COMPIETA

COMPIETA. - Ultima ora dell'Ufficio divino.

I. NOME

Deriva dal latino completa, completorium (usato anche come aggettivo al plurale: completorii, sottinteso psalmi) ed è chiamata così l'ultima ora canonica, con la quale termina l'Ufficio divino e si chiude la giornata liturgica. L'espressione ad completum si trova già nell'antichità per indicare il postcommunio, che termina la Messa. La forma completa è data per primo nella Regula di s. Aureliano (m. nel 533): «Quando repausaturi estis, in scola ubi manetis, completa dicatur ». Completorium è di s. Benedetto (Regula, capp. 16, 17, 18), che usa nello stesso senso, anche il verbo complere (cap. 13): «omnes ergo in unum positi compleant, et exeuntes a completorio ».

II. ORIGINE

Fino ai primi anni del sec. XX era opinione comune che s. Benedetto ne fosse stato l'ideatore e l'istituto. B. Plaine e J. Pargoire dimostrano che anche in questo s. Benedetto fu organizzatore, non creatore. La C. ha avuto origine in Oriente. S. Basilio nelle Regulae fusius tractatae, q. 37, 5 (PL 31, 1016) scritte tra il 338-362, dice: «Nocte incipiente, petendum est, ut inoffensa et a visis libera requie fruamur; qua hora etiam nonagessimus psalmus necessario dicatur ». È il testo più antico che parli chiaramente dell'esistenza di C. Cinquant'anni più tardi. Giovanni Crisostomo (m. nel 407) in epist. I ad Tim. hom., 14, 4 (PG 67, 577) parlando dei monaci d'Antiochia dice: «Postquam paululum sederunt, hymnisque totum concluserunt, singuli quiescent in stratis », dove hymni, nel contesto filologico e storico, indica con tutta probabilità C. Più probativa è la testimonianza di Callinico (ca. 477-50) nella Vita S. Hypatii (Acta SS. Inni, III, Parigi 1867, p. 325), che parla di un'ora canonica (προθύμνα) tra i vescri e l'Ufficio notturno. Non può essere una preghiera privata perché è nominata assieme alle altre parti dell'Ufficio, senza distinzione alcuna. Non c'è dubbio che sia C.

Questi testi dicono chiaramente che in Oriente, tra il IV e il V sec., nei monasteri c'era una preghiera, di cui faceva parte il salmo 90 Qui habitat, che si recitava «nocte incipiente», tra i Vescri e le «vigiliae» e rientrava nella serie delle ore canoniche.

In Occidente la prima testimonianza sicura si trova nella Regula secunda (sec. v), nella quale dopo il Lucernarium (Vespri) è prescritto: «consuetudinarii psalmi ante somnum dicantur» (cf. C. Lambot, Un «Ordo officii» du Vse siècle, in Rev. bénéd., 42 [1930], pp. 77-80). Prima, dunque, di s. Benedetto, la C. ha già il suo posto e il suo schema salmodico fisso, ma non ancora un nome proprio. La Regula di s. Aureliano la ricorda come d'uso comune nei monasteri della Gallia meridionale a metà del sec. V e con un cursus speciale: «inprimis directaneus psalmus nagesimus; deinde capitella consuetudinaria».

A questo momento la C. doveva aver fatto il suo ingresso ufficialmente anche a Roma. S. Benedetto ne parla come di una istituzione conosciuta. Di più i salmi 4, 9, 13 nell'organizzazione romana primitiva non furono compresi né a Mattutino né a Vespro, e ciò molto probabilmente perché C. venne sistemata assieme alle altre ore canoniche prima del sec. V. Roma, comunque, la prima menzione esplicita è data dall'Ordo di Giovanni «A richicantor» di s. Pietro (ed. C. S. Silva-Tarouca, in Mem. della Pont. accad. rom. di Archeologia, 1 [1923], p. 212): «Pulsato signo, canuntur completorio (= completoria), ubi dormiunt in dormituro, et extremo verso dicuntur antequam dormiant, hoc est, Pone Domine custodiam ori meo, et tunc vadunt cum silentio pausare in lectula sua». Nei monasteri romani addetti all'ufficiale delle basiliche alla fine del sec. VII C. aveva ancora carattere di preghiera privata. Ma i canoni ecclesiastici sancti nel Concilio di Aquignana dell'816 comprendono tra le ore canoniche obbligatorie anche C. (Concilio d'Aquignana ca. 128).

III. STRUTTURA

C. si compone, come Prima, di due parti: un preambolo introduttorio, che potremmo chiamare Officium capituli e la salmodia con gli annessi, che costituiscono l'Officium chori.

1. Officium capituli

Esso è formato essenzialmente di una breve lettura e della confessione delle colpe. S. Benedetto (Regula, cap. 42) prescrive che i monaci dopo i Vescri e la cena si raccolgano insieme ed ascoltino la lettura di un buon libro, preferibilmente le vite dei SS. Padri, per lo spazio di 4 o 5 fogli o «quantum hora permitit». Quindi si recitano i psalmi completori, e, riportati la benedizione dell'abate, tutti si ritirano per il riposo. Quanto agli assenti la Regula prescrive che recitino la lectio di s. Pietro: «Frater, sobri estote». Questa pericope entrò nell'Ufficio del clero secolare ed è rimasta fissa fino ad oggi. La lettura si apriva, come di consueto, con la benedizione richiesta all'abate (Noctem quietam) e terminava con il Tu autem. La collatio si chiudeva con l'invocazione: Adiutorium nostrum. Alla lectio molti monasteri aggiunsero l'esame di coscienza (che durava lo spazio d'un Pater), seguito dall'accusa delle colpe della giornata, che i monaci, in ginocchio, si facevano scambievolmente, con la recita del Confiteor: «Laxant mutuo debita», dice la Regula di s. Fruttuoso (ca. 670) al cap. 2 (PL 87, 1099). Finita l'accusa il prescindente esprimeva il comune pentimento con il versetto: Converte nos, a cui tutti rispondevano Et avertet e si recitavano i salmi.

Presso i Francescani la prima parte dell'Officium capituli (lettura e formole concomitanti) si svolgeva a refettorio, durante la cena. Dal refettorio, dicendo il Miserere, i frati andavano in chiesa, dove aveva luogo la recita dei salmi di C., incominciando dall'Adiutorium nostrum (cf. A. Le Carou, L'Officie divini ches les frères Mineurs au XIIIe siècle, Parigi 1928, pp. 23-24).

2. Officium chori

Amalario (ca. 830: De eccl. off., IV, 8) è il testimone più autorevole dello schema romano primitivo di C. Al Deus in adiutorium seguivano quattro salmi: 4, 30 (la prima strofa), 90, 133, che erano invariabili, per tutti i giorni, ed erano stati suggeriti per C. dal loro significato di protezione divina nell'ora notturna.

Quest'ordinamento durò fino a Pio X, che ridusse i salmi a tre sopprimendo il 30 e riservando tale schema per l'Ufficio domenicale e festivo, mentre dotò gli altri giorni della settimana di salmodia corrente propria. Nella disposizione del Salterio fu una delle riforme più ardite, che derogava all'uso di sedici secoli. Ai salmi seguiva il versetto Custodi nos, Domine, il cantico di Simeone Nunc dimittis, le preci (Kyrie eleison, le chiama s. Benedetto, ma nella forma attuale sono tarde, forse del sec. xiv), e la benedizione dell'abate o di chi presiedeva. Et benedictiones misae sunt (Regula, cap. 17). Infatti vera benedizione è l'odierna orazione Visita... habitationem istam (chiaro accennato al luogo dove si recitava l'Ora, cioè l'abitazione dei monaci, non la Chiesa), et benedictio tua sit super nos semper. La benedizione che segue oggi: Benedicat et custodiat non è che un doppione della precedente. Infine l'abate aspergeva tutti con l'acqua benedetta.

Più tardi altri tre elementi vennero ad aggiungersi a questo schema originale: l'inno Te lucis, il capitolo Tu autem (attestato dapprima dal Durando, m. nel 1296) e il responsorio In manus tuas, che, come introduzione obbligatoria, è ancora posteriore al capitolo.

Il versetto Pone, Domine, custodiam ori meo, di cui parla Amaralio nel testo sopra citato e che finiva l'ora di C., era detto «versus clusor», perché chiudeva la bocca dei monaci nel più rigoroso silenzio, fino al «versus aperitionis» cioè Domine labia mea aperies, con cui incominciava il Mattutino la notte seguente (cf. Regula Magistri, cap. 30 e 37: PL 88, 999 e 1005).

Nel sec. xiii invase l'uso di cantare dopo C., davanti ad un'immagine della Madonna la Salve Regina, che poi fu annessa a C. e da Pio V prescritta, insieme con le altre tre antifone maggiori della Madonna, da recitarsi secondo i diversi tempi dell'anno liturgico.

Bibl.: E. Fehrenbach, Complies, in DACL, III, II, col. 2466-2470; C. Callewaert, De completorio ante s. Benedictum, in Sacris erudiri, Steenbruggse 1940, pp. 126-30; M. Righetti, Storia liturgica, II, Milano 1946, pp. 597-602. Annibale Bugnini