RELIQUIE. - In greco λαίφανα. Etimologicamente è ciò che resta, e s'intende dal corpo umano o parte di esso; in senso più lato si chiamano r. anche gli oggetti che furono a contatto di una persona perché hanno quasi assorbito le sue preclare virtù.
I. CULTO DELLE R
Fin dalle prime origini la Chiesa accettò e permise di venerare le r. dei martiri come segno di pietà dei cristiani verso i fratelli che avevano versato il sangue per Cristo. Se la r. comprende l'intero cadavere la denominazione corrente è corpus; se parte di esso, ex ossibus. Le r. ottenute per contatto vennero dette dagli antichi brandea (v.), memoria (v.), nomina, pignora, sanctuaria. La Chiesa di Smirne considerò le spoglie del suo vescovo martire Policarpo più preziose dell'oro e si propose di celebrarne l'anniversario sul suo sepolcro (Martyrium Polycarpi, 18, 1, 2). Nella seconda metà del sec. II il presbitero Caio, confutando i montanisti, additava al Vaticano e sull'Ostiense i « trofei », Pietro (v.) e di Paolo (Eusebio, Hist. eccl., II, 25), segno dunque che essi erano frequentati, cioè venerati. La Chiesa fin dall'antichità dispose l'altare sopra i sepolcri dei martiri. Nell'Apocalisse vengono indicate « subtus altare animas interfectorum propter verbum Dei et propter testimo-
(da P. Monceaux, Enquête sur l'épigraphie chrétienne en Afrique, Parigi 1987, par. 3, n. 321)
Ambrogio presso la Porta Romana, detta degli Apostoli, portava la seguente dedica: « Conditit Ambrosius templum dominoque sacravit nomine apostolico munere reliquiis » (G. B. De Rossi, Inscript. christ., II, t. Roma 1888, pp. 161, 3; 177, 1); Paolino avverte che la basilica di S. Felice a Nola era dedicata « in nomine domini Christi Dei » (Ep., 32, 10, ed. CSEL, XXIX p. 286). S. Giovanni Crisostomo afferma che le tombe dei servi del Crocifisso sono più brillanti delle regge, non solo per l'ampiezza e lo splendore della costruzione, che pure le superano, ma, il che è più importante, per l'ardore dei devoti che le frequentano (In ep. II ad Cor. hom., 26, 5: PG 61, 582). Tutti questi edifici sorti sui sepolcri dei martiri possono chiamarsi basilicae o ecclesiae ad corpus, cioè erette proprio sul luogo


Ma talvolta il luogo della sepoltura del martire non è il primitivo, come si verifica in alcuni casi. Duchesne, Profumo e molti altri accettano la tradizione d'una traslazione nel 258 delle r. degli apostoli Pietro e Paolo in Catacumbas. Il Liber Pont. attesta che furono riportati a Roma i corpi del papa Ponziano e del presbitero dottore Ippolito, morti in esilio in Sardegna; infatti la Depositia martyrum indica le rispettive stazioni liturgiche in Callisto per il primo, dove si rinvenne il suo epitaffio, sulla Tiburtina per il secondo; anche i corpi dei papi Cornelio e Lucio, morti in esilio, furono traslati in Callisto, dove G. B. De Rossi ne ritrovò le iscrizioni sepolcrali, del primo nel 1849 e nel 1852 e del secondo nel 1854; più tardi fu traslato a Roma dalla Sicilia in Callisto, come documenta il papa Damaso, il corpo del papa s. Eusebio morto in esilio (A. Ferrua, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, p. 129 sgg., n. 18); nel 555 pure dalla Sicilia vennero fino a Roma in Priscilla i resti del papa Vigilio, morto a Siracusa durante il viaggio di ritorno da Costantinopoli (Lib. Pont., I, p. 299). Inoltre papa Damaso testimonia la traslazione compiuta da una pia Lucilla delle spoglie dei martiri Marcellino e Pietro nel cimitero inter duas lauros; essi erano stati gettati in due fosse che il carnefice aveva fatto scavare dagli stessi Santi.
In Roma papa Damaso ricercò e rinvenne molti corpi di santi martiri, ne abbellì i sepolcri, ne promosse la venerazione (Lib. Pont., I, p. 212). Egli stesso ricorda il rinvenimento delle spoglie di s. Eutichio (A. Ferrua, Epigrammata Damas., cit., p. 145 sgg. n. 21). Nel sec. v dalla Pannonia furono traslate a Roma le reliquie del vescovo s. Quirino e dei ss. Quattro Coronati per sottrarle alle profanazioni dei barbari invasori. In Roma, per non toccare il corpo del martire dal suo sepolcro, Costantino costruì la basilica di S. Lorenzo al Verano nel sopraterra; talora si sacrificarono le norme architettoniche, come si osserva nella basilica di S. Alessandro (v.) sulla Via Nomentana, in cui il sepolcro e l'altare dell'inizio del sec. v non sono in asse con l'edificio, proprio come si verificava a S. Pancrazio, dove il sepolcro del martire, fino al tempo del papa Onorio I (625-38), « ex obliquo aulae iacebat » (G. B. De Rossi, Inscr. Christ. cit., II, 1, p. 24, n. 28). Anche a Ravenna il corpo del vescovo martire s. Apollinare fu introdotto nella basilica in suo onore al tempo del vescovo Mauro (642-71). S. Ambrogio rinvenne a Milano i corpi dei martiri Gervasio e Protasio e li trasferì alla basilica di Fausta e di lì alla sua, l'Ambrosiana (Ep., 22, 2: PL. 16, 1063).
Il culto delle r. provocò la diffusione del culto dei santi; il luogo dove vennero poste le r. fu considerato come la tomba, il che portò alla moltiplicazione dei santuari; inoltre il ritenere che gli oggetti posti a contatto col sepolcro dei santi divenissero come altrettanti corpi santi facilitò in modo straordinario la possibilità di avere r., e queste vennero ricercate soprattutto per le dediche delle chiese. H. Grisar mette in rilievo che « la dedica-
zione delle chiese non è che una sepoltura dei santi » (Roma alla fine del mondo antico, II, 3ª ed., Roma 1930, p. 202). In un Ordo Romanus del sec. IX conservato nel codice detto di s. Amando (Cod. Paris, 974) e in un altro edito da F. Bianchini (Vitae pontificum, III, Roma 1728, p. 48) il titolo della cerimonia della dedicazione è « Ordo ad reliquias levandas sive condendas ». Tale rito, come osservò L. Duchesne, è esclusivamente funerario; il vescovo depone le r. in un recipiente di pietra detto sepulchrum, dopo averne unto col crisma gli angoli, e lo chiude con una lastra marmorea sulla quale ripete le unzioni, come era consuetudine di spargere chi profumati sulle tombe. Il Sacramentario gelasiano ha conservato una formola di convocazione dal titolo « denuntiatio cum reliquiae ponendae sunt martyrum ». In Africa però si esagerò; si cressero altari un po' dappertutto, nei campi, sulle strade « tamquam memoriae martyrum ». Perciò nel 401 un Concilio tenuto a Cartagine stabilì che tali « memorie » si potevano erigere unicamente dove si trovava il corpo di un martire o una sua r., ovvero una tradizione assolutamente sicura (fidelissima origine) stabilisse la sua casa, una sua proprietà, o il luogo del suo martirio. Ma venivano esplicitamente riprovati gli altari eretti in seguito a sogni e « per inanes quasi revelationes ». Presso le turbe attratte verso il divino Maestro vi fu chi cercò di toccare le sue vesti per ottenere la guarigione (Mc. 5, 28; 6, 56); i primi fedeli fecero altrettanto con le vesti degli Apostoli (Act. 5, 15; 19, 11). Sempre nell'età apostolica si apprende che i fedeli di Efeso portavano agli infermi gli asciugatoi e le cinture di s. Paolo e i malati ottenevano la guarigione (Act. 19, 12). Eusebio narra che a Gerusalemme si mostrava la cattedra dell'apostolo s. Giacomo (Hist. eccl., VII, 19). Uno dei carcerieri di s. Cipriano volle la tunica madida di sudore del martire (Vita Cypriani, in CSEL, III, 3, p. cviii); i fedeli di Cartagine gettarono panni sul luogo dove s. Cipriano doveva essere decapitato, per ritirarli intrisi del suo sangue (Acta proconsularia, in CSEL, ibid., p. cxiii). S. Basilio ammoniva che « toccando le r. del martire si partecipa alla santità e alla Grazia in esse contenute » (Hom. in Ps., 115, 4: PG 30, 112); anzi le r. santificano il luogo e coloro che lo frequentano (Hom. in Martyr. Iulittam, 2: PG 31, 241). S. Agostino ricorda un miracolo operato mediante l'applicazione dell'olio di un santuario di martiri (De civitate Dei, 22, 8, 18). La dedica della basilica romana di Milano compiuta da s. Ambrogio prima del 386 fu fatta mediante pignora degli apostoli Pietro e Paolo, portati da Roma (s. Ambrogio, Ep., 22); allo stesso modo dovette avvenire per la basilica dedicata agli stessi Apostoli da Rufino presso Calcedonia. Merita sono i brandea o r. per contatto, come appare dall'elenco dei nomi di santi nell'iscrizione dedicatoria del 550 della basilica di S. Stefano eretta in Ravenna dal vescovo Massimiano (Codex Pont. Eccl. Ravennatis, ed. A. Testi-Rasponi, p. 191). Nella regione di Costantina un'iscrizione ricorda la « depositio crucis sanctorum martyrum qui sunt passi sub praeside Floro in civitate Melevitana », cioè a Mila in Numidia nell'anno 304 (CIL, VIII, 1935); P. Monceaux, Enquête sur l'épigraphie chrétienne d'Afrique, Pa-
rigi 1907, p. 103 sgg.; n. 293). L'uso di considerare quali r. oggetti posti a contatto di sepolcri di martiri si riscontra già nel sec. IV nell'Africa romana e in Gallia, proprio per basiliche erette in onore dei ss. Pietro e Paolo. In Africa, stoffe e fiori disposti presso le tombe dei martiri, terra, cera, frange delle tovaglie di altari, frammenti di legno tolti alle porte delle basiliche (s. Agostino, De civitate Dei, 22, 8). S. Gregorio Magno scrisse all'imperatrice Costantina che gli aveva chiesto il capo di s. Paolo o almeno qualche altra r. del suo corpo che «Romanis consuetudo non est, quando sanctorum reliquias dant. ut quicquam tangere praesumant de corpore. Sed tantummodo in buxide brandeum mittitur atque ad sacratissima corpora sanctorum ponitur. Quod levatum, in ecclesia, quae est dedicanda, debita cum veneratione reconditur, et tantae per hoc ibidem virtutes ac si illic specialiter eorum corpora deferantur» (Registr., IV, 30, in MGH, Epist., I, pp. 264-65). Lo stesso Pontefice a Paolo, diacono di Rieti, che aveva chiesto r. dei martiri Ermete, Giacinto e Massimo inviò sanctuaria, cioè stoffe che avevano toccato le loro r. (Registr., IX, 49); altri sanctuaria spedi a Costanzo, vescovo di Milano, che aveva domandato r. di s. Paolo, di s. Pancrazio e di s. Giovanni (Registr., IX, 83). Un grande impulso alla venerazione delle r. venne dall'invenzione della S. Croce, di cui si diffusero particelle veneratissime in tutto il mondo cristiano, dalle identificazioni dei luoghi santificati dal Redentore in Palestina, dai quali i pellegrini portarono via come preziose r. terre, pietre, olii che ivi ardevano; e ancora dall'invenzione dei corpi dei martiri, specialmente in Oriente e dall'Oriente.
Un'iscrizione africana dell'anno 359 attesta che il grande capo indigeno Alavius Nubel, già comandante degli equites armigeri inniores, aveva portato dalla Palestina per la chiesa di Rusgunie, presso capo Matifou in Algeria, da lui costruita per voto, «de ligno crucis de terra promisionis ubi natus est Christus, apostoli Petri et Pauli» (CIL, VIII, 9255; P. Monceaux, Enquête sur l'épigr. cit., n. 317). La divisione delle r. fu tale che Teodoreto dichiara che nelle basiliche non si conserva il corpo intero d'un martire, ma solo αμυεροτάτων λειψάνων cioè r. di poca importanza (Ep., 130); altrove aggiunge che le r., pur es-

(fot. Pont. comm. arch. sacra)
II. TRASLAZIONE DELLE R
L'uso della traslazione e della distribuzione delle r. dei martiri è d'origine greca; «secundum morem Graecorum» scrisse nel 519 il papa Ormisda all'imperatore Giustiniano (Hormisdae epist., 77, in A. Thiel, Epistulae Pontif. Rom. [Braunsberg 1868], pp. 873-75). Lo stesso Costantino però nella chiesa dedicata agli Apostoli a Costantinopoli si contentò di cenotafi (Eusebio, Vita Constantini, IV, 60, 13). La prima menzione di traslazione di r. di cui si ha notizia è quella delle r. di s. Babila a Daphne presso Antiochia al tempo di Gallo Cesare (351-54; Sozomeno, Hist. eccl., V, 19; Gregorio di Nazianzo, Contra Iulianum, 1, 25; PG 35, 552; P. Franchi de' Cavalieri, in Note agiografiche, fasc. VII, pp. 147-48). Segui nel 356 a Costantinopoli la traslazione delle r. di s. Timoteo; nel 357 quella dell'apostolo s. Andrea e dell'evangelista Luca (A. Heisenberg, Grabeskirche und Apostelkirche, II, Lipsia 1908, p. 112); poi quelle del martire s. Foca (s. Giovanni Crisostomo; PG 50, 799); sotto Teodosio (379-95) quelle del vescovo Paolo morto in esilio a Cucuse (BHG, 1172), dei martiri Terenzio e Africano (Teodoro Lettore, Hist. eccl., II, 62; PG 86, 213), del capo di s. Giovanni Battista (Sozomeno, Hist. eccl., VII, 21). Sotto Arcadio fu portato a Costantinopoli il corpo del profeta Samuele (s. Girolamo, Contra Vigilantium, 5; PL 23, 352). Nel 438, al tempo di Teodosio II, il corpo di s. Giovanni Crisostomo (Socrate, Hist. eccl., VII, 45; Teodoreto, Hist. eccl., V, 36); sotto Leone I il corpo di s. Atanasio (Teodoro Lettore, Hist. eccl., II, 64; PG 86, 216); e ancora nel sec. V le r. di s. Tirso (Sozomeno, Hist. eccl., IX, 2); nel 550 sotto Giustiniano furono portati i detti sanctuaria nella basilica di Costantinopoli; l'imperatore Giustiniano volle che il patriarca Menas portasse i reliquiari attraverso la città su un carro imperiale d'oro smaltato di pietre preziose (G. B. De Rossi, La capsella africana, Roma 1888, p. 32). Il Martirologio geronimiano ricorda al 3 sett. l'Ingressio reliquiorum di Andrea, Luca e Giovanni, che insieme con Giovanni Battista furono anche nella basilica di Concordia (P. Paschini, Note sull'origine della chiesa di Concordia, in Memorie storiche forogiuliesi, 7 [1911], pp. 9-24). R. della martire Eufemia di Calcedonia furono traslate a Milano, a Nola, ad Aquileia, a Rouen. Dall'Oriente vennero le r. degli apostoli Andrea, Tommaso e Luca avute dai vescovi Gaudenzio di Brescia, Vittrice di Rouen e Paolino di Nola; le r. dei ss. Andrea e Luca furono portate a Fondi (s. Pao-
(fot. Pont. comm. arch. sacra)
La lastrina d'avorio, riprodotta a col. 749, del sec. vi conservata nel Tesoro della cattedrale di Treviri rappresenta la solenne traslazione di r. portate in un cofanetto su ricca vettura preceduta da un corteo al quale partecipa lo stesso Imperatore tra la folla del popolo che è salito perfino sul tetto della Basilica alla cui porta attende l'Imperatrice (F. X. Kraus, Die Geschichte der christlichen Kunst, I, Lipsia 1872, p. 501). L. Duchesne propose di riconoscervi il trasporto delle r. di s. Irene a Galata avvenuto nel 551, e i due personaggi sul carro sarebbero i due patriarchi Menas di Costantinopoli e Apollinare di Alessandria (Les origines du culte chrétien, 5ª ed., Parigi 1920, p. 437, n. 3). I corpi dei quaranta Martiri di Sebastia furono gettati alle fiamme e poi le loro ceneri in acqua, ma molti se ne impossessarono, come appare dalla omelia di s. Basilio (PG 31, 521); Gaudenzio di Brescia infatti ebbe da due nipoti di s. Basilio stesso alcune loro r. (Serm., 17: PL 20, 965). Le r. di s. Stefano furono rinvenute nel 415 a Caphargamala presso Gerusalemme dal presbitero Giovanni e deposte nella chiesa di Lione (PL 41, 809-15). Già nel 417 giunsero nell'isola di Minorca alle Baleari (BHL,
7859-60: PL 41, 833 sgg.); e subito dopo si trovano diffuse in Africa, a Uzalum, a Calama, a Ippona, ad Aquae Thibilitanae, a Castellum Sinitense presso Ippona (s. Agostino, De civitate Dei, XXII, 8: 20-21). Si trovano ben presto anche ad Ancona (id., Sermones, 322-23: PL 38, 1444-45). Il capo di s. Giovanni Battista fu deposto a Costantinopoli dall'imperatore Teodosio nella chiesa dell'Hebdomon da lui eretta (Sozomeno, Hist. eccl., VII, 21).
In Roma la prima traslazione di interi corpi di martiri segnalata dal Liber Pontificalis (I, p. 342) è quella dei corpi dei martiri Primo e Feliciano che papa Teodoro (642-49) pose nella basilica di S. Stefano in Caelio monte; alcuni anni dopo il papa Leone II (682-83) dalla Portuense estrasse i corpi dei martiri Simplicio, Faustino e Beatrice e li pose nella chiesa di S. Paolo presso S. Bibiana (ibid., I, p. 349). Quando cominciarono le invasioni dei Longobardi e poi dei Saraceni, i papi ampliarono le traslazioni delle r. dei martiri dai loro sepolcri nell'interno della città. Paolo I (757-67) ne trasportò non solo nella Basilica e monastero eretto nella sua casa avita nel Campo
Marzio (oggi S. Silvestro in capite), ma anche per « titulos ac diaconias seu monasteria et reliquae ecclesias » (Lib. Pont., I, p. 464); Pasquale I (817-24) in S. Prassede e in S. Cecilia (ibid., II, pp. 54, 56); Gregorio IV (827-47) in S. Pietro (ibid., II, p. 74); Sergio II in S. Silvestro, e Martino ai Monti e al Laterano (ibid., II, p. 91); Leone IV (847-55) ai SS. Quattro Coronati (ibid., II, p. 115). Ma i papi contemporaneamente trasferivano nel Patriarchio Lateranense, e precisamente nella cappella dedicata al martire diacono Lorenzo, le teste dei più insigni martiri romani, cioè degli apostoli Pietro e Paolo, dei martiri Lorenzo, Agnese, Sebastiano, Pancrazio, Prassede, ecc. che si conservarono entro il grande scrigno in cipresso offerto da Leone III (795-816: V. RELIQUIATO). Però dai cataloghi delle r., ancora in non poche chiese antiche di Roma, datati dal 1072 al 1196, non si può avere un'idea esatta delle traslazioni di r. in esse, dato che gli stessi nomi di martiri figurano in più luoghi. Gli elenchi sono riprodotti in A. Silvagni, Monumenta epigraphica christiana saec. XIII antiquiora, I, Roma (Città del Vaticano 1943, tavv. 20-26). La r. del capo di s. Giovanni Battista è stata trasferita sotto Innocenzo II (1150-1143) nel titolo di S. Silvestro, donde il cognome in capite alla chiesa stessa. Più tardi ancora in S. Pietro venne la r. della s. Lancia, al tempo di Innocenzo VIII (1484-92), e quella della testa di s. Andrea sotto Pio II (1458-64).
III. ABUSI E COMMERCIO DELLE R
Già nel Codice teodosiano appaiono le sanzioni contro i furti e il commercio delle r. « nemo martyrem distrahat, nemo mercetur » (lib. IX, tit. 17). S. Agostino ricorda alcuni monaci che « membra martyrum, si tamen martyrum, venditant » (De opere monachorum, 28; in CSEL, 41, p. 585). Il Concilio del Laterano del 1215 comminò gravi pene contro i commercianti di r. Il vescovo di Tolosa Esuperio (ca. l'a. 410) per la traslazione di s. Saturnino fu autorizzato con rescritto imperiale (BHL, 7406). Un primo furto di r. in Roma fu compiuto dalla setta dei novaziani; esso è documentato nella Depositio martyrum per il corpo del martire Silano: « hunc Silanum martyrem Novati furati sunt », furto che H. Delehaye reputò avvenuto poco dopo il martirio (Les origines du culte des martyres, cit., p. 65). Gregorio di Tours narra che un impostore, spacciandosi proveniente dalla Spagna, andava in giro portando una croce alla quale erano appese fialette contenenti, a suo dire, olii raccolti sui sepolcri dei martiri Vincenzo diacono e Felice. Ma il più tristemente noto falsificatore di r. fu in Roma, nella prima metà del sec. IX, il diacono Deusdona, appartenente al titolo di S. Pietro in vinculis; egli inviò più volte in Germania e vi portò egli stesso corpi presi nel cimitero « inter duas lauros » che fece pas-
(fot. Anderson)
IV. RICOGNIZIONE DELLE R
L'autenticazione di una r. suppone sempre una certa ricognizione della sua genuinità. La ricognizione però vera e propria è quella attuata in forma giuridica dalla competente autorità ecclesiastica che è l'Ordinario o, se si tratta delle r. di un servo di Dio o di un beato, la cui causa di beatificazione o canonizzazione sia pendente presso la S. Congregazione dei Riti, la S. Sede.Tale ricognizione può esser fatta in occasione della rinnovazione del sepolcro, del trasferimento o estrazione delle r., o quando il corpo di un santo, di cui si fosse perduta la traccia, venisse nuovamente alla luce. Durante il processo apostolico sulle virtù di un servo di Dio è prescritta anche la ricognizione delle sue r. (can. 2096), la quale spetta al Tribunale apostolico e viene eseguita dietro lettere remissoriali della S. Congregazione dei Riti e in base ad apposita istruzione del promotore generale della fede. In detta ricognizione, oltre ai membri del Tribunale,
intervengono due medici in qualità di periti e il personale occorrente per l'apertura del sepolcro (muratore, fabbro, stagnatore). È a questo momento che vengono estratte le r., solite poi a distribuirsi in occasione della beatificazione.
V. LEGITTIMITÀ DEL CULTO DELLE R
Il culto con cui si onorano le r. si chiama culto relativo, in quanto si onora l'oggetto per la relazione che ha avuto con la persona del Santo. Simile culto si trova anche nel campo civile, profano, diretto a ricordi e resti degli uomini illustri ed eroi, ed è antico ed esteso quanto il genere umano; e perciò legittimo nel suo principio e fa parte delle leggi dell'umanità.Né fa difficoltà il fatto che questi oggetti siano qualche cosa di materiale e quindi in sé e per sé qualche cosa di inferiore a noi, esseri viventi, dotati, oltre che di materia, di spirito. L'oggetto del culto non è come può essere nel feticismo o nell'idolatria, la res in sé e per sé; ma se le r. sono il termine del culto o anche, se si vuole, l'oggetto diretto, sono tali soltanto per il contatto che hanno avuto con la persona e pertanto ci richiamano l'eccellenza della persona stessa, cui in ultima analisi si dirige il nostro culto.
VI. DISCIPLINA ATTUALE ATTINENTE IL CULTO DELLE R
La disciplina attuale è raccolta nel CIC e nei decreti della S. Congregazione dei Riti.Nel disciplinare il culto relativo di dulia, dovuto alle r. dei santi, la Chiesa si preoccupa com'è naturale del culto pubblico, soprattutto e a tal fine la giurisprudenza delle SS. Congregazioni delle SS. Indulgenze e Reliquie e dei Riti, consacrata e raccolta nel can. 1281 § 2, distingue r. insigni e non insigni.
R. insigni dei santi o dei beati sono il corpo, il capo, la mano, il ginocchio o quella parte del corpo in cui il martire ha sofferto, purché sia intera e non piccola (can. 1281 § 2). Se sono insigni queste r. a maggior ragione lo sono quelle della Passione e Redenzione di N. S. Gesù Cristo ed anche quelle della S.ma Vergine.
Ciò premesso ecco le norme date per la disciplina del culto delle r. 1) Può venerarsi con culto privato qualsiasi r. non insigne, antica o recente, non solo se trattasi di santi canonizzati o beatificati, ma anche di morti in fama di santità, anche se la r. non sia ufficialmente riconosciuta ed approvata. Basta che chi pratica questo culto sia moralmente certo e della santità della persona, cui
la r. è connessa, e dell'autenticità della r. Perciò le r. non insigni con il debito onore possono essere conservate anche nelle case private e portate dai fedeli (can. 1282 § 2). Non così le r. insigni dei santi e dei beati, senza permesso dell'Ordinario del luogo (can. 1282 § 1).
2) Per l'ammissione al culto pubblico delle r. è necessario sempre l'intervento previo dell'autorità ecclesiastica, la quale si pronunci sull'autenticità della r. da esporsi a pubblica venerazione. Pertanto: a) con culto pubblico nelle chiese ed oratori pubblici, anche esenti, si possono solo venerare quelle r., che consti siano genuine o per l'autentico documento di un cardinale, dell'Ordinario locale (escluso però il vicario generale, senza mandato speciale) o di qualche ecclesiastico che abbia per indulto apostolico la facoltà di autenticare (p. es., postulatori generali; can. 1283 §§ 1-2). b) L'approvazione dell'Ordinario del luogo deve essere fatta secondo la mente del Concilio Tridentino, cioè l'Ordinario prenderà le sue deliberazioni, dopo essersi consigliato con teologi ed uomini prudenti, ed ispirandosi sempre a criteri di verità e di pietà. In questioni dubbie, prima di dirimere la controversia, l'Ordinario attenderà la sentenza del metropolita e dei vescovi comprovinciali nel Concilio provinciale. Dove questo non ha luogo si deve ricorrere alla S. Sede (Conc. Tridentino, sess. XXV; AAS, 18 [1926], p. 262). c) Quando le r. già approvate per il culto vengono trasferite ad altra diocesi devono essere verificate dall'Ordinario locale non per una nuova approvazione ma perché si renda conto dell'approvazione già data; e dopo ciò darà licenza per l'esposizione al culto. d) Gli Ordinari locali rimuovano prudentemente dal culto una r. che conoscono non essere certamente autentica (can. 1284). e) Le r., di cui sia andata dispersa l'autentica, non siano esposte al pubblico se non dopo il giudizio dell'Ordinario del luogo, escluso il vicario generale senza mandato speciale (can. 1285 § 1). f) Tuttavia le r. antiche siano mantenute al culto, come per il passato, a meno che da argomenti certi non consti che siano false o contraffatte (can. 1285 § 2). g) Chi confienzione o vende scientemente, distribuisce o espone alla pubblica venerazione dei fedeli r. false incorre ipso facto nella scomunica riservata all'Ordinario (can. 2326). La ragione di questa severità della Chiesa va ricercata nell'intento di precludere la via agli abusi che l'ignoranza, l'interesse, la fede superatiziosa potrebbero favorire in questa materia tanto delicata. Ma se la Chiesa dà prova di tanta prudenza e saggezza da una parte nella scelta delle r., non può non condannare dall'altra critiche esagerate ed incomposte contro l'autenticità delle r., specialmente se fatte su libri o periodici destinati a fomentare la pietà cristiana (can. 1286). Con ciò non intende in nessuna maniera vietare le discussioni dei dotti, animate da uno spirito di critica sano, costruttivo e prudente.
3) La Chiesa scende poi a determinare anche gli atti di culto consentiti secondo le circostanze, verso le r. dei santi: a) i principali atti di culto sono: esporre le r. alla venerazione, mostrarle al popolo, darle a baciare, portarle in processione, benedire con esse il popolo (can. 1287). Ma riguardo all'esposizione c'è da osservare che per essere lecite le r. devono essere chiuse in teche o cassette sigillate, per evitare il pericolo di furto o di frode. Non possono collocarsi sopra il tabernacolo, dove si conserva il S.mo Sacramento (S. Congr. dei Riti, 31 marzo 1826 ad 6, Decreta authentica, n. 2613), né sopra l'altare dove è esposto il Santissimo (id., 2 sett. 1741 ad 1, ibid., n. 2365) anche solo con la pisside (id., 19 maggio 1838, ibid., n. 2779) e neppure dinanzi alla porticina del tabernacolo chiusa (id., 6 sett. 1845, ibid., n. 2906). Per procedere poi all'esposizione e processione delle r. dei beati, fuori dei luoghi dove si celebra per essi la Messa e l'officiatura per concessione della S. Sede, occorre un particolare indulto apostolico. b) Altre norme disciplinano la custodia e la traslazione delle r. Così i corpi dei santi non si possono conservare in urne sopra l'altare, ma sotto terra o sotto la mensa dell'altare e non si possono rivestire di nuove vesti senza il permesso della S. Congregazione dei Riti (Benedetto XIV, De servorum Dei beatificatione et beatorum canonizatione, IV, parte 2ª, cap. 26).
La traslazione dei corpi o delle r. insigni dei santi da un luogo ad un altro nella stessa chiesa può essere fatta con il permesso del vescovo: per le traslazioni da una chiesa all'altra si richiede la licenza della S. Sede (can. 1281 § 1). Lo stesso si dica per le alienazioni di r. insigni. Le r. dei beati non si possono portare in processione, né si possono esporre, se non nel luogo dove la S. Sede abbia concesso di celebrare la Messa e l'Ufficio (can. 1287 § 3). c) Contrasta con il culto qualsiasi mercimonio o qualsiasi frode che avvenga in materia di r., è interdetto il trasferimento di r., anche autentiche, a scopo di vendita simoniaca (can. 1289), di furto o di rapina. A questi atti è annessa la scomunica riservata all'Ordinario (can. 1289). Perché simili atti non avvengano è stimolata la vigilanza degli Ordinari, dei vicari forandi e dei parroci, i quali sono anche esortati ad impedire che in occasione di alienazioni o di successioni ereditarie le r. pervengano in mano di acattolici (can. 1289). Così per la r. della Croce, che si trova nell'anello del vescovo, all'atto della sua morte (can. 1288). Questo è uno dei modi con cui le r. possono essere profanate, ma non il solo. Altri modi di profanazione possono essere l'incuria nel custodire, che può arrivare fino allo smarrimento delle medesime. Evitare queste cose spetta al rettore della chiesa ed agli altri cui fosse demandata la loro custodia (can. 1289 § 2).
Con speciale cura veglia la Chiesa, a mezzo del vicariato di Roma, nelle r. che vengono estratte dalle catacombe romane (cf. motu proprio 11 dic. 1925 col Regolamento annesso: AAS, 17 [1925], p. 619). Sull'uso delle r. nella consacrazione dell'altare V. ALTARE.
BIBL. A. Waltz, Die Parbitre der Religius. Eine dogmatische Studie, Friburgo in Br. 1927; D. M. Prümmer, Manuale theologiae moralis, I, ivi 1928, pp. 323-26, nn. 386-87; P. Lefeuvre, Courte histoire des reliques, Paris 1932; M. Jugos, Theologia dogmatica Christianorum orientalium, II, ivi 1933, pp. 712-18; Wernz-Vidal, IV, pp. 581-88, nn. 484-93; P. Sejourne, Reliques, in DThC, XIII, coll. 2312-76; F. H. Ferretti, De sacris sanctorum reliquis cum peculiari respectu ad Lipsaeothecae episcopales et maiorum ecclesiarum, Città del Vaticano 1942; H. Leclercq, Reliques et reliquiares, in DACL, XIV, coll. 2294-2339; G. Zulli, S. Ambrogio e il culto dei santi, il culto dei martiri e della loro r., Roma 1945. Pietro Palazzini
VII. CULTO DELLE R. NELLE RELIGIONI NON CRISTIANE. — Anche nelle religioni non cristiane quanto ha appartenuto a una persona reale (corpo intero o una sua parte, vesti, utensili, armi) è oggetto di venerazione e di culto. Talora l'attribuzione di tali oggetti può riferirsi anche a un essere mitico, dio o eroe, considerato come reale dalla fantasia del popolo e immortalato dal mito. La venerazione e l'uso delle r. è basato sul principio che il contiguo agisce sul contiguo; e quindi il contatto o l'uso di cose appartenute o collegate con una persona particolarmente ricca di potenza soprannormale produrrà gli stessi effetti di forza, di intelligenza, di preservazione da mali influssi di cui era capace la persona cui appartennero.
I primitivi ritengono che portare indosso, al braccio, al collo, sulle armi, capelli, denti, ossa di un personaggio potente, o ingerirne il cuore, il fegato, il rene, l'occhio, giova ad assimilarne le qualità ed assicurarsene la protezione in casi di maleficio e l'aiuto nelle varie imprese di caccia, di guerra, di preservazione in casi di malattia. Anche i luoghi resi sacri dal ricordo degli antenati mitici che vi hanno lasciato impronte di mani, di piedi, ecc. sono venerati al punto di diventar meta di pellegrinaggi, come avviene presso gli Arunta (Australia centrale) per le rocce e le pietre dove gli antenati mitici hanno lasciato traccia del loro passaggio.
Egitto. — È nota la venerazione degli antichi Egiziani per i 14 brani del corpo di Osiride disseminati dall'uccisore Seth per tutto l'Egitto. Sul luogo del ritrovamento furono eretti santuari; particolarmente celebre quello di Abido ov'era custodito il capo. Il Serapeo di Alessandria conteneva la mummia del bue Api, considerata come la r. dell'Osiride ultramondano (= Serapide).
Grecia. — In Grecia il culto degli eroi è essenzialmente il culto della loro tomba (ἡρῶν) che è il presidio più
efficace per la città che la possiede. L'esaltazione della tomba-r. è evidente nella chiusa dell'Edipo a Colono di Sofocle dove Teseo, re di Atene, dichiara in nome di Edipo che se il sepolcro di costui sarà rispettato da orme e da voci umane deriverà al paese un'incolumità perpetua.
Oltre agli heron erano r. celebri in Grecia la testa di Orfeo a Lesbo e a Smirne, la sua lira in vari luoghi, le ossa di Teseo in Atene, di Oreste a Sparta e così via; la lancia di Achille a Phaselis, lo scettro di Agamennone a Cheronea; e poi i sandali di Elena, le uova di Leda, la creta con cui Prometeo foggio Deucalione e Pirra, ecc.
Roma. - In Roma erano r. insigni il Palladio di Enea, la tomba di Romolo nel Foro e la sua casa sul Germalo, la tomba di Acca Larenzia, la pila Horatia con le armature dei tre Curiazi, il tigillo sororio, i sandali e la conocchia di Tanaquilla, ecc.
Religioni universali, che hanno avuto un fondatore storico, come il buddhismo e l'islamismo, hanno di molto accentuato il culto delle r. relative al fondatore.
Buddhismo. - I luoghi santificati dalle r. del Buddha sono quelle dove il suo culto in modo particolare si svolge. Dopo la sua morte a Kusinara le ceneri divise in otto parti furono distribuite alle genti intervenute ai funerali, le quali provvidero a conservarle in appositi santuari (v. STUPRO). Tre ne sono stati ritrovati: a Piprawa nel Nepal, a Bimaren presso Cabul e a Peshawar; a Ceylon e venerato un suo dente; nella Birmania e nel nord dell'India si trovano località ove sono venerate r. del Buddha.
Islamismo. - Anche presso i musulmani, pur essendo la religione contraria alla venerazione delle r., queste vengono venerate in quei paesi che vi erano disposti dalla propria tradizione etnica. Così un pelo della barba di Maometto è venerato a Bijapur nel Deccan, un capello a Rôhri nel Sind, le impronte dei suoi piedi a Ahmadabad, Gaur, Delhi: nell'Africa settentrionale sono in appositi santuari (marabutti) venerate le r. di famosi santoni musulmani.