EPIGRAFIA CRISTIANA LATINA E GRECA

EPIGRAFIA CRISTIANA LATINA e GRECA. - L'epigrafia si può dire giustamente l'occhio del-

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(Int. Enc. Catt.) EPIGONATION - Pont, collegio Russico di s. Teresa del B. Gesù - Roma.
l'archeologia. Quanto è difficile far parlare un monumento sul quale non si trovi traccia di scrittura. Ed ancora le voci che se ne trarranno saranno sempre fioche ed incerte. È un privilegio dell'antichità cristiana di essere illustrata da un numero grandissimo d'iscrizione. Si sono spesso fatti dei numeri più o meno approssimativi, e le continue scoperte si incaricano di renderli d'anno in anno meno esatti. Più di ventimila sono i testi che ci hanno finora restituito le catacombe romane; un migliaio ca. quelle di Siracusa; quasi una polvere senza numero di svariatiissimi frammenti sono stati raccolti nei cimiteri dell'antica Cartagine cristiana.

E poi non è sempre facile giudicare se un'iscrizione sia cristiana o pagana, cioè opera di cristiani o no. In pratica l'e. c. propriamente detta prende in considerazione solo quelle iscrizioni che portano segno di cristianesimo, giacché il suo compito è principalmente quello di raccogliere dalle lapidi le testimonianze della vita cristiana antica in quanto tale. Né bisogna temere che questo metodo, per l'età in cui il cristianesimo era la religione dalla grande maggioranza, come i secc. V e VI, lasci logicamente considerare come pagane un gran numero d'iscrizione che sono realmente opera di cristiani; giacché per gli antichi, ed in particolare per gli uomini di quei secoli, quasi non esisteva la classe delle iscrizioni puramente civili e laiche; il loro profondo sentimento religioso trovava modo d'esprimersi

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(da L. Duchesse, L'epigrafe d'Aucrius, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, 18 (1888), pp. 111-112, inv. 1) EPIGRAFIA CRISTIANA - Cippo di Alessandro (x16 d. C.), Istambul, Museo.
in ogni circostanza, ed è raro che si trovi un testo epigrafico che non ne presenti qualche manifestazione.

L'e. c. antica comincia a manifestarsi con la fine del II sec., quasi contemporaneamente a Roma e nella Frigia; ma scarse restano le sue testimonianze per tutta la prima metà del III; dipoi si fanno frequenti, ancor prima della pace costantiniana, almeno nelle catacombe romane ed in qualche località dell'Asia Minore. Ma la stragrande maggioranza dei testi (che sono per lo più epitaffi, o iscrizioni funerarie) appartiene al sec. IV e al V; per la prima metà del IV si è ancora quasi ridotti a Roma, a Chiusi ed all'Asia Minore occidentale; poi rapidamente in tutte le regioni dell'Impero si ha una fioritura di testi che nello spazio di poco più di un secolo danno la grande massa delle iscrizioni paleocristiane finora conosciute.

Nei tristi secoli che succedettero pare che l'ignoranza e la miseria dei tempi abbia ristretto moltissimo l'uso dell'epigrafia o almeno l'abbia praticata per lo più su materie così fragili che i testi non sono durati fino a noi. Infatti del secc. VI e VII si ha un buon numero d'iscrizioni monumentali, ma folti gruppi d'epitaffi solo in alcuni paesi come le Gallie, la Spagna, l'Egitto, la Cilicia.

L'epigrafia ha una sua parte ragguardevole nello studio dell'antichità cristiana in generale. Per quanto contribuisce alla migliore conoscenza dei dogmi e delle concezioni religiose V. ISCRIZIONI. Ma in misura anche più vasta essa aiuta a

formarsi un'idea più precisa della vita in generale degli antichi cristiani; dei loro usi e costumi si religiosi che civili, delle istituzioni ecclesiastiche. L'esplorazione degli antichi cimiteri ne fa conoscere i riti funebri e molti curiosi particolari della vita quotidiana, p. es., i segreti dell'onomastica individuale e delle sue trasformazioni; dalle antiche chiese si apprende più in concreto come si svolgesse il culto ufficiale, sotto quali condizioni materiali, con quali strumenti; l'epigrafia civile e quella privata, in particolare del multiforme instrumentum domesticum, mostrano sino a qual segno lo spirito religioso cristiano avesse penetrato le anime e si esplicasse nelle manifestazioni anche più impensate e talora in vere deviazioni di superstizione. Il ricco patrimonio iconografico dei monumenti figurati, che ha svelato tutto un mondo spesso curioso ed inaspettato d'idee artistiche e di elaborazioni simboliche, riceve dalle iscrizioni che talora le accompagnano dei punti fermi per un'interpretazione positiva di problemi altrimenti insolubili e per una talquale sistemazione cronologica e visione storica dell'insieme dei fatti. La filologia, che un tempo credeva degne del suo studio solo le pagine dei grandi autori stilate sulla lingua ufficiale e sdegnava le umili testimonianze di testi senza pretese, spesso scorretti e barbarizzanti e pieni di volgarismi, ha ora appreso l'interesse che c'è ad occuparsi di rozzi ma spontanei e genumi documenti della lingua vera, e vi studia con successo l'evoluzione del latino e del greco, che si nella pronuncia, come nelle forme e nella parte lessicale si avviano sempre più decisamente a dar vita alle lingue moderne.

Però anche la storia, quale si vuole più propriamente intendere, cioè la grande storia degli avvenimenti a degli uomini che si dicono importanti, trova spesso nell'e. un ausilio prezioso, per lo più riguardo a fatti singoli che dalle sole iscrizioni sono conosciuti o ricevono un'illustrazione inattesa e decisiva, talora anche in questioni d'indole più generale. Ormai, per fare qualche esempio, è ammesso che una storia della primitiva diffusione del cristianesimo (e quindi la geografia dell'orbis christianae antiquus) non si può fare più senza il valido apporto della epigrafia, e ne ha dato un buon esempio l'Harnack; quanti lumi l'agiografia, specialmente romana ed africana, possano attingere dalle iscrizioni hanno mostrato a più riprese il Delehaye ed il Monceaux; Aricanda (v.) getta una luce istruttiva sopra la persecuzione di Massimino e la famosa questione del censimento di Quirino è vivamente interessata da una lapide, purtroppo mutila, di Tivoli, come in altra scoperta recentemente a Nazareth si trova forse l'eco delle dicerie sparse ad arte dai piudei sulla scomparsa del cadavere di Gesù (Mt. 28, 13). Che si saprebbe di papi come Eusebio e Marcello

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(per cartesia del prof. E. Joël) EPIGRAFIA CRISTIANA - Pomponius. Iscrizione in rosso su tegola (inizio sec. III) - Roma, cimitero di Priscilla (arenario).
senza le iscrizioni dedicate dal papa Damaso? Che di s. Abercio e di s. Eutichio senza i loro elogi funebri? Perfino la storia letteraria trova ora dall'epigrafia testi degni della sua considerazione, come non poche composizioni metriche, ed ora fonti proviose di documentazioni come il catalogo dei libri di s. Ippolito inciso sullo schienale della sua cattedra o quella lettera di s. Atanasio ai monaci, il cui testo originale è stato trovato scritto sulla porta di una cella monastica presso Tebe nell'alto Egitto.

L'epigrafia semitica e dell'antico Egitto hanno portato innumerevoli contributi alla migliore comprensione dell'ambiente storico e di alcuni fatti e personaggi del Vecchio Testamento, come mostrò per disteso il Vigouroux; ma anche il Nuovo Testamento ed in particolare gli Atti degli Apostoli: ricevettero nuova luce su molti punti dalle scoperte epigrafiche. Però l'utile che può ricavare lo studioso della Bibbia dalle antiche iscrizioni riguarda in modo più generale il testo e la lingua. Una serie innumerevole di citazioni bibliche greche e latine sparse sulle epigrafi potrebbero, se raccolte sistematicamente e studiate nel loro insieme, apprenderei molte cose sulle varietà locali dei testi, sulla diffusione di particolari recensioni, sull'uso delle diverse traduzioni, sulla famigliarità

VALERIAE NICE FLAVIAE FILIAE

VALERIVS' FVNDAMVMPAT' E R

[Int. Rec. Cert.]

EPIGRAFIA CRISTIANA - Iscrizione sepolcrale di Valeria Nice Flavia (sec. tit). Calco nel Museo Cristiano Lateranense. L'originale si trova al cimitero di Pretestato - Roma.

che aveva il popolo cristiano con i diversi libri sacri, sul credito attribuito a parecchi apocrifi.

Un frutto non minore si è ricavato dall'epigrafia per l'esatta comprensione di alcuni modi di dire del Nuovo Testamento e, più in generale, per la giusta valutazione della lingua in cui esso è scritto. Senza negare del tutto quello sfondo più o meno somintizzante che v'ha lasciato la cultura propria dei suoi autori e la natura delle sue fonti, si è ora d'accordo che la massima parte dei suoi particolari lessicali, morfologici e sintattici sono quelli comuni alla lingua greca corrente allora sulla bocca del popolo, nella quale appunto quei libri sono stati scritti. Questa dimostrazione si è fatta principalmente in base alle iscrizioni, agli ottraca e ai papiri.

Le iscrizioni paleocristiane sono arrivate in massima parte su lapidi di marmo o di altra pietra meno nobile; poche relativamente sono quelle incise sul metallo o sulla creta di oggetti d'uso domestico, poche quelle dipinte a pennello; invece abbastanza numerose quelle graffite con punta dura sopra gli intonaci. Gli antichi avevano gli stessi difetti dei moderni; grazie ad essi certi mari su cui ogni passante ed ogni ozioso fermo un suo ricordo sono diventati per noi preziosi polinesisti, sui quali si leggono stratificati sentimenti e notizie del più alto interesse. Basti ricordare il graffito del Palatino con la scena dell'irrisione dell'adomore di Gesù ed il muro trovato ancora carico di graffiti di devoti sul sepolcro di S. Pietro, o quelli assai più noti delle catacombe di S. Sebastiano.

capitale (v.) quadrata o rustica, nelle forme correnti, piuttosto irregolari ed asimmetriche, spesso veramente molto brutte, dei secc. iv e V. Le tormentate forme corsive (v.) sono quasi esclusivamente riservate ai graffiti. La difficoltà spesso non lieve di leggere queste iscrizioni deriva dal fatto che molte abbondano di errori, mancano di punteggiatura fra parola e parola o l'hanno sbagliata, presentano miscugli di sigle sibilline, lettere stramamente deformate, ovvero una fonetica ed una grammatica lontanissima da quella regolare. Chi incide l'iscrizione sovente non sa leggere e copia materialmente un testo che non capisce; altre volte colui stesso che detta l'iscrizione non sa di lettere e si esprime come parla il volgo degli'infimi quartieri.

La pronuncia del latino e del greco nei secc. iv e v era ormai profondamente alterata, e se un uomo dell'età di Pericle o di Cesare fosse ripassato per le vie della sua città avrebbe stentato a riconoscerla per sua ed a farsi capire. I poveri autori delle epigrafi cristiane, che scrivono come parlano, scambiano continuamente il B con il V (Vitalis e Bitalis), il DI + vocale con Z (diaconus e zucunus, baptizatus e baptidiatus), C K e Q fra loro (quiesces e ceopres, Quirius e Cyrius), X con C S ed S (cinit, vicis, cinit, Xystus e Sustus), IE con GE e ZE (femarius e Genarus e Zenaria, Aloiosus e Alagiosus, Genesis e Ieneia, Manis e Magias), TJ con Z e S (Genitane e Geuans), Y con E (Hypatius ed Epatia), V con O ed E con I specialmente nelle Gallie (christiani e crestiani, titidans e tetidans), senza parlare dei dittonghi, delle doppie e delle aspirate dove troppo spesso non riescono a raccapezzarsi, e delle consonanti finali spesso tralasciate nello scritto come nella pronuncia (bocata so = vocata sum). Peggio poi quando per malintesa dottrina si etimologizza a rovescio (Heliodorus per Heliodorus, credendolo derivato da Aelius).

Coloro che scrivono in greco aggiungono alla maggior parte di questi un gran numero di errori propri della loro pronuncia, e scambiano AI con E (αἰτῶν per ἀτῶν, ξήσος per ξήσιος), OI con Y (ὄνθος per ἀνόξαι, κόμησις per κόμησις), α con O ed OY (διόξω per δρόνου, Ζώσιμος per Ζώσιμος, Ὀνόριος per Ὀνόριος), H ed EI con I (κίτε per καῖται, ἐστρανίς per ἐστρανίς, κόμιος per κόμησις), assottigliano le desintense IΩΣ e ION in IΣ ed IN (λοῦσις per λοῦσιος, πεδὶν per παθόν), premettono un I eufonico davanti al Σ impuro iniziale, come fecero pure i latini (Ἰωρῆς ed Ἰερᾶς per Spas), il congiuntivo tenda ad eliminare l'ottativo, le forme deboli prendono il poeto di quelle forti specialmente nei verbi, si moltiplicano i fenomeni di eteroclisia e di metaplasma.

La degenerazione lessicale e grammaticale non suole recare molto fastidio in epigrafi brevi, di formulario stereotipo, quali sogliono essere quelle in prosa. Ma crea spesso grandi difficoltà per la retta intelligenza delle iscrizioni metriche. Esse si compongono ordinariamente di puri esametri o di dialici, e solo raramente sono in versi giambici. Pochissime sono metricamente corrette; alcune si permettono tante libertà, da potersi reputare piuttosto versi ritmici, regolati cioè dall'accento tonico anziché dalla quantità delle sillabe. Ma non è per ciò che quelle poesie sono di difficile intelligenza, bensì per l'indeterminatezza dell'espressioni e lo stento dei costrutti, nei quali è palese l'imperizia di chi deve mettere quelle parole in verso e sa la cava alle men peggio, facendo violenza ora alla grammatica, ora alla metrica, ora al pensiero stesso, travestendolo in luoghi comuni che non dicono nulla. Persino i carmi di DAMASCO (v.) riescono per tal motivo spesso incredibilmente oscuri.

Spesso il poeta improvvisato cerca di cavarsela ricorrendo a modelli di poesie che saccheggia più che può anche di versi interi. Tanto i pensieri da esprimere, particolarmente in un epitaffio, sono generalmente gli stessi. E soggiacquero a questo fato in modo speciale le composizioni damasiane, che dovevano essere molto gustate. Anzi si pensa da taluni che gli scalpellini avessero a loro uso dei veri manuali di fraseologia metrica epigrafica, dai quali stringevano ogni volta, come da modelli, ciò che serviva al loro scopo. Così si spiega che due elogi del vescovo Alessandro di Tipesa ricomprano quasi interi per il vescovo Cresconio e Cuicui (E. Diehl, Inscriptiones Latinae Christianae veteres, Berlino 1924-31, nn. 1103, 1825 e p. 511); la dedica di S. Pietro in vincoli di Roma ricompare in parte a Tebessa e poi nel sec. vi in un battistero di Ravenna (Diehl, ibid., nn. 977 e 1840 a CIL, VIII, 10707-10708). Questo metodo era tanto in onore, che gli stessi più antichi epitaffi metrici compaiono già composti in questo modo. Così il più antico epitaffio greco datato, il carme di Alessandro di Gerapoli del 216, fu composto saccheggiando letteralmente l'elogio metrico di s. Abercio (v.), il quale, a sua volta aveva già fatto suo pro di carmi più antichi, come rivelano i primi e gli ultimi versi, difettosi appunto per quel motivo. Per verità

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EPIGRAFIA CRISTIANA - Frammenti di lettera di S. Atanasio, Tabe, Monastero di Epifanio.
(de E. White, The monastery of Epiphanius at Tsches, Nov. 1986, p. 202)
il fascino della composizione poetica per se stessa era tale, che faceva agevolmente passar sopra a tutti i difetti di stile, di metrica, di lingua, ed anche d'ispirazione.

I difetti di fonetica e di morfologia sogliono essere molto più gravi e più frequenti nei nomi propri, nei quali poi generano difficoltà molto maggiori per la retta lettura ed intelligenza. Poiché anche l'onomastica delle iscrizioni paleocristiane è ormai molto diversa da quella che si conosce dai classici. L'uso dei tria nomina ancora frequente nel sec. III diventa poi rarissimo, ed anche la presenza dei gentilizi va facendosi sempre più rada nel corso del IV. S'introduce un grande disordine anche nelle titolature dei personaggi importanti, per i quali i gentilizi diventano spesso cognomi (e fanno persino da prenomi), e all'incontro dei veri cognomi assumono terminazione a funzione di gentilizio. L'unico elemento costante, anche per gente di buona condizione, è la presenza del cognome, e quelli che vogliono darsi del tono se ne pigliano più di uno. I nomi propri di persona delle lingue moderne scendono in linea retta dai cognomi quali erano in uso già nel secc. IV e V.
Si è posta da molti la questione dei nomi tipicamente cristiani, cioè coniati dai cristiani, e si è andato molto in là su questa strada. È un cammino difficile e spinoso a percorrere e pieno di trabocchetti. Tutto computato, non pure che, almeno per i secc. IV e V, siano stati numerosi i nomi messi in uso dai cristiani. Si tratta di certi nomi biblici come Petrus, Ioannes, Susanna; a tutti da concetti cristiani come Anastasius, Paschasius, Agape, Athanasius, Adeodatus; oppure di certe composizioni care specialmente agli Africani (Deogratias, Quodovildeus, Habeides, Deusdedit, ecc.); talora nomi già usati dai pagani divennero comunissimi e quasi propri dei cristiani per la loro fama o il loro significato; tali Paulus, Maria, Stephanus, Redemptus, Cyriacus, Bonifatius, Dominicus, Elpis. Si annoverano spesso fra questi i nomi cosiddetti di umiliazione, come Proiectus, Stercorius, Kampusovis, Calumniosus, Contumeliosus, Importunus, Alogius; ma sono piuttosto da attribuire ad una moda propria del tempo che a sentimento di virtù cristiana. Del resto occorrono gli

stessi nomi che si trovano pure nelle epigrafi pagane dello stesso tempo, anche quelli di pretta marca idolatrica, come Mercurius, Venerius, Isidorus, Diodorus, Apollodorus, Diogenes, Saturninus, Palladius, Aphrodisius, ecc. Nessuno ci badava.

Però questi nomi spessissimo non sono più usati nelle forme proprie del buon tempo classico, ma adattati al gusto corrente con suffissi nuovi come -ius, -antius, -entius, -omius, -osus, -ensis, -io, -as. Così più che Eutychus ed Εὐαεβίς si dice Eutychius ed Εὐαεβίς, Tyrannio e Dominio invece di Tyrannus e Dominus, Bousius e Leonius invece di Bousus e Leo, e così Asterius, Adelphius, Agapius, Venantius, Vincentius, Mortensis, Calendio, Trophimius, Ἐπαρχάς, ecc. Anche la loro declinazione si presenta profondamente alterata da una serie di fenomeni che si possono ricondurre a due capi: l'invasione delle desinenze greche sulle latine e la prevalenza delle forme deboli sulle forti. Juliane-es, come Agape-es, Menas-a diventano forme normali, e accanto ad Hague-es si ha Hague-es ovvero Hague-es-ets, e così Seman-ets o ens. Spes-ens, Eutychus-ets, Hedys-ets, e simili, fino a Vitalis-ets, Menas-ets, Epictesis-ets, Attilus-ets.

Non c'è da far caso se tutta questa onomastica sia anche etimologicamente più greca che latina. Molti stimano di poter dedurre dalla qualità dei nomi la nazione delle persone, ma lo studio delle epigrafi mostra che, almeno per i secc. III-V, ciò è un'illusione. Nomi latini sono in quel tempo comunissimi ad orientali, come i nomi greci agli occidentali. Non vi si metteva nessuna attenzione, o se qualche elemento vi influiva, era solo la moda a un certo gusto di esotismo.

Invece è istruttivo esaminare nell'epigrafia la flessione dell'uso del greco in Occidente. Sino al tempo di Costantino, da un terzo ad un quarto delle epigrafi sono greche. Di poi diminuiscono rapidamente, così che dalla metà del sec. IV in poi, fatta eccezione di qualche artificiale composizione poetica, sono greche solo le iscrizioni di orientali che quasi sempre si dichiarano tali.

L'età di queste iscrizioni si riconosce per vari indizi, ma soprattutto dalla paleografia, dal formolario a dalla data che talora vi è segnata, più di rado per allusioni a personaggi o avvenimenti noti. L'argomento paleografico, a in parte anche quello tratto dal formolario, è facile a maneggiare in un complesso abbastanza numeroso ed omogeneo d'iscrizioni, ma molto difficile a delicato se si tratta di iscrizioni singole. Allora la prudenza non è mai troppa.

La data sulle iscrizioni (cioè l'anno in cui furono scritte) suole essere segnata secondo l'era consolare, ufficiale per lo Stato romano, ovvero secondo altre ere locali o regionali. Fino a Costantino si fece ciò molto raramente; dalla metà ca. del sec. IV fino alla metà del VI le iscrizioni datate diventano numerosissime. È evidente la loro utilità, e perciò se ne sono fatte anche delle raccolte speciali. Esse sono come le pietre miliari che segnano la via dello sviluppo dell'epigrafia ed aiutano a fissare canoni cronologici anche per la massa delle iscrizioni non datate. In tutto l'Occidente è di uso normale la data consolare, indicata cioè con i consoli che erano in carica quell'anno; solo nella Spagna occidentale e nella Mauritania si usano ere particolari di quelle regioni. Quest'uso invece diventa universale nell'Oriente, ove la moltitudine dell'ère particolari, spesso non ben note, specialmente nell'Asia Minore, nella Siria e nella Palestina, suole creare notevoli difficoltà. indizione (v.) indicata spesso nelle iscrizioni più tarde, ma che per valore cronologico pratico è quasi trascurabile.

Un problema non meno difficile di quello cronologico è spesso, almeno per le iscrizioni più antiche, se si tratti di testi pagani o cristiani. Anche ammesso il principio che un'epigrafe sia da considerare pagana finché non ne sia dimostrato il carattere cri-

stiano, tuttavia resta ancora sempre una larga zona per ipotesi e congetture di vario genere. E ciò tanto più perché spesso si trovano ancora a posto su tombe cristiane, ad es., in catacomba, iscrizioni che hanno piuttosto segni di paganesimo che di cristianesimo, ad es., l'invocazione di atroci vendette contro i violatori della tomba, la dedica agli dèi Mani, la menzione dell'Ade, del Tartaro e altre divinità pagane, certe espressioni di sconsolato pessimismo. Per converso anche manifestazioni di un nobile pensiero religioso, monoteistico od escatologico, non devono talora illudere, potendosi pure ritrovare sulla bocca di adepti a speciali correnti filosofiche o culti misteri, come è il caso del cippo di C. Clodius Fabatus di Rignano Flaminio (Diehl, loc. cit., n. 3443). E talvolta oggi la questione si complica ancora con l'ipotesi di appartenenza a sette eretiche o comunità ebraiche. Così un'iscrizione importante come quella di Regina (Diehl, loc. cit., n. 4933) si disputa fra cristiani ed ebrei e l'altra non meno notevole di Probina (Diehl, loc. cit., n. 3330) fra ebrei, pagani e cristiani.

Per le età più antiche si è andato in cerca di formole criptocristiane, ma la via è oltremodo difficile a pericolosa, né ha dato risultati apprezzabili. Così se al Wilhelm riuscì di dimostrare il carattere cristiano di una formola per sé neutra come ἕστα σὺν πρὸς τὸν Θεόν (minaccia contro i violatori della tomba), non sono ancora cessate le dispute sugli «angeli» delle stele di Tera, né si può dire nulla di sicuro di un gruppo di iscrizioni di Arles con il pax tecum (CIL, XII, 84).

Spesso la cristianità di un'iscrizione risulta anche dalle figurazioni che l'accompagnano, quasi sempre di carattere simbolico. Poiché molto rare sono esse sulle lapidi pagane e secondo le varie regioni di un carattere ben determinato; per regola di un tipo molto più laico che religioso. Però anche qui è necessaria una certa prudenza, poiché palme e corone occorrono pure non di rado ad ornare epitaffi pagani, anzi talora pure dei pesci, per lo più delfini. E per la Frigia, ove compare una ricca serie di rappresentazioni di carattere particolare (edifizi archi-

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(fol. Ent. Catt.) EPIGRAFIA CRISTIANA - Croce monogrammatica, busto di profilo, scalpello (sec. IV) - Roma, Museo Cristiano Lateranense.
tettonici, oggetti di uso domestico, stelle, svastiche, viti), si è spinto il Calder un po' troppo oltre a voler determinarne un certo numero come proprie dei cristiani.

Le figurazioni più comuni sono il Buon Pastore e le pecore, l'orante, la colomba di Noè, uccelli di più specie (particolarmente colombe e pavoni) o, soli e affrontati ad un vaso, la fenice, il delfino o altri pesci, l'ancora, corone e rami di palma, monogrammi decussati o croci monogrammatiche, soli o accompagnati dalle lettere apocalittiche A e Ω e anche da colombe, rami di vite, moggi di grano, strumenti di mestieri (specialmente quelli dello scalpellino), scene della vita civile privata e anche talora dell'iniziazione religiosa, anche qualche scena biblica, cavalli in corsa, navicella che oppoda a spesso rappresentazioni figurate dal nome del defunto a mo' di stemmi (la figura di una pecora sulla lapide di un Prebatus, perché la pecora in greco si dice πρῶτον; il pavone, uccello del sole detto in greco ἥλιος, su lapide di una certa Aelia, e così via).

La massima parte delle iscrizioni paleocristiane sono di carattere funerario, o in prosa o in poesia. Esse hanno di proprio la preoccupazione generale di segnare la data della morte a sepoltura del defunto, cosa che, come di malaugurio, era studiosamente evitata dai pagani. Inoltre i titoli della condizione civile cedono per regola il posto a quelli che significano la posizione del defunto nella comunità cristiana. La frequenza con cui i cristiani esprimono i loro sentimenti religiosi non trova che scarsissimi confronti sopra gli epitaffi pagani dello stesso tempo. Su per giù è lo stesso per ciò che riguarda la cura dell'incolumità della tomba. Tutto ciò deriva da quella fede che, come ha dato nuova forma alla vita, così conferisce anche un nuovo aspetto alla morte, cambiando radicalmente la visione dei loro rispettivi valori.

Delle altre classi di iscrizioni sono da segnalare quelle monumentali, cioè apposte ad edifizi, non solo per il loro numero e per l'importanza storica, ma soprattutto per il carattere nuovo. Quelle pagane sogliono mettere in risalto l'autore dell'edificio e l'opera sua; quelle cristiane mirano invece allo scopo dell'opera, cioè l'interesse della comunità e del culto divino. Quegli, p. es., cui è dedicato un tempio restava prima nello sfondo come nell'ombra; ora passa in primo piano, al centro dell'argomento. Ed in generale si deve osservare che tutta l'e. c. presenta al confronto di quella pagana un'aria più spirituale, cioè più intimamente religiosa. Fede e sentimento religioso cedono per regola in quella il posto ad uno stereotipato formalismo; qui invece si affermano in pieno al di fuori di ogni ritualismo. Questo è forse il valore più profondo ed universale dell'epigrafia paleocristiana, superiore anche a quello propriamente storico e documentario. - Vedi tavv. XXXIII-XXXIV.

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(fol. Enc. Catt.) EPIGRAFIA CRISTIANA - Lapide cristiana con cavallo (sec. IV). Roma, Museo Cristiano Lateranense.
BIBL.: La tradizione epigrafica più antica è stata magistralmente esposta da G. B. De Rossi nel I vol. delle Inscriptiones Christianae Urbis Romae septima secessio antiquiores, Roma 1857-61, pp. v-xxxvii per i socc. xvi-xix, e per l'età anteriore in tutto il vol. II, parte 1°, ivi 1858. Nell'età moderna le iscrizioni latine, non romane, hanno trovato luogo nei singoli volumi del CIL per ogni città dopo quelle pagane. A parte sono state pubblicate quelle della Spagna (2 voll., Berlino 1871 e 1900) e della Britannia (ivi 1876) da E. Hübner. Collezioni nazionali di particolare merito al di fuori del CIL sono quelle di E. Le Blant, Inscriptione christianae de la Gaule antérieures au VIIIe siècle, 3 voll., Parigi 1856, 1859, 1893; F. S. Kraus, Die christlichen Inschriften der Rheinische, 2 voll., Lipsia 1892-94; E. Egli, Die christlichen Inschriften der Schweiz vom IV-IX Jahrhundert, Zurigo 1893; S. Aurigman, L'area cimitoriale cristiana di Ain Zara presso l'Opoli di Barberia, Roma 1932; G. Vives, Inscriptiones christianae de la España romana y visigoda, Barcellona 1932.

Le iscrizioni di Roma non sono state comprese nel vol. VI del CIL, dovendo essere pubblicate a parte. Ne ha dato il De Rossi 2 voll.: I. Epitaphia certam temporis natam eublamia, Roma 1857-61; II, parte 1°, Series codicum in quibus veteres inscriptiones Christianae descriptus sunt aere succ. XVI, ivi 1888; dipoi A. Silvagni altri due, non più in ordine di materia, ma inoprofattico: Nova series, I: Inscriptiones incertae originis, ivi 1922; II: Cementeria in suis Cornelia, Aurelia, Fortunata et Ostiana, ivi 1932. Utili raccolte d'indole particolare hanno dato Fr. Bücheler, Carmina epigraphica, 2 voll., Lipsia 1893-97, che comprende anche tutti i testi cristiani, con supplementi di E. Eneströ, ivi 1912 ed E. Lommatzsch, ivi 1926; P. Monceaux, Enquête sur l'épigraphie chrétienne d'Afrique, 60 articoli nella Revue archéol, 4° serie, 1-8 (1903-1906); continuati in Ménolier de l'Arcé, des Ines et belles lettres, 12 (1907), 1, pp. 161-239; A. Ferrus, Epigrammata Damianae, Roma 1942. Un'implissima silloge di tutte le iscrizioni latine cristiane con indici copiosi e utilissimi ha dato E. Diehl, Inscriptiones Latinae Christianae veteres, 3 voll., Berlino 1924-31.

Le iscrizioni greche furono dapprima raccolte nel CIC-IV, nn. 8608-9026 da A. Kirchhoff (Berlino 1859) con indici di H. Rochl (ivi 1877). Nella nuova ed. del Corpus, Inscriptiones Graecae, ivi 1870 sga., le iscrizioni cristiane entrano solo in parte ed in modo diverso nei singoli volumi: degno di speciale menzione il XIV, Inscriptiones Graecae Siciliae et Italiae, additis graecae Galliae, Hispaniae, Britanniae, Germaniae interstitiuntiae, ed. G. Knibel, Berlino 1890. Altre raccolte generali non esistono, ma solo parziali come A. Bayet, De titulis Atticae christianis antiquissimis, Parigi 1898 (completato da J. S. Creaghan e A. E. Raubischek, Early christian epitaph from althen, I&sporia, 40, Woodstock 1947); Fr. Cumont, Les inscriptions chrétiennes de l'Asie mineure, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, 15 (1895), pp. 245-90 (eicnchi, indici, libivi); V. Strassella, Inscriptionem Christianarum qua ein Syracuseis catacombis repertae sunt corpusculum, Palermo 1897; V. V. Laryère, Iscrizioni greche critiquee della Russia meridionale, Pietroburgo 1897 (in russo); G. Miltet, J. Pargoire, L. Petit, Recueil des inscriptions grecques chrétiennes du Mont-Athe, Parigi 1904; G. Lefebvre, Recueil des inscriptions grecques chrétiennes d'Égypte, Cairo 1907; W. M. Ramsay, The cities and bishoprics of Phrygia, 2 voll., Oxford 1895-97; id., Studies in the history and art of the Eastern provinces of the Roman Empire, Aberdeen 1906; Fr. Cumont, I. G. L. Anderson, H. Grégoire, Studia Pontica, III, Recueil des inscriptions grecques et latines du Pont et de l'Aradène, Bruxelles 1910; H. Grégoire, Recueil des inscriptions grecques chrétiennes d'Asie mineure, Parigi 1922 (solo le isole e la sponda occidentale); C. Wessel, Inscriptiones Graecae Christianae veteres occidentis, Halle 1936 (primo fascicolo la cui continuazione fu interrotta dalla guerra); J. Gietzmann e G. Soteriu, Corpus der griechisch-christlichen Inschriften von Hellas, I: Isthmos-Karinthos, a cura di R. Bees, Berlino 1941. Le iscrizioni ebraiche (in massima parte greche) dell'attuale Europa sono state raccolte da G. B. Frey, Corpus inscriptionum Iudaicorum, I: Europe, Roma 1936.

Saccolte regionali meritevoli di menzione per il gran numero di iscrizioni cristiane che contengono sono per l'Africa St. Gell, Inscriptiones Latines de l'Algérie, I: Inscriptiones de la Procaudaire, Parigi 1922; L. Châtelain, Inscriptiones latines du Maroc, ivi 1942; A. Metlin, Inscriptiones latines de la Tunisie, ivi 1944. Anche più utili per l'iscrizione greche, data la mancanza di un Corpus recente, sono Ph. Le Bas, H.-W. Waddington, Voyage archéologique en Grèce et en Asie mineure pendant 1821 et 1841, parte 2°: Inscriptiones grecques et latines, III: Asie mineure, Syrie proprement dite, ivi 1870 (indici di J. B. Chabot, in Revue archéologique, 28 [1896], p. 213 sga.); G. Perrot, E. Guillaume-J. Delbot, Explanation archéologique de la Galatie, de la Bithynie, de la Phrygie, de la Mysia, Parigi 1862-72; B. Laryère, Inscriptiones antiquae orae septentrionalis Ponti Euxini Graecae et Latinae, 3 voll. più e di supplementi, Pietroburgo 1883-1901; W. K. Prentice, American archeological expedition to Syria in 1889-1900, parte 3°: Greek and latin inscriptions, Nuova York 1908; Syria (Publications of the Princeton University archeological expedition

to Syria in 1901-1905), Division III: Greek and latin inscriptions, A. Southern Syrian, a cura di D. Miane e R. Stuart, Leida 1907-21; B. Northern Syria, a cura di W. K. Prentice e E. Lattmann, ivi 1908-22; L. Jalabert, R. Mouterde, Inscriptiones greques et latines de la Syrie, Parigi 1920 e 1919 (due fascicoli); Nonumata Aisio Minneri antiqua, 6 voll., Londra 1928-Marcheseer 1930, dedicati tutti alla Fama, eccetto il II e III alla Cilicia. Per ovviamente allo studio servono soprattutto F. Grossi Gondi, Trattato di e. e. latina e greca del mondo romano occidentale, Roma 1920, analitico, e C. M. Kaufmann, Handbuch der alt-christlichen Epigraphik, Friburgo in Br. 1917, più elencati (ma con varie imprecisioni). Più antichi e di molte minore undici sono E. Le Blant, Manuel d'épigraphie chrétienne d'après les marbres de la Gaule, Parigi 1896; id., L'épigraphie chrétienne en Gaule et dans l'Afrique romaine, ivi 1869; Systua (Sisio Scapile), Notiones archeologicae christianae disciplinis theologicis condimnae, II, parte 1°: Epigraphia, Roma 1909; G. Marucchi, Epigraphia cristiana, Milano 1910. Succesi e ben fatti i due lunghi articoli L. Jalabert, Epigraphie, in DFC, I, coll. 1904-27, e L. Jalabert e R. Mouterde, Inscriptiones grecques chrétiennes, in DACL, VII, coll. 623-94; Elmenzère R. Agram, Manuel d'épigraphie chrétienne, I: Inscriptiones Latines, Parigi 1912; II, Inscriptiones greques, ivi 1913 (esempi commentati); A. Silvagni, Monumenta epigraphica christiana succ. XII antiquorum quae in Italiae Iudae aduae exstant, Roma 1944 (I, Roma; II: 1, Mediolumne; 2, Comma; 3, Papia; III, 1, Luca, IV, 1, Neopolis; 2, Beneventum), grandi tavole per lo studio paleografico. I nuovi testi sono riferiti per disteso nelle apposite rubriche regionali da J. J. E. Hondius, Supplementum epigraphicum Graecum, Leida 1922 sga., e nel loro contenuto del bollettino analitico di Epigraphia, Milano 1939 sga. Per gli studi epigrafici cristiani in generale si consulti la rubrica 8, Epigraphia, del bollettino bibliografico sulla Rivista di archeologia cristiana, Roma 1929 sga. A. Antonio Ferrus

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“EPIGRAFIA CRISTIANA LATINA E GRECA.” Enciclopedia Cattolica, vol. V (1950), p. 279. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/epigrafia-cristiana-latina-e-greca.