ERESIA. - Parola greca (αἴρεσις), che significa « scelta », « elezione ».
I. NOZIONI GENERALI
Il termine assai frequente nell'uso profano, originariamente serviva soprattutto a indicare la preferenza per una data dottrina reli-giosa, filosofica o politica, poi i seguaci di tale dottrina e infine la dottrina stessa, senza però includere alcuna nota di biasimo o di condanna. Nel Nuovo Testamento, dove ricorre per 9 volte, è usata in senso di setta o dottrina da riprovarsi: così s. Paolo respinge il titolo di e. applicato dai Giudei al cristianesimo nascente (Act. 24, 14).

L'e. presenta molteplici problemi
mi per la teologia, da esaminare considerandone l'aspetto dogmatico, morale, canonico e storico.
II. NELLA DOGMATICA: L'E
DOTTRINA. - Oggettivamente considerata, l'e. può definirsi: « una dottrina che contraddice direttamente a una verità rivelata » come tale proposta dalla Chiesa ai fedeli. Un triplice elemento viene dunque a comportarsi: 1. Una verità rivelata, contenuta cioè implicitamente o esplicitamente, ma formalmente in una almeno delle due fonti della Rivelazione. Non potranno quindi costituire materia di e. né le verità dedotte da principi rivelati mediante una premessa di ordine naturale (conclusioni teologiche), né quelle verità filosofiche o quei fatti che sono intimamente e necessariamente connessi con la dichiarazione e la sicurezza della Rivelazione stessa. Tali verità e fatti rientrano bensì nell'orbita dell'infallibilità della Chiesa, da cui potrebbero ricevere anche certezza e immutabilità assoluta, non per questo però diventano rivelati, da credersi cioè sull'autorità di Dio o, come si suol dire, con fede divina. 2. Un intervento del magistero infallibile della Chiesa che attesti il carat-tere rivelato della dottrina, per cui ciò che prima era solo oggetto di fede divina viene ad assumere la qualifica di verità da eredersi per fede divina e cattolica. 3) Un'opposizione alla verità rivelata; e tale opposizione deve essere immediata, diretta e contraddittoria.
Mancando uno di tali elementi, una proposizione non potrà dirsi propriamente eretica, ma, secondo i casi, si chiamerà: prossima all'e., se contraddice a una dottrina prossima alla fede, cioè a quella che, pur non essendo ancora definita, è considerata dai teologi come definibile: erronea, se nega una conclusione teologica o in genere una verità intimamente connessa con il dogma; sapiens haeresim, se la forma dell'espressione in certe circostanze genera sospetto di e. (v. CENSURA).
III. NELLA MORALE: L'E
PECCATO. — S. Tommaso la riduce ad una specie di infedeltà positiva (Sum. Theol., 2ᵃ — 2ᵃᵉ, q. 11, a. 1). Quindi come peccato si suole definire: «l'errore volontario e pertinace di un cristiano contro una verità divino-cattolica».Si dice: 1. Errore volontario. Il peccato di e., infatti, corrispondendo in senso contrario all'atto di fede, è anzitutto un atto dell'intelletto costituito da un giudizio erroneo contro la regola della fede. Esso può manifestarsi in una negazione oppure anche in un dubbio positivo che riduca la certezza a semplice opinione. Il dubbio negativo che si limita a una sospensione di giudizio, quantunque possa essere gravemente peccaminoso, non si oppone ancora direttamente alla fede. Il dubbio positivo invece, appunto perché infirma l'adesione all'insegnamento della Chiesa, è già una rivolta formale contro la fede stessa, che importa un assenso fermo e incrollabile. Oltre l'elemento intellettuale, nella genesi dell'e. interviene pure un impulso da parte della volontà, analogamente a quanto avviene per l'atto di fede: solo per mezzo di tale influsso infatti si spiega come l'intelletto possa liberamente determinarsi a dare il suo assenso erroneo circa la Rivelazione. 2. Pertinace. Questa pertinacia co-
costituisce l'elemento specifico della sua colpevolezza morale. Non consiste in una ostinazione speciale, ma nella consapevolezza che uno ha di opporsi alla regola della fede, per cui, mancando questa, l'e. sarà puramente materiale, non formale. 3. Di un cristiano, per cui il soggetto capace può essere solo chi per mezzo del Battesimo è entrato a far parte della società ecclesiastica: il catecumeno quindi, a chi è stato invalidamente battezzato, potrà commettere peccato di infedeltà, non di e. 4. Contro una verità, ecc. Queste parole si riferiscono all'elemento oggettivo già sopra trattato.
Il peccato di e. si suddivide in: 1. formale e materiale, se è congiunto o meno con la pertinacia; 2. interno ed esterno, se risiede solo nell'animo oppure si manifesta anche esteriormente; 3. occulto a pubblico, se viene manifestato a nessuno o a pochi e in segreto, oppure davanti ad un numero considerevole di persone.
Tra i peccati di infedeltà è il più grave, perché più di ogni altro si oppone alla virtù della fede: anzi per tale opposizione supera la gravità di qualsiasi peccato, ad eccezione dell'odio contro Dio. Tale gravità si riflette nelle molteplici conseguenze che vengono a colpire l'eretico nei rapporti con la vita interiore cristiana e con la società ecclesiastica. Le più importanti sono: 1. la perdita della vita della Grazia; 2. la distruzione della virtù infusa della fede; 3. la separazione dal corpo della Chiesa nel caso di e. pubblica, per cui l'eretico viene a costituirsi membro avulso e separato, anche se, come vuole la dottrina più comune, aderisce all'e. solo materialmente. Non è certo che altrettanto possa dirsi dell'eretico occulto, di chi cioè ancora non si è professato tale ufficialmente.
IV. NEL DIRITTO CANONICO: L'E
DELITTO. — L'e., in quanto rompe l'unità della Chiesa, è per sua natura un fatto eminentemente antisociale: non può quindi sottrarsi al potere coercitivo della medesima. Per quanto grave però sia nei confronti della dottrina e della morale, il peccato di e., se rimane un fatto puramente interno, non costituisce ancora un delitto nel senso giuridico della parola, passibile quindi di sanzioni canoniche. Per divenire tale, è necessario che l'e. rivesta anche un carattere esterno, pubblico od occulto che sia. Tale manifestazione esterna può esprimersi in qualsiasi maniera, con segni, scritti, parole e azioni, purché risulti sufficientemente che si tratta di un'adesione vera e propria a per di più pienamente deliberata, cioè formale.Vario fu il modo usato lungo i secoli dalla Chiesa nella repressione dell'e. Severissima da principio, più tardi temperò alquanto il primitivo rigore, pur riservando a tale delitto penitenze molto gravose. Divenuto cristiano l'Impero, alle pene ecclesiastiche si aggiunsero ancora sanzioni civili come l'esilio, la confisca dei beni e anche la morte. Particolarmente aspra fu la lora contro gli eretici dopo il Mille, per l'insorgere di nuovi movimenti eretici. INQUISIZIONE (v.).
Le pene oggi in vigore sono le seguenti (can. 2314 del CIC): 1. Gli eretici incorrono ipso facto nella scomunica. 2. Se ammoniti non si ravvedono, saranno privati dei benefici, dignità, pensioni, uffici e altri incarichi ecclesiastici; saranno dichiarati infami e, se chierici, dopo una seconda ammonizione, depositi. 3. Gli ascritti o aderenti pubblicamente a sette acattoliche sono per ciò stesso infami, e, se chierici, dopo essere stati ammoniti inutilmente, devono esser degradati.
A chi è sospetto di e., inutilmente ammonito, saranno proibiti gli atti legittimi ecclesiastici, e, se chierico, sarà sospeso a divinis; se entro 6 mesi non si emenda, sarà considerato eretico (can. 2315).
L'assoluzione dalla scomunica è riservata alla Sede apostolica; se però il delitto fu deferito all'Ordinario in foro esterno, anche per libera confessione, questi, abiura (v.), può assolvere il deliquente in foro esterno; questi quindi potrà dal confessore ricevere l'assoluzione dal peccato (can. 2314 § 2).

V. NELLA STORIA DELLA CHIESA
L'ampiezza del tema non consente che un accenno ai moti ereticali maggiori, per i quali si rimanda alle voci relative.1. Periodo patristico. — L'e. appare con il sorgere della Chiesa stessa. La prime manifestazioni provengono dall'ambiente giudico, per opera di gruppi passati al cristianesimo senza però sganciarsi definitivamente dalla Sinagoga: gli abioniti, i nazarei, i cerintiani sono di questa categoria. Un movimento analogo venne a prodursi tra l'ambiente pagano nel sec. II con lo gnosticismo: esso infatti rappresenta il tentativo da parte del pensiero pagano di assorbire e smutare la dottrina evangelica, trasformandola in una filosofia religiosa. Il marcionismo, il millenarismo, il manicheismo sono altrettante e., sorte per contaminazione con altre religioni. Su base nettamente cristiana si elevò invece il montanismo nel sec. III, con la proclamazione della terza ed ultima Rivelazione, quella dello Spirito Santo. Le controversie contro gli eretici, insieme alla penetrazione del Vangelo tra le classi colte, aprono intanto una nuova serie di e. di carattere prevalentemente intellettuale, che porteranno successivamente alla negazione dei dogmi più fondamentali. Fu la dottrina trinitaria ad essere per prima negata tra il sec. II e III, tanto in Oriente con il subordinazianismo, quanto in Occidente con il monarchianismo di Neeto e Prassea, sviluppato poi nel modalismo sabelliano: errori questi che all'inizio del sec. IV sfoceranno nell'arianesimo, negatore della divinità del Verbo, a cui farà seguito il macedonianismo, e. analoga nei confronti dello Spirito Santo.
Cessate le controversie trinitarie, la lotta si riaccese in Oriente fra il sec. V e VI sul terreno cristologico. Il mestorianismo, che negava l'unità di persona in Cristo, il monofisismo, che ne confondava le nature, e in seguito il monocolismo, formano le deviazioni più importanti in questo campo. L'Occidente nel frattempo si appassionava per i problemi intorno alla Chiesa, ai Sacramenti, alla Grazia: da qui il donatismo e soprattutto il pelagianesimo, ambedue combattuti vigorosamente da s. Agostino. L'iconoclastia rappresenta l'ultima grande e. di questo tormentato periodo patristico, che ebbe però un'importanza decisiva nella precisazione del dogma.
2. Alto medioevo. — Nel periodo successivo a quello dei Padri, degni di nota sono l'adozianismo di Elipando di Toledo e Felice di Urgel ed il predestinazianismo di Gotescalco. In questo tempo pure si inserisce lo scisma greco: esso però, agli inizi almeno, non coinvolse particolari affermazioni eretiche. Di ben altra natura invece sono i pericoli che la Chiesa dovette fronteggiare dopo il Mille. Moti popolari di riforma e carattere nettamente anarchico ed antieclesiastico pullulavano dovunque. I catari, i valdesi, poi le correnti pseudo-mistiche dei gioachimiti, dei fratricelli e dei beguardi sono l'espressione più significativa di tale fermento ereticale. Anche la costituzione della Chiesa viene in seguito insidiata dalla dottrina di Marsilio da Padova e dalle teorie cosiddette conciliari. Quando poi si aggiungeranno i movimenti dell'inglese Wycliff e del boemo Hus, il terreno sarà già pronto per lo scoppio della rivolta luterana.
3. Età moderna. — Il periodo moderno si apre col protestantesimo che spezzò l'unità della Chiesa d'Occidente e portò al graduale distacco dal cristianesimo la vita e la cultura d'Europa. Nuove prove attendono la Chiesa nel sec. XVIII. La Riforma infatti aveva dato occasione a controversie gravissime intorno alla Grazia e la libertà, da cui nacquero movimenti che, pur professandosi ortodossi, erano praticamente ribelli al dogma ed alla gerarchia, come il baianismo e soprattutto il gianenismo, e. questa di eccezionale importanza, le cui risonanze arrivano fino al sec. XX. Intanto, sul terreno giuridico, l'accentuarsi del nazionalismo e dell'assolutismo dei sovrani provoca il gallicanismo, il febronianismo, il giuseppinismo, che mettono la Chiesa in grave disagio nei suoi rapporti con lo Stato. Notevoli in questo periodo sono pure le controversie nel campo morale, che determinarono la condanna del lassismo, del rigorismo e del quietismo. Nel sec. XIX invece il tradizionalismo, il fideismo, l'ontologismo, lo hermesianismo, il güntherismo, i «vecchi cattolici» ebbero largo risonanza in Francia e
Germania. Gli altri errori contro cui la Chiesa in questo secolo dovrà soprattutto difendersi, più che e., sono forme di defezione totale dal cristianesimo. L'ultimo grave attacco è stato quello più recente del modernismo, con cui si tentò introdurre il razionalismo nel campo della teologia e della critica biblica.
Per la morale: s. Tommaso, Suarez, De Luzo sopra citati e soprattutto s. Alfonso de' Liguori, Theologia moralis, I, ed. Gaude, Roma 1907, p. 310 sgg., dove si trovano molti riferimenti agli autori precedenti. Oltre ai testi classici del D'Annibale, Bucceroni, Ballerini, Lehmkuhl, fra i recenti specialmente A. Werneersch, Theologia moralis principis, II, 3ᵃ ed., Roma 1937, pp. 22 sgg.; D. e M. Pühenner, Manuale theologia moralis, I, 6ᵃ ed., Friburgo in Br. 1940, pp. 364 sgg.; J. Aermys-C. Damen, Theologia moralis, I, 14ᵃ ed., Torino 1947, pp. 267 sgg.
Per il diritto canonico: quanto alle opere anteriori al CIC si rimanda a Michel, op. cit. Fra i commentatori del CIC V. F. Cappello, De centuris, Torino 1916, passim; E. F. Mackenzie, The delles of heresis, Washington 1932; G. Cheledi, Ius poenale, 4ᵃ ed., Trento 1935, p. 75 sgg.; M. Conte a Coronata, Institutions I, C., II, 8ᵃ ed., Torino 1939, p. 247 sgg.; e. IV, ivi 1935, p. 279 sgg.; G. Cheledi-P. Ciprotti, Ius Canonicus de delictis et poenis, 5ᵃ ed., Vicenza 1943, pp. 75-80.
Per la storia: le decisioni della Chiesa contro la varie e. sono raccolte in Dens-U. Per gli autori che raccolsero in corpus le e. cf. J. Hermann, Historie des hérésies, Rouen 1712; G. Arnold, Deparrische Kirchen- und Ketzschistorie, Francoforte sul Meno 1729; F. Van Ranst, Historia bacteriorum et bacterium, Venezia 1735; W. Walch, Entwurf einer vollständigen Geschichte des Ketzereins, Lipsia 1769; C. Cantù, Gli eretici in India, Torino 1865-67; A. Lombardi, Paulistien, bulgares et bonismanes en Orient et Occident, Basilea 1870; F. Tocco, Le. nel medioevo, Firenze 1884 (tendenzioso); J. Dellinger, Beiträge zur Sektageschichten des Mittelalters, Monaco 1890; G. Volpe, Movimenti religiosi e sette ereticali nella società medioevole italiana, 2ᵃ ed., Firenze 1926. Fra i vari dizionari delle e. V. Ph. Fritz, Ketzscheihon, Rathbone 1858; F. A. Plumut e J. Claris, Dictionnaire des hérésies, in J. P. Migne, Encyclopedia théologique, XI e XII, Parigi 1847; J. H. Blunt, Dictionnaire et sect., Londra 1903; G. Runciman, Le manicheismo médiéval, L'hérèse duolite dans le christianisme, vers. franc., Parigi 1948; H. Jedin, Storia del Concilio di Trento, vers. it., Brescia 1950; P. Havait, Les délits d'hérésie d'apostaste et de schisme, in Revue d'ancourisme de Tournai, 5 (1930), pp. 134-39; G. Welter, Hist. des sectes chrétiennes des origines à nos jours, Parigi 1922 (l'autore è scattolico).
VI. ARCHEOLOGIA
Se dobbiamo intendere per tale parola un sistema o una dottrina, e conseguentemente una setta che respinge una parte dell'insegnamento della Chiesa, ben pochi sono i prodotti dell'arte di cui il carattere eterodosso si possa dimostrare e definire con certezza. Con le scene cristiane-eretiche non si debbono confondere quelle di origine prettamente pagana, anche se tinte di riflessi mistici che con il cristianesimo possono avere qualche etinenza.Messa da parte, perché di carattere piuttosto magico, la numerosa raccolta di amuleti e di gemme, di cui gli gnostici fecero largo uso, si conosce qualche monumento delle arti cosiddette maggiori, che nella sua decorazione rivela mescolanze più o meno evidenti di motivi prettamente cristiani con altri più misteriosi, che sembrano doversi attribuire a speculazioni eterodosse. Il caso più tipico è costituito dall'ipogeo degli Aureli al Viale Manzoni, senza che per altro gli interpreti si siano portati mettere d'accordo nel determinare la setta che se ne servì: gnostica, carpocrazia, marcionita, montanista?
Il carattere eretico del così detto ipogeo di Trabio Giusto sulla via Latina è molto dubbio. Così pure si dica delle rappresentazioni scoperte sotto la triglia «in catacumbas».
Due sarcofagi del Museo delle Terme furono attribuito dal Wilpert a committenti gnostici: uno rappresenterebbe Simone Mago che istruisce Elena, l'altro il Cristo dottore tra Giacomo Minore e Maria Maddalena; i suoi argomenti non sono però del tutto convincenti.
Anche per quanto si riferisce all'epigrafia sono state ritenute srectiche dal Cecchelli e dal Calder iscrizioni che il Ferrua invece non ha ammesso come tali.