TARQUINIA (già CORNETO TARQUINIA) e CIVITAVECCHIA, DIOCESI di - Diocesi e cittadine, la prima in provincia di Viterbo, la seconda in provincia di Roma. La diocesi ha una superficie di oltre 595 kmq. con una popolazione di 67.649 ab. dei quali 66.949 cattolici, distribuiti in 14 parrocchie, servite da 23 sacerdoti diocesani e 29 regolari, un seminario, 8 comunità religiose maschili e 16 femminili (Ann. Pont. 1952, p. 395).
I. TARQUINIA
Antica città etrusca in provincia di Viterbo, sopra un colle situato sulla sinistra del fiume Marta. Lottò contro Roma tra il 358-351 a. C. ma inutilmente. Divenne municipio e fu fiorente nel periodo degli Antonini. Lasciò l'antica sede sul colle piano, per trasferirsi, perduto l'antico splendore, su un altro pianoro, assumendo la denominazione di Corneto; divenne poi Comune ed estese il suo territorio verso il Tirreno. Fu invano assediata da Federico II e si difese dietro le sue mura e le sue 25 torri; nel sec. XV passò in signoria ai Vitelleschi, specie sotto il card. Giovanni. Lo splendore di questa famiglia è attestato dal sontuoso Palazzo eretto nel 1436, oggi sede del Museo. I vescovi di T. sono ricordati nei Sinodi romani degli anni 465, 487, 499; mentre nel Sinodo del 504 appare il vescovo di Gravisca. Nell'anno 852 T. era ridotta a pieve e incorporata nella diocesi di Tuscania. Eugenio IV il 5 dic. 1435 smembrò dalla diocesi di Viterbo e Tuscania il territorio di Corneto, erigendo a cattedrale la chiesa di S. Maria e Margherita, e lo unì a quella di Monte Fiasconce. Il papa Pio IX unì Civitavecchia a T. il 23 luglio 1854; è immediatamente soggetta alla S. Sede. Nelle terme romane furono scoperte nel 1829 iscrizioni attestanti che esse furono erette dai Dasumii Tullii nel sec. II d. C. In Roma nel cimitero di Callisto fu sepolta nel sec. III una Dasumia Quiriae (G. B. De Rossi, Roma sotterranea, II, Roma 1870, p. 185 sgg.); un Dasumio Tullio ebbe il suo monumento sulla Via Appia «ad mil (iarum) prim (um)». Tra le iscrizioni cristiane rinvenute in T. si ricorda un defunto nell'anno 419. Tra
le tombe di T. si rinvennero lampade fittili cristiane; nella facciata della chiesa di S. Giovanni è murato un frammento di sarcofago cristiano con orante e scene pastorali.
Della chiesa di S. Maria in Castello fu posta la prima pietra nel 1221; nel 1143 furono adornate le porte e compiuti i lavori, come viene documentato dalla iscrizione musiva dell'architrave della porta; preposti ai lavori a nome del popolo di T. furono il priore Panvinio e il presbitero Giorgio; la città allora si chiamava Corneto. Sulla porta è pure ricordato il marmorario Pietro figlio di Ranuccio. Nel 1168, al tempo del priore Orso, sopra l'altare venne eretto il ciborio opera dei due fratelli Ottone e Guittone. La chiesa fu consacrata solennemente nel 1208. Giovanni di Guittone è l'autore dell'ambone del Vangelo (1209). L'interno, che rivela influssi lombardi, è a tre navi sorrette da pilastri e archi con cupola ellittica rovinata dal terremoto del 1819. La chiesa ebbe anche un fonte battesimale, mediante atto di Onorio III del 13 apr. 1221. Nel pavimento furono poste molte epigrafi, una appartenente ad una bambina di nome Cleopatra, un'altra fu posta da un Fl. Maximianus ad una Aelia Silvina, ma esse furono portate insieme con molte altre dai marmorari romani dei secc. XII-XIII, mentre G. B. De Rossi ritiene appartenente a T. l'epigrafe di un «Euticius confessor depositus II Kal. septembris in pace» (Bull. arch. crist., 2ª serie, 5 [1874], tav. 6).
All'epoca di Albino e di Cencio Camerario fu soggetta al vescovo di Tuscania (Liber censuum, ed. P. Fabre-L. Duchesne, I, Parigi 1858, p. 56; II, ivi 1905, p. 110) e sono indicate le chiese di S. Nicola in Corneto, di S. Giovanni de Insula presso Corneto; in un rescritto di Celestino III del 23 maggio 1196 è ricordata la chiesa di S. Fortunata alle dipendenze dell'abbazia di S. Salvatore sul Monte Amiata (Jaffé-Wattenbach, n. 17389). Rivela pure influssi lombardi la chiesa di S. Giacomo Apostolo, a navata unica; quella di S. Pancrazio è del sec. XIII; la S. Anna nunziata, oggi orfanotrofio, è di tipo cluniacense; del sec. XIII sono pure S. Martino, S. Giovanni Gerosolimitano e S. Salvatore; S. Francesco fu rifatta dopo l'incendio del 1642. Notevole fu nel territorio l'abbazia di S. Maria de Minione (del Mignone) di cui si ha notizia per la prima volta in un privilegio dell'imperatore Ludovico II che nell'857 la concesse al monastero di Farfa, al quale però fu contesa nel sec. X dai monaci dei SS. Cosma e Damiano in mica Aurea in Roma (P. Fedele, Carte del monastero dei SS. Cosma e Damiano in Mica Aurea, in Arch. della Soc. rom. st. patria, 21 [1898], p. 476 sgg.). Restano poi i ruderi del castello della contessa Matilde di Canossa. Di recente la cittadina ha riassunto la denominazione di T. di grande importanza è la necropoli etrusca con tombe a tumulo, e le più antiche (secc. VII-VI a. C.) a camera