PALMIRA. - Oasi ed antica città nel deserto siro, importante centro della via commerciale che dall'Oriente, attraverso il Golfo Persico e l'Eufrate, conduceva alla Siria e quindi al Mediterraneo. A questa sua posizione P. dovè la grande prosperità goduta nei primi tre secoli dell'era cristiana, per la maggior parte nell'orbita d'influenza di Roma.
L'origine del nome non è certa. Alle forme semitiche Ta-ad-mar (assiro), Tadhmār (ebraico: II Par. 8, 4), Tadmur (arabo) corrispondono il greco Παλμύρα, latino Palmyra. Due spiegazioni si danno del fatto: a) la forma greco-latina deriva dalla semitica attraverso l'assimilazione di questa per assonanza a tāmār (ebraico: « palma »); b) la forma greco-latina deriva direttamente dalla semitica, con alterazione di alcune consonanti (t > p; d > l). La prima spiegazione è appoggiata dal caso biblico di I Reg. 9, 18, in cui al hēthlōh Tāmār corrisponde il qērē Tadhmār, ma ostacolata dal fatto che a P. non vi sono palme (si risponde tuttavia a questa obbedizione che il fatto linguistico può essere avvenuto lontano dalla città); la difficoltà della seconda spiegazione consiste nella notevole alterazione del termine.
La più antica menzione di P. finora nota si trova in un'iscrizione di Theglathphalasar I (fine sec. XII-inizio sec. XI a. C.), in cui si parla di «Ta-ad-mar che è nel paese di Amurru» (cf. E. Dhorme, Palmyre dans les textes assyriens, in Revue biblique, 33 [1924], pp. 106-108).
Discusso è il passo biblico II Par. 8, 4, in cui si attribuisce a Salomone la fondazione di Tadhmār. Secondo alcuni (cf. J. G. Février [V. BIBLICA.], pp. 3-4), questo passo è una semplice correzione del parallelo I Reg. 9, 18, in cui, come si è detto sopra, il hēthlōh dà che il re costruì Tāmār, località in Giudea (in contrario, cf. E. Dhorme, op. cit., pp. 106-107, che insiste sul qērē: Tadhmār).

(da J.-B. Chabot, L'hôte d'inscriptions de Palmyre, Parigi 1911, fasc. I, fig. 1)
Intorno alla stessa epoca si hanno le due più antiche iscrizioni in lingua palmirena, di recente scoperta (cf. J. Starcky, Les inscriptions palmyréniennes les plus anciennes, in Actes du XXI Congrès intern. des orient., Parigi 1949, pp. 111-14): una di esse è datata al 44 a. C. Verso l'inizio del sec. I d. C. le iscrizioni palmirene, di cui molte sono bilingui (con il greco), aumentano di numero; esse continuano fino al 274 (l'ultima finora rinvenuta porta appunto questa data: cf. J. Cantineau, Tadmorea, in Syria, 19 [1938], p. 163), ammontando a molte centinaia (le più recenti, provenienti dagli scavi di H. Seyrig negli anni 1939-40, sono state pubblicate da J. Starcky, Incentaire... [V. BIBLICA.]). La scrittura in cui sono redatte le iscrizioni è di tipo aramaico; così pure la lingua (v. LINGUA), che può essere definita un proseguimento dell'antico aramaico d'Impero (Reichsaramäisch), in cui successivamente s'infiltrano elementi dell'armaico orientale (cf. J. Cantineau, Grammaire du palmyrénien épigraphique, Cairo 1935; F. Rosenthal, Die Sprache der palmyrenischen Inschriften und ihre Stellung innerhalb des Aramäischen, Lipsia 1936). Accanto alle fonti dirette, si aggiungono per la ricostruzione della storia di P. da quest'epoca le crescenti notizie degli scrittori classici, culminanti per la guerra tra Zenobia ed Aureliano nel greco Zosimo e nella latina Vita Aureliani.
Il permanere della città in una situazione intermedia tra Roma ed i Parti è attestato nel corso del sec. I d. C. da un passo di Plinio il Vecchio (Hist. nat., V, 88). Risulta contemporaneamente dalle iscrizioni un'organizzazione interna su basi tribali; i nomi delle tribù, come quelli delle persone, sono prevalentemente arabi: ne risulta un fondo, o comunque un elemento arabo della popolazione, su cui s'innesta l'elemento aramaico, documentato dalla lingua.
Probabilmente (cf. J.-G. Février [V. BIBLICA.], pp. 19-24) l'annessione a Roma avvenne intorno al 114, in occasione della spedizione di Traiano contro i Parti. Ne conseguì un mutamento della costituzione interna, che divenne simile a quella delle città greche dell'Impero. Il potere era diviso tra il senato (βουλή) ed il popolo (δῆμος): l'appartenenza a quest'ultimo dipendeva probabilmente da un criterio di censo, che si sostituiva al principio tribale. Il senato era presieduto da un πρόεδρος; il potere esecutivo spettava a due ἄρχοντες, che nel sec. III mutarono il nome in στρατηγός; l'amministrazione finanziaria era esercitata dai δεκάπροται, unitamente agli ἄρχοντες ed ai αὐδίκαι. All'inizio del sec. III, risulta da un passo di Ulpiano (D. 50, 15, 1) che P. è colonia iuris Italici: ma è difficile dire da quanto tempo.
L'imperatore Adriano, che visitò P. nel 129, fu pro-

(da J.-B. Chabot, Choix d'inscriptions de Palmyre, Parigi 1922, tav. 8, fig. 1)
Nell'orbita romana, il commercio di P. fiorì sempre più; la fine del Regno nabateo (106 d. C.) le aveva tolto del resto ogni concorrente. La lunga pace che regnò nel sec. II d. C. tra Roma ed i Parti favorì questo sviluppo; quanto alle poche spedizioni dell'epoca, P. vi contribuì con le sue truppe, particolarmente gli arcieri, di cui danno notizia iscrizioni rinvenute in più parti dell'Impero.
L'avvento dei Sāsānidi in Persia (226 d. C.) e la loro occupazione delle foci del Tigrì e dell'Eufrate segna un duro colpo per il commercio di P.: la via di transito delle carovane si sposta verso il nord, risalendo per Nisibi ed Edessa verso Antiochia. P. reagisce tuttavia, in unione con Roma: partecipa alla spedizione (230) di Alessandro Severo, che pone ivi il suo quartiere generale; interviene in seguito alla sconfitta di Valeriano ad opera di Sapore I (260) e batte decisivamente i Persiani. Autore di questa vittoria fu Odenato (Udajnat), che ben presto estese la sua autorità sulla Palestina, la Siria, l'Arabia, la Mesopotamia e forse l'Armenia, assumendo il titolo di re. Caduto egli vittima di una congiura di palazzo (267), unitamente al figlio primogenito Erode (è discussa la sua identificazione con il Worād delle iscrizioni), gli succedette il secondogenito Vaballato (Waballāt) sotto la tutela della madre Bat Zabbāj, in greco Zenobia. La potenza di P. progredì ulteriormente: nel 270 il generale Zabda occupava l'Egitto; probabilmente fu egli stesso ad invadere successivamente l'Asia Minore, conquistando Ancira in Galazia e ponendo l'assedio a Calcedonia.
Roma non poteva guardare senza preoccupazione questa espansione crescente: Aureliano, salito al trono nel 270, stipulò prima, in quello stesso anno, una convenzione con P.; ma quando, nell'anno successivo, Vaballato assunse il titolo di Cesare Augusto e batté moneta solo in proprio nome, misconoscendo così formalmente l'autorità di Roma, Aureliano gli mosse guerra e, scendendo attraverso l'Asia Minore, ottenne decisive vittorie ad Antiochia e ad Emesa, conquistò P. e catturò Zenobia (272). Una successiva rivolta fu domata e portò al saccheggio della città.
Finisce così la storia indipendente di P.: sconfitta militarmente, e soprattutto privata della sua funzione di base commerciale, essa decadde a villaggio, prima sotto i Romani e poi, dal 634, sotto gli Arabi.
Corpus inscriptionum Semiticarum, II, III, Parigi 1926; cf. inoltre: J. Cantineau, Inventaire des inscriptions de Palmyre, I-IX, Beirut 1930-33; il vol. X è di J. Starcky, Damasco 1949; R. Du Mesnil du Buisson, Inventaire des inscriptions palmyréniennes de Douro Europe, 2ª ed., Parigi 1939. Ulteriore bibl. e notizie sulle scoperte più recenti in S. Moscati, Bibliographie sémitique, che appare periodicamente in Orientalia. Sabatino Moscati
DIVINITÀ PALMIRENE. - Nel pantheon di P., alquanto composito e con figure divine di origine diversa e quindi eminentemente sintetico, si possono distinguere due grandi gruppi di divinità, diverse dagli dèi rimanenti: le divinità di origine araba e quelle che formano un gruppo intorno alla figura del dio principale della città, Bèl; queste sono o di origine cananea oppure provengono dalla Babilonia. Gli altri dèi sono principalmente siriani.
Grande venerazione godeva tra le divinità del primo gruppo la dea Allāt, figura divina del cielo, benefica, una delle divinità buone, identificata con l'Atena dei Greci, raffigurata con lo scettro in mano, il nimbo e una stella a otto punte; è stata identificata anche con il pianeta Venere. Il dio Azizu, il forte, precede il carro del Sole; e dio guerriero e battagliero, ma anche benefico; forma spesso coppia con Monimos, che invece segue il Sole. Azizu è la stella mattutina; è stato assimilato ad Ares; insieme con Arṣu, stella vespertina, è detto dio remuneratore, misericordioso, benefico; è concepito quale ragazzo, puer. Si è ritenuto che il nome di Arṣu non fosse che una traduzione di Monimos con il senso di benefattore. Arṣu sarebbe quindi identico con Monimos. Del dio Ṣa' al-Qawm = il protettore del popolo, si dice che è buono e non beve vino, ma il suo culto non sembra avere avuto radici profonde a P. Di origine araba è forse anche il dio Gad, la Fortuna, chiamato in greco Tyche e messo in rapporto con una fonte benedetta e concepito inoltre come il genio protettore dell'individuo. La Tyche di P. è stata poi assimilata ad Atargatis. Il dio Bèl, il Bèlos dei Greci, è la figura divina centrale del gruppo più importante, dei θεοί πατρόμι, il dio più potente della città, il Signore per eccellenza. Da questo dio andrebbe distinto Bòl, che però fu poi confuso con lui. Bèl è dio solare ed è stato assimilato a Zeus. Talvolta è raffigurato tra Jarhibòl e 'Aglibòl, paredri suoi. La moglie di Bèl era Bèltis, il suo messaggero Malakbèl. Dio solare era pure Jarhibòl, al quale era consacrata la fonte Efka, ed è talvolta nominato assieme ad 'Aglibòl = toro o vitello o carro di Bòl, anche esso di carattere solare. Šamās era il dio del sole, propizio e uno degli dèi nazionali. Atargatis era la paredra di Malakbèl; divinità femminile era Semia. Erano ancora venerati Nabù, Nanai e Tammūz di origine babilonese. Bèlsamin era il dio del cielo. Un dio benefico era Sadrafa, Σατράπης.
I palmireni spesso non davano un nome particolare ai loro dèi, ma preferivano alcuni epiteti, che si potevano applicare a diverse divinità. Perciò si fa menzione nelle iscrizioni di un dio buono, misericordioso, remuneratore, signore del dio o benedetto sia il suo nome in eterno, senza sapere di quale divinità precisamente si tratti.