presenza del V. nel liquido filtrato si inocula una aliquota di questo in animali da esperimento. Così per dimostrare la presenza del V. rabico in un cane morto di questa malattia si apre la scatola cranica dell'animale, si preleva quella parte di sostanza nervosa che unisce il cervello al midollo spinale e che va sotto il nome di midollo allungato e la si tritura accuratamente in un mortaio con soluzione fisiologica, procedendo infine alla filtrazione. Il filtrato così ottenuto si presenta come un liquido limpido che alla osservazione microscopica non mostra microrganismi di sorta, però se lo si inocula in un cane o in un coniglio sani vi determina la rabbia a distanza di alcuni giorni. Con la tecnica descritta è possibile trasmettere il V. rabico da un animale ammalato ad animali sani per un numero infinito di volte, il che sta a provare che trattasi di un agente capace di riprodursi indefinitamente e non di una sostanza tossica che si esaurirebbe inevitabilmente dopo alcuni passaggi. A mezzo della filtrazione praticata con una serie di filtri costituiti da membrane di colloido con pori di grandezze note e progressivamente scalari è possibile procedere anche a misurazioni delle dimensioni dei v., che sono state trovate in accordo con quelle ottenute con il supermicroscopio elettronico.
La coltivazione artificiale dei V. viventi, perché essi, a motivo del loro parassitismo obbligato, sono incapaci di vita propria e possono quindi moltiplicarsi soltanto nell'interno o a carico di altri elementi viventi. Nella pratica i V. vengono coltivati su culture di tessuti, ossia su cellule viventi proliferanti o meglio ancora in uova di pollo fecondate; in queste i V. sono inoculati nel sacco vitellino o nel cavo amniotico oppure sulla membrana corion-allantoidea.
I vari V. si presentano diversamente resistenti nei confronti degli agenti fisici e chimici; alcuni, come, p. es., quello del vaiolo, sono molto resistenti; altri, come quello dell'influenza, pochissimo. La gran parte dei V. è molto sensibile alle temperature elevate mentre resiste moltissimo a quelle basse, tanto che la congelazione rappresenta uno dei migliori metodi di conservazione.
Sulla natura dei V. non esiste accordo fra i vari autori. Molti propendono per la natura vitale, considerandoli microrganismi piccolissimi aventi una forma di vita ridotta al minimo la quale dipende in larga misura dalla cellula in cui esso si trova. Altri invece ritengono i v., soprattutto quelli di minime dimensioni, entità molecolari non vitali, capaci tuttavia di moltiplicarsi indefinitamente in cellule viventi ad opera di queste ultime e li denominano perciò v.-proteine.
I V. sono agenti di molte malattie dell'uomo, quali il vaiolo, la varicella, il morbillo, l'encefalite letargica, la paralisi infantile, la rabbia, che è malattia in comune con gli animali, la parotite epidemica, le varie forme di erpete, la febbre gialla, l'influenza, il raffreddore ed altri ancora. Tra le malattie degli animali causate da V. si ricorda in primo luogo la rabbia, che può colpire, oltre il cane, anche il lupo, il gatto, i bovini, gli equini e tutti gli altri mammiferi esclusi quelli acquatici, a seguito della morsicatura da parte di animali rabbiosi.

Altri V. animali sono quelli che provocano la febbre aftosa e la peste dei bovini, il colera dei maiali, l'anemia infettiva e l'encefalomielite nei cavalli, la peste aviaria, la psittacosi e le cosiddette malattie poliedriche degli insetti, tra cui molto importante è quella che colpisce i bachi da seta andando sotto il nome di « giallume » perché li rende di colore giallo. Alcune di queste malattie, soprattutto quando si presentano in forma epidemica a grande diffusione, arrecano danni economici di grande entità. I V. vegetali meglio conosciuti sono: quello del mosaico del tabacco, che provoca in questa pianta una malattia caratteristica a carico delle foglie, i vari V. delle patate, il V. del mosaico giallo del cocomero e quello del pomodoro.
Un particolare gruppo di V. è costituito da quelli che vivono a spese dei batteri, moltiplicandosi nel loro interno fino a lisarli, per cui sono stati chiamati batteriofagi. Questi sono diffusissimi in natura, nel suolo, nelle acque, nelle feci e soprattutto nei materiali ricchi di batteri. Studiati con il supermicroscopio elettronico i batteriofagi si presentano come piccole sfere o bastoncelli muniti di un'esile appendice; le loro dimensioni oscillano da poche decine di mμ a un centinaio di mμ.
Affini per molti caratteri ai V. sono particolari microrganismi denominati rickettsie in onore del ricercatore Ricketts che trovò la morte per infezione di laboratorio in corso di esperienze su di essi. Si presentano come piccoli bastoncelli o corpiccioli sferoidali di dimensioni oscillanti da un terzo a 1-2 μ caratterizzati spesso da un evidente polimorfismo. Le rickettsie più piccole sono, al pari dei v., filtrabili; le più grandi sono invece trattenute dai filtri stessi. La loro coltivazione non può farsi nei comuni terreni di batteriologia ma bisogna ricorrere, come per i v., alla coltura di tessuti o alle uova fecondate. Le rickettsie producono nell'uomo parecchie forme morbose, tra le quali primeggia per la gravità dei sintomi e per la diffusione epidemica il tifo petecchiale o esantematico, che si presenta con febbre elevata e con un caratteristico esantema emorragico ed è trasmesso all'uomo a mezzo della puntura dei pidocchi infettatisi a loro volta per aver succhiato il sangue di ammalati. Altre malattie da rickettsie sono la febbre maculosa delle Montagne Rocciose, morbo prettamente nordamericano, la febbre eruttiva del Mediterraneo, la cosiddetta febbre Q, da poco constatata in Italia, ed altre ancora. Le malattie da rickettsie, a differenza da quelle da v., risultano abbastanza curabili con gli antibiotici.