ATANASIO, SANTO

ATANASIO, santo. - Vescovo di Alessandria, Padre e dottore della Chiesa.

1. VITA

Quanto mai agitata, s'intreccia e si confonde quasi tutta con la storia della controversia ariana del sec. IV. Riesce facile stabilirne i periodi: scarse le notizie certe prima dell'episcopato; i quasi cinquant'anni di questo (248-73) sono interrotti da cinque differenti esili di cui abbiamo dati precisi, e potranno quindi servire di divisione alla nostra sommaria biografia.

Si fa nascere A. ca. il 295 ad Alessandria o nei suoi dintorni, e lo si dice oriundo di una famiglia greca a causa del nome A. e di quello di suo fratello Pietro (ma A. parlava e scriveva anche in copto). Certo nacque da genitori cristiani ed ebbe un'accurata educazione greca, classica e cristiana.

Nella sua gioventù sembra aver frequentato il patriarca dei solitari, s. Antonio, di cui scrisse più tardi la vita asserendo in modo chiaro di essere stato suo discepolo. Per tempo si consacrò al servizio della Chiesa; sappiamo che era diacono quando sorse la controversia ariana nell'autunno del 323 e che a tale data aveva già composto la sua prima opera, un trattato di apologetica, e i due libri Contra Gentiles e De Incarnatione Verbi. Come diacono accompagnò il suo vescovo, Alessandro, a Nicea (325).

Morto Alessandro il 17 apr. 328, A. fu chiamato a succedergli. Non sappiamo come avvenne la sua elezione, intorno alla quale circolano racconti molto contraddittori. La Chiesa di Alessandria si trovava allora divisa da un doppio scisma: quello di Ario NICOPOLI (v.). Secondo diverse fonti i due gruppi scismatici presentarono ciascuno un candidato, ma la grande maggioranza dei vescovi egiziani si pronunciò per A., che fu eletto l'8 giugno 328. Si comprende quanto fosse difficile il compito di un vescovo fra tante divisioni; e fin dal 331 cominciarono contro di lui gli intrighi dei vescovi di corte ariani, con a capo Eusebio di Nicomedia. Si cercò anzitutto di fargli perdere la stima dell'imperatore ingiungendogli di ricevere nella sua comunione i vescovi amici di Ario. Ma A. rifiutò. Quindi i meleziani l'accusarono presso Costantino di avere imposto agli Egiziani un tributo di pezze di lino; e inoltre del fatto che uno dei suoi preti aveva, per ordine suo, spezzato il calice del vescovo meleziano Ischira e inviata una borsa d'oro ad un certo Filumeno, sospetto di alto tradi-

mento. Citato al tribunale dell'imperatore a Nicomedia, A. si presentò e si disculpò di tutte le false imputazioni, facendo ritorno ad Alessandria nel marzo 332 con una lettera di Costantino, piena di elogi per lui, ma molto dura per i suoi nemici. Animato da questo successo, A. agì con energia contro i meleziani i quali si vendicarono accusandolo di avere assassinato Arsenio, vescovo meleziano di Ipsele. Questo non fece però che aggiungere scorno ai nemici poiché Arsenio fu trovato vivente a Tiro, e gli eusebiani che avevano già riunito un Concilio a Cesarea per condannare A. (333), dovettero sciogliersi senza aver nulla concluso. L'accusato fu di nuovo riabilitato con una lettera dell'imperatore, il quale rimproverò i suoi nemici. Gli ariani però non si diedero vinti e persuasero il loro capo Ario a sottoscrivere una formula di fede equivoca. Costantino se ne contentò e intimò ai vescovi di riceverlo nella loro comunione. A. nuovamente rifiutò, e allora ariani e meleziani chiesero all'imperatore la riunione di un grande Concilio per liquidare definitivamente le questioni egiziane. Questo si riunì a Tiro nell'ag. 335, ma non furono ufficialmente convocati che i vescovi designati dagli eusebiani, quasi tutti nemici di A.

A. giunse con cinquanta dei suoi, che però non furono ricevuti. Di tutte le accuse mosse contro di lui si finì con ritenere soltanto il fatto di Ischira, esso pure tanto imbrogliato, che si dovette mandare a Mareotide una commissione d'inchiesta. Questa era composta dei peggiori nemici dell'accusato, il quale non attese il suo ritorno per lasciare l'assemblea e recarsi a Costantinopoli a difendersi presso lo stesso Costantino. Questi dapprima favorevole ad A., finì poi con approvare la sentenza di deposizione intanto pronunciata a Tiro. Un decreto imperiale del 7 nov. 335 relegava A. a Treviri, nelle Galilei, senza nominarli un successore. Fu questo il primo esilio, e durò fino alla morte di Costantino (22 maggio 337). Costantino II già il 7 giugno 337 rimandava l'esiliato ad Alessandria, ove A. non entrò che il 23 nov., dopo aver incontrato a Viminacio e poi a Cesarea di Cappadocia, il nuovo imperatore di Oriente, Costanzo. Il suo esilio era durato 28 mesi e 2 giorni.

Gli eusebiani non potendo per ora nulla sperare dal potere civile, portarono davanti al papa Giulio l'affare di A., non senza aver prima riconosciuto come vescovo di Alessandria un certo Pistos, nominato dagli ariani (338). Reso edotto di questa manovra dallo stesso Pontefice, A. riunì in sinodo i suoi vescovi, i quali redassero una lunga circolare in suo favore. Allora Giulio citò le due parti a Roma, ad un concilio plenario. A. fu fedele all'appello, ma gli eusebiani non si presentarono, anzi, sicuri dell'appoggio di Costanzo, imperatore d'Oriente, fecero sostituire Pistos da Gregorio di Cappadocia nella sede di Alessandria. Il prefetto di Egitto, Filagrio, fece occupare a viva forza le chiese della città per consegnarle all'intruso, ed A., costretto a lasciare l'Egitto fin dal 16 apr. 339, prendeva la via di Roma dopo aver protestato con una lettera enciclica (PG 25, 221-40). Cominciava così il suo secondo esilio, che si protrasse fino al 20 ott. 346.

Durante questi sei anni si susseguirono molti avvenimenti. A Roma, A. vide la sua innocenza riconosciuta da un concilio (autunno 340 o primavera 341). Assistette poi al Concilio di Sardica (343), ove fu di nuovo riabilitato dal gruppo cattolico. Nel suo soggiorno in Occidente iniziò gli occidentali alla vita monastica quale si praticava in Egitto. Viaggiò molto. Nella Pasqua del 345 era ad Aquileia presso Costante I, che gli ottenne dal fratello Costanzo di tornare ad

Alessandria. Tale richiamo divenne ufficiale dopo la morte dell'intruso Gregorio di Cappadocia (25 giugno 345); ma l'esule non si fece premura di approfittare del favore di Costanzo, troppe essendo le ragioni per diffidare. Ottenuta un'udienza da Costante, venne a Roma ove ebbe una lettera del Papa per il clero ed i fedeli di Alessandria. Da Roma si recò ad Adrianopoli, quindi ad Antiochia, dove Costanzo lo ricevette e lo munì di lettera commendatizia per il clero cattolico e le autorità civili in Egitto; ed il 21 ott. 346 fece il suo ingresso trionfale in Alessandria.

Seguirono per A. dieci anni di pace relativa, ed egli ne approfittò per comporre opere dogmatiche o di apologia personale. Fu anche in questo tempo, che si occupò della conversione dell'Abissinia (v. ETIOPIA).

Ma fin dal 351 gli intrighi degli ariani ricominciarono, e riuscirono a sollevargli contro anche l'episcopato d'Occidente. Nel Concilio di Arles (354) ed in quello di Milano (355) tutti si pronunciarono contro di lui, eccetto alcuni vescovi come Liberio, Eusebio di Vercelli, Lucifero di Cagliari. Anche Liberio nel 357 finì per abbandonarlo. Queste defezioni riempirono di amarezza il santo vescovo che si dispose a prepararsi al suo terzo esilio scrivendo un'Apologia ad Constantium (PG 25, 595-642). Nella notte tra l'8 e il 9 febbr. del 356, la chiesa di Teona ove A. officiava fu invasa dalle truppe; ma il vescovo riuscì a fuggire nel deserto, dove i monaci lo circondarono di premure e lo sottrassero a tutte le ricerche. Con i monaci A. passò gli otto anni del suo terzo esilio, fino al principio del 362; anni feccò di così dal punto di vista apostolico come da quello letterario. Continuò dalla sua solitudine a governare la sua Chiesa, e fu allora che scrisse le Orationes contra Arianos e le Lettere a Serapione che formano la sua gloria come dottore della S.ma Trinità. Scrisse pure alcune opere di apologia personale come: Apologia de fuga sua (PG 25, 643-680) e Historia arianorum ad monachos (ibid., 691-796). Nell'ott. 358, dopo la sommosa che obbligò il vescovo ariano Giorgio di Cappadocia a fuggire, poté nascosamente recarsi per qualche giorno ad Alessandria, ma il ritorno definitivo non avvenne che il 21 febbr. 362, dopo che Costanzo era morto (2 dic. 361), Giorgio era stato massacrato dalla folla, ed era salito al trono Giuliano l'Apostata, il cui primo atto fu di richiamare i vescovi esiliati dal suo predecessore.

Fu cura di A. appena tornato ad Alessandria, ristabilire l'ortodossia nicena e combattere l'arianesimo ufficiale che aveva trionfato nei Concili di Seleucia e di Rimini (359). Riunito un concilio, si presero decisioni improntate a misericordia verso tutti coloro che si erano dati all'arianesimo per ignoranza, ed anche sul terreno dogmatico si fu larghi e tolleranti per tutto ciò che era pura terminologia o quisquille di parole. Il dogma cristologico fu assai chiaramente definito contro gli opposti errori dell'apollinarismo e del nestorianismo che cominciavano a far capolino, ed A. riepilogò chiaramente queste importanti decisioni in un breve scritto intitolato Tomus ad Antiochenos (PG 25, 795-810).

Tanta attività diretta a procurare l'unità cattolica non poteva esser vista di buon occhio dall'apostata Giuliano, intento a ristabilire il paganesimo. Un decreto del marzo 363 ordinava l'espulsione di A. Il 23 ott. egli lasciava la sua sede per la quarta volta, ma solo per pochi mesi, perché Giuliano moriva il 26 giugno 363 e lo sostituiva sul trono il cattolico Gioviano, il quale subito richiamò ad Alessandria il perseguitato. Prima di recarvisi, A. volle passare da An-

tiochia per avere colloqui con l'imperatore e tentare nuovamente di ristabilire la concordia religiosa; ma i suoi sforzi riuscirono ancora vani. Soltanto il 14 od il 20 febbr. 364 comparve tra i suoi fedeli, ma per poco perché nel frattempo moriva Gioviano (17 febbr.) e l'impero veniva diviso tra i due suoi fratelli, Valentiniano e Valente, toccando l'Occidente al primo e l'Oriente al secondo. Purtroppo Valente era favorevole all'arianesimo, ed il 4 o 5 maggio 365 rimandava in esilio tutti i vescovi richiamati da Giuliano. Sembrava che A. dovesse sfuggire alla proscrizione, essendo stato richiamato da Gioviano; ma per quanto si adoprassero gli Egiziani in suo favore, egli dovette eclissarsi una quinta volta fin dal 5 ott. 365, pur rimanendo alla periferia della città. Dopo quattro mesi, Valente, per attirarsi la simpatia degli Egiziani, lo richiamò ed il 1° febbr. 366 A. ritornava alla sua sede per non più lasciarla fino alla morte, avvenuta nella notte del 2 o 3 maggio 373.

Gli ultimi suoi anni trascorsero pacifici, impiegati pel bene generale della Chiesa, in stretta comunione con tutto l'Occidente. Intervenne in Occidente per mettere i vescovi in guardia contro i partigiani della formola di Rimini, e fu dietro sua istigazione che il papa Damaso depose Aussenzio di Milano (369). In una Lettera agli Africani A. raccomanda loro di restar fedeli alla formola di Nicea per evitare le insidie dell'eresia, poiché gli errori cristologici, che si chiameranno apollinarismo, nestorianismo, eutichianismo, cominciavano a propagarsi. A., che già li aveva condannati nel suo Tomus ad Antiochenos, cercò di combatterli, senza nominare gli autori, in tre lettere dogmatiche: Ad Epictetum, Ad Adelphium, Ad Maximum (PG 26, 1049-90).

La storia diede ad A. la qualifica di grande, ben meritata per la fermezza indomabile del suo carattere. Fu un uomo di governo, e come tale dovette alle volte essere duro; ma seppe anche mostrarsi paterno e benevolo. A. non fu litigioso, ma uomo di grande buon senso e di larghe vedute; nelle questioni di dottrina tenne più alla sostanza che alla forma.

II. SCRITTI E DOTTRINA

L'eredità letteraria di s. A. è ancora lungi dall'essere accertata, come risulta dalle ricerche recenti fatte per l'edizione critica delle sue opere di H. G. Opitz (Untersuchungen zur Überlieferung der Schriften des Athanasius, Berlino-Lipsia 1935). Oltre a numerosi scritti apocrifi attribuitigli, vi sono le opere dubbie, il cui numero è talora aumentato senza ragione sufficiente. Specialmente le traduzioni in armeno, in siriano, in copto, ecc., sembrano doverci riservare più di una sorpresa.

S. A. ha scritto poche opere di lunga lena, ma i suoi numerosi opuscoli si possono ordinare nei tre

gruppi seguenti: a) opere apologetiche e dogmatiche; b) opere storiche e di apologia personale; c) opere pastorali ed ascetiche; alle quali possono unirsi, dato il loro carattere, gli scritti esegetici. Occorrerà dare un cenno degli scritti apocrifi o di dubbia autenticità.

1. Opere apologetiche e dogmatiche. — Il primo scritto noto di A., composto verso il 318-20, è un'apologia della religione cristiana divisa in due parti: 1° Il Trattato contro i Greci, in cui combatte il paganesimo ed indica le due vie per cui si può giungere alla conoscenza di Dio, cioè l'anima ed il mondo esteriore; 2° Il Trattato sulla Incarnazione del Verbo, che sostiene la necessità morale dell'Incarnazione per

redimere l'uomo e dimostra la divinità del cristianesimo (PG 25, 3-198). Le idee svolte da A. sono diventate classiche. A torto si cercò di contestare l'autenticità di questa apologia, quantunque non tutto sia stato fatto per la critica del testo (cf. J. Lebon, in Revue d'histoire ecclésiastique, 21 [1925], pp. 524-30; e 23 [1927], pp. 18, 31, 761, nota 2).

Gli scritti dogmatici propriamente detti si riferiscono ai due misteri della Trinità e dell'Incarnazione. A. difende la divinità del Verbo nei

Article illustration
(Fot. Enc. Cett.) ATANASIO, santo - Miniatura del Menologio scritto per l'imperatore Basilio II (976-1025). Biblioteca Vaticana, cod. Vat. gr. 1613, fol. 320.
tre Trattati o Discorsi contro gli ariani (PG 24, 11-467); quella dello Spirito Santo nelle quattro Lettere a Serapione, vescovo di Thmuis (ibid. 529-676). Questi scritti, che sono i più importanti, datano verosimilmente dal suo terzo esilio negli anni 356-62. Un quarto trattato contro gli ariani (PG 26, 467-526) è da attribuirsi probabilmente ad Apollinare di Laodicea, essendovi buone ragioni per non ascriverlo ad A. Si riferiscono pure alla controversia trinitaria gli opuscoli seguenti: 1° Expositio Fidei (PG 25, 199-208); 2° Epistola sui decreti di Nicea (ibid. 415-76); 3° Frammento sul testo di s. Matteo, 11, 27: «Omnia mihi tradita sunt, ecc.» (ibid. 207-20); 4° Lettera sulla dottrina di Dionigi (ibid. 479-522), in cui A. difende l'ortodossia del suo predecessore accusato di sabellianismo (verso il 350-53); 5° Trattato dei Sinodi di Rimini e di Seleucia (PG 24, 681-794), composto nel 359 quando questi concili facevano sperare il trionfo dell'ortodossia nicena prima della loro capitolazione di fronte a Costanzo e della sottoscrizione della formola omeusiana, e terminato poco dopo quegli avvenimenti; 6° De Incarnatione et contra arianos, posteriore al 362 (ibid. 983-1028); 7° Lettera a Gioviano, esposizione della fede cattolica (ibid. 813-24), del 363; 8° Lettera ai vescovi d'Africa del 368 (ibid. 1029-48), per metterli in guardia contro l'eresia ariana.

La dottrina sulla Trinità di A. è soprattutto positiva e basata sui testi della S. Scrittura. A. non è schiavo di una formola, e se rimane fedele al consu-

stanziale niceno (ὁμοούσιος), sa anche impiegare espressioni equivalenti. Era pronto a tendere la mano a Basilio d'Ancira ed ai suoi omeusiani, ed aveva in orrore le logomachie. Si trovano in lui queste espressioni: ὅμοιος κατ' οὐσίαν, κατὰ πάντα; ὅμοιος, ὁμογενὴς τῇ φύσει (il Figlio simile al Padre secondo l'essenza, in tutto, per natura). Nel Concilio di Alessandria del 362, acconsenti anzi a dare alla parola ὑπόστασις il senso di persona invece di quello di essenza e di sostanza usati abitualmente. Questa imprecisione nella terminologia non nuoce in lui alla chiarezza della dottrina, e si spiega con il fatto che al suo tempo le formole trinitarie e cristologiche erano in formazione e non avevano ancora assunto la loro forma definitiva.

Dopo aver esposto nel Trattato sull'Incarnazione del Verbo il mistero della Redenzione, che ci presenta soprattutto come una divinizzazione della umanità per il contatto del Verbo incarnato con la nostra natura, A. fu indotto negli ultimi anni ad occuparsi del dogma cristologico propriamente detto, che cominciava ad essere oggetto di speculazioni pericolose. Come già si è detto, fin dal 362 egli aveva chiaramente condannato gli errori cristologici nascenti (apollinarismo, nestorianismo, docetismo, eutichianismo). Si deve specialmente por mente alla condanna dell'apollinarismo, così nel Tomus ad Antiochenos come nella lettera ad Epitteto, perché A. è stato accusato di aver insegnato tale errore, data la sua abitudine di indicare l'umanità del Salvatore con le parole corpo e carne. Per tempo, d'altronde, gli apollinaristi hanno falsificato diverse sue opere come la celebre epistola ad Epitteto (cf. J. Lebon, Altération doctrinale de la lettre à Epictète, in Revue d'histoire ecclésiastique, 31 [1935], pp. 713-61), ove hanno cercato di far passare sotto il suo nome le proprie produzioni. A., lungi dall'essere apollinarista, afferma chiaramente l'unione sostanziale del Verbo con la natura umana e l'unità di soggetto nel Cristo. Egli dà alla S.ma Vergine il titolo di θεοτόκος e confuta in anticipo Diodoro di Tarso, Teodoro di Mopsuestia e Nestorio, quantunque adoperi termini che sembrano favorire l'errore, non essendo al suo tempo ancora ben fissata la terminologia cristologica. Così pure la volontà e la libertà umana di Gesù rimangono nell'ombra.

2. Opere storiche e di apologia personale. — Perseguitato, calunniato, attaccato in ogni modo, A. seppe difendersi vigorosamente con la penna, convinto che la sua causa era intimamente unita a quella dell'ortodossia. Le apologie personali sono anche documenti storici nei quali non si può pretendere imparzialità assoluta. Per maggior parte furono composte durante il terzo esilio (356-62).

Eccole nel loro ordine cronologico: 1° La lettera enciclica, scritta nel 339 partendo per il secondo esilio, onde protestare contro la sua espulsione e contro l'intrusione dell'ariano Gregorio di Cappadocia (PG 25, 221-40); 2° L'apologia contro gli ariani del 348, raccolta di documenti ufficiali sulle persecuzioni subite dal 330 al 348, sui Concili di Tiro e di Sardica: raccolta incompleta perché non figurano che i documenti a lui favorevoli (ibid. 240-410); 3° La lettera ai vescovi di Egitto e di Libia (ibid. 537-94), scritta nel 356-57, nel partire per il terzo esilio, onde mettere i vescovi in guardia contro una formola ariana ed incoraggiarli nella lotta; 4° L'apologia per la fuga del 356 (ibid. 643-80), scritta nel 357. A. giustifica la sua fuga e denuncia con indignazione le nefandezze commesse da Giorgio di Cappadocia e dai suoi seguaci; 5° L'apologia all'imperatore Costanzo (ibid. 595-642),

cominciata forse anche prima del 355 e terminata nel 357; bell'esempio di accurata retorica, scritta in tono calmo, ove gli elogi ufficiali dati all'imperatore hanno un po' il sapore d'ironia; 6° La storia degli ariani ai monaci (ibid. 691-796), del 358, ove narra ai solitari, in uno stile vivo e pittoresco, le sue avventure di perseguitato e le infamie commesse dai suoi nemici, non risparmiando nessuno, nemmeno l'imperatore Costanzo, che paragona all'Anticristo e di cui condanna il cesaropapismo; 7° La lettera a Serapione sulla morte di Ario (ibid. 685-90), scritta ea. il 358 ed in cui racconta gli ultimi momenti dell'eresiarca.

3. Opere pastorali, ascetiche ed esegetiche. — A. non è stato solo un teologo di grande valore ed un lottatore infaticabile, ma anche un pastore pieno di zelo. Ebbe cura particolare delle anime elette, monaci e vergini; e questo ufficio di direttore di anime, finora poco conosciuto, è stato messo in luce dalle recenti scoperte. Ed è più per edificazione che per fare opera di esegesi scientifica che A. ha commentato alcuni testi della S. Scrittura.

Come opere pastorali propriamente dette si devono segnalare le sue Lettere festali, che ogni anno indirizzava ai fedeli della sua città per annunziare loro la data della Pasqua ed esortarli alla pratica delle virtù cristiane. Di queste lettere soltanto 15 (dal 329 al 348) sono pervenute fino a noi in traduzione siriana (tradotte in latino in PG 26, 1360-1433). Vi sono pure alcuni frammenti, tra cui è particolarmente importante uno della lettera 39ª pervenutoci nel testo originale, perché ci dà il canone biblico della Chiesa di Alessandria (ibid., 1176-80, 1436-40). Questo canone corrisponde a quello cattolico per il Nuovo Testamento, mentre, per il Vecchio, A. non riconosce che il canone ebraico, pur segnalando e consigliando come libri di lettura i deuterocanonici, fatta eccezione del libro dei Maccabei, ed aggiungendovi la Didaché degli Apostoli ed il Pastore di Ermas.

La maggior parte dei discorsi, o frammenti di discorsi, che ci sono pervenuti sotto il suo nome, sono apocrifi; altri sono dubbi, e si deve aspettare l'edizione critica delle sue opere per sapere ciò che può essere ritenuto autentico (PG 28, 133-250, 501-1114). Sono di carattere ascetico ed edificante varie lettere indirizzate ai monaci. Abbiamo già fatto cenno della Lettera a Draconzio (PG 25, 523-34); è da segnalare anche la Lettera ad Amun (ibid. 26, 1169-78) e le Lettere ad Orsisio ed ai monaci (ibid. 26, 977-80, 1185-90). La celebre Lettera a Marcellino sui Salmi (ibid. 27, 11-46) è ritenuta come l'introduzione di un Commentario dei Salmi di cui rimangono lunghi frammenti, considerati autentici almeno nel loro complesso (ibid. 27, 55-590). Per contro, deve essere attribuito ad Esichio di Gerusalemme il De Titulis Psalmorum, che è stato messo sotto il nome di A. (ibid. 27, 649-1344). Fozio gli attribuisce anche un Commentario dell'Ecclesiaste ed uno del Cantico dei Cantici. Mentre negli scritti di controversia dogmatica A. si attiene al senso letterale della Scrittura, nel commentario dei Salmi si studia di dare in modo particolare il senso morale.

La Vita di s. Antonio, scritta verso il 350 (PG 26, 838-976), non è solo una biografia del grande egiziano, ma anche un resoconto della sua dottrina spirituale, ed esercitò una grande influenza tanto in Occidente quanto in Oriente. Evagrio, prete, poi vescovo di Antiochia, ne pubblicò, più che una traduzione, un rifacimento in latino prima del 388.

Si contestò senza ragioni sufficienti l'autenticità del piccolo trattato Della Verginità (ed. critica di Ed.

von der Goltz nei Texte und Untersuchungen del 1905), scritto certamente dopo il 362. È un vero manuale di vita spirituale per uso della vergine cristiana, pieno di buon senso e di discrezione. Le medesime qualità si riscontrano in tre lettere o trattati sul medesimo soggetto, edite recentemente, due in versione siriana (da J. Lebon, in Muséon, 40 [1927], pp. 205-48; 41 [1928], pp. 169-216) e un'altra in copto (da C. Th. Lefort, ibid., 42 [1929], pp. 179-274, con versione francese). Questa fu citata da Efrem di Antiochia (Fozio, Bibliotheca, cod. 229; PG 103, 993) ed utilizzata da Sceune (v.) e specialmente da s. Ambrogio nel suo De Virginibus, II (cf. Lefort, in Muséon, 48 [1935], pp. 55-73). È incompleta, ma racchiude un magnifico elogio della verginità. Possediamo così i quattro trattati sulla verginità di cui parla un frammento copto della Cronaca dei patriarchi di Alessandria al principio del catalogo delle opere di s. A.

Bel trattato di spiritualità è pure la Lettera di s. A. sulla carità fraterna e sulla temperanza, edita in copto, con traduzione francese, da A. Van Lantschoot, in Muséon, 40 (1927), pp. 265-92. Tali scoperte rivelano l'importanza di s. A. come dottore ascetico e maestro della vita spirituale; ed è molto probabile che le sue opere ascetiche siano state scritte in greco ed in copto.

4. Opere dubbie od apocrife

Fin dai primi tempi si cercò di far passare sotto il nome di A. scritti di Apollinare o dei suoi discepoli, mentre suoi scritti autentici furono falsificati, specialmente dal gruppo moderato della setta degli apollinaristi. Così accadde della lettera ad Epitteto.

Sono di Apollinare: 1° De Incarnatione Verbi Dei (PG 28, 25-30, 89-96); 2° Quod unus sit Christus (ibid. 121-32); 3° forse il quarto discorso contro gli ariani (PG 26, 467-526).

Non appartengono ad A.: 1° i due libri contro Apollinare (PG 26, 1093-1166); 2° le Quaestiones ad Antiochum (PG 28, 1-137, 597-700); 3° il simbolo Quicumque, che è di origine latina (v. SIMBOLO).

BIBL.: Le fonti della vita di s. A. sono anzitutto le sue opere e le sue numerose apologie personali; due documenti importanti e quasi ufficiali, denosti negli archivi di Alessandria dopo la sua morte, sono la Historia Athanasi accephala, conservata nella traduzione latina, e l'Indice delle lettere festali proveniente da una traduzione siriana: tutti e due in PG 26, 1351-1450. Vedere il panestrico del Santo, fatto da s. Gregorio di Nazianzo, Oratio 21; PG 35, 1081-1128, e i Frammenti di un elogio in copto che datano probabilmente dal sec. V. pubblicati da O. V. Lemm, Kaptische Fragmente zur Patriarchengeschichte Alexandriens, in Mémoires de l'Académie impériale de Saint-Pétersbourg, 7ª serie, 36 (1888), n. 11. Debbono anche essere consultati i Fragmenta Historica di s. Ilario di Poitiers, e le storie di Sozomeno, Rufino, Teodoretu, Filostorgio. Tra le numerose vite moderne di s. A. si additano le seguenti: G. Hermant, La vie de saint Athanase, patriarche d'Alessandrie, 2 voll., Parigi 1675-79; B. de Montfaucon, Vita Athanasii, ivi 1698, e Animadversiones in vitam et scripta s. Athanasii, in Collectio Nova Patrum, II, ivi 1706 (queste due opere sono ristampate in PG 25, pp. LIX-CLXXXV); J. A. Möhler, Athanasius der Grosse und die Kirche seiner Zeit, besonders im Kampfe mit dem Arianismus, Magonza 1827, trad. franc. di J. Cohen, Parigi 1840; E. Fialon, Saint Athanase, étude littéraire, ivi 1877; E. Schwartz, Der Geschichte des Athanasius, in Nachrichten von der kgl. Gesellschaft der Wissenschaften zu Göttingen, 1904, pp. 333-401, 518-47; 1905, pp. 164-87, 337-99; 1908, pp. 305-74; 1911, pp. 367-426, 469-522, serie di studi cronologici e documentari di massima importanza, di cui però sono state contestate alcune conclusioni. Per una più ampia biografia vedere G. Bardy, s. V. in DHC, IV, coll. 1313-15, 1335-40. Cf. anche ARIANESIMO.

La raccolta più completa delle opere è in PG 25-28 (ed. dei Maurini J. Lepin e B. de Montfaucon con alcune addizioni più recenti). L'edizione critica di H. G. Opita (Corpus di Berlino) è ancora ai primi fascicoli (o sono apparsi negli anni 1934-41 e contengono le apologie personali). - Per le edizioni particolari di certe opere, e gli studi speciali fatti su di esse, V. BARDENHEWER, OTTO, Geschichte der althöflichen Literatur, III, Friburgo in Br. 1923, pp. 44-79. - Fra le numerose monografie su s. A. si segnalano

le seguenti: H. Voigt, Die Lehre des hl. Athanasius von Alexandrien, Brema 1861; L. Atzberger, Die Logoslehre des hl. Athanasius, ihre Gegner und ihre unmittelbaren Vorläufer, Monaco 1880; G. A. Pell, Die Lehre des hl. Athanasius von der Sünde und Erlösung, Bessavia 1888; Fr. Lauchert, Die Lehre des hl. Athanasius des Grossen, Lipsia 1895; G. Voisin, La doctrine christologique de saint Athanase, in Revue d'histoire ecclésiastique, 1 (1900), pp. 226-48; E. Weigl, Untersuchungen zur Christologie des hl. Athanasius, Paderborn 1914; A. Gaudel, La théorie du Logos chez saint Athanase, in Revue des sciences religieuses, 19 (1929), pp. 524-39; 21 (1931), pp. 1-26; J. Berchem, L'incarnation dans la plan divin d'après saint Athanase, in Echos d'Orient, 33 (1934), pp. 316-30; id., Le Christ Santificateur d'après saint Athanase, in Angelicum, 15 (1938), pp. 201-32, 515-58; J. Lebon, Saint Athanase a-t-il employé l'expression ὁ νοημαὸς ἰνθρώπης?, in Revue d'histoire ecclésiastique, 31 (1935), pp. 307-29; Ch. Hauret, Comment le défenseur de Nicée a-t-il compris le dogme de Nicée, Bruges 1936.

Martino Jugie

III. NELL'ARTE

Rispetto all'importanza che A. ha nella storia della Chiesa, appaiono scarse le sue immagini; la più antica, un affresco del sec. VIII in S. Maria Antiqua a Roma, lo mostra in piedi, in aspetto umile, con un cartiglio, simile a molti altri santi orientali allineati accanto a Cristo. A prescindere da alcuni affreschi relativamente tardi dei conventi dell'Athos, musaicisti bizantini rappresentarono A. insieme con gli altri dottori della Chiesa orientale, e vestito di ricchi abiti pontificali, nel S. Marco di Venezia e nelle cattedrali di Palermo e di Monreale. Nella pittura occidentale del medioevo non si trova la sua sfige; lo dipinse poi fra Angelico nella Cappella di Niccolò V (Vaticano) e il Signorelli in una pala degli Uffizi. Nell'epoca barocca A. fu raffigurato dal Domenichino (Abbazia di Grottaferrata) e dal Bernini, il quale, per consiglio di Urbano VIII, lo collocò fra i quattro dottori della Chiesa universale che sorreggono la cattedra di s. Pietro.
BIBL.: K. Künste, Ikonographie der Heiligen, Friburgo in Br. 1926, pp. 104-105; J. Braun, Tracht und Attribute der Heiligen in der deutschen Kunst, Stoccarda 1941. Kurt Rathe
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“ATANASIO, SANTO.” Enciclopedia Cattolica, vol. II (1949), p. 173. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/atanasio-santo.