LORENZO, SANTO, MARTIRE

LORENZO, santo, martire. - Arcidiacono della Chiesa romana, messo a morte il 10 ag. 258, con il suddiacono Claudio, il presbitero Severo, il lettore Crescizionese e l'ostriario Romano, e sepolto sulla Via Tiburtina in una cripta del cimitero dell'Agro Verano, che presto prenderà il nome di L. e solo più tardi quello di Ciriaca (v. : cf. Lib. Pont., I, p. 155). Le vicende del suo martirio stanno in stretta relazione con la fulminea esecuzione avvenuta, 4 giorni prima, sul cimitero di Callisto, di papa Sisto II e dei diaconi Gennaro, Magno, Vincenzo, Stefano, Felicissimo e Agapito, tutti vittime del secondo editto di persecuzione di Valeriano (cf. s. Cipriano, Epist., So a Successo: CSEL, III, II, pp. 839-40 e Lib. Pont., loc. cit.). Festa il 10 ag. nelle liturgie occidentali (di precetto sino alle riduzioni del principio del sec. XIX) e orientali.

I. VITA

Le vicende più note del martirio di L. sono: il patetico colloquio con papa Sisto condotto in carcere; la distribuzione clandestina delle sostanze della Chiesa ai fedeli bisognosi nascosti nelle varie regioni dell'Urbe; l'arresto al momento dell'esecuzione del Papa in seguito alla pubblica dichiarazione fatta al Pontefice dell'avvenuta distribuzione dei tesori della Chiesa; la presenza di donne, dopo tre giorni, di una caterva di poveri al giudice, qual. tesori della Chiesa; l'interrogatorio, la tortura e infine il supplizio della graticola con le sarcastiche parole rivolte al giudice: ecc., miser, assasti tibi partem unam, regira aliam et manducam; la sepoltura nella cripta del predio della vedova Ciriaca, sulla Via Tiburtina. Questi fatti svolti nel giro di quattro giorni sono descritti con ricchezza di particolari (discorsi, guarigioni, conversioni, ecc.) nella cosiddetta storia della persecuzione di Decio, raccontata nel romanzo storico, noto sotto il titolo di Passio Polychronii (BHL, 4753; cf. H. Delehaye, Recherches sur le légendier romain. La passion de St Polychronius, in Analecta Bollandiana, 51 [1933], pp. 34-71 [introd. critica], 71-98 [ed. critica]), di cui si hanno tre redazioni ognuna con peculiarità proprie che vanno dalla fine del sec. v al principio del sec. VII (gentile comunicazione personale di P. Franchi de' Cavelieri che ne ha pronta l'edizione; cf. anche P. Guidi, Geometremum Cyriacae «o «Geometremum Laurentii», in Riv. di arch. crist., 26 [1950], pp. 163, 166; il testo pubblicato dal p. Delehaye rappresenterebbe l'ultima redazione).

Che nel suo complesso il dramma di L. descritto nella predetta Passio sia leggendario non c'è dubbio, tuttavia alcuni particolari, come l'incontro con Sisto II, la presentazione al tiranno dei poveri, il supplizio della graticola con il sarcasmo, nella sua versione più antica: assum est, versa et manduca, già sono noti da alcuni passi di S. Ambrogio (De officiis, I, 41, II, 28; Epist. XXXVIII, 36-37; PL 16, 90-92, 149-50, 1139; Inno De s. Laurentio: PL 17, 1254-55) e sfruttati con variazioni retoriche da Prudenzio (Peristephanon, II), s. Agostino (Serm. 302-305; PL 38, 1385-1400), s. Massimo di Torino (Homil. 71; PL 57, 679-80, cf. anche le altre omelie

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(1st. Gvb. Jst. 1924)
Lopenzetto (Lorenzo Lotti, detto il) - Statua di Giona su disegno di Raffaello - Roma, chiesa di S. Maria del Popolo, Cappella Chigi.

buta dalla Passio Polychronii (ed. cit., p. 91) a s. I., ha carattere leggendario. Da notare che il prefazio della Messa XII del cosiddetto Sacramentario leoniano (ed. C. L. Feltoe, Cambridge 1896, p. 98) lo dice «civis» romano.

II. Culto

Il centro propulsore del culto prestato al protodiacono L. è stato il suo sepolcro all'Agro Verano su cui Costantino (314-35) fece costruire una basilica comunicante con la sottostante cripta mediante gradus ascensionis et descensionis (Lib. Pont., I, p. 181). Nella stessa località sorsero poi altre basiliche: cioè la maior (non ancora identificata), quella ad corpus di Pelagio II (579-90) e l'altra di Onorio III (1216-27; cf. W. Frankel-E. Josi-R. Krautheimer, Le esp.orationi nella basilica di S. L. nell'Agro Verano, in Riv. di Arch. crist., 26 [1950], pp. 9-50). Dal sec. XII la basilica di S. L. al Verano è annoverata tra le Patriarcali (v. BASILICA).

Nell'ambito dell'Urbe si ebbe nell'antichità e soprattutto nel medioevo tutta una fioritura di chiese e cappelle (ca. 35) delicate a s. L. (cf. C. Huelsen, Le chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, pp. 280-97), le quali sorsero su tutti i luoghi dove, secondo la fantasia popolare, si sarebbero svolte le principali scene del martirio di s. L. Meritano un particolare ricordo il titolo eretto da papa Damaso sulla propria casa paterna, l'attuale S. L. in Damaso (cf. F. Lanzoni, I titoli presbiteriali di Roma antica nella storia e nella leggenda, in Riv. arch. christ., 2 [1925], pp. 201-202) e quello di Lucina dedicatogli da Sisto III (432-40), donde il nome di S. L. in Lucina (cf. ibid., p. 204), o anche, a cominciare da s. Gregorio di Tours, di basilica ad craticulum (cf. B. Pesci, L'itinerario romano di Sigerico arciv. di Canterbury, ibid., 13 [1936], pp. 51-55). Va pure ricordato il S. L. in Palatio, oratorio privato del papa nel patriarchio lateranense. Secondo il Grisar, l'orazione in onore di s. L. nel ringraziamento della Messa dovrebbe provenire da quello che il papa recitava in questo oratorio prima dell'esilio avignonese; ma è forse più probabile che si sia voluto associare s. L. ai «Tre Fanciulli» tutti vittime del fuoco (cf. H. Grisar, Il Sancta Sanctorum ed il suo tesoro sacro, Roma 1907, p. 32; J. A. Jungmann, Mis-sarum sollemnia, II, Vienna 1949, pp. 558-59).

Il primo documento che ricordi il dies natalis di s. L., è la Deposito Martyrum: «III id. Aug. Laurenti, in Tiburtina» (ed. R. Valentini-G. Zucchetti, Codice topografico di Roma, II, Roma 1942, p. 23). In ordine di precedenza, sin dalla fine del sec. IV la festa di s. L. veniva subito dopo quella dei ss. Apostoli Pietro e Paolo, essendo considerato come il duce della vittoria di Roma sul paganesimo e degno riscontro di s. Stefano (cf. Prudenzio, Peristephanon, II, vv. 2-4 e passim), ragione per cui s. Agostino chiama il 10 ag. dies Romae solemnissimus qui magna frequentia populi celebratur (Serm. XIII, del 10 ag. 401, edito dal Denis, riprodotto in G. Morin, Mi-sellanea agostiniana, I, Roma 1930, p. 55; cf. anche il

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(da R. Garrucci, Vetri ornati con la

figura in oro, Roma 1858, tav. 20, 1)