CARTAGINE, ARCIDIOCESI di. - I. STORIA. Le origini della Chiesa cartaginese, come del resto quelle della Chiesa africana in generale, sono ancora oscure: l'ipotesi di una diretta predicazione apostolica non trova sostegno nelle testimonianze più antiche degli stessi scrittori africani, come Tertulliano e s. Agostino; essi insistono piuttosto sui rapporti tra la Chiesa africana e quella di Roma, pur non negando che la prima notizia della nuova fede potesse giungere nell'Africa e particolarmente a C. o da Alessandria o dai porti della Siria e dell'Asia minore. Sembra che la regolare predicazione del Vangelo e la fondazione della Chiesa dovettero essere verosimilmente opera di ministri mandati o venuti da Roma: di qui il vincolo di dipendenza e di devozione che strinse C. e l'Africa alla sede romana, e l'impronta caratteristicamente latina che ebbe sempre il cristianesimo africano.
Quando C. abbia avuto il suo primo vescovo non è noto: il primo certo è Agrippino, che visse tra la fine del sec. in e il principio del in, ma non pare credibile che prima di lui la Chiesa cartaginese non avesse avuto una sua propria gerarchia, quando si pensi che già nel 181 l'Africa aveva i suoi primi martiri conosciuti (quelli di Scilli) e non da una città, ma da un modesto villaggio dell'interno, e che già prima della fine dello stesso secolo, al tempo del papa africano Vittore, un vescovo è ricordato a Leptis Magna, città importante, ma di gran lunga minore di C. Se pertanto in questo periodo la Chiesa di C. entra nella storia, con un'organizzazione completa in ogni sua parte, nella gerarchia e nella composizione delle varie categorie di fedeli (confessori, vedove, vergini), innegabilmente si deve ammettere per essa un periodo precedente di vita, di cui le vicende rimangono tuttavia per ora sconosciute. D'altronde Agrippino, per la posizione stessa che C. aveva rispetto a tutte le altre province africane, ci appare già godere di un certo primato di fronte ai vescovi dell'Africa proconsolare e della Numidia: infatti egli convocò a C. un sinodo, di cui s'ignora la data, per discutere intorno alla questione del battesimo degli eretici. Ad altri concili posteriori a questo sembrano alludere alcuni passi di Tertulliano e di s. Cipriano: ma nulla di preciso se ne può dire.
A Donato ( 236-48 ) che fece condannare da un sinodo di 90 vescovi quello di Lambesi, Privato, successe s. Cipriano ( 248-58 ) (v.) che ebbe lapsi (v.) e affermò l'autorità episcopale di fronte allo scisma di Novato e Felicissimo. Contro Novaziano si schierò dalla parte di papa Cornelio, ma lo mise in conflitto con papa Stefano la questione del battesimo degli eretici, nella quale Cipriano, secondo la prassi della Chiesa africana, si atteneva ad un principio opposto a quello della Chiesa romana. Due, o secondo alcuni tre, concili, nel 255 e 256, appoggiarono e confermarono la tesi di Cipriano; lettere vivaci furono scambiate con Roma, tuttavia non si arrivò alla rottura della comunione vicendevole. La nuova persecuzione ordinata da Valeriano nel 257 fece passare in secondo ordine il conflitto; e le relazioni tra Roma e C., colpite ombedue nei loro capi, il papa Stefano e Cipriano, martirizzato nel sett. del 258 , tornarono alla primitiva cordialità.
Fino da questo tempo il vescovo di C. è il capo riconosciuto dei vescovi dell'Africa proconsolare e della Tripolitania; ma anche i vescovi della vicina Numidia e della più lontana Mauritania riconoscevano la supremazia di C. negli affari che interessavano tutta l'Africa settentrionale e le relazioni con gli altri paesi più vicini.
Della seconda metà del sec. III si conosce il nome di due vescovi, Luciano e Carpoforo, dei quali tuttavia non si può stabilire né la successione né se fossero i soli ad occupare in questo periodo la sede di C.:

al momento della persecuzione di Diocleziano (303) questa era tenuta da Mensurio.
Un'altra volta la condotta prudente e moderata del vescovo suscitò la protesta e l'opposizione degli elementi più accesi del cristianesimo africano, così facile, per l'indole stessa delle popolazioni, all'intolleranza, e diede luogo a quello scisma donatista che, per oltre un secolo, confluendo in esso cause di ordine sociale, economico e politico, divise e travagliò la Chiesa africana. Lo scisma scoppiò soltanto dopo la morte di Mensurio (311) quando al suo successore Ceciliano il partito avverso ebbe un altro vescovo da opporghi nella persona di Maggiorino; morto questi, probabilmente alla fine del 315, gli successe Donato, detto il Grande.
La lotta si inaspri anche per l'intervento dell'autorità imperiale, che convocò concili a Roma ed ad Arles per la condanna dei donatisti.
Il vescovo legittimo fu unanimemente riconosciuto a Roma e fuori dell'Africa: Ceciliano intervenne, unico tra tutti i vescovi africani, al Concilio di Nicea (325) e i suoi successori, Rufo a uno di Roma contro gli ariani ca. il 340, Grato, a quello di Sardica (343), Restituto a quello di Rimini (359). Nel 349 l'imperatore Costante inviò a C. due ufficiali, Macario e Paolo, per tentare una pacificazione delle parti, ma la loro missione fallì e si ebbero conflitti sanguinosi; Grato convocò un concilio, sperando ridurre a migliore consiglio gli avversari, ma inutilmente, perché a Donato, morto in esilio (fra il 350 e il 355), succedette Parmeniano, che scrisse molto contro i cattolici. Il periodo che va dal 390 al 411 è contrassegnato da una serie quasi ininterrotta di concili, convocati normalmente a C. dal vescovo Aurelio, per metter fine allo scisma.
La lotta si impersonò da parte cattolica in s. Agostino, ancora semplice prete al Concilio di Ippona (393), poi vescovo, e in Aurelio, il più grande dei vescovi di C. dopo Cipriano; a loro si deve la felice conclusione del Concilio del giugno 411, presieduto dallo stesso Aurelio, al quale intervennero ben 279 vescovi donatisti e 286 cattolici.
Contemporaneamente o poco appresso la Chiesa di C. aveva a soffrire, seppure in misura assai minore, di altri errori: manicheismo e pelagianismo. Pelagio in persona si era recato a C., ma ne era partito quasi subito, lasciandovi il suo compagno Celestio; anche questi tuttavia era stato costretto ad allontanarsene dopo che un primo concilio, convocato nel 411 da Aurelio, ne aveva condannato l'errore. Altri concili seguirono negli anni successivi fino al 418, sempre per la stessa questione. D'altronde in questo periodo i concili furono a C. quasi annuali, e la sede cartaginese, in grazia non solo della sua posizione di primato, ma anche delle virtù del suo vescovo, stretto in unità di intenti e di dottrina con s. Agostino, godette di un'altissima autorità in tutta l'Africa. Tale autorità si esplicò sia nel campo religioso che in quello civile. Così Aurelio, sosteneva con successo i diritti degli Africani nella questione se fosse lecito o no ai vescovi e al clero di appellarsi a Roma in caso di controversie; promuoveva la redazione di un codex canonum Ecclesiae africanae; vinceva le ultime resistenze del paganesimo, stabilendo nel 399 la sua cattedra proprio nella cella del tempio in cui era stata fino allora venerata la dea cartaginese, Caelestis; difendeva infine la sua città dalle violenze del comes Marino.
L'anno probabile della morte di Aurelio è il 429; a lui successe Capreolo, di cui sappiamo che si fece rappresentare al Concilio di Efeso dal diacono Bessula: durante l'esposito di Capreolo l'Africa fu invasa dai Vandali, ma C., come è noto, non fu presa da questi che nel 439, quando sulla cattedra cartaginese si trovava il vescovo Quodvultdeus.
L'invasione dei Vandali ariani segnò l'inizio di nuovi lutti e nuove persecuzioni per i cattolici; la lotta ora più, ora meno viva sotto Genserico, raggiunse l'apice della violenza con il successore Unnerico. La Chiesa rimaneva perciò pressoché desolata, e in tale stato durava fino a che, nel 454, Valentiniano riusciva ad ottenere la nomina di un nuovo vescovo, Deogratias, distintosi nell'assistenza caritativa verso i prigionieri catturati nel Sacco di Roma. Morto Deogratias nel 457, la sede di C. rimase un'altra volta per molti anni vacante: ché un'ordinanza del re vietava l'ordinazione di nuovi vescovi nella Zeugitana, determinando in tal modo quella che Vittore di Vita chiama «la chiusura delle chiese». Nel 475 un'attenuazione dei rigori precedenti consentiva agli esiliati di rientrare in patria, ma C. non poté riavere un suo vescovo che nel 481, sotto Unnerico, in grazia di un editto che accorciava parità di diritti ai due culti: il cattolico e l'ariano.
Questo vescovo fu Eugenio, il cui nome è legato alla nuova e più aspra fase della lotta, che ha il suo episodio culminante nel Concilio del 484. C. aveva allora accanto al vescovo cattolico un patriarca ariano, Cyria, che accusò Eugenio, determinando una ripresa della persecuzione. Intervenne l'imperatore d'Oriente Zenone, ottenendo da Unnerico la convocazione di un concilio: 470 vescovi furono presenti all'apertura di questo, il 10 febbraio. Senonché l'atteggiamento ostruzionistico e provocatorio degli ariani fece, fin dall'inizio, fallire la riunione, cui seguì subito dopo l'invio in esilio di Eugenio e di molti altri membri del clero cattolico. Il loro ritorno non poté effettuarsi che dopo la morte di Unnerico, sotto Guntamondo; ma all'avvento di Trasamondo, Eugenio fu costretto un'altra volta ad abbandonare la sua sede e andò a stabilirsi nella Gallia ad Albi, dove morì nel 505. La sede di C. rimase così vacante, né a tale vacanza poté portare altro che un sollievo momentaneo la presenza a C. di Fulgenzio di Ruspe, richiamato dal suo esilio in Sardegna dal re Guntamondo, che voleva essere istruito nella fede cattolica, ma dopo poco fatto allontanare per le proteste degli avversari. Nel 523 Ulderico concesse il ritorno agli esiliati e la elezione di un nuovo vescovo, Bonifacio: il 5 febbraio, 525 si poteva così raccogliere nella basilica di Agileo un concilio, diretto soprattutto a dar sesto, dopo tante traversie, alla Chiesa di C., e in generale a tutta la Chiesa africana.
Con la conquista bizantina la fede cattolica riacquistava la piena e sicura indipendenza, e con essa i diritti e i privilegi che i Vandali avevano abolito. A C. veniva riconfermata la posizione di primato che aveva avuto per l'innanzi, e che negli anni della persecuzione avevano tentato di usurpare i vescovi della Bizacena. Allo scopo di regolare la situazione nuova determinata, Reparato, succeduto a Bonifacio, convocò nel 536 un concilio, chiusosi con l'invio a Roma e Costantinopoli di delegazioni, che rappresentassero al Papa e all'imperatore le richieste dell'esposito africano, richieste che furono integralmente accolte.
Durante la controversia dei Tre Capitoli, l'Africa, e quindi anche C., fu tutta compatta contro Costantinopoli e, dopo lo Judicatum di papa Vigilio, anche contro Roma, con cui le relazioni furono rotte. Il vescovo Reparato si portò a Costantinopoli per partecipare al Concilio indetto da Giustiniano, ma arrestato fu mandato in esilio a Euchaita, dove morì il 7 gennaio. 563. Dopo Primosus, nominato in sua vece, spunta una quindicina di anni dopo, nel 581, P. biliano. La corrispondenza di Gregorio Magno ci fa invece conoscere come vescovo di C. un Domenico. Dalle lettere di s. Gregorio appare che in questo tempo il donatismo aveva ripreso vigore in Africa: il Papa esorta il clero a combatterlo con energia, ed a questo scopo infatti un concilio venne tenuto a C. nel 594. Le vicende della Chiesa cartaginese si fanno ora più oscure, mentre le condizioni politiche ed economiche dell'Africa vanno divenendo più gravi, e da Oriente si profila verso la metà del sec. VII la minaccia dell'invasione musulmana. Quando questa si abbatte sulle province orientali della Siria e
Cartagine - Restì della basilica di S. Cipriano (sec. VII. dell'Egitto, la fuga dinanzi ad essa di numerosi elementi della popolazione e del clero porta nell'Africa le lotte dottrinali allora vive nel cristianesimo orientale, in particolar modo quelle del monotelismo e del monofisismo, da cui invece la Chiesa africana si era in generale mantenuta estranea. Famosa è la disputa sostenuta nel luglio del 645 a C. fra l'abate Massimo e Pirro, ex-patriarca di Costantinopoli, conchiusasi con l'abiura momentanea dell'errore da parte di quest'ultimo.
Qualche anno dopo tutta l'Africa fino all'Atlantico è percorsa dagli Arabi, che alla fine del secolo vi stabiliscono il loro dominio. L'esiguo numero degli invasori non mutò tuttavia d'un tratto la fisonomia e l'indirizzo di vita della regione, che solo a poco a poco andò decadendo e spopolandosi. La sede di C. doveva naturalmente essere tra le ultime a spegnersi. Di essa si ha ricordo ancora nella seconda metà del sec. xI, dopo la seconda e più grave invasione dei Beni Hilà. Da una lettera di Leone IX del 1053 si rileva che l'Africa ha ancora in questo tempo cinque vescovi, sui quali il Papa riafferma il primato di quello cartaginese, un Tommaso. Vent'anni dopo, nel 1073, Gregorio VII scrive al vescovo di C. Ciriaco e ai fedeli da lui dipendenti, lamentando che questi abbiano accusato il loro pastore davanti ai musulmani, causandogli nuovi dolori oltre a quelli che gli arrecava la condizione della sua città. Nel 1076 accanto a Ciriaco non resta che un solo altro vescovo nell'Africa; il Papa si preoccupa di consacrarne un terzo per dar modo ai tre di consacrarne eventualmente dei nuovi. E questo l'ultimo documento che si ha della sede cartaginese, e non è arrischiato supporre che con la morte di Ciriaco o di uno dei suoi immediati successori essa rimanesse costantemente vacante: infatti proprio con la fine del sec. xI ogni resto di vita romana e cristiana dell'Africa si spegne irrimediabilmente, si che quando tale vita riappare dopo ca. due secoli, essa si mostra con un'impronta totalmente diversa dall'antica. Perciò quando nel 1192 si vede il vescovo di C. figurare ancora nel Liber censuum della Chiesa di Roma, molto probabilmente non si tratta che di un ricordo puramente formale, senza riscontro in una esistenza di fatto.
La Chiesa di C. è tornata invece a vivere alla fine del sec. xix, dopo che il trattato del Bardo (12 maggio 1881) pose lo stato del Bey di Tunisi
sotto il protettorato della Francia. Con la bolla Materna Ecclesiae caritas, del 10 nov. 1884, Leone XIII ristabiliva la sede primaziale di C., nominandone titolare il card. C. Lavigerie, già amministratore apostolico della Tunisia e arcivescovo di Algeri. Da qualche mese era stata iniziata la costruzione, su quella che era stata l'acropoli della C. antica, della nuova cattedrale dedicata a s. Luigi re di Francia: la chiesa fu consacrata il 15 maggio 1890 . Con breve pontificio del 5 ag. 1918 essa fu innalzata alla dignità di Basilica. Al card. Lavigerie (m. nel 1892) sono succeduti mons. Combes (1893-1922), mons. Lemaître (1922-39) e l'attuale titolare, mons. Gounot già coadiutore del predecessore con diritto di successione.
La vita cattolica ha preso ampio sviluppo nel sito stesso della città antica con la fondazione di molteplici istituzioni religiose, e da essa si irradia sulla vicina Tunisi e sul resto della regione.
Il Congresso eucaristico internazionale del 1930, XV centenario della morte di s. Agostino, consacrò la rinascita cattolica della gloriosa metropoli africana. Bon.: S. A. Morcelli, Africa cristiana, I. Brescia 1816. pp. 48-50; II, ivi 1817; pp. 44-376; III, ivi 1817; A. Toulotte, Géographie de l'Afrique chrétienne, I. Rennes-Parigi 1892, pp. 73100, 353-400; A. Audollent, Carthage romaine, Parigi 1901; P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne, 7 voll., Parigi 1901-23, passim; H. Leclercq, L'Afrique chrétienne, Ivi 1904, passim: Hefele-Leclercq, I (1907), pp. 165-91; II (1908), pp. 97129, 134-39, 168-217, 1069-74, 1136-39; III (1909), p. 235; J. Mesnage, L'Afrique chrétienne, Parigi 1912, pp. 1-19.
Pietro Romanelli
II. Concilio di C. ( 1° maggio 418 ). - 1. Storia. Nella serie dei Concili di C. è il 15° o 16°. E di grande importanza sia per la gravità della dottrina definita: i rapporti tra Grazia e natura, sia per la gravità dell'errore condannato: il pelagianesimo. Il Concilio di C. ha stretta connessione con il Concilio di Diospoli (Lidda; cf. Act. 9, 32), di cui in certo modo riprese e completò le definizioni dottrinali aggiungendo la condanna dell'eresiarca. In quello di Diospoli, tenuto il 20 dic. 415 alla presenza di 15 vescovi, presente lo stesso Pelagio, si trattò della dottrina del peccato originale e dei suoi effetti; della
necessità e funzione della Grazia; della natura e dei limiti del libero arbitrio in ordine al raggiungimento della perfezione (cf. Mansi, IV, 312-20). La dottrina definita era strettamente ortodossa : Pelagio sottoscrisse la condanna delle dottrine attribuitegli e venne cosi riammesso nella comunione dei fedeli. Ma il responso di Diospoli sorprese soprattutto i vescovi della Chiesa d'Africa, che, riunitisi in Concilio a C. in numero di 68 , e quindi a Milevi in numero di 61 nel 416, riconfermarono la condanna lanciata contro Pelagio nel 411, pregando Innocenzo I di avvalorarla con la sua autorità. Innocenzo I infatti, in data 27 genn. 417, confermava e faceva sue le decisioni del Concilio africano, negava invece il suo riconoscimento al Concilio di Diospoli. Pelagio e Celestio allora, con vaghe ed equivoche professioni di fede, tentarono sorprendere la buona fede di papa Zosimo, successore di Innocenzo. Vi riusci infatti Pelagio, ottenendone personale assoluzione. Zosimo comunicò la notizia ai vescovi di Africa, tacciandoli di precipitazione e di malinteso nella condanna di Pelagio e invitandoli a sostenere entro due mesi le proprie ragioni al suo tribunale. Aurelio vescovo di C., allora, lo pregò di soprassedere, e intanto il 1° maggio 418 riunì a C. un'assemblea plenaria di 214 vescovi : è questo appunto lo storico Concilio di C. di cui si tratta. Il Concilio, ribadite le precedenti condanne del 211 e del 416 contro le persone di Pelagio e di Celestio e contro le loro dottrine, condensò in nove canoni la dottrina tradizionale sul peccato originale, la Grazia e il libero arbitrio. Intanto però, Zosimo, a insaputa dei vescovi africani, nel marzo 418 condannava i due novatori. Nell'estate di quello stesso anno, poi, pubblicò un documento rimasto celebre nella storia, l'Epistola

2. Contenuto dottrinale
Premettiamo : 1) benché per lungo tempo attribuiti al Concilio di Milevi (416), è ormai assodato che i canoni in questione sono del Concilio di C. (418; cf. H. Noria, Historia pelagiana, I, Lovenio 1702, p. 42 sgg.); 2) anche sul numero dei canoni si è lungamente discusso: alcuni codici ne riportano otto, un altro invece nove. Il canone controverso è il terzo nella serie dei nove canoni e manca nei codici che ne enumerano solo otto. La sua autenticità è sufficientemente stabilita (P. Ballerini, Ad 1. Leonis Magni opera appendix: PL 36, 112-14). L'ispirazione dei canoni, se non la stesura, è certamente di s. Agostino, che con le sue opere ne fa pure il miglior commento. La dottrina pelagiana sosteneva l'integrità della natura umana, per nulla infirmata dalla caduta personale di Adamo. Questa teoria è combattuta nei primi tre canoni del Concilio di C. col definire l'esistenza, la trasmissione e gli effetti del peccato originale. Prendendo inizio dagli effetti e più precisamente dall'effetto esterno più appariscente, il primo canone fissa il carattere penale della morte, contro l'errore pelagiano che la diceva conseguenza naturale e necessaria della compagine umana negando l'esistenza del dono preternaturale dell'immortalità. Il secondo canone stabilisce : 1) l'esistenza e l'universalità della colpa d'origine per tutti indistintamente, bambini compresi ; 2) la ragione di colpa in senso stretto nel peccato originale; 3) il modo di trasmissione, la generazione carnale; 4) il rimedio e la sua assoluta e universale necessità, la rigenerazione spirituale mediante il llattesimo. Alla negazione della colpa e della pena nel fallo di origine, il pelagianesimo aveva aggiunto la confusione dell'ordine naturale e soprannaturale: il cielo è un'eredità di stretto diritto della natura nello stato in cui fu creato Adamo, cioè dello stato in cui nascono i bambini. Questo appunto condanna il terzo canone, negando in pari tempo ai bambini non battezzati un luogo intermedio di verace felicità. I Padri del Concilio di C., preoccupati di eliminare la coesistenza dello stato di colpa con lo stato di felicità soprannaturale, fanno condividere ai bambini insieme col demonio l'infelicità in senso privativo, in quanto cioè è privazione di Dio, senza pronunziarsi sull'infelicità positiva, cioè sulle pene in ragione di castigo. La colpa è cancellata dalla Grazia: nei successivi tre canoni, quindi, è definita la natura, la necessità e la funzione della Grazia. Il pelagianesimo, prevenendo l'errore luterano, sosteneva che la Grazia è sinonimo di remissione di colpa, respingeva invece il concetto di Grazia nel senso di aiuto preveniente per evitare la colpa, rivendicando unicamente al libero arbitrio il merito di evitare il male. Il quarto canone, condannando tale errore, rivendica alla Grazia e il sollevarsi dalla caduta e l'averla evitata. Concediamo - equivocavano i pelagiani - che la Grazia si previene per non cadere, ma solo nel senso che illumina l'intelletto su quanto è da farsi o da evitarsi, non in quanto muove la volontà a volere efficacemente quanto l'intelletto ha conosciuto. La Grazia - riprende il quinto canone - influisce sull'intelletto per illuminarlo e sulla volontà per muoverla efficacemente al bene. Concediamo anche che la Grazia influisce sulla volontà - insistevano i pelagiani - ma nel senso che l'aiuta a volere con più facilità quello che, in via assoluta, potrebbe anche da sola, sia pure con maggiore difficoltà. Il sesto canone allora interviene a fissare l'impossibilità assoluta, non solo relativa, del libero arbitrio in ordine all'adempimento delle opere della legge divina, avendoci ammoniti Gesù Cristo: sine me nihil potestis (non difficilius potestis) facere (Is. 15, 5). Bisogna dunque che in tutto ci soccorra la Grazia; ma anche con l'aiuto della Grazia l'uomo non è impeccabile : è questo l'assunto degli ultimi tre canoni, i quali insieme insinuano l'assoluta e universale necessità della preghiera a condanna dell'opposta dottrina pelagiana che la diceva,se non indecorosa per il libero arbitrio, almeno inutile e
superflua. Non per umiltà, dichiara il settimo canone, ma
in verità ognuno deve riconoscersi peccatore. Ognuno
quindi deve chiedere la misericordia di Dio con la preghiera,
che, spiega l'ottavo canone, è necessaria non più al pecca-
tore che al giusto, il quale perciò deve pregare per sé e
non solo per gli altri, come interpretavano i pelagiani,
intimamente convinto, conclude il nono canone, che an-
ch'egli è bisognoso e manchevole e perciò con non minore
sincerità del peccatore deve gridare a Dio: dimitte nobis
debità nostra (Mt. 6, 12).
Concludendo: il Concilio di C., spuntando le
sottigliezze dell'eresia, sventandone gli equivoci, stron-
candone ogni tentativo di evasione, faccava la capa-
cità di resistenza del pelagianesimo e ne chiudeva
la prima fase di lotta; anticipava nel medesimo tempo
la confutazione degli errori dei secoli futuri, preci-
sando in termini chiari, sintetici, completi il pensiero
tradizionale della Chiesa sul complesso problema dei
rapporti tra Grazia e natura.
nel, Dissertations in codicem canonum ecclesiasticorum; PL 56,
809 sgg. (con note di P. Ballerini); P. Ballerini, Ad opera
Leonis Magni appendix: PL 56, 63 sgg.; F. Maassen, Geschichte
der Quellen u. der Literatur des Kanonischen Rechts, I, Graz
1870, pp. 163, 167, 169-73; H. Leclercq, L'Afrique chrétienne,
Parigi 1904; A. Bruckner, Quellen zur Geschichte des pelagia-
nischen Streites, Tubinga 1906; J. Tixcern, Histoire des dog-
mes, II, Parigi 1909, pp. 436-512; H. Leclercq, Carthage,
DACL, II, coll. 2190-2330 (abbondante bibl.); Hefele-Leclercq,
II, pp. 134, 184, 190 sgg.; P. Monceaux, Histoire littéraire de
l'Afrique chrétienne, IV, Parigi 1912, pp. 386-87; Bardenher,
IV, pp. 513-15; E. Amann, Milève, in DThC, X, coll. 1752-
1758; A. Gaudel, Pêcheriginel, ibid., XII, coll. 386-87; R. Heede-
E. Amann, Pelagianisme, ibid., XII, coll. 689-99; G. Lapeyre,
L'ancienne Eglise de Carthage, 2 voll., Parigi 1933; Moricea,
passim; Fliche-Martin-Frutaz, IV (1937), pp. 79-128.
Vito Zoli
III. Archeologia
Non si possono individuare i luoghi di riunione più antichi della comunità cri- stiana di C., indicati da Tertulliano con la parola ecclesia (De virginibus velandis, 13; PL 2, 907; De pudicitia, 4; ibid., 987); essi dovevano trovarsi nel- l'interno della città (P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne depuis les origines jusqu'à l'in- vasion arabe, I, Parigi 1901, p. 16). S. Cipriano passò l'ultima notte insieme col suo popolo nel quar- tiere di Saturno. La Basilica Novarum è certo d'ori- gine precostantiniana e con ogni probabilità è la stessa che fu denominata in aries novis o di Ter- tullo, l'amico di s. Cipriano (Ep., 12) come per la prima volta mise in rilievo il card. G. Mercati, fin dal 1808 (D'alcuni nuovi sussidi per la critica del testo di s. Cipriano, in Studi e documenti di storia e diritto, 19 [1808], pp. 321-63; studio ripubblicato in C. Mercati, Opere minori, II [Studi e Testi, 77], Città del Vaticano 1937, p. 153 sgg.). È menzionata in una lettera di Mensurio vescovo di C. all'epoca docle- ziana (PL 43, 638). Essa possedeva una biblioteca e un archivio, donde nel 303 in luogo dei Libri Santi l'autorità civile asportò libri eretici (Optatus, 1, 19; 3, 1); s. Agostino vi predicò una volta (Serm., 14; PL 38, 111). L'aula era così vasta che il vescovo Deogratias nel 455 vi alloggiò i prigionieri di Gen- serico (Vittore di Vita, De pers. Vand., 1, 8, 25). C., come Roma, venne amministrata da sette diaconi preposti ciascuno ad una delle sette regioni eccles- sianistiche. Così da documenti si conosce un Liberatus archidiaconus Ecclesiae carthaginensis regionis sextae, un Gaudiosus diaconus regionis quintae, un Mena fu lector regionis qu(artae) o qu(intae): CIL, VIII, 13.423. Alcune basiliche sono note per la loro indicazione regionale: ad es. in una basilica della II regione si tennero i Concili del 403 e del 410 (PL 43, 814); nella III regione esisteva una basilica dedicata a s. Pietro, dove s. Agostino tenne il sermone 15° (PL 38, 115); la basilica di S. Paolo era nella VI re- gione.La Basilica Restituta o Ecclesia catholica Restituta
era nell'interno della città; Vittore di Vita l'indica come
quella «in qua semper episcopi commanebant» (De pers.
Vand., 1, 5). Vi fu tenuto un primo Concilio nell'anno 390;
altri fino al 419. Fu occupata dagli Ariani; s. Agostino
vi predicò più volte (Serm., 19, 29, 90, 112, 277; PL 38,
132, 185, 559, 643, 1257). Procopio accenna ad una
basilica presso il Fòro (De Bello Vand., II, 14).
Le basiliche di Graziano, Teodosio e Onorio sono co-
nosciute solo da documenti. Vi ha predicato s. Agostino
(Serm., 156, 163; PL 38, 849, 889). Quella d'Onorio era
nel tempio della Caelestis. Il giorno di Pasqua del 399
il vescovo Aurelio pose la sua cattedra nella cella del
tempio che si suppone sia stato la collina di Giunone
(A. Audolent, Carthage romaine, Parigi 1901, pp. 262
e 538). Procopio ricorda che Giustiniano fece costruire
a C. le basiliche della Theotòcos e di S. Prima.
La Theotòcos stava nelle dipendenze del palazzo.
In essa furono copiati alcuni versi inscritti nell'antologia
di C. (Auhl. lat., n., 380); il Monceaux crede fossero
apposti sotto due affreschi rappresentanti la Natività
e la Passione di Gesù Cristo. Si è creduto poter ricono-
scere i resti della basilica nella collina della Birsa. La
basilica di S. Prima fu eretta da Giustiniano in onore
di un martire d'Abitina. Una basilica in onore del mar-
tire Giuliano (probabilmente di Antiochia) è ricordata
da Leonzio nella vita di Gregorio d'Agrigento (PG 98,
563).
Nella regione del Mandracium, uno dei porti di
C., si trovava la basilica Sancti Agliei. Aglieus è un mar-
tire ricordato nel calendario della Chiesa di C. al 25 genn.
Occupata dai Vandali, fu resa ai cattolici da Gun-
tammondo nel 487 (Proverbi Aquitani Appendicula ad Chron.:
PL 51, 606). Il popolo vi condusse in trionfo s. Fulgenzio
con gli altri vescovi che erano stati esiliati in Sardegna
(Vita Fulgentii: PL 65, 145). Vi fu tenuto il Concilio
dell'anno 525. Il vescovo Domenico inviò reliquie del
martire Aglieo a Gregorio Magno (Gregorii I Registr.,
XII, 1). Si conosce una predica per natalem s. Agliei
(Possidi indiculus: PL 46, 19).
Al periodo bizantino appartiene un piccolo oratorio
adattato in una sala d'un edificio pubblico romano sul
versante nord-est della collina cosiddetta di Giunone,
dietro Birsa. Si tratta d'una aula divisa in due navi da
una fila di colonne (L. Poinssot e R. Lantier, L'archéologie
chrétienne en Tunisie [1920-32], in Atti del III Congresso
di archeol. crist., Città del Vaticano 1934, p. 390).
Tutte le altre basiliche di C. sono cimiteriali e quindi
fuori città. C. non ebbe sepolture sotterranee ma al-
l'aperto cielo; in luoghi detti cimiteri, come mostra un
passo di Tertulliano (De anima, 51: PL 2, 738), ma per
lo più areae. I cristiani di C. ne possedettero almeno fin
dal tempo di Tertulliano perché questi parla esplicita-
mente de aveis sepulturarum nostrarum (Ad Scapulam, 3:
PL 1, 701). La maggior parte delle aree cimiteriali cri-
stiane si trovano tra la strada di Tunisì alla Marsa, il
Koudiat-Zateur e Sidi-bou-Said, in genere contigue a
tombe romane; un gruppo del periodo bizantino (vi-
vri sec.) si trova nella città bassa, presso Douar-ech-
Chott e il quartiere dei porti (R. Lantier, Notes de to-
pographie cathagnoise. Cimetières romains et chrétiens, in
Comptes-rendus de l'Académie des Inscriptions et Belles lettres,
1922, pp. 22-28). Su queste aree sorsero varie basiliche.
La basilica di Damous-el-Karita si rinvenne nel 1878
nella zona a nord di C. tra la collina detta di Giunone
e il villaggio di Sidi-bou-Said. Vastissima area recinta,
con atrio semicircolare, portico con galleria di colonne
in marmo nero; dall'atrio occupato da sepolcri si passa
a nord ad una cappella trichora, mentre incontro si penetra
in un quadrilatero diviso in 9 navate (m. 65 x 45) con
due absidi situate a sud-est e a sud-ovest. Nel centro
del quadrilatero restano le basi di quattro grandi pilastri
che lo Gsell suppose sostenessero una cupola (Chronique
africane, in Mélanges d'arch. et d'hist., 18 [1898], p. 222). Rimangono inoltre le quattro basi di un ciborium. Il pavimento della nave centrale e delle absidi era decorato di musica; sotto quello delle navi minori erano sepolcri. Una cella funeraria con 5 arcossi era un piccolo ipogeo con altrettanti arcossi. A questa basilica segue a sud-ovest una seconda (m. 35,70 x 24,55) contenente un battistero. Scuono altre sale e celle. Ivi presso si trovò, nel 1912, una rotonda sotterranea con 16 colonne di marmo numidico munite di capitelli, con animali e foglie di acanto. Da Damous-el-Karita proviene il più bello esempio di scultura non funeraria cartaginese cioè bassorilievi relativi all'infanzia di Gesù, datati dal De Rossi, dal Bayet e dall'Audollet al sec. IV, dal Bréhier e dal Lapeyre al sec. V e dal Wilpert al sec. VI. Essi rappresentano, in due lastre, quattro scene: l'annuncio della nascita ai pastori, l'adorazione dei pastori, la riappropriazione della stella e l'adorazione dei Magi. È probabile che in origine fossero a decorazione della porta della basilica presso la quale furono trovati nel 1883 (A.-L. Delattre, La basilique de Damous-el-Karita, Costantina 1892; id., in Recueil de Constantine, 24 [1880], pp. 37-68; 25 [1881], pp. 279-395; 27 [1883], pp. 1-53).
La basilica dei santi martiri Scillitani o di Celerina. — Il gruppo dei dodici martiri di Scillum, uccisi a C. il 17 luglio 1806 (BHL 7527, BHG 1645), ebbe sul suo sepolcro una basilica nella quale predicò s. Agostino (Serm., 155: PL 38, 841); il loro anniversario era celebrato anche nel sec. VI, come mostra il calendario della Chiesa di C. Vittore di Vita chiama la basilica Scillitanorum vel Celerina. Con questo nome si conosce la martire ricordata da s. Cipriano quale parente insieme con Lorenzo ed Egnazia del confessore Celerino (Ep., 39, 3); essa è indicata nel Martyrologium Hieronymianum sotto le date del 3 febbr., del 24 e del 28 sett. S. Agostino predicò «in basilica Celerina» (BHL 4906, 7). Il Delehaye si domanda se l'eponima è la martire o la fondatrice (H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, 2a ed., Bruxelles 1933, p. 379).
La Basilica Mairum fu scoperta dal Delattre nel 1906 a Micdifa, tra la stazione di Ste-Monique e quella della Marsa. Il materiale dell'edificio è stato disperso tra la Marsa e Sidi-bou-Said; non restano che miseri avanzi di pilastri; la basilica (m. 61x45) era a sette navate divisa da colonne. Sotto il pavimento era un'area sepolcrale. Nel centro della nave centrale stava la confessio, costituita da una piccola cappella di m. 3,60x3,70. Davanti nell'abside stessa erano piccoli incavi per reliquie. Presso la confessio un pozzo era colmo di ossa umane e di ca. 7000 frammenti di iscrizioni cristiane. Fra le rovine dell'edificio si raccolse un'iscrizione del VI sec. relativa ai martiri Saturo, Saturnino, Revocato, Secondolo, Felicita, Perpetua, passi nonis martiis e Maillus (CIL, VIII, 25.038); il gruppo cioè, ad eccezione di Maillus, indicato nella Passio di Perpetua e Felicita. Ma data l'età tarda dell'iscrizione potrebbe trattarsi di semplici reliquie (P. Monceaux, Histoire litt. de l'Afrique chrétienne, IV, Parigi 1912, pp. 469-70). Una seconda epigrafe menziona Santus Secundulus; (CIL, VIII, 25.038); una terza è dedicata Perpetue filie dulcis-simae (A.-L. Delattre, Le Cimetière de Micdifa à Carthage, in Comptes rendus de l'Acad. des Inscriptions et Belles lettres, 1906, p. 402 sgg.; id., L'area chrétienne et la basilique de Micdifa à C., ibid., 1907, pp. 118 sgg., 516 sgg.; id., La Basilica Mairum. Tombeau des saints Perpétue et Felicité, ibid., 1908, p. 59 sgg.; 1911, pp. 566-83).
Gli atti di s. Cipriano distinguono nettamente l'ager Sexti luogo del martirio, da quello della sepolitura avvenuta ad areas Macrobii Candidiani... in via Mappaliensi iuxta piscinas (PL 3, 1505), luogo dove s. Agostino indica la memoria beati Cypriani (Conf., V, 8, 15: PL 32, 713), o tenne i suoi sermoni ad mensam Cypriani (Serm., 131: PL 38, 729). Vittore di Vita addita fuori delle mura due basiliche egregias et amplas dedicate a s. Cipriano, unam ubi sanguinem fudit, aliam ubi eius sepultum est corpus, qui locus Mappalia vocitatur (De pers. Vand., I, 1, 5).
Sembra che al tempo di s. Agostino nel luogo del martirio di s. Cipriano, l'ager Sexti, vi fosse solo una mensa (cf. Serm., 310: PL 38, 1413) e non ancora la basilica la quale però era già costruita nell'anno 439 in cui venne occupata da Genserico (Ch. Saumagne, Les basiliques cypriennes, in Revue archéologique, 66 [1909], p. 188 sgg.).
In prossimità del mare, nel luogo detto «les larmes de Ste-Monique», incontro a Sidi-bou-Said, il p. Delattre scoprì una basilica costruita su sepolcri pagani. È a sette navate (m. 60x35,65) divisa da colonne di spoglio, e capitelli ionici e corinti; il presbiterio è profondo, il ciborio sta quasi al centro della nave mediana, l'altare doveva essere ligneo; sotto il pavimento, specie nel presbiterio sono molti sepolcri, alcuni decorati di musica, altri costruiti da sarcofagi a strigili. L'aula è preceduta da un atrio rettangolare (m. 35,55x20), munito di ampio sotterraneo. Contro il lato nord-est dell'edificio si trova una stanza sotterranea con otto tombe. Il p. Delattre raccolse tra le terre oltre 9400 frammenti di iscrizioni funerarie, alcune fornite di date consolari degli anni 124, 438-39, 454; ma nessuno di tali frammenti contiene una conferma alla sua ipotesi che questa basilica sia quella eretta sul sepolcro di s. Cipriano (A. Delattre, Une grande basilique près de Ste-Monique à Carthage, in Comptes rendus de l'Acad. des Inscript. et Belles lettres, 1916, pp. 150-64; 1917, pp. 507-29).
Basilica di Dernech. — Nel 1899 a 100 m. dalle terme di Antonino, presso il mare, sul pendio di Bordj-Djedid si rileva una basilica a sette navate costruita tutta d'un getto, con ingresso sul lato sud al di sopra della più antica necropoli punica della città. L'aula di m. 40x21 aveva il pavimento a musica, colonne di spoglio, la nave mediana aveva otto colonne geminate; l'altare in legno era ricoperto dal ciborio sorretto da quattro colonnine di marmo rosa, con basi ornate da croci greche. Sotto l'altare una cavità per le reliquie. Sul lato nord per due porte si penetrava nel battistero costituito di un'aula rettangolare, con una recinzione quadrata di 12 colonne di granito collegate mediante cancelli. Nel centro la vasca esagonale coperta da un ciborio sostenuto da quattro colonne di marmo rosa; l'acqua era addotta mediante un canale da una cisterna. A nord del battistero una porta immetteva in un'aula abusata divisa in tre navi, il consignatorium; dietro altre piccole sale; a nord-est molte tombe cristiane, tra queste un sarcofago con Buon Pastore e banchetto. Il Gauckler ha datato la basilica agli ultimi tempi della dominazione vandalica o all'età giustiniane; essa venne distrutta al momento dell'invasione araba del 695; non sembra che abbia servito molto al culto e reca tracce di incendio e di saccheggio (P. Gauckler, Basilique chrétiennes de Tunisie, Parigi 1913, p. 17).
Basilica di Bir-el-Knisia («pozzo della Chiesa»). — Presso il villaggio arabo di Douar-el-Chott, sulla strada tra la Goletta e la Marsa, apparvero fin dal 1888 avanzati da una chiesa cristiana, messa in luce da scavi ulteriori nel 1913 e nel 1922.
L'edificio molto rovinato (m. 46,60x25,60) era a tre navate, con pavimento a musica che copriva molti sepolcri; i suoi resti lo datano tra il v e il vi sec. d. C., ma non si hanno elementi per precisare (A.-L. Delattre, La basilique de Bir-el-Knisia à Carthage, in Comptes rendus de l'Académie des Inscriptions et Belles lettres, 1922, pp. 302-307; 1923, pp. 449-51).
La basilica di Fausto. — Un martire Fausto di Abitina fu martirizzato a C. nel febr. dell'anno 304 (P. Mon-
Ceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne depuis les origines jusqu'à l'invasion arabe, III, Parigi 1901, p. 540); ma non si sa se si deve identificar con l'opinion della basilica cimiteriale ricordata da Vittore di Vita (De pers. Vand., 1, 8; 2, 6, 17; 3, 9). Essa fu costruita prima dell'anno 1418 in cui vi si riunì un concilio, altri vi si tennero nel 1419 e 1421. S. Agostino vi predicò più volte (Serm., 23, 111, 261: PL 38, 155, 645, 1202). Il vescovo Deogratias, che vi era stato consacrato nel 454, la ridusse per alloggio dei prigionieri presi a Roma da Genserico. È ricordata ancora nel 535.
Basilica di Bir-Ftouha. — Sulla strada tra la Malga e la Marsa, mediante scavi eseguiti a più riprese nelle località dette Bir-Ftouha (1888, 1895, 1897, 1928), è tornato in luce un battistero esagonale con pavimento a musaico e frammenti di colonne che si sono ritenuti appartenenti a una basilica; gli scavi del 1928-29 hanno messo in evidenza un edificio termale e una tricamera occupata da sepolture cristiane (A. Delattre, La basilica de Bir-Ftouha à Carthage, in Comptes rendus de l'Acad. des Inscr. et Belles lettres, 1928, pp. 252-55; 1929, pp. 23-29). Le basiliche di C. finora esplorate appartengono tutte nelle loro costruzioni al periodo della dominazione bizantina. E. Albertini riconosce nella loro architettura un'affinità con quella d'Oriente e particolarmente con la Siria (L'Afrique du Nord française dans l'histoire, L'Université de Paris, 1937, p. 116). L'unico edificio a tre sole navate è quello di Bir-el-Knissia, le altre sono tutte almeno di cinque e si arriva fino a nove e ad undici a Damous-el-Karita. L'abside è fiancheggiata del diaconium e dalla prothesis che comunicano solo con le navi laterali; mancano però nella basilica Maiorum e a Damous-el-Karita. Le basiliche di S. Cipriano e di Bir-Knissia sono fornite di atrio. A Dermech il ciborio è circondato da cancelli; l'altare doveva essere in legno; nella basilica Maiorum si ha la confessio; le colonne provengono in genere da edifici romani precedenti.
Il pavimento delle basiliche era rivestito di decorazione musiva, ricca di uccelli, di pesci, di tralci di vite, di cantari; nella basilica di Bir-Ftouha si hanno i quattro fiumi del paradiso e vi si dissetano i cervi.
Una decorazione caratteristica nell'interno delle basiliche è offerta talvolta da quadrati di terra cotta, forse evaso con semplici decorazioni floreali; vi si ha qualche esempio di croci, o animali come cervi, leoni, delfini, e due volte la B. Vergine con il Bambino Gesù. Sono stati datati al sec. IV (R. de la Blanchère, Carreaux de terre cuite à figures, in Revue archéologique, 45 [1888], p. 303). In una cappella sotterranea sotto la collina detta di S. Luciano si identificò un affresco con un personaggio minuto alla sua destra e tre altre figure delle stesse dimensioni e due altre più piccole. Si ritiene che la figura centrale rappresentasse Gesù Cristo.
Nel 1935 venne distaccata e posta nel museo Lavigeri detto anche di St-Louis de Carthage costituito per conservare il materiale archeologico più deperibile, illustrato fin dal 1899 da Delattre, Babelon, Boulanger e Martin con successivi supplementi del 1913 e 1915. Altro materiale è conservato nel museo Alaoui al Bardo, illustrato da Gauckler e da La Blanchère nel 1907 con supplementi successivi dovuti a Poinssot, Hautecoeur, Méri, Merlin, Drappier fino al 1921. Da documenti si apprende anche l'esistenza di alcuni monasteri quali quel-lo femminile in quo reliquiae s. Stephani sitae sunt (De promissionibus: PL 51, 842). Il Gauckler ritenne fosse presso la basilica di Dermech. Il generale Solomone al tempo di Belisario aveva eretto un monastero verso il porto di Mandracium, in cui più tardi si rifugiò Ariobindo. Presso la basilica di Celerina è segnalato il monastero di Bigna (Vittore di Vita, Passio beat. martyr., III, 32).
Un cimitero giudaico nella località Gamart è stato ritrovato a più riprese dal 1887 al 1903 nella zona a nord-ovest dell'antica C. dove è oggi il villaggio arabo di Gamart. Si tratta di oltre centocinque piccole camere sepolcrali (A.-L. Delattre, Gamart ou la nécropole juive de Carthage, Lione 1895; id., Deux hypogées de Gamart, in Revue tunisienne, 11 [1904], p. 8 sgg.).
