CONFESSORE (confessor). - Dal lat. confessor (da confiteri = dichiarare apertamente, termine proprio del latino cristiano; gr. ὁμολογητής) è il titolo che oggi, in liturgia, si dà a tutti i santi non martiri (vescovi, dottori, sacerdoti ed anche semplici fedeli che non siano donne). A questo significato specifico si è giunti attraverso una triplice evoluzione.
1. Nei primi secoli, i cristiani che avevano confessato la fede nella prigione, nelle torture, in esilio, nel lavoro delle miniere senza sacrificio della vita, erano chiamati col titolo generico di "martyres", come quelli che avevano versato il sangue per Cristo. Eusebio (Hist. eccl., III, 32; cf. III, 20) chiama così i discendenti di Giuda, "fratelli" del Signore, che Dominiano giudicò inconfessivi e rimandò a casa loro. Nella confutazione della eresia catafrigia, Apolonio (m. nel 97) denuncia Ternisone e Alessandro che pretendono il titolo di martiri (Eusebio, op. cit., V, 18). Tra gli eretici il titolo di martire serviva per ottenere offerte e denaro (Eusebio, op. cit., V, 18, 7). Un altro esempio di questa estensione di senso si trova nella sottoscrizione di una lettera di Serapione d'Antiochia (Eusebio, op. cit., V, 19, 3).
2. Nella seconda metà del sec. II s'incontra, per la prima volta, la distinzione netta, nel concetto e nella terminologia, tra martiri e c., nella lettera delle Chiese di Vienne e di Lione (a. 178), riportata da Eusebio (op. cit., V, 2, 2). Benché gli eroi ivi celebri avessero reso testimonianza più volte, dopo essere stati condotti alle bestie, esposti ai carboni ardenti, coperti di lividure e di piaghe, tuttavia essi non si proclamavano martiri né permettevano che fosse loro dato questo titolo, anzi se qualcuno per lettera o in conversazione li chiamava così, essi lo riprendevano severamente. Davano ben volentieri il titolo di martire a Cristo... e ricordavano la memoria dei martiri che avevano già lasciato il mondo e dicevano: "Veni martiri son quelli che Cristo s'è degnato di accogliere nell'atto stesso in cui rendevano testimonianza, dopo aver segnato in essi, come con sigillo, la professione della fede per mezzo della morte. Quanto a noi non siamo che umili e semplici c. (= ὁμολογητα).
La distinzione, però, non entrò subito nel linguaggio corrente. I due termini di "martyre" e "confessor" continuarono ad esser usati indistintamente. Ippolito (160 a. 235) oppone i martiri ai c. (In Dan., II, 37), dà il titolo di c. a Natalis che aveva sofferto per la fede e divenne poi vescovo d'una setta eretica (Eusebio, op. cit., V, 28, 8). Tertulliano (197 ca.), indirizzando ai c. un libro intitolato Ad martyres, li chiama candidati al martirio: "benedicti martyres designati" (Ad mart., 1). "Martyre", nel senso di "confessor", ritorna frequentemente sulla sua penna (De praescript. haeret., 3; Ad mart., 1; De pudic., 22; ecc.). Un po' dovunque, del resto, si parlava di martiri in senso largo o Origen (m. nel 253) faceva notare che la parola ὑμῶν può giustamente applicarsi a tutti quelli che in un modo o nell'altro rendono testimonianza alla verità (In Loth., II, 210). Nella Passio s. Perpetuae et Felicitatis (cap. 11, ed. Barra, Torino 1945, p. 66), Quinto, morto in prigione, è qualificato come martire, così anche Primo e Donaziano, che muoiono tra i ferri, corrono "ad martyri coroni ammucalato itinere" (Passio Montani et Lucii, cap. 2, ed. Barra, Torino 1945, p. 119). Cipriano (200 ca.-258) ha una distinzione concettuale più precisa. Distingue tra il c. Numidico e quelli che formano il "glorioso martyrum numerum", preparati alla morte dalle sue esortazioni (Epist., 40, 1). A quelli morti in prigione, anche se non hanno subito la tortura, vuole si rendano gli stessi onori che ai martiri. Non è, del resto, una novità. Cipriano dà abitualmente il nome di "confessores" a quelli che languono nelle prigioni (Epist., 32, 1; cf. Epist., 31), invia lettere "Sergio et Rogatiano et ceteris confessoribus" (Epist., 6; 13), ne riceve da Mosè, Massimo e Nicostrato a nome di "universi confessores" (Epist., 26). Ammette nella confessione due gradi: una pubblica davanti ai giudici e una privata, di chi si sottrae con la fuga all'obbligo di sacrificare (De lapsis, 3); in De lapsis, 4, sono chiaramente distinti martiri e c. Ma Cipriano non è sempre fedele a questa terminologia. Confonde un termine con l'altro non perché ne ignori il valore, ma perché vuol tagliar corto o far piacere ai destinatari dei suoi scritti (P. de Labriolle, Martyr et confesseur, in Bull. d'ancienne littér., relig. et d'arch. chrét., I [1911], p. 54).
Notevole esattezza nell'uso dei due termini si riscontra in Dionigi di Alessandria (m. nel 264 ca.) e si accentua negli scrittori delle età successive. In Eusebio si legge di un certo Seleuco prima c. poi martire (De mart. Palest., II, 20). Ottato di Milevi (sec. IV) ricorda la persecuzione "quae alios fecerit martyres, alios confessores" (De schism. Donat., I, 13) e altrove pone la domanda: "quomodo dicitis martyres qui non fuerunt confessores" (op. cit., III, 8); s. Girolamo (349?-420) parla di "Aegyptios confessores, voluntate iam martyres" (Epist., 3, 2).
Una terminologia confusa torna nel campo delle iscrizioni. Alle volte il titolo di c. è dato ai martiri come nei casi di s. Ennata (chiamata anche Θένη) che è una martire ed è detta ὁμολογητήρια (Marco Diacono, Vita Porphirii Gazensis, Lipsia 1895, p. 18). Va rammentata pure l'iscrizione damasiana nella Cripta dei papi relativa ai martiri greci "Hic confessores sancti quos Graecia misit" (A. Ferrus, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, n. 16) dove però "confessores", forse (è l'opinione comune dopo il De Rossi) non ha valore maggiore d'una necessità metrica. Un epitaffio di Tarquinia (Bull. arch. crist., 2ª serie, 5 [1874], pp. 101-102) parla d'un "Euticius confessor", nel quale il De Rossi riconobbe uno di quei cristiani sopravvissuti alle persecuzioni, che, dopo le torture e la prigionia, furono liberati al tempo della pace. A questo va avvicinato un sarcofago di Milano preparato per sé, ancora vivente, da un certo Diogene "confessor" e la cui iscrizione, mutila ora, incomincia: "et a domino coronati sunt beati confessores comites martyrum".
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(cid., p. 109): Diogene è c. nel senso rigoroso della parola. Un'altra categoria d'iscrizioni attribuisce il titolo di martire a personaggi che non hanno versato il sangue. Così per Ponziano, Cornelio, Eusebio papa, Eusebio di Vercelli, Massimo di Napoli, Dionigi di Milano, Apollinare di Ravenna, Felice di Nola. Nella lotta contro le eresie «confessor» (specie in Oriente il corrispondente 600-600-700-700-700-700-700-700-700-700-700-700-700-700-700-700-700-600-600-600-600-600-600-600-600-600-600-600-600-600-600-600-700-700-700-700-700-700-700-700-700-700-700-700-700) diventa il titolo di chi ha sofferto per l'ortodossia. È il senso che si ritrova nella Peregrinatio Aetheriae (Peregrinatio, in Itinera Hierosol., ed. Geyer, CSEL, XXXIX, 62, 65), nello Pseudo Ambrosio (Precatio, II) e in s. Agostino quando parla d'un «liberi confessor arbitrii et Dei Conditoris» (Contra Iulian., I, 73). Si dà un titolo di «pontifex confessor» (Epist., 4, 18, 4), parimenti quando si legge: «Ego Ulfia episcopus et confessor» (Massimino, Contr. Ambr., 63).
Man mano che ci si stacca dal rigore dei termini incominciati a regnare sempre più l'arbitrio nella distribuzione dei titoli d'onore. Ma il titolo di «confessor» tende ad essere riservato esclusivamente ai santi che non hanno sofferto il martirio e passa gradualmente dal senso proprio a quello metaforico e spirituale dell'ascesi.
3. Già Clemente d'Alessandria (m. prima del 215) parla del saggio o del cristiano che rende testimonianza a Cristo con una sorta di martirio spirituale, consistente nella vita pura e nell'osservanza dei comandamenti (Strom., IV, 15, 3). S. Cipriano (Epist., 13, 5) dice: «qui pacifica et bona et iusta secundum praeceptum Christi loquitur, Christum quotidie confitetur». Questo significato si afferma in seguito. C. sono gli asceti (ascesi-martirio) che nella vita di penitenza e di preghiera confessano la fede, in particolare i monaci o anacoreti, isolati o riuniti in comunità.
L. Duchesne (Origines du culte chrétien, Parigi 1920, p. 442) sostiene, non senza ragione, che in questo senso deve interpretarsi la preghiera del Venerdì Santo: «Oremus, et pro omnibus episcopis... ostariis, confessoribus, virginibus, viduis et pro omni populo Dei» e i canoni del Concilio di Elvira (ca. 300; can. 25), di Arles (314; can. 9) e di Toledo (400; can. 6, 9). L'opinione è stata recentemente contraddetta da B. Botte (Arch. latin. medii aevi, 16 [1941], p. 140), ma senza convincenti argomenti.
4. Infine va notato un ultimo significato che pone l'equivalenza «confessor» = «cantor». È un'opinione che risale ad Ugo Ménard (m. nel 1644), il quale la formulò basandosi sul can. 11 del Concilio IV di Cartagine (Statuta Ecclesiae antiqua) e sui can. 6 e 9 del Concilio di Toledo. L'opinione del Ménard fu accettata con riserva dal Tommasi, combattuta da M. Gerbert e da L. Lesley, ripresa dal Morin e divulgata dal Leclercq (DACL, III, col. 2514). Recentemente Botte ne ha dimostrata l'infondatezza (art. cit. in bibl., p. 145).
In Oriente, nel culto pubblico, i primi a ricevere il titolo di «confessores» sono Antonio (m. nel 356), Ilarione (m. nel 371), Atanasio (m. nel 373); in Occidente i vescovi del sec. IV Eustorgio (m. nel 331) a Milano, Silvestro (m. nel 335) a Roma, Martino (m. nel 397) in Gallia, Severo (m. ca. nel 409) a Napoli, Agostino (m. nel 431) in Africa, Apollinare (sec. v) a Ravenna. I vescovi del sec. IV sono stati i difensori della fede contro l'arianesimo. Se non avevano subito il martirio, avevano sostenuto spesso violenti persecuzioni; si celebrava l'anniversario della loro «deposito», i loro corpi riposavano sotto l'altare; tanta rassomiglianza avevano con i martiri. Era giusto che si desse loro il titolo di «confessores», in senso più largo ma assai vicino all'originale. Dai vescovi il titolo si estese ai non vescovi. A questo punto dovette avere influenza il concetto di ascesi-martirio. Gregorio di Tours nel De gloria confessorum parla di vescovi, abati, monaci, vergini, sante donne.
