L’iscrizione è composta di due parti: la prima, più antica (sec. II), consta di tre distici, che mostrano di aver appartenuto ad un carme più lungo; perché l’acrostico

che nei primi cinque versi forma IXOYC, viene interrotto al sesto con la lettera E (forse EAIIIC = speranza, secondo G. B. De Rossi, in Inscript. Christianae, II, 1, Roma 1888, p. xx sgg.); la seconda parte, più tarda, invece ha sei semetri a carattere sepolcrale e termina con il nome del dedicante P. Il testo venne pubblicato per primo dall'ab. PITTURA (v.) e divulgato subito per la sua importanza dogmatica; fu oggetto di studio e di varie interpretazioni e integrazioni; assai convincenti sono le osservazioni della prof. M. Guarducci, di cui qui si tiene conto anche nella traduzione seguente: «O stirpe divina del Pesce celeste, abbi un cuore devoto. Tu che ricevesti la fonte immortale fra i mortali delle acque divine, riscalda, o caro, la tua anima con le acque eternamente fluenti della sapienza che dona ricchezza. Prendi il cibo dolce come il miele del Salvatore dei Santi, mangia con avidità, tenendo nelle mani il Pesce. O mio Signore e Salvatore, cibo dei pesci, che mia madre, Lilao dorma in pace, ti supplico, luce dei morti. O Ascendio, mio caro padre, con la dolce madre e con i fratelli nella pace di Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore, ricordati del tuo P.».