ABERCIO, santo. - Vescovo di Gerapoli (o Geropoli) in Frigia. Festa il 22 ott. Racconta la sua Vita che, uscito un decreto di Marco Aurelio e Lucio Vero, col quale si ordinava di fare dappertutto sacrifici, A., ammonito da una visione, si recò di notte nel tempio di Apollo e con un gran bastone vi fece a pezzi ogni cosa. Mentre la città è per ciò in fermento, egli si mette a predicare nel Foro ai fedeli: sopravvenuta la moltitudine infuriata dei pagani, egli sana davanti a loro alcuni indemoniati e così li ammansisce, anzi ne converte molti al battesimo. La sua fama si propaga nelle province vicine; risana dalla cecità anche la madre di un primario cittadino, Eusseniano, amico dell'imperatore, e libera molti indemoniati. Il demonio per vendicarsi si caccia nella figlia stessa dell'imperatore, protestando che ne può essere espulso solo da A. di Gerapoli. Marco Aurelio scrive ad Eusseniano di mandargli A., e questi, salpato da Adalia, arriva a Porto Romano e presentatosi all'imperatrice (essendo M. Aurelio al campo contro i barbari), ne fa condurre la figlia all'ippodromo. Ivi ne caccia solennemente il demonio e, come pena per avergli fatto fare quel viaggio, gli comanda di pigliarsi in spalla una pesante ara marmorea che era colà e di portarla a Gerapoli presso la porta meridionale. All'imperatrice chiede per grazia di far costruire delle terme presso Gerapoli, e prima di tornare in patria fa un giro per la Siria, la Mesopotamia e l'Asia Minore, beneficando tutti. Vive ancora qualche anno e scrive un libro; avvisato della morte prossima, si prepara la tomba e detta l'epitaffio da incidere sopra di essa, in quell'ara che aveva fatto portare da Roma. Essendo poi stato eletto a succedergli un altro A., egli stesso lo consacra.
Questa leggenda era in passato ritenuta di nessuna autorità, e totalmente fantastico anche l'epitaffio poetico del santo che essa riferisce. Solo l'Halloix (Illustrium scriptorum ecclesiae orientalis vitae, II, Douai 1630, p. 137), e più dottamente il Pitra (Spicilegium Solesmense, III, Parigi 1856, p. 352) ne difesero l'autenticità sostanziale. Altri, come il Garrucci (La Civ. Catt. [1856, 1], p. 686), ci videro delle larghe interpolazioni. Ma sul principio del 1882 il Ramsay trovò presso l'antica Gerapoli (poco a mezzogiorno di Sinnada, capitale della Frigia Seconda o Salutaris) una bella iscrizione metrica di un certo Alessandro, del 216, nella quale tosto il De Rossi e il Duchesne riconobbero tratti notevoli dell'epitaffio di A. L'anno seguente lo stesso Ramsay ritrovò poi nello stesso luogo, incastrati nelle pareti di antiche terme, due notevoli frammenti dell'epitaffio originale di A., concordanti quasi alla lettera col testo della leggenda. Il loro carattere, più antico di quello della stele di Alessandro, si deve far rimontare almeno alla fine del sec. II, anche questo in concordanza con l'età risultante dalla leggenda, la quale poi non assegna erroneamente per sede ad A. la più nota Gerapoli ad Lycum, nella Frigia Prima o Pacatiana, giacché parla espressamente di una città vicina a Sinnada. Così il valore della Vita non si può negare, in quanto essa si fonda sull'epitaffio, e probabilmente anche riguardo a parecchi altri particolari più notevoli che ci dà sul santo.
Riportiamo il testo dell'iscrizione (22 vv. esametri) criticamente ricostruito, riferendo in maiuscole le parti tratte dalla stele di Alessandro e tra parentesi quadre ciò che è attestato solo dalla vita:
ἘΚΛΕΚΤΗΣ ΠΟ[Λ]ΕΩΣ Ο ΠΟΛΕΙΤ[ΗΣ] ΤΟΥΤ' ἘΠΟΙΗΣ[Α
ΖΩΝ ΙΝ'ΕΧΩ ΦΑΝΕΡΩ[Σ] ΣΩΜΑΤΟΣ ἘΝΘΑ ΘΕΣΙΝ
ΟΥΝΟΜ' [Ἀβέρκιος ὤν ὁ] ΜΑΘΗΤΗΣ ΠΟΙΜΕΝΟΣ ἉΓΝΟΥ
[ὃς βόσκει προβάτων ἀγέλας ὄρεσιν πεδίοις τε,
ὀφθαλμοὺς δ' ἔχει μεγάλους πάντῃ καθορῶντας.
οὗτος γάρ μ'ἐδίδαξε... γράμματα πιστά·]
ΕΙΣ ΡΩΜΗ[Ν ὃς ἔπεμψεν] ἘΜΕΝ ΒΑΣΙΛ[ΕΙ' ἈΝΑΘΡΗΣΑΙ]
ΚΑΙ ΒΑΣΙΛΙΣΣ[ΑΝ ἸΔΕΙΝ ΧΡΥΣΟ]ΣΤΟΛΟΝ ΧΡΥ[ΣΟΠΕΔΙΛΟΝ·]
λαὸν δ'εἶδον ἐκεῖ λαμπρὰν σφραγεῖδαν ἔχοντα.
καὶ Συρίης πεδίον εἶδα καὶ ἄστεα πάντα, Νισῖβιν
Εὐφράτην διαβάς· πάντῃ δ'ἔσχον συνομηγύρεις
Παῦλον ἔχων ἐπ...· πίστις πάντῃ δὲ προῆγε
καὶ παρέθηκε τροφὴν πάντῃ ἰχθὺν ἀπὸ πηγῆς
παμμεγέθη, καθαρόν, ὃν ἐδράξατο παρθένος ἁγνή
καὶ τοῦτον ἐπέδωκε φίλοις ἐσθεῖν διὰ παντός,
οἶνον χρηστὸν ἔχουσα κέρασμα διδοῦσα μετ' ἄρτου.
ταῦτα, παρεστὼς εἶπον Ἀβέρκιος ὧδε γραφῆναι·
ἑβδομηκοστὸν ἔτος καὶ δεύτερον ἦγον ἀληθῶς.
ταῦθ' ὁ νοῶν εὔξαιτο ὑπὲρ Ἀβερκίου πᾶς ὁ συνῳδός,
ΟΥ ΜΕΝΤΟΙ ΤΥΜΒΩ ΤΙΣ ΕΜΩ ΕΤΕΡΟΝ ΤΙΝΑ ΘΗΣΕΙ
ΕΙ Δ'ΟΥΝ ΡΩΜΑΙΩΝ ΤΑΜΕΙΩ ΘΗΣΕΙ ΔΙΣΧΕΙΛΙΑ ΧΡΥΣΑ
ΚΑΙ ΧΡΙΣΤΗ ΠΑΤΡΙΔ' ΙΕΡΟΠΟΛΕΙ ΧΕΙΛΙΑ ΧΡΥΣΑ.
Eccone la versione: «Cittadino di eletta città, mi sono fatto questo monumento da vivo, per avere qui nobile sepoltura del mio corpo, io di nome A., discepolo del casto pastore che pascola greggi di pecore per monti e per piani, che ha occhi grandi, che dall'alto guardano per ogni dove. Egli infatti mi istruì in scritture degne di fede, ... il quale mi inviò a Roma a contemplare la reggia e vedere la regina in aurea veste ed aurei sandali; e vidi colà un popolo, che porta un fulgido sigillo. Visitai anche la pianura e le città tutte della Siria e, passato l'Eufrate, Nisibi, ed ovunque trovai compagni... avendo Paolo con me... e dappertutto mi guidava la fede e m'imbandì per cibo il pesce di fonte grandissimo, puro, che prende la casta vergine e lo porge a mangiare agli amici ogni giorno, avendo un vino eccellente, che ci mesceva con acqua insieme al pane. Queste cose ho fatto scrivere qui io A. in mia presenza; settantadue anni avevo per verità. Chiunque intende quel che dico e sente come me, preghi per A. Ma che nessuno metta un altro nel mio sepolcro; se no, pagherà all'erario dei Romani duemila monete d'oro ed alla mia buona patria Geropoli mille».
Il valore cattolico di questo monumento era troppo grande ed evidente, perché, una volta certi della sua autenticità, i dotti razionalisti non cominciassero subito a metterne in dubbio il carattere cristiano. Così nel 1894 il Ficker cercò di dimostrare che A. era un sacerdote di Cibele, nel 1895 Harnack ci vide uno gnostico pagano e nell'anno seguente il Dieterich un sacerdote di Atti. Ma questi e altri simili tentativi caddero a vuoto per il fatto che in quell'epitaffio tutte le frasi più singolari si spiegano con facilità e naturalezza nel linguaggio dell'antichissimo simbolismo cristiano, come ha specialmente dimostrato il Dölger, e fuori di quello non trovano che ermeneutiche stiracchiate e contraddittorie. Si suole identificare volentieri il nostro A. con l'Avircio Marcello, cui fu indirizzato un trattato antimontanista (Eusebio, Hist. eccl., V, 16, 3), ma a torto, poiché anche supposta l'identificazione non facile di Ἀοίρκιος con Ἀβέρκιος, questi non avrebbe taciuto nell'epitaffio la parte più importante del nome Marcello, in un tempo in cui si lasciava spesso il nomen, mai il cognomen. E poiché l'autore della Vita fu certo a Gerapoli (onde non potè scambiare il paese con la lontana Gerapoli ad Lycum) e vi copiò l'iscrizione, se vi avesse trovato il nome intero, almeno nella parte prosastica che probabilmente seguiva alla poetica, non ce l'avrebbe taciuto. Forse da questa parte prosastica A. era detto chiaramente vescovo, come ce lo rappresenta la Vita; dall'epitaffio poetico ciò non appare.
In questo la «città eletta» deve essere Gerapoli e non la mistica città celeste; Geropoli è detta essa da A., da un'altra iscrizione e da qualche moneta, come varie altre città omonime sono dette ora Geropoli ora Gerapoli. Il «pastore che pasce greggi per monti e per piani» è Gesù che ha fedeli dappertutto; «la reggia e la regina di Roma» sono la Chiesa nella sua splendida sede, ma l'autore della leggenda (come certi moderni) vi intese l'imperatrice nella sua reggia in assenza dell'imperatore; lo «splendido sigillo» è il carattere cristiano; il «compagno di viaggio Paolo» allude verosimilmente alle Lettere dell'Apostolo, come la fede ne è la guida; il «pesce grande ecc.» è evidentemente Gesù cibo eucaristico (ΙΧΘΥΣ, v.); la «vergine casta» è la Chiesa, che ci somministra ogni giorno l'Eucaristia (e si noti l'uso abbondante di acqua che allora vi si faceva).
Questa, come l'ha detta il De Rossi, è la regina delle iscrizioni cristiane, la più antica sicuramente databile, il primo monumento eucaristico pervenutoci su pietra e uno dei primi della disciplina dell'arcano, degno antesignano della fiorente epigrafia frigia cristiana del III e IV secolo. Merita di essere Pettorio (v.) di Autun. - Vedi Tav. V. BIBLICA.: La leggenda, da riferire al sec. IV, ci è pervenuta in due recensioni, l'una del Metafraste e l'altra, migliore e più completa, rappresentata dal cod. Parig. greco 1540; ed. eccellente di Th. Nissen, S. Abercii vita, Lipsia 1912. I due frammenti dell'epitaffio furono regalati a Leone XIII nel 1892 per il suo giubileo, l'inferiore dal Ramsay e il superiore dal Sultano; ora si trovano nel Museo sacro Lateranense (eccellente fotografia da un calco in Römische Quartalschr., 8 [1894], tav. VI, meno esatta in DACL, I, Parigi 1907, col. 72; presso gli altri editori è ritoccata o presa dai suddetti); il cippo intero a modo di altare funebre era in tutto simile a quello di Alessandro (foto in Mélanges de l'École française de Rome [1885, fasc. 1]) e scritto su una sola faccia, dentro e fuori il riquadro centrale. A. Rocchi, in Dissert. Pontif. Accad. di arch., 9 (1907), p. 243, fa un'ampia storia degli studi. Per il testo vedi specialmente W. Lüdtke e Th. Nissen, Die Grabschrift des Aberkios, ihre Überlieferung und ihr Text, Lipsia 1910; per il suo carattere cristiano: G. B. De Rossi, Inscriptiones christianae, II, Roma 1888, p. XII sgg.; cf. G. Wilpert, Fractio panis, Friburgo in Br. 1895, pp. 103-28 e tav. VII; J. Dölger, ΙΧΘΥΣ, I, Roma 1910, pp. 8, 87, 134, e spec. II, Münster 1922, pp. 454-507; A. Abel, Étude sur l'inscription d'Abercius, in Byzantion, 3 (1926), pp. 321-411. In generale J. Quasten nel Florilegium Patristicum di Bonn, fasc. VII, parte 1, Bonn 1935, p. 21, e H. Strathmann-Th. Klauser, in Reallex. für Antike u. Christentum, I, Lipsia 1940, col. 12; A. Ferrua, Nuove osservazioni sull'epitaffio di Abercio, in Rivista di archeologia cristiana, 20 (1943), pp. 279-305; id., Della patria e del nome di s. A., in La Civiltà Cattolica (1943, IV), pp. 39-45.