LIONE, ARCIDIOCESI di. - Arci-
diocesi e città capoluogo del dipartimento del Rodano alla confluenza del Rodano e della Saône. Si estende nei dipartimenti del Rodano (ad eccezione del cantone di Villeurbanne unito a Grenoble) e della Loira; ha una superficie di 7564 kmq. con una popolazione di ca. 1.700.000 ab. Vi sono oltre 1500 sacerdoti diocesani, 2 grandi seminari e 6 piccoli. Il primate è assistito da due vescovi ausiliari, l'uno dei quali risiede a St-Etienne.
Con lettere apostoliche del 29 nov. 1801 l'arcivescovo di Lione fu autorizzato ad unire Vienne (v.); dal 1801 al 1822 ebbe anche il titolo di arcivescovo di Embrun. Suffraganee di L. sono le diocesi di Autun, Digione, Grenoble, Langres, St-Claude. Patroni dell'arcidiocesi sono i ss. vescovi Ireneo e Potino; della primaziale è patrono s. Giovanni Battista.
I. STORIA
Dal tempo di Augusto L. fu capitale di tutta la Gallia celtica; vi nacque l'imperatore Claudio che la colmò di favori e da allora si chiamò « Colonia Copia Claudia Augusta Lugdunense ». Fu in parte bruciata dall'esercito di Settimio Severo che nelle vicinanze combatté contro Albino. Durante il periodo romano fu la città più popolata delle Gallie e la più ricca in monumenti; fu sede di una zecca; ebbe relazioni commerciali con l'Oriente, con l'Italia e con la Germania. Fu perciò detta la Roma della Gallia e « Caput Galliarum ». Ben quattro province presero il nome da « Lugdunum ». L. cadde in mano ai Burgundi nel 470; nel 534 passò a Childerico; poi fece parte del Regno di Borgogna fino all'843; indi passò sotto Lotario, quindi sotto Carlo re di Provenza (853-63), sotto Lotario II (863-69), Carlo il Calvo e Ludovico (869-79). Nell'anno 890 passò sotto il Regno di Provenza. Gregorio VII il 20 apr. 1079 stabilì L. quale primaziale sulle province di Rouen, Tours e Sens, privilegio confermato da Callisto II. Nel sec. XII L. venne
unl definitivamente L., sino allora città indipendente sotto
la giurisdizione del vescovo e del Capitolo, al Regno
di Francia.
A L. fu celebrata l'incoronazione dei papi Clemente V
(1306) e Giovanni XXII (1310); ivi pure l'antipapa Fe-
lice V fece la sua rinuncia nel 1449. L. soffrì molto dagli
ugonotti nel 1560 e durante la Rivoluzione Francese.
Il papa Pio VII visitò L. nel 1804 e nel 1805. Per iniziativa
della serva di Dio P. Jaricot nel 1822 si istituì a L. la
Società per la Propagazione della Fede (v. JUS PONTIFICIUM DE PROPAGANDA FIDE).
Per i vescovi di L. si ha un catalogo episcopale della
metà del sec. IX in un evangelario ora nel Seminario di
Autun; un'altra lista nella Cronaca di Ugo di Flavigny
(MGH, Scriptores, VIII, p. 321), continuata fino a Ugo
Parvus (1082-1116) e poi fino a Umberto di Bugey
(1148-52); un terzo catalogo, in una copia del sec. XVII
nel ms. 1385 della Biblioteca di L., va fino all'arcivescovo
Luigi di Villars (1302-1308).
Il primo vescovo Potino morì in carcere nel 177;
la data del 2 giugno indicata nel Martirologio geronimiano
non è quella della morte. IRNERIO (v.),
Zaccaria, Elio il cui sepolcro fu visitato da Gregorio di
Tours (In glorio confessorum, 61); Faustino, ricordato nella
Ep. 68 di s. Cipriano; Vocio, presente nel 314 al I Con-
cilio di Arles; Verissimo, intervenuto al 343 al Concilio
di Sardica; Giusto a quello di Aquileia del 381; Alpino,
indicato al 13 sett. nel Martirologio geronimiano; mentre
il successore Antuoco è notato al 13 ag.; Eucherio, al quale
Polemio Silvio dedicò nel 449 il suo «latercolo»; Paziente,
spesso citato da Sidonio Apollinare (Ep., II, 10; IV, 25;
VI, 12); Rustico, sepolto a S. Nicezio dove si rinvenne il
suo carme sepolcrale (CIL, XIII, 2395); Vivenziolo fu a
capo del Concilio di L. tra il 518 e il 523; il suo epitafio è
acrostico (CIL, XIII, 2396); Lupo presiedette il III Con-
cilio di Orléans nel 538. Quindi Sacerdos, il quale fu a capo
del V Concilio di Orléans del 549, fu presente a quello di
Parigi del 552 dove morì nello stesso anno dopo aver assicu-
rato la successione al nepote Nicezio. Frammenti del suo
carme sepolcrale si rinvennero a S. Nicezio nel 1883 (A.
Steyert, Nouvelle histoire de Lyon, II, Lione 1897, p. 30,
fig. 25; CIL, XIII, 2398). Seguirono Nicezio, m. nel 573;
Eterio che fu in corrispondenza con Gregorio I (Jaffé-
Wattenbach, 1436, 1747, 1830, 1872). Aregio fu a capo
del Concilio di Parigi nel 614, Tetrico di quello di Clichy
nel 627, Canderico di quello di Chalon-sur-Saône; Lei-
drado (798-817), amico di Alcuino, grande restauratore,
si dimise e si ritirò nel monastero di S. Medardo di Sois-
sons. In epoca più recente si ricordano I cardd. Pietro di
Tarantasia, Innocenzo V (v.), Giovanni di Lorena
(1537-39); Ippolito d'Este, che fu amministratore di L.
nel 1539 e nel 1562; Francesco di Tournon nel 1551;
Alfonso Luigi di Plessis de Richelieu, fratello dello sta-
tista; Le Tencin (1740-58). Furono canonici della Catte-
drale i papi Innocenzo IV, Gregorio X, Bonifacio VIII
e Clemente V.
Fino al 1796 la cattedrale di S. Giovanni Battista
formava gruppo con le adiacenti chiese di S. Stefano e
S. Croce. S. Stefano, attribuito al vescovo Alpino, fu
restaurato ca. il 480 dal vescovo Paziente e poi al tempo
di Carlomagno dal vescovo Leidrado. Vi era unito l'epi-
scopio. Preceduta da un pronao era a forma di croce
greca e i suoi bracci laterali comunicavano da un lato con
la chiesa di S. Croce, dall'altro con S. Giovanni. Poi
divenne battistero. S. Croce fu eretta dal vescovo Arigio
e restaurata da Leidrado, all'inizio del sec. IX, dal clero
e dal popolo nel 1444. Tanto S. Stefano che S. Croce
vennero venduti nel 1792 e demoliti nel 1796. Della
chiesa di S. Giovanni non si conosce la forma primitiva.
Agobardo, successore di Leidrado, scrisse in un poemetto
che questi vi aveva traslato da Arles le reliquie dei martiri
Cipriano, Sperato e Pantaleone. Il diacono Floro il-
lustrò in versi la decorazione del Santuario. Venne ri-
costruita nel XIII sec. (J. B. Martin [V. op. cit. in bibl.],
p. 3 agg.).
Sidonio Apollinare descrive in un poemetto una ba-
silica fatta erigere ca. il 470 dal vescovo Paziente presso

(da L. Schurenberg, Die kirchliche Baukunst in Frankreich, Bertino (B), loc. 79)
il soffitto era a cassettoni dorati, il pavimento e le pareti
erano rivestite di marmi policromi; più in alto la deco-
razione era a musico in smalti azzurri verdi; ivi erano
state poste iscrizioni in esametri dettate dai poeti Costanzo,
Secondino e Sidonio stesso; il portico esterno aveva co-
lonne in marmo d'Aquitania » (Sidonio Apoll., Epist. lib.
II, 10: PL 58, 486-87), ma non si sa con precisione a
quale basilica Sidonio Apollinare si riferisca. F. Deshou-
lières ritenne trattarsi di quella di S. Giovanni Battista
(La basilique de St-Jean-Baptiste à Lyon, in Bulletin mo-
numental, 1935, pp. 225-26).
L'arcivescovo Guiscardo (1165-80) cominciò la nuova
chiesa primaziale di S. Giovanni Battista, continuata dal
successore Giovanni di B. Ilesme e più tardi dai presuli
Rinaldo de Forez e Roberto d'Alvernia. Il papa Inno-
cenzo IV la consacrò nel 1244. La parte inferiore della
facciata è del tempo dell'arcivescovo Pietro di Savoia
(1308-32) e fu continuata sotto il card. di Talaru (1375-
1389) e l'arcivescovo Filippo di Tourey (1389-1415). Il
grande rosone è opera di G. De Beaujeu e le vetrate di
H. de Nivelle (G. De Jerphanion, Le vitrail de la Ré-
demption à la cathédrale de Lyon, in Orientalia christiana,
28 [1932], pp. 298-310). Le sale capitolari e del Tesoro
sono del 1459; la parte superiore della facciata e delle due
torri sono del 1480. Nell'interno le colonne e i pilastri
che sostengono le arcate sono decorati con capitelli a
fogliami. L'abside è rivestita di incrostazioni in stucco,
con personaggi, animali e motivi decorativi. La nave
centrale ha otto campate con volte ogivali sostenute da
grandi pilastri cruciformi composti di quattro colonne.
Tra le cappelle si ricorda quella artistica dei Borboni
eretta dal card. Carlo di Borbone (m. nel 1488) e finita
dal fratello duca Pietro nel 1508. Le statue che l'adorna-
vano vennero distrutte nel 1562 e nella Rivoluzione Fran-
cese (A. Macé, Une merveille de l'art gothique. La chapelle
des Bourbons à la cathédrale St-Jean de Lyon, Lione 1941).
Nel portale centrale vi sono scolpiti i segni dello zodiaco,
i lavori nei singoli mesi, la storia di s. Giovanni Battista,
episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento. Nei por-
tali laterali la storia di Sansone, vita di s. Pietro, scene
dell'Apocalisse, leggenda di Teofilo, santi isolati. Il Te-
soro fu saccheggiato dagli ugonotti nel 1562 e nel 1792
dalla Rivoluzione. I cardd. Fieschi e De Bonnald lo rico-
stituirono: cofanetti con smalti di Limoges, calici, pissidi
e mitre dei secc. XIII-XV, croci processionali dei secc. XII e
XIII, un altare portatile del sec. XV; un ostensorio offerto dall'Imperatrice Giuseppina nel 1805. Una Vita di Gesù Cristo dipinta nel 1506 per la b. F. de Gueldrea duchessa di Lorena. Il Messale di Tommaso James vescovo di Dol, miniato da Attavante di Firenze nel 1485; il Messale di Bonifacio VIII (1294-1303), quello della cappella della Maddalena, della fine del sec. XIV (G. De Jerphanion, Le Missel de la Sainte-Chapelle à la Bibliothèque de la Ville de Lyon, Lione 1944). In seguito alle leggi di separazione il Tesoro fu portato nella Biblioteca di L.
Sul prolungamento della facciata era situata nel medioevo la scuola di canto che funzionava durante il mattino onde il nome di «manecanterie» dato all'edificio del sec. XI, rifatto tra il 1458-60.
Fuori città lungo la via che collegava L. con Arles fu deposto s. Ireneo; al tempo di Gregorio di Tours (Historia Francorum, I, 29; In gloria Martyrum, 49) egli era venerato nella cripta di S. Giovanni tra i martiri Epipodio e Alessandro (BHL 2574-75) il quale ultimo insieme con 34 compagni è ricordato nel Martirologio geronimiano al 24 apr. Il monumento sepolcrale di Ireneo, Alessandro ed Epipodio era stato riedificato dal vescovo Paziente ed era composto di un'aula a volta semisotterranea a cui più tardi fu sovrapposta una basilica, danneggiata al tempo delle guerre di religione e ricostruita nel 1584; trasformata in fienile nel 1792 fu restituita al culto nel 1801 e ingrandita ca. il 1830.
Nel 1946, in un calorifero, si rinvenne un blocco di pietra riadoperato contenente un'iscrizione metrica latina posta da una Lucilia Stratonica alla sua bambina sepolta in un sarcofago nella basilica eretta per sé e per i propri discendenti (W. Seston e C. Perrat, Une basilique funéraire palenne à Lyon, in Revue des études anciennes, 45 [1947], pp. 139-59). Nella zona detta «de Choulans» presso la chiesa di S. Lorenzo si è scoperto un cimitero dell'età merovingica (P. Wuillemier e A. Audin, L'église et la néocropole Saint-Laurent dans le quartier lyonnais de Choulans, in Institut des études Rhodaniennes de l'Université de Lyon. Mémoires et Documents, 4, Lione 1949).
La chiesa di S. Giusto vescovo in Tebaide, prossima a quella di S. Ireneo è scomparsa, ma ne resta una descrizione in una lettera di Sidonio Apollinare. Il corpo del vescovo s. Giusto, morto nella Tebaide nel 390 traslato poi a Lione, fu deposto in una cripta sotto la basilica dedicata fino allora ai Maccabei. Sidonio Apollinare descrive le feste solenni che si svolgevano ogni anno al 2 sett. (Epist. lib. V, 17). Alla Basilica costruita ad Ainay e da Gregorio di Tours dichiarata «mirae magnitudinis» (In gloria Martyrum, 48) successe l'abbazia benedettina di S. Martino la cui chiesa fu consacrata il 27 gen. 1107 da Pasquale II, il quale dedicò l'altare all'Immacolata Concezione; la chiesa fu devastata nel 1562, venne aggregata a Cluny nel 1604, secolarizzata nel 1685 da Innocenzo XI e trasformata in collegiale; venne soppressa con la Rivoluzione Francese (1790). Ora è chiesa parrocchiale. Il papa Pio X il 25 giugno 1905 la elevò a basilica minore (T. Malley, Une sécularisation au dix-septième siècle. L'abbaye de St-Martin d'Ainay, in Etudes, 1913, pp. 354-76; A. Chagny, La basilique St-Martin d'Ainay et ses annexes, Lione 1935; Cottineau, I, coll. 36-38).
S. Paolo. Se ne attribuisce la costruzione al tempo dell'arcivescovo Sacerdos (549-52); restaurata da Leidrado nel IX sec., fu abbazia benedettina secolarizzata nel sec. XI; rifatta nel sec. XIII; divenuta poi collegiata. Il campanile del 1440 fu modificato nel 1875; caratteristico è l'ottagono centrale all'incrocio tra la nave, il transetto e l'abside (L. Duplain e J. Giraud, L'église St-Paul de Lyon, Lione 1923).
S. Nicezio. Abbazia fondata nel IX sec.; nel XIII parrocchia della città; elevata a collegiata dall'arcivescovo L. de Villars nel 1305; venne restaurata più volte in seguito. Servi da cattedrale all'inizio del sec. XIX, durante i restauri a S. Giovanni. L'interno è a tre navate con transetto e abside. La facciata fu rifatta nel secc. XVIII e XIX. Il portale centrale è del sec. XVI. Nella chiesa di S. Nicezio furono sepolti alcuni presuli lionesi del sec. VI; nel 1308 vi furono eseguiti scavi in cui vennero trascritte le loro iscrizioni sepolcrali (G. Guigue, Procès verbal de
1308 énumérant les épitaphes des archevêques de Lyon inhumés dans la cathédrale au VIe et au VIIe siècle, in Bull. de la Soc. des antiquaires de France, 1876, pp. 145-58).
La chiesa di S. Romano situata ai piedi del Gourguillon fu eretta da Fredaldo e sua moglie; venne ricostruita nel XVI sec. e demolita nel 1752. La chiesa di St-Pierre-le-Vieux, vicina alla precedente, fu demolita nel 1792. La chiesa di S. Bonaventura o dei Cordeliers fu dedicata prima a s. Francesco, poi nel 1484 a s. Bonaventura, perché vi aveva predicato; la facciata del sec. XV fu rifatta nel 1858. La chiesa di S. Bruno è eretta sul luogo della certosa du Lys St-Esprit del 1584. La prima pietra fu posta nel 1590, ma interrotta i lavori furono ripresi solo nel 1724 dall'architetto F. S. Delamonce e finiti nel 1750. Tra le chiese moderne di L. si ricordano: la basilica di Fourvière, un tempo chiesa collegiale dedicata a s. Tommaso di Cantorbery, con cappella dedicata alla B. V., eretta da Olivier de Chavannes tra il 1173-92. Nel sec. XV vi si sviluppò il culto della B. V.; nel sec. XVII vi si iniziarono pellegrinaggi; nel sec. XVIII fu eretta una nuova cappella. Per voto dell'arcivescovo di L. mons. Ginouilhac, fatto nel 1870, l'architetto P. Bossan iniziò la costruzione dell'attuale Basilica nel 1872; fu consacrata nel 1896.
Preziosa è la Biblioteca di L. per la copia dei suoi manoscritti. Lo scriptorium di L. fiorì specialmente nel sec. IX all'epoca del diacono Floro (v. G. de Jerphanion, Traces d'influences orientales dans les manuscrits illustrés de la Bibliothèque de Lyon, in Comptes-rendus de l'Académie des Inscriptions et Belles-lettres, 1943, pp. 177-93).
Sotto gli auspici della Società «Amis de la Bibliothèque de Lyon» fu fondata nel 1923 una collezione illustrante documenti e manoscritti di detta Biblioteca. Ivi E. A. Lowe ha pubblicato 13 manoscritti tra il V e l'VIII sec. in onciale e semionciale; V. JALABERT, LOUIS, Le peautier de Pally (Lione 1923); P. Lauer, L'Évangéliaire carolingien de Lyon (Parigi 1928). Tra i manoscritti della Biblioteca si notano due portolani italiani, l'uno composto dal genovese Pietro Visconte ca. il 1319 per Marino Sanudo, l'altro col blasone dei Cornaro della fine del sec. XIV. Notevole è il Museo della città situato nel Palazzo S. Pietro. Di grande importanza è la raccolta delle iscrizioni cristiane, pubblicate più volte da E. Le Blant, A. De Boissieu (CIL, XIII, 2351-2445) e da A. Allmer e P. Dissard (Musée de Lyon, Inscriptions antiques, 5 voll., Lione 1889-92); il IV vol. dalla p. 1 a 183 è dedicato alle iscrizioni cristiane. Di esse la più antica datata è dell'anno 334. Da ricordare è l'epitafio di una «Procula di (arissima) femina famula Dei a terra ad Martyres» (CIL, XIII, 2423), riprodotta da A. de Boissieu (Inscriptions antiques de Lyon, Lione 1846-54, p. 547, n. 6). Tra i sarcofagi si ricordano due frammenti di ignota provenienza sui quali era rappresentato G. Cristo tra i dodici Apostoli (E. Le Blant, Sarcophages chrétiens de la Gaule, Parigi 1886, p. 4, n. 6 e tav. II, nn. 2-3). Assai ricco è il materiale medievale (R. Jullian, Catalogue du Musée de Lyon, III. La sculpture du moyen âge et de la Renaissance, Lione 1945). Un capitello medievale scolpito proviene da una chiesa di Modena (G. De Jerphanion, Un curieux chapiteau du Baptiste au Musée de Lyon, in Miscellanea G. Mercati, V [Studi e testi, 125], Città del Vaticano 1946, pp. 61-68).
Pregevole è una collezione di stoffe attraverso l'età, che si inizia con frammenti copti, disposta nel Museo delle Arti.
II. LETTERA DELLE CHIESE DI L. E VIENNA. — Nell'anno 177 scoppiò una persecuzione contro la comunità cristiana di L. Si ha notizia di questi avvenimenti in una lettera inviata da L. alle Chiese di Frigia.
Si tratta di una specie di lettera cattolica. Forma letteraria, come nel cosiddetto martirio di Policarpo, scelta — prima dell'adattazione degli Atti processuali per scopi letterari — per parlare del carisma del martirio (v. E. Peterson, in Pro regno, pro sanctuario [Miscellanea van der Leena], Nijkerk 1950, p. 351 sg) ai cristiani in Asia Minore, minacciati dal pericolo del montanismo. La lettera è importante per la teologia del martirio. Non c'è soltanto lo Spirito che assiste i cristiani nella professione della fede, ma Cristo stesso soffre nel martire. La lettera distingue chiaramente il confessore dal martire. Il martirio è una lotta contro Satana, ecc. La lettera è scritta in forma relativamente semplice, ma non senza retorica. È stata contestata la sua autenticità, che però non può essere messa in dubbio seriamente. Sei estratti di questo documento si trovano in Eusebio (Hist. eccl., V. 1-4).
La lista completa dei nomi distinta per categorie secondo il genere del martirio si trovava in fondo al documento ma oggi è perduta. Eusebio dà la seguente lista: Vezio Epagato, Santo, Maturo, Attalo, Blandina, Potino, Alessandro, Pontico, Alcibiade.
Il Martirolgio geronimiano al 2 giugno indica invece 48 nomi e aggiunge in un primo gruppo: Zaccaria presbitero, Macario, Silvio, Primo, Ulpino, Vitale, Commino, Ottobre, Filomeno, Genuino, Giulia, Albina, Brata, Emilia, Potamia, Pompea, Rodana, Biblis, Quarzia, Materno, Elpis.
Poi distingue quelli condannati alle fiere: Sante diacono, Maturo, Attalo, Alessandro, Pontico, Blandina; quindi quelli morti in carcere: Artisteo, Cornelio, Zosimo, Tito, Giulio, Zotico, Apollonio, Geminiano, Giulia, Ausonia, Emilia, Giannica, Pompeia, Donna, Giusta, Trofima, Antonia.
Dal documento si apprende che nell'estate del 177 un gruppo di cristiani arrestati furono interrogati nel foro di L. da un tribunale militare. Nel processo davanti al governatore della provincia il giovane cristiano Vezio Epagato si fece avanti a difendere i suoi correligionari. Nacque un tumulto e Vezio fu arrestato; durante l'interrogatorio e i tormenti dieci spostarono. Ma vennero sostituiti da altri fedeli arrestati. Si inferì in specie contro il diacono Santo, il neofita Maturo, Attalo e Blandina, che giovane e delicata resistì con mirabile fortezza per un intero giorno alle torture. Santo rispose ad ogni domanda: sono cristiano, mentre era dilaniato con lamine di rame roventi; la sua fortezza fece rinsavire l'apostata Biblis che riconfermò la sua fede e raggiunse poi il martirio. I terribili tormenti causarono la morte di parecchi. Gli altri, dopo alcuni giorni furono di nuovo interrogati, tra questi il venerando vescovo Potino, già discepolo di Policarpo di Smirne che riportato in carcere dopo i tormenti vi morì due giorni dopo. Maturo, Santo, Blandina e Attalo furono esposti alle belve nell'anfiteatro; i due primi dilaniati da queste furono posti su sedie di ferro rovente e poi uccisi. Attalo essendo cittadino romano fu rimesso in carcere in attesa delle istruzioni imperiali. Frattanto anche gli spostati ritornarono alla fede. Marco Aurelio rispose che coloro che persistevano a restare cristiani fossero uccisi, gli altri liberati. Il 1° ag. anniversario della dedica dell'are eretta a L. in onore di Augusto, richiamò al tribunale i superstiti, i quali tutti confessarono la loro fede; i cittadini romani furono condannati alle decapitazioni, gli altri alle belve. Durante l'interrogatorio un certo medico frigio di nome Alessandro che incitava i confessori venne pure condannato alle fiere. Attalo finì su una sedia rovente, Pontico e Blandina furono riservati per l'ultimo giorno dei giochi gladiatori. Pontico di 14 anni morì tra i tormenti; Blandina dopo i flagelli e il fuoco della graticola fu avvolta in una rete ed esposta alle furie di un toro che la sollevò più volte in aria e infine morì trafitta. I corpi dei martiri morti in carcere furono dati in pasto ai cani; dopo sei giorni
i miseri resti superstiti alle belve e al fuoco vennero arsi, e le ceneri disperse nel Rodano.
III. I CONCILI DI L
1) Primo Concilio. — È il XIII Concilio ecumenico tenuto nel 1245 sotto il papa Innocenzo IV. Esso va posto nel quadro dei violenti contrasti tra il papato e Federico II. Quando salì al pontificato il card. Fieschi, che era candidato dell'Imperatore e che prese il nome di Innocenzo IV (giugno 1243), si poté credere a una distensione e a un periodo di pace. Federico II invece ben presto ritornò all'offensiva. Fallito ogni tentativo di accordo con lo Svevo, il papa allora, temendo di essere fatto prigioniero, lasciò Roma e si portò a L., città libera, situata alle frontiere della Francia e dell'Impero. Suo primo pensiero fu di convocare un concilio.Questo si aprì il 28 giugno nella cattedrale di S. Giovanni alla presenza di 140 vescovi, venuti dalle diverse provincie della cristianità. Erano presenti l'Imperatore latino di Costantinopoli, Baldovino II, i tre patriarchi di Costantinopoli, di Antiochia, di Aquileia e gli ambasciatori di molti principi.
L'Imperatore invitato non comparve; comparvero invece i suoi legati con il cancelliere Taddeo di Suessa, arcivescovo di Palermo. Questi, fin dalla prima sessione, fece nuove proposte di pace da parte del suo signore. Il Papa non volle accettarle, e fu deciso che Federico II, sebbene assente, fosse giudicato dal Concilio. Taddeo, invano, protestò, dicendo che non si poteva giudicare l'Imperatore senza ascoltarlo; invano cercò di ottenere una dilazione, assicurando che Federico era partito, era in viaggio, stava per arrivare. L'Imperatore invece si tratteneva in Alta Italia. Inutilmente pure tentò di rispondere alle gravi accuse sollevate contro Federico; altro non potendo fare, Taddeo appellò al futuro Papa e al futuro concilio veramente ecumenico. Ma il suo appello non impedì che Innocenzo pronunziasse la sentenza di scomunica e di deposizione contro Federico, accusato come spergiuro, persecutore della Chiesa, invasore dello Stato pontificio, sospetto di eresia, protettore dei Saraceni. I Padri opposero il proprio sigillo all'atto di deposizione, indi scagliarono a terra i ceri spenti. Non vi fu nessuno dei presenti che contraddicesse.
Oltre la condanna contro l'Imperatore, il Concilio si occupò anche di altre questioni. Fra l'altro, emanò prescrizioni circa la Terra Santa e la Crociata contro i Tartari, emise regole circa la procedura da osservarsi nei giudizi ecclesiastici, vietò sotto pena di scomunica di somministrare armi ai musulmani e di spogliare i pellegrini in viaggio per la Terra Santa, prescrisse un'imposta sui beni ecclesiastici a favore dell'Impero latino di Costantinopoli. Il Concilio non promulgò alcun decreto dogmatico e si chiuse il 17 luglio 1245.
2) Secondo Concilio. — È il XIV Concilio ecumenico tenuto dal 7 maggio al 17 luglio 1274. Il 1° sett. 1271, dopo il laborioso Conclave durato ca. 3 anni, fu eletto papa Gregorio X il quale si trovava a S. Giovanni d'Acri. Stavano cadendo allora gli ultimi baluardi delle conquiste cristiane in Palestina e in Siria. Dieci anni prima (1261), era crollato il Regno latino di Costantinopoli a tutto profitto di Michele
Paleologo. Uno dei primi pensieri del nuovo Pontefice fu di preparare una Crociata per riprendere la Terra Santa. Quanto al Regno latino di Costantinopoli, il Papa era disposto a lasciarlo in mano ai Greci, purché abbandonassero lo scisma e si unissero alla Crociata. Contemporaneamente, consapevole dei disordini piuttosto gravi che si notavano dovunque, soprattutto in mezzo al clero, Gregorio era deciso di tentare una riforma generale. Proprio per realizzare questo triplice scopo: unione della Chiesa greca con la Chiesa latina, Crociata in Terra Santa e riforma del clero, papa Gregorio, appena incoronato (27 marzo 1272), convocò un concilio generale per il 1° maggio 1274, senza però indicare la città nella quale si sarebbe dovuto tenere. La scelta di L. fu resa nota soltanto nell'apr. 1273. Vi dovevano partecipare non solo gli arcivescovi e vescovi, gli abati mitrati ed altri prelati o procuratori, ma anche i principi cristiani, tra i quali l'Imperatore bizantino, Michele Paleologo. Dovevano pure essere presenti alcuni delegati del Kan dei Tartari per la Crociata.
Pur essendo stato fissato per il 1° maggio 1274, il Concilio si riunì effettivamente il 7, dopo 3 giorni di digiuno. Lo si può considerare come una delle assemblee conciliari più numerose che la storia ricordi. Se i re ballarono per la loro assenza (fede eccezione il vecchio re d'Aragona, il quale, del resto, se ne andò prima che il Concilio finisse), il mondo ecclesiastico vi prese parte nella quasi totalità: 500 vescovi, 60 abati, più di 1000 altri prelati o procuratori, come riportano quasi tutti i cronisti. E non fu straordinario il numero soltanto, ma anche la qualità degli intervenuti: raramente in un'assemblea furono presenti uomini tanto celebri, come s. Bonaventura, s. Alberto Magno, Pietro di Tarantasia (il futuro Innocenzo V), tre altri che saranno poi i papi Adriano V, Giovanni XXI e Niccolò IV, s. Filippo Benizi, Giovanni da Vercelli, Umberto di Romans, Durando di Mende e il frate minore greco Giovanni Parastron, che svolse un'attività di prim'ordine per l'unione dei Greci. E noto che doveva prendervi parte s. Tommaso d'Aquino, ma morì durante il viaggio, il 7 marzo.
Il Concilio ebbe 6 sessioni. Si svolse più lavoro tra una sessione e l'altra che durante le sessioni stesse. Nella prima, il 7 maggio, il Papa, commentando le parole: Desideravi hoc pascha manducare sobiscum, parlò del triplice fine del Concilio. Nella seconda e terza sessione (18 maggio e 7 giugno) furono promulgate le Costituzioni disciplinari. Il 24 giugno arrivarono finalmente gli ambasciatori greci, dopo un tremendo naufragio, nel quale la maggior parte di essi aveva lasciato la vita. Tutti i conciliari mossero loro incontro. I legati greci mostrarono le lettere con le quali l'imperatore Michele, suo figlio Andronico e tutto l'alto clero (50 metropoliti e più di 500 vescovi) si sottomettevano alla Chiesa di Roma e accettavano la professione di fede inviata a Michele nel 1267 da papa Clemente IV. Il 29 giugno, festa dei ss. Apostoli Pietro e Paolo, Gregorio X celebrò la Messa, durante la quale furono cantati in latino e in greco l'Epistola, il Vangelo e il Credo. I Greci ripeterono per tre volte nella propria lingua il Qui es Patre Filioque procedit. S. Bonaventura tenne un discorso. Non restava altro che sanzionare ufficialmente l'unione mediante la lettura dei documenti addotti dai Greci: il che avvenne nella 4 sessione, il 6 luglio. Il logoteta Giorgio Acropolita, a nome di Michele Paleologo che l'aveva nominato suo plenipotenziario, a viva voce recitò la formula di fede di Clemente IV. Germano, già patriarca di Costantinopoli, e Teofane, metropolita di Nicea, fecero altrettanto a nome del clero greco. Si cantò quindi il Te Deum e, di nuovo, il Credo in latino e in greco. I Greci ripeterono due volte nella loro lingua il Filioque. Il 15 luglio morì s. Bonaventura, che aveva svolto nel Concilio una attività di primaria importanza. Parteciparono ai funerali il Papa e tutti i Padri del Concilio. Il giorno successivo,
16 luglio, ebbe luogo la 5ª sessione, nella quale furono promulgate 14 Costituzioni, tra cui quella riguardante il Conclave, che i cardinali accettarono mal volentieri. La sesta ed ultima sessione si svolse il 17 luglio. In essa furono pubblicate due Costituzioni, di cui una dogmatica (Fideli ac devota professione: Denz-U, 460), con cui il Concilio definiva che lo Spirito Santo procede eternamente dal Padre e dal Figlio, non come da due principi ma come da un solo principio, non mediante due spirazioni ma mediante una sola spirazione: oeternoliter ex Patre et Filio non tamquam ex duobus principis sed tamquam ex uno principio, non duobus spiratimius sed unica spiratione procedit. La qual definizione è di particolare importanza in quanto distrugge radicitus la principale obbedizione che i Greci muovevano alla dottrina cattolica espressa dal Filioque, secondo cui i Latini avrebbero insegnato che il Padre e il Figlio sono due principi distinti dello Spirito Santo. Tale decreto dogmatico, che nella collezione ufficiale delle Costituzioni del Concilio è inserito nella rubrica: can. 1, è stato finora erroneamente attribuito, dalla maggior parte degli storici, alla seconda sessione, epoca cioè in cui i legati greci non erano ancora giunti: la qual cosa sembrava inverosimile del tutto (cf. S. Kuttner, op. cit. in bibl., pp. 44-47).
Oltre a questo can. 1, Gregorio X emanò, il 1° nov. 1274, sotto il nome del Concilio di L., trenta altri canoni o Costituzioni di carattere disciplinare, relativi al Conclave, alle elezioni, ai benefici, ai processi ecclesiastici, all'usura, alla fondazione di nuovi Ordini religiosi ecc. È da notare che tutte queste costituzioni non furono compilate durante il Concilio, ma aggiunte dopo, come facenti parte del programma della riforma dei costumi. L'ordine in cui si susseguono non corrisponde all'ordine storico.
Insieme con la definizione dogmatica sulla processione dello Spirito Santo, l'atto più importante del Concilio di L. fu la consacrazione ufficiale della professione di fede di Clemente IV, detta di Michele Paleologo, come espressione della fede cattolica (Denz-U, 461-66). La prima parte di questo documento riproduce, approssimativamente, la professione di fede di s. Leone IX (1053), che è quella emessa dai vescovi nella loro consacrazione. Il resto, a cominciare dalle parole Sed propter diversos errores, definisce lo stato delle anime dopo la morte (Purgatorio e immediata retribuzione), il numero settenario dei Sacramenti, il primato di giurisdizione della Chiesa di Roma e del suo capo come successore di s. Pietro.
La triplice finalità che Gregorio X si era proposto nel convocare il Concilio non fu conseguita che imperfettamente. L'unione con i Greci, determinata da motivi politici, fu effimera. La Crociata, dopo felici inizi, non ebbe seguito. Quanto alla riforma dei costumi, fu assai superficiale. Conviene però dire che di un tale infelice esito il Papa, che aveva convocato il Concilio, non era affatto responsabile. La colpa ricade piuttosto sulle sfavorevoli circostanze e sugli avvenimenti imprevisti che seguirono. L'unione con i Greci fu particolarmente compromessa da certe eccessive esigenze dei successori di Gregorio, i quali passarono come una meteora sul trono pontificio: difatti dal 1276 al 1284 si ebbero cinque pontefici.
ibid., coll. 1391-1410; S. Kuttner, Conciliar law in the making. The lyonese constitutions (1274) of Gregory X, in a manuscript at Washington, in Miscellanea P. Paschini, I, Roma 1949, pp. 39-81. Martino Jugie
IV. LITURGIA DI L
La liturgia della Chiesa di L. dal sec. v fino all'VIII non era altro che quella antica gallicana. In nessun dei molti concili della Gallia di questi secoli, ai quali anche i vescovi di L. erano presenti, spesso come presidenti, si parla di un rito speciale o di un privilegio liturgico della Chiesa di L. Il mutamento avvenne con la riforma di Carlomagno. Leidrado arcivescovo (797-814) introdusse con il canto gregoriano-romano anche gli altri libri gregoriani della liturgia romana. Dopo la morte di Carlomagno, la liturgia gallicana rivisse in quanto molti elementi di essa furono fusi con il rito romano. Alcuino compose il supplemento al Sacramentario gregoriano-adrineo, nel quale furono inclusi non pochi riti gallicani. La Chiesa di L. non si sottrasse a questo influsso: accettò il nuovo Sacramentario e, sotto Burcardo II (ca. II 1000), il nuovo pontificale; ma in confronto con le altre Chiese della Gallia, fu più fedele alla liturgia romana, accettata sotto Leidrado, benché con tutte le particolarità introdotte dal sec. x sino al sec. XVIII.Prova di questo si può avere da un confronto dei sacramentari più antichi (p. es., del cod. 537 della Biblioteca di L.) con i messali del sec. xv. Come nei sacramentari, non si separano, ma si intercalano i propri de tempore e de sanctis; per i santi speciali di L. si mette un fascicolo particolare dopo l'anno ecclesiastico (Messale di Jean de Talaru, sec. xiv); il Messale di un Colinet de Marles (sec. xiv-xv) per il primo unisce in una sola serie i santi di L. con i santi del rito gregoriano. Il Messale detto di Chasselay (sec. xv) per primo separa i propri de tempore e de sanctis ed aggiunge nuovi Uffici (Introitus e Gradualia), ma conserva le lezioni per i mercoledì e venerdì della settimana. I messali stampati si attennero a questo di Chasselay (dal 1487 in 8 edd.) fino al 1556; nel Messale di Tournon, il più tipico Messale romano-lionese secondo la riforma tridentina, aumentano i prefazi (da 8 a 11) e specialmente le prose. L'ultimo Messale puro romano-lionese, detto di Marquemont (1620) in uso fino al 1737, contiene alcune aggiunte al testo gregoriano degli antichi sacramentari, ma nessuna trasformazione. Il Messale di Rochebonne (1737) rompe la tradizione: orazioni, prose, epistole e Vangeli, tutti vengono modificati, il numero degli officianti come delle processioni diminuisce. La rottura della tradizione si compie nello spirito del ritorno all'antichità e del neo-gallicanismo per il Messale di Montazet (1768), introdotto ed accettato dal Capitolo di L. soltanto per le minacce del Parlamento; non era più l'antico Messale lionese, ma il Messale parigino nello spirito delle nuove idee gallicane, o gianseniste. Al Messale seguivano breviari e rituali conformi. Questo Messale di Montazet fu ritenuto anche dopo l'Impero (1823 e 1825), ma sotto Bonald (1841-44) si ritornò al Messale di Marquemont del 1620. Nel 1866 si introdusse il Messale e il Breviario romano con l'aggiunta di un Proprio lionese e nel 1902 fu fatta una nuova edizione con altra aggiunta di feste e riti particolari. Le antiche stazioni e gli antichi Vespri pasquali lionesi furono aboliti nel 1914.
Il rito della Messa risale almeno al sec. X. Il Messale del 1737 cambiò l'imposizione dell'amitto (sopra il camice); fino al sec. XVIII il manipolo s'assumeva dopo la pianeta, dopo questo tempo si seguono le rubriche romane. Il «Confiteor» fino al Messale di Rochebonne (1737) aveva una formola più breve come quella del rito dei Certosini o Domenicani. Nell'ascendere all'altare si diceva prima l'apologia «Deus qui non mortem», poi «Conscientias». Al bacio del Vangelo, il sacerdote recita «Credo et confiteor», nelle Messe cantate. All'Offertorio, si prega con le mani stese sull'Ostia «Dixit Jesus... Ego sum» (Jo. 6, 51-52; sec. xvi). Poi il sacerdote prende il calice dicendo «Quid retribuum» (Ps. 115, 3, 4), vi versa vino ed
acqua con la preghiera «De latere», offre insieme il calice con l'Ostia sulla patena con l'«Hane oblationem» ed «In spiritu humilitatis». Per il Natale tre prefazi, per l'Epifania, il giorno di Pasqua, l'Ascensione e la Pentecoste uno solo; altrettanto per la Madonna, gli Apostoli, la Quaresima, de communi. All'«Unde et memores», il sacerdote estende le braccia in forma della croce. L'elevazione del calice e dell'Ostia si fa alle parole «Fiat voluntas tua sicut in caelo»; all'«et in terra» si posano sull'altare. Il «Libera» si dice a voce alta, nelle Messe cantate si canta. Non vi sono preghiere speciali alla sunzione del corpo e del calice, che quelle «Domine sancte Pater... nisi tu» e «Domine Christe... separari».
Alla Messa cantata sorprende il gran numero degli officianti, di ogni ordine (sacerdoti, diaconi, suddiaconi), almeno tre. All'inizio si bacia il Vangelo, che si trova sull'altare o che vien portato processionalmente dal suddiacono (Ord. Rom., 1, 8). L'incensazione dell'altare non si prova prima del sec. XII. Il celebrante sta seduto mentre legge l'Epistola, il Graduale e il Vangelo. Prima dell'Offertorio si lavano le mani. All'antifona dell'Offertorio seguivano parecchi versetti. Si adopera un grande corporale. Dopo l'incensazione segue una nuova lavanda delle mani. All'Elevazione, i canonici stanno inchinati, non in ginocchio. Dopo il primo «Agnus Dei» vien cantata l'antifona «Venite populi», forse un antico canto alla frazione del pane prima dell'introduzione dell'«Agnus Dei». Durante tutto il tempo dal «Sanctus» fino alla Comunione, due turiferari incensano l'altare, poi i dignitari ed il coro. Dopo il «Placeat» senza benedizione, il sacerdote con i ministri lascia l'altare, e fa ritorno alla sagrestia recitando il Vangelo di s. Giovanni; se c'è un Vangelo finale speciale, si recita nella sarrestia. Il celebrante ed i ministri portano la mitra, non come segno di distinzione, ma come parte delle vesti liturgiche. Il suddiacono tiene la patena durante il canone, non con un velo, ma con il manipolo. Nei giorni feriali della Quaresima, due capitolari portano il pane ed il vino al celebrante. Alla Messa pontificale l'ingresso è molto solenne: precedono 7 accoliti con candele, 7 suddiaconi (uno mitrato con la croce), 7 diaconi (l'arcidiacono mitrato con il pastorale del vescovo), 6 sacerdoti (il settimo è il celebrante stesso); il vescovo, con i suoi assistenti in cappa, indossa un lungo grembiare. Gli assistenti recitano tutto insieme al celebrante, escluse le parole della consacrazione, le quali si recitano il Giovedì Santo (unica concelebrazione). Il calice si prepara, fra l'Epistola e il Vangelo, ad un altare diverso dall'altare maggiore (quello dell'amministrazione). All'Offertorio, i sacerdoti assistenti offrono piccole ostie e tutti gli assistenti fanno la Comunione. Al «Libera» segue la solenne tripartita benedizione pontificale. Dopo la Comunione dell'assistenza le sacre specie restanti vengono trasportate dal decano alla cappella del Sacramento. Non c'è più una benedizione pontificale finale, perché c'è stata già al «Libera».
Nell'Ufficio c'è da osservare, fino al sec. XVIII, la mancanza degli inni, come nell'antico Ufficio romano, eccetto quello di Compieta. Un'altra particolarità è che i canonici recitavano a memoria tutto l'Ufficio. L'organo si usa soltanto dal 1841. L'amministrazione del Battesimo si faceva con l'immersione, ancora nel sec. xvi. Nell'Estrema Unzione si usano 12 unzioni.
V. ISTITUZIONI CULTURALI
Al tempo del suo splendore (sec. II) a L. anche le scuole erano fiorenti. Nel medioevo furono restaurate dai grandi vescovi Leidrado (cf. J. Pourrat, L'antique Ecole de Leidrade, Lione 1899), che si giovò anche dell'opera di Amalario e Agobardo. L. è stato il primo centro francese per tipografie celebri per le edizioni di opere bibliche, patristiche, teologiche e giuridiche. Per la preziosità delle sue biblioteche, cf. H. Leclercq, Lyon, in DACL, X, 1, coll. 350-89. Unvasto complesso di istituti culturali ancor oggi accresce il prestigio della città.
1. L'antico Studio
L'esistenza di uno Studium o Università a L. nel medioevo ha dato luogo a difficoltà e discussioni. È certo che vi sono state scuole, soprattutto di diritto; ma occorre chiarire vari punti.Quando Innocenzo IV si recò a L. per il XIII Concilio ecumenico (1245), vi fondò lo Studium generale della Curia, che avrebbe dovuto seguire ovunque la Corte pontificia. La bolla Cum de diversis mundi partibus (Potthast, 15128), nel suo testo integrale prova che Innocenzo IV creò lo Studio « tam in theologiae facultate quam in utroque iure, canonico et civili » (cf. E. A. Friedberg, Corpus Iuris Canon., II, Lipsia 1881, 1083 sg.): ciò è confermato dalla Vita del Pontefice, scritta dal suo confessore Niccolò da Calvi (cap. 16: RIS, III, 1, p. 5928).

vescovo e il Capitolo a proposito della licentia docendi o autorizzazione da darsi ai dottori che dovevano insegnare. L'accordo, per cui l'arcivescovo concedeva la « licenza », mentre i doctores regentes venivano scelti d'accordo fra le due parti, fu ratificato da Niccolò IV con la bolla del 23 marzo 1292. Le nuove questioni, sorte in seguito, furono regolate dalle lettere di Filippo IV del 6 maggio 1328, data l'annexione della città al Regno di Francia. Da allora non si ha più accenno alla Scuola.
2. L'Università cattolica
Grazie alle legge del 12 luglio 1875, che riconosceva la libertà dell'insegnamento superiore in Francia, fu istituita a L. una Facoltà libera di diritto, inaugurata il 22 nov. 1875. Era l'inizio dell'Università cattolica, che a tutt'oggi ha conservato il nome di Facultés catholiques de Lyon. Conta sei Facoltà, istituite in progresso di tempo; tre di studi civili, diritto (1875), lettere (1877) e scienza (1877), e tre di studi ecclesiastici, teologia (1878 [erezione canonica, 16 apr. 1886]): diritto canonico (1935) e filosofia (1935); inoltre vari istituti specializzati: diritto commerciale (1919), chimica industriale (1919), sociale (1944), linguistica (1945), pedagogia (1947). Nel 1949 è stato affiliato all'Università cattolica l'istituto S. Gregorio Magno, scuola superiore di musica sacra, che nel 1950 aveva 6000 alunni. La Facoltà di medicina, non ancora eretta, è rappresentata per ora dall'ospedale S. Giuseppe, aperto dall'Università il 15 nov. 1894 (cf. l'epist. Quo magis di Leone XIII, 30 ott. 1894: Leonis XIII Acta, XIV, Roma 1895, pp. 345-346). La nuova grandiosa sede dell'Università, costruita durante la guerra, è stata inaugurata nel 1945.La « regione universitaria » di L. (sud-est della Francia) comprende le 5 metropoli di L., Avignone, Aix, Chambéry, Algeri; inoltre le diocesi di Marsiglia, Belley, Moulins e Cartagine: un complesso di 28 diocesi, con una popolazione di ca. 10 milioni di ab. L'insieme dei vescovi costituisce il Consiglio episcopale generale, che si aduna una volta l'anno. A garantire e gestire la proprietà dell'Università cattolica è stata costituita, il 30 apr. 1877, la Société civile.
Gli statuti delle Facoltà di studi ecclesiastici, conformati alla cost. apost. Deus scientiarum Dominus, sono stati approvati con decreto della S. Congregazione dei Seminari e delle Università degli studi, del 22 febbr. 1935. Gran cancelliere dell'Università è sempre il cardinale arcivescovo di L., celesti patroni della medesima s. Tommaso d'Aquino e s. Ireneo.
3. La Faculté de théologie
Va inoltre ricordata, a Lione, la Faculté de théologie di Fourvière, riservata agli alunni della Compagnia di Gesù: fiorente istituzione, universalmente nota per rinnovati studi di teologia dogmatica e positiva. - Vedi tav. XCIV.LIPARI, DIOCESI di - Panorama di Valistrieri.
(Int. Edit)
catholiques de Lyon: Rentrée solennelle et fêtes de cinquantennaire (4 nov. 1925), Lione 1926; Annuaire général des universités catholiques, a cura di A. Gemelli e J. Schrijnen, Nimega 1927, pp. 163-76. Igino Cecchetti