ISACCO

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**ISACCO. - Figlio di Abramo e Sara, padre di Giacobbe ed Esaù. È il secondo dei grandi patriarchi del popolo ebraico. Nella S. Scrittura è presentato come il figlio della promessa, l'erede delle benedizioni messianiche. Già Abramo aveva avuto un figlio, Ismael (v.), da Agar schiava di Sara (Gen. 16). Ma il Signore preannunziò che un altro sarebbe stato l'erede ed il seme benedetto, il figlio che gli avrebbe partorito la donna libera, Sara (Gen. 17, 16-21; 18, 10-14). Difatti al tempo predetto Sara nonagenera diede alla luce un figlio, che fu circonciso l'ottavo giorno ed ebbe nome Isacco (Jisḥāq = «egli ride»), non tanto in ricordo del riso incredulo della madre (Gen. 18, 10 sgg.), quanto per il riso giocondo che la sua nascita arrecava alla famiglia (ibid. 21, 1-7).**

Abramo aveva allora 100 anni. Ben presto, per motivo dei figli, si acuirono i contrasti tra le due madri, Sara ed Agar. Anche Ismael, più grande di età e di carattere indomito, cominciò a molestare il piccolo I. (Gen. 21, 9 dice soltanto che Ismael «scherzava» con I.: senza dubbio erano scherzi di cattivo gusto, cf. Gal. 4, 29). La convivenza si rendeva difficile, ed Abramo, cedendo alle pressioni di sua moglie Sara e dietro l'espresso comando di Jahweh, allontanò Agar e suo figlio (Gen. 21, 9-21).

Su quest'episodio s. Paolo fa una duplice riflessione: a) che il privilegio per Israele di essere il popolo di Dio non proviene dalla semplice discendenza carnale da Abramo, ma piuttosto dalla libera promessa di grazia, a cui corrisponde il merito della fede in Abramo (cf. Rom. 9, 7 sgg.); b) che i due figli di Abramo con le loro madri simboleggiano i due Testamenti, i cui contrasti dopo la venuta di Gesù Cristo sono evidenti: l'uno (il Vecchio Testamento), del monte Sinai, raffigurato in Agar, madre di schiavi, quali appunto sono i Giudei, esclusi dalle «promesse» in pena della loro incredulità; l'altro (Nuovo Testamento), simboleggiato nella donna libera Sara (Gesù rusale, la Chiesa), madre di figlioli liberi, che sono i credenti, eredi delle promesse fatte ad Abramo (cf. Gal. 4, 22 sgg.).

**All'età di 40 anni I. sposò Rebecca, figlia di Bathuel, della sua stessa discendenza di Thare: le trattative per il matrimonio furono condotte dal vecchio e figlio procuratore di Abramo, Eliezer, che condusse la sposa ad I. da Haran di Mesopotamia (Gen. 24). Dopo la morte del padre, che I. seppellì nella grotta di Makphēlā presso Mambre (cf. Gen. 25, 8 sgg.), ebbe solenne conferma da Dio delle promesse fatte ad Abramo, con parole quasi identiche (Gen. 25, 11; 26, 2-5). Non avendo prole, si rivolse a Jahweh e dopo 20 anni di matrimonio ebbe due gemelli, Esaù (v.) Giacobbe (v.), il secondo dei quali soppiantò il primo nato, riuscendo prima a farsi cedere il diritto della primogenitura (Gen. 25, 21-34), e poi a carpire la benedizione del primogenito dal vecchio padre (Gen. 27). E quantunque I. serbasse le sue preferenze per Esaù, tuttavia, a fatto compiuto, riconobbe il diritto acquisito di Giacobbe, e gli confermò la benedizione data, concedendo ad Esaù una benedizione di minor grado e di ordine materiale. Al tempo di questo episodio I. aveva 137 anni: perduta la vista, credeva vicina la fine. In realtà visse altri 43 anni.**

Anche I., come già suo padre, si rifugiò a Gerara

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(odierna Tell Ĝemmeh, a sud-est di Gaza) nel paese dei Filistei, durante una carestia che afflisse il paese. Quivi si applicò all'agricoltura, e, grazie alla benevolenza del Re ed alla sua laboriosità, migliorò rapidamente la sua posizione, si da suscitare l'invidia dei Filistei, che presero a molestarlo per la vecchia questione dei pozzi. I., uomo pacifico ed alieno dai contrasti, lasciò il paese e ritornò a Bersabee, ove Jahweh gli apparve un'altra volta: poco dopo lo stesso re Abimelech venne a riconciliarsi con I. e rinnovare il patto di amicizia (Gen. 26). In occasione del soggiorno in Gerara è riferito un episodio analogo a quello occorso ad Abramo (cf. Gen. 20): anche I. per timore di sgradevoli sorprese tentò di far passare la propria moglie Rebecca per sua sorella; ma, scopertosi il vero, ebbe da Abimelech assicurazione di piena libertà per sé e per la sua donna (Gen. 26, 6-11). Non si sa se l'Abimelech qui menzionato sia lo stesso del precedente racconto (Gen. 20), ovvero, come sembra più probabile, un omonimo figlio dell'amico di Abramo. L'identità del racconto ha fatto anche pensare ad un eventuale sdoppiamento dello stesso episodio.

I. morì in Hebron all'età di 180 anni, e fu seppellito dai suoi due figli Esaù e Giacobbe nella tomba di suo padre, nella grotta di Makhpēlāh presso Mambre (Gen. 35,27 sgg.; cf. 49, 31). Il fatto più importante della vita di I. è il sacrifizio d

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(fol. Althorf)

laacco-Giacobbe sotto le vesti di Esaù presenta il cibo a I. (Gen. 27); affresco nella chiesa superiore di Assisi (sec. 201) attribuito al Maestro d'Iscora-
el quale, per comando di [Dio ad Abramo, doveva essere egli stesso la vittima; è detto più comunemente «sacrificio di Abramo»] È uno degli episodi più illustri del Vecchio Testamento (Gen. 22), celebratissimo nella liturgia e nell'arte cristiana. Jahweh, ingiungendo ad Abramo di offrirgli in olocausto il diletto figlio I., mise a dura prova la sua fede ed obbedienza (cf. Hebr. 11, 17-19). La prova fu felicemente superata, ed il Signore ricompensò il patriarca accettando per l'olocausto un ariete in sostituzione del figlio, e confermando solennemente le promesse già fatte. Indirettamente venivano anche riprovate le pratiche dei sacrifici umani, frequenti presso i Semiti ed i Cananei. Il racconto biblico (Gen. 22) è tutto un inno alla grandezza di Abramo, ed anche dal punto di vista letterario viene giudicato «un capolavoro di rappresentazione psicologica» (H. Gunkel, Genesis, Gottinga 1901, p. 209).

Tuttavia, secondo molti «critici», è completamente leggendario e di tardiva composizione (appartiene, secondo la teoria wellhauseniana, al documento elohista, ecc. VIII o IX a. C.). Esso rappresenterebbe una presa di posizione dell'ebraismo contro gli abbominevoli riti cananei; inoltre starebbe a dimostrare che in tempi più remoti il sacrificio dei primogeniti era in uso anche presso il popolo ebreo (B. Stade, H. Gunkel, E. Renan, A. Loisy, W. F. Paterson, ecc.). Secondo altri (E. König, R. Kittel, C. H. Cornill) il racconto esprimerebbe semplicemente l'orrore di Abramo e dei suoi compagni alla vista dei sacrifici umani in uso presso i Cananei. Queste supposizioni sono arbitrarie ed in netto contrasto con il testo biblico, di ben più antica data, la cui lineare semplicità è garanzia di storicità. Esse trascurano un dato di fatto, che è la chiave d'interpretazione di tutto il racconto: l'intenzione di Jahweh di mettere alla prova il patriarca (tentavit: Gen. 22, 1); Dio non voleva l'immolazione reale del figlio, ma il sacrificio interiore dell'obbedienza. Né si può affatto dimostrare la pratica, in tempi premasoici, di sacrifici umani presso il popolo ebraico (cf. E. Mader [V. BIBLICA.], p. 149 sgg.).

La tradizione cristiana ha sempre visto nel sacrificio d'I. un tipo insigne del sacrificio di Cristo: in Abramo si può ravvisare l'Eterno Padre che non risparmia il suo Unigenito (cf. Rom. 8, 32) per la salute dell'umanità; i, recante sulle proprie spalle le legna per il sacrificio, nell'umile accettazione della sua condizione di vittima, è figura espressiva di Cristo che sale con la croce il Calvario per quei immolarsi; l'ariete offerto in sostituzione d'I. rappresenta in qualche modo la soddisfazione vicaria di Cristo. «Isaac Christi passati esti typu», dice s. Ambrogio (PL 14, 446), seguendo Ireneo (PG 7, 986), Tertulliano (PL 2, 662), Cipriano (PL 4, 629).

Nella liturgia latina il sacrificio d'I. è ricordato nelle precisi per gli agonizzanti, e soprattutto nel canone della Messa dopo la Consacrazione («... sacrificium patriarchae nostri Abrahae»); inoltre ha un posto d'onore nella liturgia del Sabato Santo e della vigilia di Pentecoste.

Bibl.: H. Mangenot, Isaac, in DB, III, coll. 930-33; M. Hagen, Lexicon Biblicum, II, p. 827 sgg.; G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1934, pp. 151-56; I. Schuster-G. B. Holzammer, Manuale di storia biblica. Il Vecchio Testamento, trad. it., IV, 1642, pp. 275-79. Per il sacrificio di I.: P. Dornstetter, Abraham (Biblische Studien, 7), Friburgo in Br. 1902, pp. 51-67; E. Mader, Die Menschenopfer der alten Hebräer und der benachbarten Völker (Biblische Studien, 14), Friburgo in Br. 1909, pp. 149-52; L. Pirot, Le sacrifice d'Isaac, in DB, I, coll. 23-28, Gaetano Stano.

I. NELL'ARTE

Nell'arte cristiana antica, oltre alle numerose scene del sacrificio (v. Abramo), I. compare talvolta nell'atto di benedire Giacobbe ed Esaù, come, ad es., in un sarcofago ora al Museo del Louvre (Wil-

pert, Sarcofagi, p. 235, tav. 116, 1), ovvero adagiato sul letto in atto di benedire Giacobbe (Gen. 25,28), come nei musai di S. Maria Maggiore (Wilpert, Mosaiken, p. 434, tav. 11, 1); tale scena era pure nella basilica di S. Felice in Nola come si apprende da s. Paolino (Carm. 27, V. 62), e si trovava anche in s. Ambrogio a Milano (v. Forcella e E. Seletti, Iscrizioni cristiane di Milano anteriori al IX sec., Codogno 1897, p. 213).

Più tardi si trova di nuovo detta scena nella Bibbia di s. Paolo, nel ciclo della basilica di S. Pietro (Wilpert, Mosaiken, p. 383); in quella di S. Paolo, come è attestato dal cod. Barb. lat. 4406 (Venturi, V, p. 1351, fig. 137), nel duomo di Monreale, ecc.

Più rara è la scena di l. quando, divenuto cieco, chiama a sé Esau (Gen. 27, 3) che era rappresentata nel ciclo della Basilica Vaticana (Wilpert, Mosaiken, p. 383). I, con Giacobbe ed Esau, ritorna sin nel ciclo di S. Giovanni ante portam Latinam che in quello di Ferentio e Monreale. La scena dell'inganno e del disinganno di l. è nella basilica superiore di S. Francesco di Assisi (Venturi, V, p. 139, fig. 113). A Nola nella basilica di S. Felice era pure raffigurato l'episodio dei Palestinesi che ostruiscono a l. i pozzi di acqua (S. Paolino, Carm. 27, vv. 618-619). Finalmente la morte e la sepoltura d'1. (Gen. 35, 28-29) sono effigiati nella Genesi di Vienna (fol. 14, 27) (W. von Hartel e Wickhoff, Die Wiener Genesi, Vienna 1895, fol. 14, 27).

**TESTAMENTO APOCRIFO DI I. - Apocrifo giudicato del sec. II o III d. C.; è pervenuto, insieme al testamento apocrifo di Giacobbe, nelle versioni copia, araba ed etiopica, Abramo (v.).**

Insieme formano un trittico, concepito e svolto secondo un medesimo schema: apparizione dell'angelo Michele, il quale raduna i membri della famiglia intorno al patriarca, che prima di morire è ammesso alla visione dei segreti del cielo e dei luoghi di pena; seguono le raccomandazioni di ordine morale. Queste ultime, mancanti nel testamento di Abramo, sono sviluppate nel testamento d'1. Nei tre apocrifi vi sono alcuni tratti di colorito cristiano, come una profezia della nascita di Gesù Cristo, e riferimenti a Mt. 5, 28, Rom. 1, 18, Eph. 4, 26, che peraltro non pregiudicano l'origine giudaica. I tre testamenti sono stati pubblicati, nel testo copto, da I. Guidi (Rendiconti della R. Accademia dei Lincei, 5a serie, 9 [1900], pp. 157-80, 223-64); brani della versione araba sono stati tradotti in inglese da W. E. Barnes, in M. R. James, Apocrypha of the Old Testament, Londra 1920, pp. 131-54 (The Testament of Abraham; Appendix). - Vedi tav. XV.

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BIBL.: J. B. Frey, Abraham (Testament d'), in DBS, 1, col. 38.**

**ISACCO. - Primo katholikòs della Persia, ossia capo gerarchico di tutti i vescovi di quell'impero, m. nel 410. Fu insediato nella sede Seleucia-Ctesifonte, capitale della Persia, nel 399, grazie all'internato di s. Maruta (v.) il quale ottenne previa mente da Iezdegerd I la cessazione del periodo di persecuzione. Ancora più solennemente I. fu confermato vescovo di Seleucia-Ctesifonte e dichiarato «capo dei vescovi di tutto l'Oriente», ossia della Persia, nel Sinodo ivi tenuto nel 410.**

Questa volta l'elezione fu sancita dallo stesso Imperatore, il quale concesse piena libertà ai cristiani. D'altra parte I. e i vescovi persiani accettarono i canoni conciliari ormai vigenti nell'Impero bizantino e portati da s. Maruta, fra i quali v'erano pretesi canoni niceni.

I. fu riconosciuto katholikòs delle 5 metropole che corrispondevano alle 5 province dell'Impero persiano. Del resto si ammetteva sempre l'obbligo di ricorrere per le questioni più importanti ai vescovi «occidentali», ossia al patriarcato antiocheno.

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BIBL.: O. Braun, De sancta nicaeana synodo, Münster 1896, p. 34 sgg.; id., Das Buch der Synhodos, Stoccarda 1900, p. 7 sgg.; J. B. Chabot, Synodicon orientale, Parigi 1902, pp. 258-259.**