CONCELEBRAZIONE. - In senso largo è l'assistenza e la partecipazione attiva dei ministri e dei fedeli alle funzioni sacre; in un senso più stretto è l'unione dei soli ministri sacri, o dei soli preti alla funzione d'un vescovo, come si usava anticamente, ad es., nell'amministratione del Battesimo, dell'Estrema Unzione, e, come continua ancora, nella imposizione delle mani all'ordinazione sacerdotale ed alla consacrazione dei santi olii nel Giovedì Santo; nel senso proprio è la partecipazione attiva di più sacerdoti alla celebrazione della Messa.
Nella Chiesa latina si ha la c. nella consacrazione d'un vescovo e nell'ordinazione sacerdotale. La c. è un'istituzione antichissima. Il Liber Pontificalis (I, 139, nota 3) l'attribuisce a Zefirino papa (198-217). A Roma i sacerdoti celebravano insieme al papa, fuori di Roma col vescovo. Nell'eco cristiano più remoto però non si può ammettere una vera c., dato che non era ancora fissato il testo delle orazioni, ma soltanto il modo di celebrare (cf. Giustino, Apologia, I, 65 e 67). La c. era piuttosto una semplice assistenza nel presbiterio, come indica difatti il testo originale della Traditio apostolica di s. Ippolito (223), che però in una redazione posteriore, diventa una vera C. E. Hauler, Didascalia Apostolorum fragmenta Veronensia, Lipsia 1900, p. 106). I Concili di Toledo I (400), di Tarragona (516) e della provincia d'Alvernia (585) ordinano l'assistenza dei sacerdoti e dei diaconi al divino sacrificio ogni giorno, Innocenzo I papa (m. nel 417) scrive al vescovo Decenzio di Gubbio (PL 20, 476) che i sacerdoti abbiano «orandi et sa-crificandi iuge officium». Un'accurata descrizione della c. offrono gli Ordines Romani III e IV (cf. ed. M. Andreiu, Les Ordines romani du haut moyen âge, II, Lovanio 1948, pp. 131, 163) secondo i quali i preti cardinali circondavano all'altare il papa e dicevano insieme con lui il canone con le parole consacratorie, mentre ciascuno aveva dinanzi a sé su di un corporale tre oblate da consacrare. A Roma la c. ebbe luogo nelle solennità fino al sec. XIII (Innocenzo III, De sacros. altaris mysterio, IV, 25: PL 21, 874; cf. Ordo Romanus XI [secondo Mabilion], 20), quindi venne in disuso e fu ritenuta per la sola ordinazione dei vescovi e sacerdoti. Nel rito gallicano, mozarabico ed ambrosiano non si trovano prove per una comune consacrazione, bensì per una c.
Presso gli orientali la c. è in uso fin dal principio, perché i Concili di Nocesarea (315) e di Calcedonia (451) la suppongono, mentre ne parlano le Costituzioni della Chiesa egiziana, i Canoni d'Ippolito, il Testamento del Signore ed altri documenti antichi. S. Atanasio (Apologia contra Arianos, 8, 12) rimprovera il prete Ischira «quod cum et ipse esset presbyter tamen aliorum sacerdotum synaxii nunquam participasset». Presso i Greci la c. venne maggiormente in uso dal sec. XV; nel rito maronita dal sec. XVII v'è anche la c. simultanea, che fra gli altri orientali per primi accettarono i melchiti nel 1729, poi gli altri riti, sicché ormai essa è la forma comune fra gli orientali i quali possono farla ogni giorno: mentre tuttavia gli scismatici recitano insieme le parole consacratorie come il resto del canone, gli slavonici dissidenti le dicono ad alta voce, gli us-siti le cantano. La c. esprime in modo perspicuo l'unità fra i ministri sacri nel più alto e sublime atto del culto e la loro partecipazione all'unico sacerdozio di Cristo.
