ENCOLPIO

ENCOLPIO. - Con questo termine si designavano piccole custodie racchiudenti religiose di santi, o altri oggetti sacri, che i fedeli usavano portare appesi al collo. «Crucem cum pretioso ligno, vel cum Re- liguis Sanctorum ante pectus portare suspensam, hoc est quod vocant encolpia» (Anastasio Bibliotecario, Ad. Act. 5, VIII Synodi).

Queste custodie avevano però diverse forme. Talvolta erano piccole teche, tal'altra erano in forma di piccole croci apribili, e spesso portavano incisa una breve massima di scongiuro, un testo scritturale, oppure la raffigurazione di qualche mistero della Fede.

Più spesso nella letteratura antica l'e. è chiamato phylacteron, ma qualche volta lo si designa anche con il termine: chrismatrum, specie quando era in forma di piccola ampolla, contenente stille di balsamo o olio, che erano stati in diretto contatto con le tombe dei martiri (Du Cange, s. V. chrismatrum).

L'uso dell'e. tra i fedeli rinnonta alla più remota antichità, ed era comune, come si può rilevare tanto dagli scrittori, quanto dai monumenti antichi, che ci hanno conservato delle descrizioni o degli esemplari.

L'uso è ricordato, tra gli altri: da s. Epifanio (Panarion Haeres., 15, 4; CB 1, p. 202-2-11-13); da s. Gregorio Nisseno (Vita Macrinae: PG 46, 861, 989); da s. Giovanni Crisostomo (Hom. 19 ad pop. ant., 4; PG 49, 196); da Prudenzio (Peri-stephanon, VI, 133-35; CSEL 61, 360); da s. Gre-gorio Magno (Epistol., 6; ep. 12; PL 77, 799).

Tra i numerosi e rinvenuti durante gli scavi archeologici in varie località, è da segnalare in primo luogo quello della Croce d'oro niellata rinvenuta al tempo di Pio IX, nella basilica di S. Lorenzo fuori le mura, sul petto d'un defunto. Essa porta la seguente iscrizione, incisa sui bracci della Croce: EMMANOYHA - nobiscum Deus, e sul rovescio: Crux est vita mihi, mors inimica tibi (cf. G. B. De Rossi, Bull. d'arch. crist., 1 [1863], pp. 31-35).

Di simile formato dovette essere anche l'è, portato da s. Paolino da Nola, come risulta dalla descrizione lasciatava da lui medesimo (cf. Epist., 31, ad Severum; CSEL 29).

Di uguale fattura fu forse anche l'è, personale di S. Gregorio Magno, come si può concludere dalla descrizione fattura da Giovanni Diacono (Vita S. Gregorio, IV, 8o; PL 75, 228).

È da notare infine che quest'uso frequente dell'è, dovette forse talvolta degenerare in pericolosa superstizione, per cui si assiste al fatto che parecchi Padri si sono levati per combatterlo. Tra questi vanno annoverati s. Anastasio Alessandro (De amuletis; PL 26, 1320); s. Girolamo (Commentarium in Evang. s. Matthaei, 23; PL 26, 168); s. Cesario d'Arles (Sermo XIX, ed. dom Morin, I, Maredsous 1937, p. 87) e perfino un Concilio, quello di Laodicea (can. 36).

Bona.: A. de Waul, s. V. in Rovensvythop. der christ. Altertum, 4, 149-22; C. Gatti-C. Korolevskij, I riti e le Chiese orientali, I, Genova 1942, p. 40.