CORNELIO, PAPA. - Il Lib. Pont. (I, p. 150), nella sua biografia lo dice «nazione Romanus»; G. B. De Rossi lo ritenne più parente che cliente
della «gens Cornelia». Egli era prete quando venne eletto quale successore di Fabiano, dopo ca. 14 mesi di sede vacante, al principio di marzo dell'a. 251, mentre l'imperatore Decio aveva lasciato Roma per combattere i Goti. Appena eletto C. inviò lettere all'episcopato partecipando la sua nomina e Cipriano la notificò alla comunità di Cartagine (Ep. 45, 2). Il prete Novaziano che durante la sede vacante a nome del clero romano aveva scritto a s. Cipriano (Ep. 30 nella collezione cipriane) e aveva dichiarato di non aspirare alla successione di Fabiano, appena vide assiso «intrepido» C. nella cattedra episcopale (Cypriani Ep. 55, 9) si fece eleggere vescovo da tre vescovi e tale comparve all'improvviso in marzo alla comunità di Roma, come se una catapulta – scrisse C. stesso al vescovo Fabio di Antiochia – «l'avesse scagliato in mezzo a noi» (Eusebio, Hist. eccl., VI, 43, 7).
C. convocò a Roma nell'autunno 251 un Concilio, al quale parteciparono sessanta vescovi e un gran numero di preti e diaconi (Eusebio, Hist. eccl., VI, 43, 2); in esso si confermarono le decisioni del Sinodo di Cartagine relative ai «lapsi» e si scomunicarono Novaziano e i suoi partigiani.
Eusebio riporta una parte della lettera inviata da C. al vescovo Fabio di Antiochia per comunicargli le deliberazioni del concilio; in essa viene per la prima volta elencata la composizione del clero della comunità di Roma; essa constava di quarantasei sacerdoti e di sette diaconi e sette suddiaconi, oltre al clero minore che comprendeva 42 accoliti e 52 fra esorcisti, lettori e ostinati (Eusebio, Hist. eccl., VI, 43, 11). Le spontanee offerte dei fedeli permettevano di sostenere giornalmente 500 tra vedove e bisognosi. Nel giugno dell'a. 252 l'imperatore Gallo scatenò all'improvviso la persecuzione comminando ai vescovi l'esilio, come viene attestato dal vescovo Dionigi d'Alessandria (Eusebio, Hist. eccl., VII, 1) e da s. Cipriano (Ep. 60, 2) dal quale si apprende che C. fu arrestato, ma appena tale notizia si propagò nella comunità di Roma molti fedeli accorsero e volsero accompagnato fino al tribunale, unendosi alla sua confessione, sì che il Papa ebbe «multos gloriae comites» e fu «dux confessionis fratribus» (Cipriano, Ep. 60, 2).
C. venne condannato all'esilio in Civitavecchia, dove nel giugno dell'anno seguente 253 «cum gloriae dormitionem accepit» (Catalogo liberiano). Le sue spoglie vennero traslate in Roma certamente dopo il 258 e deposte nella parte del cimitero di Callisto più vicina alla via Appia, in una regione approfondita, dentro una grande nicchia quadrangolare internamente intonacata, chiusa all'esterno in gran parte da un muro e per il resto da una lastra marmorea sulla quale fu inciso in un primo momento soltanto il nome e la sua dignità CORNELIUS EP (ISCORUS), quindi vi si aggiunse a destra il titolo glorioso di MARTYR. È questa l'unica iscrizione in latino dei papi dei primi secoli.
Anche s. Cipriano chiama C. «beatum martyrem» (Ep. 61, 3): egli è il «sacerdos pacificus et iustus et martyrio quoque dignatione Domini honoratus» (Ep. 67, 6; 69, 3).
L'anonimo autore africano del trattato Ad Novatianum mette in rilievo l'esempio da lui dato «boni pastoris».
La Chiesa di Roma celebrò non la data della sua morte e temporanea deposizione in Centumcellae, ma quella della sua definitiva deposizione in Callisto; essa coincide «codem die, sed non eodem anno» (Gerolamo, De viris illustribus, 67) con la commemorazione del vescovo di Cartagine s. Cipriano, celebrata a Roma già nella prima metà del sec. IV in Callisto (Depositio Martyrum). Nel Martirologio geronimiano, sotto la data del 14 sett. si legge: «XVIII Kalendas octobres Romae via Appia in cimiterio Calesti Corneli episcopi» (cod. di Berna).
Il sepolcro di s. C. venne poi abbellito dal papa Damaso (366-84), con un carme in lettere filocaliane, di cui le sillogi non hanno tramandato il testo; di esso G. B. De Rossi rinvenne a. la metà destra quando scoprì il sepolcro del Papa nel 1854. Al disotto della tomba stessa stava una seconda iscrizione assai mutilata, che lo stesso De Rossi attribuì al papa Siricio (384-99). Più tardi le pareti adiacenti vennero decorate con le pitture dei santi C., Cipriano, Sisto II e Ottato vescovo. Il Wilpert le ha datate al tempo di Giovanni III (561-74). Sulle pareti dipinte e sulla stessa lastra sepolcrale del Papa, della quale il De Rossi riconobbe un frammento fin dal 1849 nel sopraterra, i pellegrini dei secc. VII-IX scrissero i loro nomi; davanti al sepolcro ardevano allora le lampade. Fra le iscrizioni rinvenute presso la cripta si ricordano una lastra di marmo contenente l'iscrizione di un MAEMIOCE II P (πεσεβότερος) che è forse il presbitero Massimo confessore contemporaneo del Papa e quella di un tale Serpentius che acquistò il sepolcro dal fossoere Quinto «ad sanctum Cornelium».