MEDAGLIA

MEDAGLIA. - La parola m. deriva dal latino *metalla* ed indicava nel medioevo il mezzo denaro od obolo. Quando questo cadde in disuso, il termine rimase ad indicare una moneta fuori della circolazione, sicché per estensione fu poi chiamata m. ogni moneta antica, specialmente romana o greca. Intesa nel senso moderno, m. indica un pezzo di metallo solitamente di forma rotonda, coniato o fuso, e commemorante per tipi e leggende un personaggio od un avvenimento. Ciò che caratterizza la m., oltre le particolarità di stile, di tecnica e di tipi, è soprattutto la sua possibilità di essere emessa anche da privati, elemento questo che la differenzia nettamente dalla moneta, sempre diretta emanazione dell'autorità statale, qualunque essa sia. Sotto questo aspetto, la m. moderna si differenzia anche dai medaglioni romani, recanti costantemente al diritto l'effigie dell'imperatore o di uno dei suoi famigliari, cui l'imperatore aveva concesso il diritto di effigie, e al rovescio tipi allusivi alle imprese dell'imperatore o ai fasti politici, militari, religiosi dell'Impero.

La prima m. dell'epoca moderna si può ritenere quella fusa Pisanello (v.) per Giovanni VIII Paleologo nel 1438, in occasione della venuta del Paleologo in Italia per il Congresso di Ferrara. Questa data segna l'inizio di quell'arte medaglistica che tante opere insignì diede nel Rinascimento, giacché i pochi esemplari che si conoscono anteriori all'opera del Pisanello, se pur si possono considerare m., cioè pezzi meno informi fuori della circolazione e di carattere commemorativo, rimangono tuttavia esempi isolati senza alcun rapporto stilistico o tecnico con la successiva produzione del Quattrocento. Così infatti si debbono considerare

i due medaglioni d'oro, di cui si conservano copie antiche in argento, menzionati ai primi del sec. XV negli inventari della collezione del duca di Berry e rappresentanti al diritto, uno l'imperatore Costantino, l'altro l'imperatore Eraclio, e al rovescio scene allusive alla leggenda della Croce. Distanti per stile e tecnica dalle creazioni del Pisanello sono anche le m. fatte coniare nel 1390, per la riconquista di Padova, da Francesco II da Carrara e recanti al diritto i ritratti, fortemente influenzati dai sesterzi romani, rispettivamente di Francesco I e di Francesco II, nonché le m. coniate, ad imitazione del l'antico, dai Sesto, una famiglia di incisori della Zecca veneziana, imitatori di monete antiche e supposti autori delle m. dei Carrara.

Iniziatasi nel 1438 con la m. di Giovanni VIII Paolo, l'attività del Pisanello prosegue per ca. 20 anni in varie città d'Italia. L'artista è a Mantova, Ferrara, Napoli, ove ritrae sulle sue m. principi e condottieri uomini politici e letterati, tra i più famosi dei suoi tempi. Si ricordano, tra le altre, le m. di Gian Francesco Gonzaga di Mantova, di Niccolò Piccinino, di Lionello d'Este, di Cecilia Gonzaga, di Alfonso d'Aragona. Ritrattasi insigne, curò molto anche i rovesci, preferendo in particolare la rappresentazione degli animali, che disegnò spesso in arditi scorci.

Il successo dei lavori del Pisanello diede grande popolarità alla m. sicché molti artisti seguirono le sue orme, pur non avendo il maestro creato una vera e propria scuola. Il migliore tra gli italiani del Quattrocento, dopo Pisanello, è Matteo dei Pasti di Verona, attivo dapprima a Ferrara (m. di Guarino Veronese) e poi, dopo il 1446, a Rimini (m. di Sigismondo Pandolfo Malatesta, di Isotta degli Atti), ove lavorò molti anni al servizio dei Malatestes. Risente dell'influsso del Pisanello, ma è a lui inferiore, sia nel rendimento dei ritratti che nella composizione dei rovesci. Degli altri artisti baserà citare solo i maggiori raggruppandoli secondo i luoghi d'origine o secondo le scuole qui appartennero. A Ferrara sono da ricordare Antonio Marescotti e, più tardi, Costanzo, autore della m. di Maometto II; a Mantova, dove l'attività del Pisanello aveva creato numerosi seguaci, lavorarono, tra gli ultimi decenni del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento, Bartolomeo Talpa, Pier Iacopo Alari Bonacolso detto l'Antico, Gian Cristoforo Romano, Bartolomeo Melioli, raffigurando in prevalenza personaggi della famiglia Gonzaga. Il maggiore dei mantovani fu Sperandio Savelli, attivo a Ferrara, Bologna e Venezia e ch'è mostra nei suoi ritratti un grande vigore, spesso però privo di grazia, oltre una certa freddezza nella composizione e concezione dei rovesci.

Ancora di questo periodo sono Gianfranco Enzol, parmense, autore dei primi tentativi di m. coniate; Giovanni Boldu e Marco Guidizani, veneziani; Giulio della Torre e Giammaria Pomedelli, veronesi, la cui attività si estende però ai primi decenni del Cinquecento; A Firenze lavorarono Bertoldo di Giovanni, allievo di Donatello, e Niccolò di Forzore Spinelli, detto Niccolò Fiorentino, l'artista più eminente della scuola fiorentina a lui si attribuiscono, oltre un certo numero di m. di personaggi italiani, anche alcune dedicate a personaggi francesi del seguito di Carlo VIII.
A Roma furono attivi Andrea Guazzalotti da Prato, cui si deve una serie di m. papali da Niccolò Và Sisto IV; Cristoforo di Geremia mantovano e il nipote Lisippo, autore il primo anche di una bella m. di Alfonso V d'Aragona e principale esponente della scuola romana volta soprattutto all'imitazione dei modelli antichi. A completare il quadro del Quattrocento si ricordano ancora Franco Cesco Francia a Bologna e il Caradossò a Milano e a Roma operanti, in parte, anche nel sec. XVI, entrambi autori di m. coniate.

Nel Cinquecento si manifesta in breve il decadere dell'arte della m. Il processo della coniazione, che già nel secolo precedente aveva trovato i suoi primi maestri nel Francia, nel Caradossò e in altri ancora, acquistato ora sempre maggiore importanza, soprattutto con le m. papali. Ad esso apporta il contributo della sua arte anche Benvenuto Cellini, autore di m. fuse, ma notevole so

prattutto in quelle coniate per Clemente VII, con rovesci che riecheggiano temi classici. I centri principali nel Cinquecento sono Firenze, Roma, Milano e un po' meno Venezia. A Firenze sono attivi, oltre il Cellini, Pietro Torreggiano e Francesco da Sangallo, scultori, Pastorino da Siena, Gian Paolo e Domenico Poggini, Pier Paolo Galeotti detto Romano. A Roma predomina, come si è detto, la coniazione, preferita nelle m. papali per il suo minor costo e per la maggiore rapidità del procedimento. Tra gli artisti che convengono da ogni parte d'Italia per lavorare nella Zecca pontificia si deve ricordare Giampietro Crivelli milanese, Giovanni Bernardi, il fiorentino Domenico Poggini e soprattutto Alessandro Cesati, il miglior rappresentante della scuola romana, al quale successe nella Zecca pontificia G. Antonio de' Rossi milanese. Nel nord, dove continua a prevalere la tecnica della fusione (fa eccezione la scuola padovana con Valerio Belli e Giovanni Calvino, fumoso falsificatore di monete romane), si trovano la scuola veneziana, con Andrea Spinelli, e, importantissima, la scuola milanese, cui appartengono Leone Leoni, autore di pregevolissime m. (fra cui quelle di Carlo V), Iacopo Nizzola di Trezzo, anch'egli al servizio dell'Imperatore e poi di Filippo II e Antonio Abondio, il maggiore esponente della scuola, attivo soprattutto all'estero (Praga e Vienna) dove lavorò al servizio di Massimiliano II e Rodolfo II.
Nella prima metà del sec. XVII continua la tradizione cinquecentesca, soprattutto per merito di Gaspare Mola, autore di m. medicee e papali tra le migliori del tempo. Dopo questo artista però l'arte della m. decade in un'abilità puramente tecnica e meccanica, da cui non vanno del tutto esenti neppure gli artisti che lavorano per la Zecca pontificia. Tra essi sono tuttavia notevoli Gaspare Morone Mola, nipote del già nominato Gaspare Mola, e gli Hamerani, una famiglia di medagliati di origine tedesca che operarono per più generazioni nella Zecca di Roma: Alberto e Giovanni nel sec. XVII, Ermenegildo e Ottone nel successivo. Lavorarono ancora a Roma Francesco e Antonio Travani, i fratelli Giuseppe e Stefano Ortolani e Filippo Crapanese, medagliati di Clemente XIV. A Firenze si distinse Massimiliano Soldani Benzi, autore di molte m. fuse di membri della famiglia granducale.

Con la fine del secolo e con il successivo si risente ovunque l'influsso della m. francese: da ricordare tra i maggiori esponenti di quest'ultimo periodo della medagliatica italiana: L. Manfredini, incisore della Zecca di Milano, T. Mercandetti, F. Pertinati e G. Giromenti.

Anche in altre nazioni, oltre che in Italia, fiorì dal Cinquecento in poi l'arte della m., quasi ovunque sotto l'influsso dell'arte italiana. La sola Germania infatti può vantare una medagliatica originale e indipendente. In questa nazione si costituirono ben presto due scuole: una ad Augusta dove prevalse la tecnica della fusione, l'altra a Norimberga dove le m., in prevalenza coniate, furono spesso opera di orcelle. Alla prima scuola appartenero nel sec. XVI Hans Schwarz, Hans Daucher, Hans Kels, Friedrich Hagenauer; alla seconda Ludwig Krug, Matthes Gebel, Hans Reinhart, e altri. Nel secolo successivo scompare quasi del tutto la m. fusa e pochi sono gli artisti di qualche importanza: si ricordano Sebastiano Dadler, Johann Höhn, George Schweickert, Philip Heinrich Müller. Il periodo barocco segna in Germania un fiorire dell'arte della m., la cui produzione continua nei secoli successivi fino all'epoca moderna.

In Francia, tra la fine del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento, si hanno le m. emesse dalle città per la visita del Re e della sua corte. Nel sec. XVI la m. rivela l'influsso degli artisti italiani che lavoravano in Francia. Tra i medagliati francesi meritano di essere ricordati Jean Goujon e, più tardi, Guillaume Dupré e Jean Warin, il migliore tra gli artisti francesi del Seicento.

Al tempo di Luigi XIV risale una serie di m. volte ad illustrare gli avvenimenti più importanti del regno: collaborarono a questa serie Ch. J. François Cheron già medagliata alla corte papale, Jean Manger, Joseph Roettier. Posteriori sono Jean Duvivier, Simon Curé e Jean Leblanc, autori anch'essi di m. ufficiali, volte a commemorare personaggi illustri o avvenimenti importanti. Dopo un

periodo di decadenza si ha nell'Ottocento una rinascita della m. francese, la cui influenza si fa sentire anche sugli artisti italiani contemporanei.

Anche in Olanda la m. risente dell'influsso italiano: tra gli artisti attivi nel sec. XVI emergono Quintin Metsys e Jean Second, un po' più tardo è Jacques Jonghelnick. Superiore a tutti è Stefano d'Olanda la cui sigla Steffi appare su m. fiamminghe e straniere. Notevole, per i ritratti, è anche Corrado Bloc. Si ricordano ancora nel Seicento Adrian Waterloo e Jean de Montfort.

In Spagna non si ha una scuola vera e propria di medagliati; in Inghilterra m. di artisti inglesi si hanno solo con Enrico VIII e i suoi successori. Lavorano in questo periodo in Inghilterra anche artisti stranieri, come il fiammingo Simon van de Passe e i francesi Nicolas Briot e Jean Warin; fra gli inglesi, nel Seicento, sono da ricordare Thomas Rawlins e soprattutto Abraham e Thomas Simon. Con l'avvento della casa di Hannover vengono in Inghilterra anche artisti tedeschi e solo nella seconda metà del Settecento si hanno medagliati inglesi, fra i quali però il solo importante è Thomas Perigo, di origine italiana. - Vedi tav. XXXIII.

BIBL.: in generale: F. Lenormant, Monnaies et médailles, Parigi 1884; L. Forrer, Biographical dictionary of the medallist, Londra 1904-30; G. F. Hill, Medals of the Renaissance, Oxford 1920; M. Bernhart, Medaillen und Plaketten, Berlino 1920; J. Babelon, La médaille et les médailleurs, Parigi 1927. Sulle m. italiane: A. Armand, Les médailleurs italiens des XVe et XVIe siècles, Parigi 1883; A. Hess, Les médailleurs de la Renaissance, 1883; C. V. Fabrizy, Medaillen der italien. Renaissance, Lipsia s. a.; G. H. Hill, A corpus of italian medals of the Renaissance before Cellini, Londra 1930; G. Habich, Die Medaillen der italien. Renaissance, Stoccarda e Berlino s. a.

Franco Panvini - Rosati