ABRAMO

ABRAMO. - Patriarca del Vecchio Testamento, figlio di Tare, discendente di Sem. La sua storia, ricca di particolari, è narrata in Gen. II, 26-25, II.
ABRAMO. - Patriarca del Vecchio Testamento, figlio di Tare, discendente di Sem. La sua storia, ricca di particolari, è narrata in Gen. II, 26-25, II.

I. A. NELLA S. SCRITTURA. - Per la determinazione dell'epoca in cui visse A. si era soliti ricorrere al sincronismo con Hammurabi, il re babilonese vissuto intorno al 2000 a. C., che si identificava con 'Amraphel, re di Shin'ar, contro cui combatté A. (Gen. 14, 9); ma avendo recenti scoperte permesso di fissare la data del regno di Hammurabi tra il 1728 e il 1685 a. C., l'identificazione con 'Amraphel appare sempre più problematica. Secondo i dati della Bibbia, A. è

nato 1200 anni prima della fondazione del Tempio, fissata al 968 a. C., cioè nel 2168 a. C. (cf. Gen. 21, 5; 25, 26; 47, 9; Ex. 12, 40; I Reg., 6, 1). L'ambiente del racconto biblico su A. trova corrispondenza e conferma nelle notizie che abbiamo dell'Oriente postapoltico contemporaneo.

La famiglia di A., Ur (v.), era idolatra (Jos. 24, 2; Jud. 5, 7-9; cf. Gen. 31, 19, 35), e alcuni discendenti di Tare portano nei loro nomi tracce del dio lunare Sin, il cui culto aveva la sua sede centrale ad Ur. Tare, che apparteneva alle tribù semitiche seminomadi stanziate nella bassa Mesopotamia, al tempo dei torbidi seguiti alla caduta della 111a dinastia di Ur nel 1940 a. C. si trasferì verso il nord, a Haran o Harran, stazione di transito per passare in Canaan e città devota, come Ur, al dio Sin. In mezzo al politeismo e all'immoralità della sua patria A. si era mantenuto, non senza particolare aiuto divino, fedele al Signore Jahweh. Dopo la morte del padre, Dio gli rivolse l'invito definitivo (già gli aveva parlato ad Ur, cf. Act. 7, 2) di abbandonare la sua parentela e il suo paese per andare verso la terra che Egli gli avrebbe indicato. In questa occasione, Dio benedisse per la prima volta A. accordandogli il suo favore e la sua assistenza, e gli promise una sterminata discendenza di vasta rinomanza. A. sarà inoltre fonte di benedizione per tutte le genti (Gen. 12, 3), in quanto tra i suoi posteri sarà il Messia salvatore del mondo.

A 75 anni A., con la moglie Sara e il nipote Lot figlio di Aran (Hārān) suo fratello, già morto, lasciò Haran dirigendosi con le sue ricchezze ed i suoi servi - alcune centinaia di persone (cf. Gen. 14, 14) - verso sud-ovest sulla terra di Canaan che attraversò da nord a sud, spostandosi in varie direzioni. Lo troviamo a Sichem, al querceto di Morēh nel cuore del paese, nella gola tra i monti Hebal e Garizim, poi più a sud, a Bethel, e infine nell'estrema regione meridionale del Negheb. Al querceto di Morēh gli apparve il Signore che promise di dare a lui ed ai suoi posteri la terra in cui si trovava, ed A. innalzò in quel luogo ed a Bethel un altare (Gen. 12, 5-9). In occasione di una carestia dovette scendere in Egitto, che il Nilo salvava dalla siccità, e per impedire che il re, sbazzandosi del marito, si impadronisse di Sara per il suo harem, le consigliò di dichiararsi sua sorella - come era difatti per parte solo del padre, Gen. 20, 12 - ma il Signore provvide a che la donna non subisse oltraggio e l'incidente giovasse ad A.

Ritornato in Canaan, per evitare dissapori con suo nipote Lot a cagione dei rispettivi armenti che avevano bisogno di vasti pascoli, si divise da lui lasciandogli il territorio della Pentapoli. Dio, allora, rinnovò le promesse (Gen. 13, 14-17). A. rizzò le sue tende al querceto di Mambre presso Hebron dove dedicò al Signore un altare, santificando il luogo già dedicato al culto cananeo. Una spedizione militare permise ad A. di saggiare la sua forza. Dopo dodici anni di tributo al re di Elam, che in quel tempo primeggiava in Mesopotamia e nell'Asia anteriore, i cinque re della Pentapoli palestinese tentarono di scuotere il giogo, ma contro di loro mossero quattro re orientali: 'Amraphel re di Sennar (o Sin'ar), Arioch re di Ellasār, Chodrolahomor re di 'Elām, Thadal re di Gōim. Tra i prigionieri che essi fecero si trovò anche Lot, che A., dopo aver a lungo inseguito le truppe vittorose, liberò con un fulmineo attacco notturno. Molti tentativi sono stati fatti per ritrovare i nomi dei quattro re orientali nei documenti contemporanei, la cui scar-senza non permette conclusioni definitive.

Di ritorno dalla spedizione A. Melchisedec (v.), re di Salem e sacerdote del «Dio altissimo», il quale offrì alle truppe esauste e in sacrificio al Signore pane e vino, benedicendo A. che gli offrì la decima parte del bottino (Gen. 14, 17-24). In una nuova teofania A. chiese a Dio che la sua promessa si concretasse in un erede, gli riaffermò la sua illimitata fede e «Dio glielo contò a giustizia», avvalorando la sua parola con un solenne patto concluso secondo la consuetudine babilonese: Dio, nel simbolo di un fuoco ardente, passò attraverso le vittime del sacrificio tagliate in due (Gen. 15). Sara, irrimediabilmente sterile, per avere un figlio si giovò del diritto che le dava la legge babilonese (cf. Codice di Hammurabi, 144-47) e offrì ad A. la schiava Agar perché gli desse un erede che sarebbe stato, per diritto, considerato figlio della padrona. Ad 86 anni, A. ebbe così Ismaele (Gen. 16). Quando ebbe 99 anni, in una importante apparizione, Dio precisò ulteriormente i termini del patto interceduto tra lui ed A. Il Signore ripeté la promessa di numerosissima discendenza (Gen. 17, 2. 4-6) e di una terra (v. 8), mentre A. si dovette impegnare ad adorare Jahweh come unico vero Dio (v. 7), a mantenersi fedele alla norma di perfezione da lui stabilita (v. 1) e ad aver fede nella stabilità delle promesse (v. 1, 17-19). Si tratta di un'adesione consapevole a Dio, verso cui si orienta tutta la propria vita e nelle cui mani si abbandona l'avvenire. Segno circoncisione (v.) nel maschio (vv. 11-14), con la quale i discendenti di A. diventano eredi delle promesse fatte al patriarca (v. 12). Finalmente, il Signore annunciò imminente la nascita di un figlio di Sara, che sarà l'erede diretto delle promesse divine. Anche Ismaele ebbe la sua parte di benedizione (vv. 15-22). In quella circostanza, A. praticò la circoncisione a sé, a Ismaele tredecenne, e a tutti gli uomini di casa sua compresi cento stranieri di origine (vv. 25-27).

Il nuovo orientamento della vita di A. fu espresso col cambiamento, voluto da Dio, del nome del patriarca e di sua moglie. A. non sarà più 'Abhrām (il nome si trova attestato in Mesopotamia all'inizio del I millennio sotto le forme A-ba-am-ra-ma, A-ba-ra-ma, A-ba-am-ram e probabilmente significa «È grande quanto al padre» cioè di nobili natali), ma 'Abhrāhām che la Bibbia (Gen. 17, 5) interpreta «Padre di una folla di popoli» per l'assonanza tra la finale -hām e l'ebraico hamōn «folla». Sara, fino allora detta Sarai (assir. Sa-ra-ai) ha il nome mutato nella forma più recente Sarāh, «principessa», corrispondente al babilonese Sarraṭu «regina». Più tardi, al querceto di Mambre, in una misteriosa apparizione di tre uomini che A. ospitò, Dio gli confermò la promessa dell'erede nonostante l'incredulità di Sara. In quell'occasione Dio confidò al suo amico il proposito di distruggere la Pentapoli peccatrice. La generosa intercessione di A. non valse a scongiurare il flagello, da cui scampò il solo Lot (Gen. 19, 29). Da Mambre, A. si trasferì nel Negheb, stabilendosi a Gerar filistea, dove ancora una volta riuscì a sottrarre Sara alle voglie del re Abimelech, col quale A. strinse amicizia (Gen. 20, 1-18). Quando contava 100 anni, A. ebbe l'atteso erede: Isacco (Gen. 21, 1-7). Regolarmente circonciso, il suo slattamento fu sontuosamente festeggiato (v. 8). Più tardi il bambino accese la gelosia di Sara, che volle la espulsione di Ismaele dalla sua casa. A., obbedendo al Signore, si separò dal suo primo figlio (Gen. 21, 1-21; cf. 25, 12-16). In Filistea A. fu rispettato e temuto, ed ebbe modo di assicurarsi, con una transazione giuridica, il diritto di proprietà sul pozzo di

Bersabea, importante per la prosperità dei suoi greggi, a 40 km. in linea d'aria da Gerar. Ma Dio mise a dura prova la fede di A.: gli ordinò di recarsi su di un monte nella « terra di Morìa» per immolarvi Isacco. Lungo la via le innocenti domande del figlio gli straziano il cuore, ma non ne intaccano la fede e lo spirito di assoluta ubbidienza e di amore. Comandando l'uccisione del figlio crede delle promesse, Dio chiedeva ad A. un atto di eroica fede, e impedendone, per intervenire di un angelo, il compimento, condannava la pratica dei sacrifici umani in uso presso i Cananei fra cui viveva A. (v. ISACCO).

Sara morì, in età di 127 anni, a Hebron. Per darle sepoltura, A. acquistò dagli Hititi la grotta di Macpelah. La pratica per l'acquisto è narrata con abbandanza di particolari precisi, perché fu quello il primo fondo stabilmente posseduto da Ebrei in Canaan (Gen. 23, 1-20). Un'altra narrazione ricca di folklore orientale riproduce le trattative condotte dal servo fe- dele di A. per scegliere ad Isacco una moglie. La prescelta fu una parente: Rebecca, nipote di Nachor fratello di A., perché il patriarca, per motivi etnici e religiosi, non volle per suo figlio una straniera (Gen. 24). Dopo la morte di Sara, A. prese un'altra moglie di nome Cetura (Gen. 25, 1-6) da cui nacquero i capostipiti di varie tribù dimoranti a sud e sud-est della Palestina, nelle steppe. Provvide poi, secondo il diritto del tempo, ad assicurare ad Isacco la sua eredità allontanando da lui gli altri figli.

A 175 anni A. « morì in buona canizie, vecchio e sazio di vivere» e fu sepolto da Isacco e Ismaele nella grotta di Macpelah, accanto a Sara (Gen. 25, 7-11). La memoria di A. fu viva in tutti i secoli della storia del popolo eletto, che da lui ereditò la promessa messianica.

Nel Nuovo Testamento, Maria Vergine e Zaccaria cantano le promesse ed il patto di Dio con A. (Lc. 1, 55-73) che si verificano in Gesù, « figlio» del patriarca (Mt. 1, 1; Lc. 3, 34). Gesù stesso dà ad una malata e a Zaccheo questo titolo « figlio di A.» di cui gli Ebrei erano particolarmente fieri (Lc. 13, 16; 10, 9; Mt. 3, 9; Lc. 3, 8; Io. 8, 39), ma dichiara che non è la discendenza carnale, bensì la imitazione delle opere di A. che vale (Io. 8, 33-44). A. è in cielo (Lc. 13, 28) e giudei e gentili riposeranno nel suo « seno» (Lc. 13, 28; 16, 22-30).

Pietro, Stefano e Paolo ricorderanno le promesse abramitiche (Act. 3, 25; 7, 2-8, 17; Hebr. 6, 13; II Cor. 11, 22) che si sono compiute in Cristo su quanti, per la fede, sono figli del grande patriarca (Rom. 9, 7-9; Gal. 3, 29; 4, 22-31). A. è l'esponente dell'eco- nomia della promessa (ἐπαγγελία) – opposta al patto bilaterale mosaico – che ha piena attuazione nel Nuovo Testamento (Gal. 3, 16-18). L'esaltazione della fede di A. (Rom. cap. 4; Gal. 3, 6-9; Hebr. 11, 8-19; Iac. 2, 21-23) è la dimostrazione della superiorità del sa- cerdozio di Cristo su quello aaronitico in base al- l'accaduto tra A. e Melchisedec (Hebr. cap. 7), sono due capitoli classici della predicazione paolina.

Ai tempi di papa Damaso (366-84) il nome di A. fu inserito nel canone della Messa, e la sua memoria è segnata nei martirologi dal sec. IX in data 9 ott. È anche invocato nelle preci per l'agonia.

SENO DI A. – Nella nota parabola del ricco epulone, gli angeli portano Lazzaro il mendico, dopo la sua morte, « nel seno di A.» (Lc. 16, 21 sg.). L'espressione, rara e antica negli scritti rabbinici, è frequente nella letteratura patristica, nelle liturgie dei defunti di tutti i riti e nelle iscri- zioni cristiane. Tranne poche eccezioni, gli scrittori eccle- siastic

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Abramio - Sacrificio di A. Maestro d'Isacco (sec. xili) - Assisi, Chiesa superiore di S. Francesco.

siastici antichi ne hanno compreso il significato Limbo (v.) dei patriarchi per il tempo precristiano e poi al Paradiso (s. Agost., Qumett. evang., II, 38: PL 35, 13
i antichi ne hanno compreso il significato Limbo (v.) dei patriarcidi per il tempo precristiano e poi al Paradiso (s. Agost., Quaest. evang., II, 38: PL 35, 1530). S. Tommaso ha giustificato quest'ul- timo uso (Sum. Theol. Suppl. q. 69 a. 4 in corp. e ad 2).

Secondo gli esegesti moderni, la metafora può avere un duplice valore. Per alcuni essi si riferisce al banchetto cele- ste nel quale A. è il capotavola; chi siede alla sua destra, sdraiato nel basso lettuccio e appoggiato sul gomito sinistro, può reclinarsi agevolmente sul suo petto: in sinu (Io. 13, 23; Plinio, Ep. 4, 22, 4). Altri autori preferiscono vedere nel riposo sul seno di A. la paterna protezione e tenerezza del patriarca dei credenti (Rom. 4, 16 sg.) che riceve nella felicità eterna i suoi figli, a lui intimamente uniti (cf. Io. 1, 23; Lc. 13, 28; e l'apocrifo IV Mach. 13, 17 dove però «il seno» è una interpolazione probabilmente cristiana).

In questo secondo senso «seno» è usato nella lingua babilonese (Cod. di Hammurabi, XL, 49 sg.): il re porta nel grembo i suoi sudditi e nella lingua ebraica (Num. 11, 12; I Reg. 3, 20; 17, 19; Lam. 2, 12).

BIBL.: L. Pirot, Abraham, in DBS, I, coll. 8-28; P. Dhomme, Dans le cadre de l'histoire, in Revue Biblique, 37 (1928), pp. 367-85, 481-511; 40 (1931), pp. 364-74; 503-18; G. Ricciotti, Storia di Israele, I, Torino 1932, nn. 122-39; L. Woolley, Abraham, Recent Discoveries and Hebrew Origins, Londra 1936 (cf. S. Garofalo, in Biblica, 20 (1939), pp. 109-13); A. Skrinjar, De incolis Terrae promissa Abrahame aequalibus, in Verbum Do- mini, 17 (1937), pp. 268-79; M. Noth, Die syrische-palästinische Bevölkerung des II. Jahrtausends, in Zeitschrift des deutschen Palästina-Vereins, (1942), pp. 15 sg.; R. De Vaux, Les Patriarches hébreux et les découvertes modernes, in Revue Biblique, 53 (1946), pp. 321-48. – Per le promesse messianiche: F. Ceuppens, De prophetis messianicis in A. T., Roma 1935, pp. 43-61; M. Colacci, Il «semen Abraham» alla luce del V. e del N. T., in Biblica, 21 (1940), pp. 6-15. – Per la cronologia: A. Bea, De Pentateucho, 2ª ed., Roma 1933, pp. 189-97; R. De Vaux, art. cit., pp. 328-36; id., s. V. in DBS, coll. 731 sg. – Per il «Seno di A.»: E. Man- genot, s. V. in DTHC, I, coll. 111-16; H. L. Strack-P. Billerbeck, Komm. z. N. T. aus Talmud u. Midrasch, II, Monaco 1924, pp. 225-27; M. Miese, Im Schosse Abrahams, in Oriental Literaturzeitung, 34 (1931), coll. 1018-21; J. B. Frey, in Rev. Bibl., 41 (1932), pp. 100-103; P. Meyer, in G. Kittel, Theologi- sches Wörterbuch z. N. T., I, Stoccarda 1938, p. 825 sg.; W. Staerk, in Reallex. f. Antike u. Christentum, Lipsia, fasc. 1 (1940), coll. 27-28.

2. A. NELLA LEGGENDA AGGADICA. – Il padre di A., se- condo questa leggenda, era generale dell'esercito di Nim- rod, e si diede di propria iniziativa alla ricerca della verità,

giungendo alla conoscenza dell'unicità di Dio. Nimrod, re e astrologo, convinto per parte sua di essere Dio, e prevedendo la nascita di un fanciullo destinato a detronizzarlo, raduna settantamila gestanti e ne fa uccidere i neonati; ma A. resta salvo, nascosto in una grotta. Cresciuto, A. fu discepolo di Sem da cui apprese l'arte di fissare l'anno bisestile. Non partecipò al peccato della torre di Babele, ma con la rinuncia alla preda bellica dopo la vittoria sui re della Pentapoli, santificò il nome di Dio. Poiché, secondo le sue previsioni astrologiche, credette di non dover avere discendenza, ne fu rimproverato dal Signore. Il quale poi gli indicò i quattro imperi che in avvenire avrebbero asservito Israele. La colpa dell'ascrivimento va ascritta ad A., che aveva presentato al re d'Egitto Sara come sorella, anziché come moglie. A. amò la terra di Canaan perché si augurava che i suoi discendenti fossero un popolo di agricoltori. I pastori di Lot non si facevano scrupolo di far pascolare le greggi nei campi altrui, non così i pastori di A. Donde i dissensi e la separazione. Il cambiamento del nome di Abram in Abraham dà luogo a varie interpretazioni: padre, eletto, benamato, re, potente, fedelissimo fra le genti. I tre angeli ospiti di A. furono: Micael, Rafael, Gabriel, che per visitare A. assunsero sembianze umane. A. scelse la grotta di Macpelah per luogo della sua sepoltura, perché ivi si era rifugiata la pecorella destinata per il banchetto agli angeli; e vi riposavano Adamo ed Eva con delle torce uccese vicino al loro capezzale, mentre un soave odore riempiva tutta la grotta.

Bibl.: B. Beer, Das Leben Abrahams nach Auffassung der jüd. Sange, Lipsia 1850; Tomkin. The life of A., Londra 1880; id., A. und his age, Londra 1897; M. Guttmann, s. V. ENOCH. Judaica, I (1928), coll. 178-84; J. D. Eisenstein, Ozar Jirael, 1, 2a ed. Londra, Berlino e Vienna 1924, pp. 83-87; id., Ozar Midraschin, I, Nuova York 1928, pp. 1-9; M. J. Bin Gorion, Die Sagen der Juden, I, Berlino 1935, p. 208 sagg.

Eugenio Zolli

3. Iconografia

L'arte cimiteriale preferisce rappresentare A. nel sacrificio d'Isacco, secondo vari schemi: A. che brandisce nella destra il coltello, mentre la sinistra riposa sul capo d'Isacco o conduce questo per mano; Isacco, invece, si trova in ginocchio accanto all'altare, o porta la legna. Esempi sporadici presentano padre e figlio oranti, o A. che addita il fuoco. Un ariete, la mano divina ovvero un gruppo di colombe completano la scena. La scultura talvolta rappresenta Isacco sull'aria assieme con l'angelo. Il tema appare già nella sinagoga di Dura Europa (anno 245) e in mosaici, vetri, lucerne, anelli, gemme, cucchiai e medaglie. Se, in origine, adombro l'idea della salvezza, l'arte costantiniana, in seguito, ne fece un tema parallelo a quello della scena della passione del Signore, interpretandola quindi nel senso tipologico, da molto tempo diffuso. La decorazione basilicale ravennate, infine, gli prestò il senso eucaristico ben noto. È presumibile che a Milano e a Nola adombrasse lo stesso significato, come pure nel primo quadro musivo di S. Maria Maggiore a Roma in cui è rappresentato l'incontro di A. e Melchisedech, al quale fanno seguito le scene storiche della separazione di Lot da A., e la visione di Mambre.

Fra i grandi artisti del Rinascimento, hanno trattato il sacrificio di A., oltre al Gozzoli nel Campobasso e il Sodoma nel duomo di Pisa, Tiziano in S. Maria della Salute a Venezia, il Tiepolo nel palazzo arcivescovile di Udine e il Tintoretto (Galleria degli Uffizi); ricordiamo anche il quadro di C. Allori nella Galleria Pitti. La scena del sacrificio d'A. fu assegnata come tema per il concorso (1402) per la seconda porta del Battistero fiorentino.

Tra le raffigurazioni di artisti stranieri, notevoli quelle del Rembrandt e del Rubens. - Vedi Tav. VIII.

Bibl.: Wilpert, Pitture, passim; id. Mosaiken, passim; A. M. Smith, The Iconography of the Sacrifice of Isaac in Early Christian Art, in American Journal of Archaeology, ser. 2, 26 (1922), p. 159 sgg.; K. Künstle, Ikonographie der christlichen Kunst, II, Friburgo in Br. 1928; V. Casagrande, L'arte a servizio della Chiesa, II, Torino 1932. Luciano De Bruyne

4. Poesia popolare e teatro

La figura di A. ha ispirato un poemetto in 30 ottave, di cui si conoscono stampe dei primi dell'Ottocento. Nel teatro, sono da ricordare un mistero medievale francese e una Rapresentazione di Abraham e Isac dovuta a Feo Belcari.
Bibl.: G. Giannini, La poesia popolare a stampa del secolo XIX, I, Udine 1938. Paolo Toschi

5. Apocalisse di A

Aporcifo della fine del sec. I d. C., conservato in slavo. La 1a parte (capp. 1-8) contiene la storia di Abramo e di suo padre Tare, conforme alla leggenda ebraica (cf. B. Beer, Leben Abrahams nach Auffassung der jüdischen Sange, Lipsia 1859). La 2a parte (capp. 9-32) è un'amplificazione di Gen. 15, I sgg.

La tradizione ebraica - presupposta forse anche in Jo. 8, 56 - parlava di una rivelazione ad Abramo durante il suo sacrificio (Gen. 15, 9 sgg.). I testi sono stati raccolti in H. Strack e P. Billerbeck, Das Evangelium nach Markus, Lukas und Johannes und die Apostelgeschichte, II, Monaco 1924, p. 525 sgg. (cf. anche I, 468; IV, 1065, 1115). L'Apocalisse di A. è uno scritto giudaico; p. es. l'albero della scienza nel paradiso è la vite (cap. 23) in conformità a credenze giudaiche (Strack-Billerbeck, op. cit., III, pp. 250, 609, 646); l'angelo Azazel è una figura della demonologia giudaica (Strack-Billerbeck, op. cit., III, p. 781 sgg.). L'anello Iaoel (specie di precedente di Metatron) accanto a Michael (così anche in una tabula devotionis di Pozzuoli ed II-III sec. d. C.) dimostra tendenza alla speculazione gnostica. Verso la fine (c. 20), certi accenni suppongono la revisione di un cristiano (gnostico).

L'Apocalisse di A. slava differisce dal Libro di Abramo, detto anche «Apocalisse» presso i esthiani gnostici (Epifanio, Haer., 39, 5, I ed. Holl, II, p. 75, 1 sgg.): le citazioni dall'Apocalisse di A. presso gli iudiani, date da Teodoro bar Koni (C. H. Puech in Mélanges Cumont, Bruxelles 1936, p. 951 sgg.) rivelano tutt'altro carattere.

Bibl.: N. Bonvetsch, Die Apocalypse Abrahams (Studien zur Geschichte der Theologie und Kirche, I, 1), Lipsia 1897; L. Ginsberg, s. V. in The Jewish Encycl. I (1901), 91 sgg.; J. B. Frey, s. V. in DB, I, 28-33; G. H. Box e I. T. Landmans, Apocalypse of Abraham, Ed. with a Translation from the Slavonic Text and Notes, Londra 1928. Erik Peterson

6. Testamento di A

Aporcifo, il cui testo greco fu pubblicato da M. R. James in Texts and Studies, II, n. 2 (Cambridge 1892) in due recensioni. Traduzioni arabe, etiopiche, slavoniche e romene dimostrano l'interesse delle Chiese orientali per esso.

Il titolo Testamento non è adatto: si tratta di una leggenda della morte di A., che è modellata in parte sulla leggenda della morte di Mosè. Michele sostituisce l'angelo della morte, in quanto A. non meritava che la morte lo avvicinasse, ma non riesce a portar via l'anima del patriarca; infine arriva l'angelo della morte. Prima di morire A. vede però tutto il mondo, i segreti del cielo, i luoghi di castigo e il paradiso. Al cielo portano due vie, all'incrocio delle quali si trova il trono aureo di Adamo; Abele giudica i morti e accanto a lui stanno due angeli, che segnano le opere umane buone o cattive e le pesano. Il materiale del Testamento di A. è, almeno parzialmente, di origine giudaica: Abele come giudice dei morti sarebbe assai strano in un'opera cristiana; d'altronde però l'escatologia vi è influenzata dall'Apocalisse di Paolo.

Bibl.: J. B. Frey, in DBs I, coll. 33-38. Il testo greco d'un ms. di Vienna (recensione E) è stato edito da A. Vasiliev, Anedocta graeco-bysantina, I, Mosca 1893, pp. 292-308. Con-damna ecclesiastica dell'apocrifo: K. Krumbacher, Der hl. Georg (Abhandlungen d. Bayr. Akademie der Wissenschaften, XXV, 3), Monaco 1911, p. 144. - Per un originale giudaico (contro James): L. Ginsberg, s. V. in The Jewish Encycl. I (1901), p. 93-96; Ad. Harnack, Geschichte der altchristl. Literatur bis Eusebius, I, p. 857 sgg. - È probabile che l'Inquisitio Abrahae menzionata da Niceta di Remesiana non abbia alcun rapporto col Testamento di A. (così G. Morin in Revue Biblique, 6 [1897],