CIRCONCISIONE (DAL LAT. CIRCUMCISIO, «TAGLIO INTORNO»; GR. ΠΕΡΙΤΟΜΉ; EBR. MILĀH)

CIRCONCISIONE (dal lat. circumcisio, «taglio intorno»; gr. περιτομή; ebr. milāh). - Ablazione totale o parziale, o anche semplice incisione, del preuzio negli uomini, e taglio della clitoride nelle donne (nel senso classico s'intende, di solito, la c. degli uomini). Pratica religiosa largamente diffusa in vari popoli dell'antichità, è tuttora vigente presso la 7ª parte (ca.) dell'umanità (già nel 1880 l'antropologo R. Andrée dava il calcolo approssimativo di oltre 200 milioni di persone: Archiv f. Anthropol., 12 [1880], p. 76).

SOMMARIO: I. Nel popolo ebreo. - II. Presso altri popoli. - III. Festa della c.

I. NEL POPOLO EBREO

I. Storia

La c. (milāh) nel popolo ebreo fu ed è un rito nazionale-religioso di fondamentale importanza. La sua istituzione si ricollega al patto d'alleanza tra Dio e Abramo con tutta la sua discendenza (Gen. 17, 10-14). A suggello della alleanza fu prescritta da Dio la c., da compiersi l'8º giorno su tutti i neonati maschi, compresi gli schiavi nati in casa o acquistati, anche se d'altra razza: chi non fosse circonciso, sarebbe stato ra-

diato dal popolo eletto (17, 14). Il rito fu compiuto la prima volta da Abramo su ex stesso all'età di 99 anni, sul figlio Ismaele di 13 anni e su tutti i suoi servi (Gen. 17, 25-31); quando nacque Isacco, fu circonciso l'8º giorno (21, 4). La pratica si generalizzò nel popolo d'Israele, che per tal modo, nel suo soggiorno in Egitto ebbe il vantaggio di trovarsi allo stesso livello morale degli Egiziani, presso il quale la c. era in grande onore. Sembra tuttavia che durante la dimora in Egitto la pratica sia andata alquanto in disuso o almeno non sia stata sempre osservata. Anche Mosè fu trovato in difetto per non aver circonciso il figlio, ma, avvertito da Dio, lo fece subito circoncidere da sua moglie Sephora, che perciò lo chiamò «sposo di sangue» (Ex. 4, 25). Il precetto della c. venne implicitamente richiamato da Mosè nell'istituzione della Pasqua alla vigilia dell'uscita dall'Egitto, quale condizione necessaria per mangiare l'agnello pasquale (Ex. 12, 44, 48), e poi espressamente nella legislazione sinaitica (Lev. 12, 3; cf. Io. 7, 22).

Da Ios. 5, 4-7 si apprende che tutti i maschi che uscirono dall'Egitto e morirono nel deserto erano circoncisi, ma quelli che nacquero nel deserto rimasero incirconcisi. È difficile dare una spiegazione adeguata di questo fatto. Comunque, di questa omissione non è fatto mai rimprovero agli Israeliti: ciò che autorizza a credere che vi sia stata una sospensione della legge per volere di Dio, forse a motivo delle continue infedeltà del popolo e del severo castigo che ne segui, per cui, essendo rotta l'alleanza, la c., che ne era il segno, perdeva il suo significato (cf. Ios. 5, 6). Il precetto tornò in vigore con l'entrata d'Israele nella terra promessa. Dopo il passaggio del Giordano, nella località di Galgala, non lungi da Gerico, Giosuè fece circoncidere, per comando di Dio, con coltelli di pietra (che molti identificarono con le selci a foggia di coltello ritrovati in buon numero negli scavi eseguiti nel 1870 presso detta località: DB, II, col. 775), tutta la nuova generazione che era nata nel deserto. L'avvenimento, che ha un particolare risalto, è presentato come una «seconda c.» (5, 4). Non già che i figli d'Israele (come opinava Origene) venissero circoncisi una seconda volta (che è espressamente escluso; 5, 6), ma nel senso che dopo la temporanea sospensione la legge tornava definitivamente in vigore nell'atto stesso che per Israele, con l'entrata nella terra promessa, si iniziava una nuova èra: e come l'istituzione del patto era stata celebrata con una solenne prima c. (Gen. 17, 9-14, 23-27), così la sua realizzazione venne sanzionata con una nuova generale c. In quell'occasione Dio disse a Giosuè: «oggi ho tolto da voi l'obbrobrio dell'Egitto» (Ios. 5, 9): parole di difficile interpretazione (A. Fernandez, Comm. in Josue, Parigi 1938, pp. 74-76), forse da intendersi nel senso che con il definitivo ripristino della c. gli Israeliti non sarebbero stati più oggetto di vilipendio per il civile popolo d'Egitto (per il quale era cosa disonorevole essere incirconciso) o, più probabilmente, che l'«obbrobrio» ossia la «servità» d'Egitto venne completamente a cessare quando i figli d'Israele, entrando nella terra promessa e sottoponendosi alla c., furono riammessi nelle grazie di Jahweh.

Quei critici razionalisti (Hollenberg, H.-J. Holtzmann, A. Dillmann, ecc.) che attribuirono Gen. 17 al «Codice sacerdotale» P (composto, secondo la tesi di J. Wellhausen, intorno al 500 a. C.), sostengono che Israele non praticò la c. prima dell'ingresso definitivo nella Palestina, dopo averla appresa dagli Egiziani. Ma tale ipotesi urta contro Ios. 5, 4-7, in cui a torto si vuol vedere un'interpolazione del redattore, e contro altri testi biblici (non ultimi Io. 7, 22 e Act. 7, 8) e tutta la tradizione giudaica, che fanno concordemente risalire la c. ad epoca anteriore a Mosè, cioè ad Abramo. Secondo H. Gunkel (Genesis, 1910, p. 269), seguito da altri, il documento J deriverebbe la c. dalla madianita Sephora (Ex. 4, 34), il documento E da Giosuè (Ios. 5, 2

sgg.), e P da Abramo (Gen. 17). Ma tale supposizione si fonda unicamente sulla teoria welhauseniana delle fonti del Pentateuco. La narrazione biblica inoltre esclude che Israele abbia preso la c. dall'Egitto, come pensavano Erodoto, Celso e Giuliano nell'antichità e oggi vari razionalisti (J. Spencer, W. Nowak, E. Meyer, J. C. Matthes, R. Reitzenstein, ecc.).

Il rito fu direttamente istituito e imposto da Dio quale segno del patto (Gen. 17). Abramo, che nel suo soggiorno in Egitto (Gen. 12, 10 sgg.), dovette senza dubbio conoscere quella costumanza, non la praticò finché non ricevette ordine formale da Dio, all'età di 99 anni. Né fa difficoltà che Dio abbia scelto un rito antico, già in uso presso altri popoli, perché gli attribuì un significato affatto nuovo ed il valore essenziale di segno sacro. La c. delle donne, che non è stata mai largamente diffusa nell'antichità ed appare come un'estensione di quella degli uomini, non è conosciuta in Israele. Dal tempo di Giosuè la c. fu universalmente osservata e divenne il sigillo sacro del popolo di Dio: la sua mancanza era motivo di disonore e di ignominia (cf. Iud. 14, 3; 15, 18; I Sam. 14, 6; 17, 26.36; Ez. 28, 10; 31, 18; 32, 19 sgg.). Era anche un segno di distinzione dagli altri popoli vicini, in gran parte incirconcisi, specialmente dai Filistei, gli «incirconcisi» ('drēlim) per antonomasia. È vero che alcuni testi (Ier. 9, 26; Ez. 3, 18; 32, 19-42) sembrano supporre che la c. fosse praticata dai soli Giudei e da nessun popolo pagano: ma devesi intendere la c. «iuris divini», quale cioè vigeva in Israele per prescrizione divina e con il suo significato ben determinato. La distinzione consisteva, più che nel rito materiale, nel suo significato. Quantunque un significato religioso debba ammettersi anche presso altri popoli, specialmente in Egitto, il significato della c. in Israele (segno dell'alleanza con Dio, aggregazione al popolo eletto, purificazione) non trova riscontro in altri popoli. Per essa il neonato entrava a far parte della comunità sacra e partecipava alle benedizioni divine fatte ad Abramo e alla sua discendenza. È vero che per essere un perfetto giudeo bastava il semplice fatto della discendenza carnale da Abramo (elemento etnico, insostituibile), ma la c. era il primo atto della vita religiosa e morale della comunità e radicalmente includeva l'accettazione di tutta la Tōrāh. Il simbolismo del rito (consacrazione, rinascita spirituale) risaltava altresì dalla circostanza che il bambino veniva circonciso l'8° giorno dalla nascita (a differenza degli altri popoli che usavano circoncidere per lo più all'età di 3 o 4 o 7 anni o anche all'epoca della pubertà). Con la c. invalse l'uso di imporre il nome al neonato (cf. Lc. 1, 59; 2, 21), come già ad Abramo Dio aveva imposto un nuovo nome nell'istituzione del rito (Gen. 17, 5).

Durante l'esilio di Babilonia il sabato e la c. furono i due massimi simboli del giudaismo; così anche nell'epoca ellenistico-romana, quando la c. divenne argomento di dilaggio da parte dei pagani. Se l'influsso ellenista fece dei disertori (alcuni giudei vergognosi di apparire circoncisi agli occhi dei pagani nei pubblici ginnasi, tentavano di occultare i segni della c.: I Mach. 1, 15), tuttavia la maggior parte dei giudei rimase fedele alle patrie prescrizioni ed oppose eroica resistenza alle leggi persecutorie di Antioco Epifane, che aveva vietato di circoncidere (I Mach. 1, 51); molte donne misero a rischio la vita per circoncidere i figli (I Mach. 1, 65 sg.). Sotto la dinastia asmonea la c. venne imposta, quale segno di giudaizzazione, anche ai sudditi non israeliti nei confini della Palestina, cioè Idumei e Iturei; ma ci si guardò dall'estenderla anche alle città filistee. Sull'obbligo della c. PROSELITO (v.) sorsero delle divergenze fin dal tempo dei tannaiti: R. Giosuè con la corrente liberista era d'opinione che un qualunque rito di purificazione (come il bagno rituale) bastava per formare un proselito e non occorreva la c.; invece R. 'Ell'ezer, con la corrente più rigida, sosteneva in tutti i casi la necessità della c.

L'imperatore Adriano proibì con severe sanzioni (Lex Cornelia, de sicariis: Dig. XLVIII, 8, 4, 2) la c. insieme con la castrazione; sotto Antonino Pio (ca. 138 d. C.)

la legge fu abrogata per i giudei ma rimase per gli Arabi e i Nabatei del deserto, come pure per i Samaritani e gli Egiziani: solo i sacerdoti egiziani che dimostravano la loro origine sacerdotale potevano circoncidersi.

Nei primi secoli del cristianesimo i rabbini (ad es., R. Jāmā'e'l, R. 'Aqībā') difesero strenuamente la c. e contro i pagani e contro i cristiani, accentuandone sempre più la necessità ed il significato, fino ad asserire che la c. include tutti i 613 precetti ed eguaglia in valore tutti gli altri comandamenti messi insieme, e chi non è circonciso non è capace di apprendere la Tōrāh.

Per i giudei di razza la c. è anche oggi, nei differenti paesi, la prima e fondamentale pratica, osservata fedelmente anche dai miscredenti, come segno distintivo della razza. Invece, oggi è esclusa la c. per i proseliti; oltre la decisione ufficiale dei rabbini riformati d'America alla conferenza di Nuova York, 1892, cf. A. Pallière, Le sanctuaire inconnu, Parigi 1926.

2. Rito. — Nei tempi biblici era per lo più il padre (o la madre) che circoncidava il neonato. In seguito l'ufficio, che è abbastanza delicato, fu affidato ad uno speciale operatore (mōhēl «circoncisore»): ufficio onorifico che si presta gratuitamente. La c. si compie l'8° giorno, anche se cade di sabato, secondo l'antichissima tradizione (cf. Io. 7, 22). Il rito è accompagnato da una duplice benedizione, pronunciata l'una dal mōhēl, l'altra dal padre del neonato; seguono gli auguri di felicità e l'imposizione del nome, e infine una più lunga benedizione che celebra l'alleanza divina con Abramo e il suo segno sacro, la c. Si suole tenere un convito, al quale si invitano almeno una diecina di uomini. Tra i principali invitati, che siedono presso il padre, oltre il mōhēl vi è il sandiqās, specie di padrino, che tiene sulle ginocchia il bimbo durante il rito (è l'ufficio più onorifico). La sedia sulla quale siede il sandiqās nell'atto della c. suole chiamarsi la sedia del profeta Elia, che si crede assista invisibilmente ad ogni c. ed è popolarmente chiamato «l'Angelo dell'alleanza» (cf. Mal. 3, 1; 4, 5).

Il simbolismo della c. fece presto pensare alla sua significazione metaforica, ossia alla c. spirituale, della mente e del cuore (purificazione dello spirito, sottomissione a Dio), condizione necessaria, assai più della c. carnale, per avere il gradimento di Dio e godere dei benefici della promessa. Già in Deut. 30, 6 si sottolinea la necessità di questa c. spirituale (cf. Ier. 4, 4: «c. del cuore»), e in Lev. 26, 41 i cattivi e ribelli vengono detti «incirconcisi di mente» (cf. Ier. 6, 10; 9, 26; Act. 7, 51: «incirconcisi di cuore e di orecchi»). S. Paolo osserva che la c. fu data ad Abramo quale segno e suggello della giustizia conseguita per la fede (Rom. 4, 11). Quindi la c. della carne suppone e impone quella dello spirito, di cui è simbolo e richiamo. Anche Gesù si sottopose alla legge della c. (Lc. 2, 21). Ma con l'istituzione del Battesimo cristiano cessò l'obbligo della c. Contro i giudaizzanti che volevano sottoporre alla c. tutti i convertiti dalla gentilità, presero posizione gli Apostoli nel convegno di Gerusalemme (Act. 15, 1 sgg.) e soprattutto s. Paolo, che a più riprese dimostrò l'inutilità del rito dopo la morte redentrice di Cristo (cf. Gal. 5, 2 sgg.; 6, 12 sgg.; Col. 2, 11 sgg.; ecc.).

II. PRESSO ALTRI POPOLI

La c. nell'antichità è attestata anzitutto presso gli Egiziani in epoca anteriore ad Abramo, almeno sotto la IV dinastia (ca. 2400 a. C.). Oltre la nota testimonianza di Erodoto (II, 36, 37, 108) e di altri scrittori (Diodoro Siculo, I, 28; Filone, De circ., 1; Flavio Giuseppe, Ant. Iud., VIII, 10, 3; Contra Ap., I, 22; Ps. Barnaba, 9; PG 2, 752; Clemente Alessandrino, Stromata, I, 15; PG 8, 768, ecc.), si ha la prova delle mummie e dei monumenti. In un buon numero di mum-

mie sono tuttora evidenti i segni della c.; così pure nella statua di Būlāq, V dinastia, e nella tomba di Saqarah, VI dinastia; in un bassorilievo di Karnak proveniente dal tempio di Ḥons, XX dinastia, si rappresenta la c. di un fanciullo dai 6 ai 12 anni. Secondo Erodoto (II, 36), era praticata, almeno nell'età antica, da tutte le classi della popolazione. Ma è difficile stabilire se e quando sia stata obbligatoria: le mummie di molti egiziani la lasciano riconoscere, molte altre ne sono prive (J. C. Matthes, in Zeitschr. f. Altst. Wiss., 29 [1909], p. 70 sgg.). Probabilmente la c. era una pratica, più o meno largamente osservata secondo le diverse epoche e regioni. Era in particolare onore presso la classe sacerdotale, che vi annetteva un significato sacro e religioso, tanto che, con il tempo, «incirconciso» (ama) diverse sino-

nimo di «impuro». Più tardi andò in disuso e nell'epoca ellenistico - romana, quando si moltiplicarono gli attacchi da parte degli scrittori greco-romani, era praticata quasi esclusivamente dai sacerdoti che la conservarono tenacemente e ne fecero una condizione necessaria per l'esercizio delle funzioni sacerdotali (cf. Flavio Giuseppe, Contra Ap., II, 13; Origene, In Rom., II, 43; Ambrogio, Ep., II, 72, 5): secondo un papiro di Tebtunis (II, n. 293) il sacerdote incirconciso non può compiere sacre funzioni. La c. non pervenne agli Egiziani

dagli Ebrei o dagli altri discendenti di Abramo, come suppone l'autore delle Rec. Clem. (PG 1, 1227), perché è più antica. È uno di quei riti tipici la cui origine si perde nell'oscurità dei tempi.

Praticavano la c. anche i Colchi ed Etiopi, come c'informa Erodoto (II, 104). Lo stesso storico è d'opinione che dall'Egitto il rito sia passato anche ai Fenici e ai «Siri che stanno in Palestina» (cioè gli Ebrei, e forse altri popoli vicini, come gli Ammoniti e i Moabiti). Ma si contesta che i Fenici abbiano praticato la c. Sembra che gli Ammoniti e i Moabiti praticassero, almeno per qualche tempo, la c. Così pure gli Idumei e i Madianiti. Si sa però che al tempo degli Asmonei, la c. agli Idumei dovette essere imposta dai Giudei. Tra gli altri Semiti occidentali praticavano la c. gli Arabi, che la conservarono fino ai nostri giorni. Non ve ne sono tracce, invece, nei Semiti orientali (Assiri-Babilonesi) e presso i popoli Indo-europei, Mongoli, Ugro-Finnici.

Le ricerche etnologiche hanno accertato l'esistenza della c. in numerose tribù di primitivi, che la praticano tuttora: in Australia, Polinesia, America centrale (Messico, Nicaragua, Tucatán) e meridionale (Amazoni), e specialmente in Africa, ove la c. è così diffusa che è più facile dare una lista di quelli che non circoncidono che di quelli che circoncidono. Si compie per lo più con un coltello di pietra prova della sua alta antichità. La c. è rimasta in uso anche tra i cristiani copti di Egitto e i monofisiti di Etiopia (per influsso giudaico o islamico), i quali peraltro non le attribuiscono un significato religioso ma nazionalistico-sociale.

La maggior diffusione della c. si deve alla religione islamica. Si ritiene comunemente che la c. sia stata in uso già nell'antica Arabia. L'Islām ne mantenne la pratica, e, quantunque il Corano non ne faccia parola, i docu-

menti del ḥadīṣ («tradizione») ne parlano ripetutamente. Nell'estimazione tradizionale del popolo l'astensione dalla carne suina e la c. sono considerate in molte parti come le pratiche fondamentali dell'Islām (Enzykl. d. Islām, II, 1028); e ciò si ricollega alla tradizione secondo la quale Maometto sarebbe venuto al mondo già circonciso (nell'Africa settentrionale un bambino che nasce con il preputio più corto è considerato come una benedizione dal cielo). Solo nel rito fāfi'ita o ortodosso la c. è obbligatoria (per ambo i sessi), ma in pratica è generalmente osservata nei diversi paesi (Arabia, Persia, Asia Minore, Balcani, Africa settentrionale, Etiopia, India, Malesia, ecc.); più comune è la c. dei maschi (detta propriamente ḥidn), frequente

anche quella delle donne (ḥafd). Il rito si svolge ovunque con notevole solennità. In alcune parti il fanciullo, prima dell'operazione, viene sottoposto a un bagno sacro, tra preghiere e canti.

Il rituale e il metodo variano secondo i diversi popoli. Ancor più varia l'età, che oscilla tra il 7° giorno dalla nascita fino al 15° anno: gli Arabi sud-occidentali circoncidono i bambini il 7°, 14°, 21°, 28° giorno; alla Mecca (ove il rito chiamasi ṣahārah) dai 3 ai 7 anni (pure le bambine, ma non c'è regola speciale); i Mazequas nell'Africa orientale tra il 1° e il 2° mese; nel-

l'Egitto tra i 5 e i 6 anni, negli altri paesi dell'Africa settentrionale l'età varia dal 7° giorno ai 13 anni; dai 10 ai 14-15 anni a Giava (le fanciulle dai 2 agli 8 anni); in Persia nel 3° o 4° anno; i cristiani copti tra il 6° e l'8° anno. Quasi tutti gli altri, compresi i primitivi, circoncidono nell'epoca della pubertà che è, in genere, l'età preferita, come già nell'antico Egitto. Questa circostanza sembra conferire alla c. un valore d'iniziazione giovanile nel passaggio dalla società infantile a quella degli adulti e guerrieri, come pure d'iniziazione al matrimonio: questo sarebbe, secondo molti, il significato originario e fondamentale del rito, al quale si aggiunse presto anche il significato religioso, che non è sempre facile precisare; esso appare evidente, ad es., nella c. dei sacerdoti nell'antico Egitto e tra i musulmani.

Sono state tentate varie altre spiegazioni: motivo d'igiene, specialmente nei paesi caldi; nota di distinzione della razza; motivo sacrificale; purificazione della potenza generativa, ecc. Degno di rilievo è il motivo igienico, già addotto da Erodoto per gli Egiziani, e per gli Ebrei da Filone (il quale però nella c. vede essenzialmente il segno di santità e di elezione d'Israele: cf. Filone, De spec. leg., I, 1-12; De migr. Abr., 12; Quaest. in Gen., III, 47), più tardi da Mosè Maimonide, spesso ripetuto nei tempi moderni fino a E. Baras, che suggerisce varie considerazioni sui vantaggi igienici del taglio. Ma questi vantaggi non sono chiaramente dimostrati e il motivo igienico conserva per molti un valore puramente storico (Jewish Enc., IV, 93).

BIBL.: J. Knabenbauer, Circumcisio, in Lexicon Bibl., I, Parigi 1905, pp. 939-43; J. C. Matthes, De Bemijdenis, in Teylers Theol. Tyschrift, 6 (1907), pp. 163-91; A. Vaccari, De vi circumcisionis in Veteri Foedere, in Verbum Domini, 2 (1922), pp. 14-18; A. J. Wensink, Khiton, in Enzyklopädie des Islām, II, Leiden-Lipsia 1927, pp. 1028-32; F. X. Kortleitner, Aegyp-

Article illustration
CIRCONCISIONE - Rito della c. nella c. di Gesù, Messale romano in uso a Tours (sec. XVI) - Parigi, biblioteca Nazionale, ms. lat. 886, f. 29.
(da V. JALABERT, LOUIS, Les sacramentaires et mirecle mes. des bib. pab. de France, Parigi 1915, tac. 119)
tiorum auctoritas quantum ad Israelitarum instituta (Commentat. Bibl. 8), Innsbruck 1933, pp. 61-66; G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1934, pp. 147-50; E. Baras, La Circoscision, son histoire et son importance au point de vue hygiénique, Parigi 1896; The Jewish Encycl., IV (1903), pp. 92-102; Encyclopædia Judaica, IV (1929), pp. 346-61. Per l'antico Egitto sono tuttora importanti: R. Reitzenstein, Beschneidung und Priesterordnung (Zwei religionsgeschichtl. Fragen), Strasburgo 1901; P. Wendland, Die hellenistischen Zeugnisse über die ägyptische Beschneidung, in Archiv. f. Pap. Forschung, 2 (1902) pp. 22 sgg.; A. Wiedemann, Beschneidung im alten Ägypten, in Orient. Literaturzeitung, 6 (1903), p. 99 sgg. Gaetano Stano

III. FESTA DELLA C

Presso i primi cristiani le calende di genn. erano una festa solamente civile.

In molti luoghi la si celebrava con gioia sfrenata, quasi simile a quella dei pagani, tanto che i Padri della Chiesa più volte si videro costretti a richiamare il popolo a maggior serietà. A Ravenna, ad es., s. Pier Crisologo (Serm., 155) proibì di partecipare ed assistere a danze scomposte ed a mascherate. Simili disordini avvenivano anche nelle Gallie e nella Spagna nel sec. V. (cf. Concilio di Tours [567], cann. 17 e 22, e di Toledo [633], can. 11). Per sopprimere gli abusi i vescovi di Tours e di Auxerre avevano istituito delle processioni di penitenza col canto delle litanie ed altre funzioni sacre espiatorie in quel giorno. Un altro ricordo di simili abusi offrono vari libri liturgici che, a cominciare dal sacramentario cosiddetto Leoniano, hanno per la data del 1° genn. una messa ad prohibendum ab idolis, per fronteggiare i divertimenti paganeggianti delle calende di genn. Capodanno (v.). Avendo però il cristianesimo concordato il suo calendario religioso con i fatti salienti della vita di Cristo, e non con quello civile, il Capodanno coincide semplicemente con l'ottava di Natale.

Le Kalendae di genn. come festa ecclesiastica erano infatti sconosciute a Roma nel 600. Ben presto tuttavia, come la Pasqua e la Epifania, anche il Natale di Nostro Signore ebbe la sua ottava, e conseguentemente l'ottavo giorno era semplicemente chiamato Octava Domini, o in octava Domini; il che dimostra che quel giorno non era considerato come una festa propria. Nel calendario dell'evangelario di s. Genoveffa, copiato ca. il 714-31, è chiamato Natale s. Mariae (ed. F. G. Fronteau, Parigi 1652) quasi ad insinuare un profondo e delicato pensiero, di voler cioè dedicare alla Madre di Gesù, nel giorno ottavo della nascita del Figliolo, un ricordo speciale, dato che il giorno del Natale è tutto per il Pargoletto Divino. A tal fine fu composto un formidario di ufficio che è di ammirazione e lode alla Vergine Madre, ed anche nelle orazioni della Messa si fa una particolare commemorazione della maternità verginale di Maria. Inoltre a lei fu dedicata la Statio nella basilica di S. Maria ad Martyres (Pantheon); ma dopo che Gregorio IV ebbe eretto un presepio a S. Maria in Trastevere, ad imitazione della Liberiana, vi si trasferì anche la Statio. L'Omilario composto ca. il 786-97 da Paolo Diacono, nomina il 1° genn. come giorno in octavas Domini i. e. Calendae Ianuariae (ed. Wiegand, p. 27).

Fuori Roma e in particolare nelle Gallie prevalse invece il ricordo della Circumcisio, come si rileva dal Lezionario di Vittore di Capua (546), dal can. 17 del II Concilio di Tours (567), dagli Statuta di Sonnazio di Reims (614-31: PL 80, 446), dal Missale Gothicum (ed. Muratori, II, p. 552), dal Calendario premesso all'evangelario copiato dal monaco Gotescalco (781-82: ed. F. Pieper, Berlino 1858) ecc. Tale ricordo è poi passato nell'intitolazione dell'odierna ricorrenza liturgica del 1° genn., ad onta dei testi che ricordano prevalentemente la divina maternità di Maria SS.ma.

BIBL.: K. A. H. Kellner, L'anno ecclesiastico, vers. it., Roma 1914, p. 149 sg; J. A. Albers, Das Jahr und seine Feste, 3ª ed., Stoccarda 1917, pp. 34-52; L. Duchesne, Les origines du culte chrétien, Parigi 1925, p. 289; F. Cabrol, s. V. in DACL, III, coll. 1717-1728. Filippo Oppenheim
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“CIRCONCISIONE (DAL LAT. CIRCUMCISIO, «TAGLIO INTORNO»; GR. ΠΕΡΙΤΟΜΉ; EBR. MILĀH).” Enciclopedia Cattolica, vol. III (1949), p. 991. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/circoncisione-dal-lat-circumcisio-taglio-intorno-gr-peritome-ebr-milah.