MELCHISEDEC

MELCHISEDEC. - Re di Salem, probabilmente Gerusalemme (cf. Ps. 76 [75], 5), e sacerdote di Dio (chiamato 'Eli-eljôn; cf. Num. 24,16; Deut. 32,8).

L'ebraico Malki-şedheq, trascritto da s. Girolamo Melchisedec (A. Vaccari [V. BIBLICA.], p. 208) è spiegato da W. Gesenius ed E. Kautzsch e re di giustizia (cf. Hebr. 7,2); da molti moderni: «mio re è Şedheq», nome di una divinità cananea, d'altronde sconosciuta (cf. 'âdhônî-şedeg, Ios. 10,3; P. Heinisch, Das Buch Genesis, Bonn 1930, p. 221).

M. si fece incontro ad Abramo, reduce dalla sua vittoriosa controrazzia contro i re di Mesopotamia, apportando per ristoro a lui e ai suoi 300 combattenti (cf. il Crisostomo: PG 53,336) pane e vino; benedisse Abramo in nome di 'Eli-eljôn e Abramo in cambio gli diede la decima parte di tutto il bottino (Gen. 14,17-20). I termini adoperati (il verbo jâsâ') e la stessa costruzione (ibid. 14,18 sg.) non permettono di concludere che M. abbia anche offerto del pane e del vino in sacrificio; lo si può però ritenere certo, con la tradizione giudaica e cristiana, tenendo presente l'uso antico di consacrare con un sacrificio la vittoria ottenuta (A. Vaccari, P. Heinisch).

M. è tipo del Messia (Ps. 110 [109], 4), cui si applica benissimo lo stesso nome e quello della città nella interpretazione che ne fa s. Paolo (Hebr. 7,2). Come M. il Messia è re e sacerdote; di M. non è data alcuna genealogia (ἀγενεαλόγητος, Hebr. 7,3), che era invece necessaria per il sacerdozio levitico; così il sacerdozio del Cristo, per la sua origine eterna, non è legato ad alcuna parentela terrena, il Messia lo ha per diritto nativo e per investitura dallo stesso Dio (cf. Hebr. 5,4 sgg.); quindi per sempre. M. benedice Abramo e ne riceve la decima, è pertanto superiore al patriarca e al sacerdozio levitico uscito dai suoi lombi; è il tipo della superiorità assoluta del supremo sacerdozio del Cristo su quello dell'antica legge (Hebr. 7,1-28).

La tradizione cattolica vede inoltre nel sacrificio di M. la figura del sacrificio dell'Ultima Cena, che si rinnova nel sacrificio della Messa.

Antiche tradizioni rabbiniche fanno di M. il sommo sacerdote dei tempi messianici (H. L. Strack-P. Billerbeck, Kommentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midrasch, IV, Monaco 1928, pp. 453-65, 786); ma altre, più recenti, tendono ad abbassare M.: il suo sacerdozio fu dato ad Abramo, ecc. Questa tendenza vuol combattere la tipologia cattolica secondo l'interpretazione della Epistola agli Ebrei (J. Bonsirven). Filone dà al suo logos le note del misterioso M. (Leg. Aug., III, 79-82; Fug., 109).

I melchisedecani (ca. 200 d. C.) lo consideravano come «una grande potenza»; altri ne facevano un angelo dalle apparenze umane. La maggior parte dei Padri rigetta questi elementi fantastici.

BIML.: G. Bardy, Melchisedech dans la tradition patristique, in Revue biblique, 35 (1926), pp. 406-509; 36 (1927), pp. 25-45; F. Ogara, Christus Rex - Sacerdos secundum ordinem M., in Verbum Domini, 13 (1933), pp. 138-46; J. Bonsirven, Le judaïsme palestinien, I, Parigi 1935, p. 454 sg.; id., Exégèse rabbinique et exégèse paulinienne, IV, 1930, p. 305 sg.; A. Fernandez, Commentarius in Josue, IV, 1938, p. 136 sg.; A. Vaccari, M., Rex Salem, proferens panem et vinum, in Verbum Domini, 18 (1938), pp. 208-14, 235-43; id., La S. Bibbia, I, Firenze 1943, p. 89 sg.; A. Médebielle, Épitre aux Hébreux (La Ste Bible, ed. L. Pirot, 12), Parigi 1938, pp. 320-26; P. Heinisch, Teologia del Vecchio Testamento, trad. it., Torino 1950, pp. 41, 390 sg.

Francesco Spadafora

ICONOGRAFIA. - Nell'arte cristiana primitiva M. quale sacerdote e re prefigura Gesù Cristo (Ps. 109, 4; Hebr. 7,