MELOZZO DA FORLÌ. - Pittore, n. a Forlì l'8 giu-
gno 1438, da Giuliano di Melozzo degli Ambrogi,
m. ivi l'8 nov. 1494.
Verso il 1460 si ritiene abbia eseguito l'affresco, detto
Il pestapepe, sulla facciata di una spezieria della città,
trasportato su tela nel secolo scorso ed oggi visibile nella
pinacoteca di Forlì. Ca. sei anni dopo, M. doveva essere
in Urbino, dove si perfezionò sotto Piero della Francesca,
specie nei riguardi della scienza prospettica, lasciando
colà uno statico Cristo benedicente, a tempera, oggi in
quella Galleria.
Pressapoco a quel periodo risalgono le due tavole
mutili degli Uffizi a Firenze, figuranti l'*Arcangelo Ga-
briele e l'Annunciata, in un verso, e i Santi Prosdocino
e Giovanni Battista*, nell'altro. Intorno al 1470 M. è a
Roma ed esegue, oltre un affresco con l'Annunciazione
nel Pantheon, per la chiesa di S. Marco le immagini di
s. Marco Evangelista e di s. Marco papa. Di massima
importanza per lo sviluppo della sua arte furono, quindi,
sempre a Roma, l'affresco celebrante Sisto IV e il Platina
(1475-77) conservato nella Pinacoteca Vaticana, e la
decorazione absidale della chiesa dei SS. Apostoli (1478-
1480), distaccata nel sec. XVIII e divisa fra lo scalone del
Quirinale (Cristo benedicente) e la Pinacoteca Vaticana
(due frammenti di cherubini fra le nubi, sette angeli
musicanti e quattro teste di Apostoli). Qualche anno dopo,
il maestro forlivese eseguiva, probabilmente a Urbino,
il piccolo ritratto a tempera di Guidobaldo da Monte-
feltro giovinetto, ora nella romana Galleria Colonna, e
nel 1484 ca. poneva mano alla decorazione in affresco
della sagrestia del Tesoro vecchio, nella Basilica della
S. Casa a Loreto, con figure di cherubini, angeli e
profeti. Al 1490 ca. risalgono i disegni da lui forniti, a
Roma, per i musaici del sacello di S. Elena, a S. Croce
in Gerusalemme; nel 1493, M. attende a lavori ornamen-
tali, ora perduti, nel Palazzo degli Anziani, ad Ancona,
e nell'anno successivo esegue l'ultima sua opera co-
nosciuta, con l'aiuto degli allievi, cioè la decorazione della
volta nella Cappella Feo, a S. Biagio di Forlì. Il grande
maestro romagnolo non solo ha costituito una florida
scuola nella sua terra, con a capo Marco Palmezzano, ma
rimane un rappresentante coltivato, e al tempo stesso ar-
dimentoso, dell'umanesimo figurativo nel periodo di tra-
passo dalle ricerche prospettiche quattrocentesche alle
idealità classiche del secolo aureo, con tutti gli apporti
intrinseci di una salubre energia e schiettezza rurale,
nelle figure in moto, e gli accesi e saturi colori dei volti,
delle ali e delle architetture esornative. Nei rispetti sti-
listici e filologici M. riallaccia, con le sue costanti incli-
nazioni allo scorcio dinamico nella libera atmosfera, le
conquiste di Piero e del Mantegna a quelle del Correggio
e del quadraturismo, su basi rigorosamente lineari e geo-
metriche. Ma la fama dell'artista è affidata prin-
cipalmente, ancor più che alla scena raffigurante *Sisto IV
e il Platina*, dove appaiono anticipate alcune prerogative di
Raffaello ritrattista, alla teoria rigogliosa e cromatica-
mente vivida degli angeli mucisisti, già nell'abside della
chiesa dei SS. Apostoli, ricchi d'ogni gioiosa venustà, e

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alle figure alate e leggiadre degli angeli adolescenti, con i simboli della Redenzione, campati sugli spicchi della volta lauretana: progenie di creature umanissime, e tuttavia scevre d'ogni scoria profana, le uniche, forse, nella storia dell'arte sacra, che meritano d'essere poste idealmente accanto a quelle del Beato Angelico. - Vedi tav. XXXIX.