NAPOLI, ARCIDIOCESI DI

NAPOLI, ARCIDIOCESI di. - Città e arcidiocesi della Campania.

Ha una superficie di kmq. 128.641 con una popolazione di 1.250.000 ab., dei quali 1.220.000 cattolici distribuiti in 152 parrocchie urbane e 85 extraurbane. Conta 804 sacerdoti diocesani e 710 regolari; ha 2 seminari, 102 comunità religiose maschili e 170 femminili.

Recenti ritrovamenti consentono di risalire più indietro, riguardo all'età e alla madre patria a cui si solleva attribuire l'origine della città, che erano rispettivamente il sec. VIII e i Calcidesi di Cuma. L'esistenza di un centro abitato è ormai attestata per l'età eneolitica. Città greca, poi, nella lingua e nelle istituzioni, e indipendente, non poté a lungo mantenersi estranea all'invasione romana, e nel 327 fu tratta all'alleanza con Roma. Divenuta prima municipio romano, ebbe da Caracalla (211-17) la conferma almeno del titolo di colonia, ammesso che ad erigerla in colonia sia stato Marco Aurelio (161-80). Passata dal dominio di Odoacre a quello

dei Goti, espugnata da Belisario nel 536, riconquistata da Totila nel 542, N. nel 553 ridiventava parte dell'Impero bizantino. Negli anni 581, 592 e 599 sostenne, vittoriosa, tre assedi longobardi, e nella seconda metà del sec. VII si governava a ducato, prima strettamente dipendente da Costantinopoli, poi autonoma nella seconda metà del sec. VIII. Il Ducato napoletano finì nel 1137. Nel 1139 passava ai Normanni; nel 1194 agli Svevi; nel 1266 agli Angioini; nel 1442 agli Aragonesi; nel 1503 cadeva sotto il dominio della Spagna, che degradava N. da capitale di un regno indipendente a capoluogo di un vicerame. Dopo due secoli, nel 1734 ridiventava capitale di una monarchia autonoma, con re Carlo III di Borbone. Tranne le due brevi parentesi del 1799-1806 e 1806-15, in cui N. fu prima Repubblica partenopea e poi Regno francese, N. rimase sotto i Borboni sino all'ott. 1860, quando passò a far parte del Regno d'Italia.

I. LA CHIESA DI N

Le fonti più importanti per la storia della Chiesa napoletana, dalle origini al sec. X, sono il Liber Pontificalis e le catacombe. Il Liber Pontificalis, già noto come Chronicon o Gesta episcoporum Neapolitanorum, o di Giovanni Diacono, si conserva nel mutilo cod. Vat. lat. 5007. I primi 100 fogli sono in caratteri unciali della metà del sec. IX; i ff. 101-30 in longobardo-beneventano dei primi del sec. X. Dal punto di vista del contenuto si può dividerlo in 4 parti: 1) un catalogo dei papi che giungeva sino a Milziade (m. nel 314), ma ora si arresta al papa Clemente; 2) il catalogo dei vescovi napoletani, dal 1º, Aspreno, al 39º, Calvo (m. nel 762), mutilo di alcuni fogli; 3) il catalogo dei vescovi dal 40º, Paolo II, al 45º, Atanasio I (m. nell'872); 4) l'inizio della biografia del 46º, Atanasio II (m. nell'898); gli ultimi fogli sono

perduti. Di queste quattro parti, le prime due (ff. 1-100) sono di un anonimo; le altre due appartengono la prima (Paolo II-Atanasio I) a Giovanni Diacono, la seconda (Atanasio II) a Pietro Suddiacono, due scrittori coevi, dell'inizio del sec. X. Del cod. Vat. lat. 5007 si ha un breve compendio nel cod. Laurenziano 604, della prima metà del sec. X, noto come Catalogo Bianchiniano, da Francesco Bianchini, suo editore; termina con la indicazione della durata dell'episcopato di Stefano III, successore di Atanasio II.

II. ORIGINI DEL CRISTIANESIMO

Fonti agiografiche non anteriori al sec. IX attribuiscono la fondazione della Chiesa di N. a S. Pietro che, venendo da Antiochia a Roma, si sarebbe fermato a N., dove avrebbe battezzato e consacrato il vescovo Aspreno o Asprenate. Il carattere tardo e leggendario della Vita s. Aspreni non permette di fare alcun conto della pretesa fondazione della Chiesa di N. da parte di S. Pietro; né luce maggiore viene dal Liber Pontificalis, che dà Aspreno come primo vescovo, ma non dice quando egli visse, e registra il vescovo Massimo, morto tra il 355 e il 362, come 10º vescovo della serie; se ciò fosse vero, Aspreno non sarebbe più antico degli inizi del sec. III o tutt'al più della fine del II, perché la durata di dieci episcopati consecutivi non può raggiungere i 300 anni. Ma nulla assolutamente c'è, d'altra parte, che obblighi a ritenere integra la lista del Liber Pontificalis. Che al contrario sia lacunosa, lo dimostra un duplice ordine di considerazioni: la prima che le origini della Chiesa napoletana non possono assegnarsi ad età posteriore alla fine del I sec.; la seconda che, dal sec. I alla metà del IV, Roma ebbe 35 vescovi, Antiochia 27, Alessandria 20. I più antichi dipinti cristiani della catacomba di S. Gennaro dei Poveri, con le scene di Adamo ed Eva e della costruzione di una torre ispirata dal Pastore di Erma, non sono più tardi degli inizi del sec. III; ma questi dipinti postulano una comunità cristiana in fase di sviluppo e si trovano in una

parte della catacomba che non ha più i caratteri di un ipogeo gentilizio, ma di cimitero di una comunità che doveva avere almeno già parecchi decenni di vita. Inoltre il nome del primo vescovo, Asprenas, di schietta impronta romana, frequente nel I sec., comincia a farsi raro alla fine del I e agli inizi del II sec. Né è ammissibile che il cristianesimo, già saldamente stabilito a Pozzuoli nel 61, abbia tardato oltre un secolo ad affermarsi nella vicina N. in frequenti rapporti non solo con Pozzuoli, ma con l'Oriente. Che la Chiesa di N. al sec. IV fosse già fiorente, lo lascia intendere il Liber Pontificalis romano in cui si legge che Costantino, sotto papa Silvestro (314-35), fece costruire in N. una basilica a cui offri preziosi donativi. La maggiore parte delle basiliche fatte costruire da Costantino sorsero in Roma e nelle Chiese suburbicarie, mentre di tutta l'Italia meridionale solo N. e Capua furono dotate da Costantino di una basilica. Capua era allora la capitale della Campania; la Chiesa di N., dunque, doveva avere un'importanza non minore di Capua già illustre anche per i suoi martiri.

III. I MARTIRI

Martiri indigeni N. non ne ha. S. Gennaro (v.), patrono principale della città, l'eponimo della maggiore tra le catacombe, ivi trasportato e venerato, è beneventano. Degli altri martiri venerati nell'antica Chiesa napoletana, Sosso è di Miseno; Eutiche, Proculo ed Acuzio di Pozzuoli; Festo di Benevento, Fortunata di Literno; tralasciando martiri il cui culto compare tardi a N., come Restituta, probabilmente africana localizzata a Lacco Ameno (Ischia), Castrese di Volturno, Giuliana di Cuma, Massimo di Cuma o di Compas, Potito dell'Apulia; e i martiri Gervasio e Protasio, d'influsso ambrosiano. I martiri campani Festo, Desiderio, Proculo, Eutiche ed Acuzio, morti in luoghi e date diverse, divennero tra il VI e il VII sec. Gennaro (v.).

Sino al 1936, si distingueva nettamente il martire Gennaro, vescovo di Benevento, morto nella persecuzione di Diocleziano nel 305, da un secondo Gennaro, pure vescovo di Benevento, che partecipò al Concilio di Sardica del 343. Nel 1936 si avanzò l'ipotesi, non esente da difficoltà e non ancora del tutto accolta, che il Gennaro della Passio, cioè della persecuzione diocleziana, sia un personaggio leggendario; lo storico sarebbe quello presente nel 343 al Concilio di Sardica, del quale, però, non si sa altro. Per spiegare poi come egli sin dagli inizi del sec. V sia stato proclamato martire, si è supposto che, morto l'imperatore Costante nel 350, Gennaro sarebbe stato esiliato dall'imperatore Costanzo, fautore dell'indirizzo teologico contrario a quello di Costante, e quindi o sarebbe morto in esilio per maltrattamenti o di morte violenta. Ciò è verosimile, ma non certo. È sicuro invece che, al secondo o terzo decennio del sec. V, N. venerava un martire Gennaro da poco ivi trasportato. Tale traslazione in data 13 apr. è attestata dal Liber Pontificalis, dal Calendario marmoreo, del Martirologio geronimiano. S. Gennaro è un martyr inventus, come molti altri, ritrovati in Oriente e in Occidente alla fine del sec. IV e agli inizi del V. Come altrove, un vescovo, Giovanni I (414-32), ritrovò s. Gennaro, lo trasportò a N. e lo depose nella catacomba che da lui prese poi il nome.

Nel 1137, in una costituzione liturgica dell'arcivescovo di N., Giovanni Orsini, è minutamente descritto il rito della solennità di S. Gennaro nel mese di maggio; ma, mentre vi si ricorda la processione del capo beatissimi Ianuarii, non si fa alcun accenno al sangue del martire e alla processione, sia al mattino che alla sera. La prima notizia del sangue di s. Gennaro e della sua liquefazione è del 1389.

In stretta relazione con N. è un martire pochissimo conosciuto, ma degno della più grande considerazione, Rufinino. Ne parla il Libellus precum diretto nel 383-84 dai preti Faustino e Marcellino agli imperatori Valentiniano II, Teodosio e Arcadio. Tra il 355 e il 350 Epitteto, vescovo di «Centumcellae», sfogò il suo furore ariano contro Rufinino, costringendolo a correre davanti al suo carro, provocandogli così la rottura delle arteriepolmonari e sbocchi di sangue. Il sangue di Rufinino si conservava a N., e gli essessi ne sperimentavano il potere prodigioso. La testimonianza è importante per il culto delle reliquie

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NAPOLI, ARCIDIOCESI di - Gesù dà la legge; e simbolo dell'evangelista Matteo. Mussico del Battistero (secc. IV-V) - Napoli, chiesa di S. Restituta.
di sangue. Il fatto che nel Libellus precum si parli di Rufinino subito dopo Massimo vescovo di N., dove si conservava il sangue di Rufinino, autorizza a pensare che N. o le sue vicinanze siano state teatro della ferocia di Epitteto e che in N. Rufinino abbia versato il suo sangue.

IV. SERIE EPISCOPALE

La serie dei vescovi di N. si suddivide in 4 periodi; I: dalle origini alla erezione della Chiesa di N. a sede metropolitana; II: dalla erezione in arcivescovado allo scisma di Avignone; III: il periodo dello scisma; IV: dalla fine di detto scisma ai tempi odierni. Per il periodo dalle origini alla metà del sec. IV, il Liber Pont. tramanda 10 nomi di vescovi: Aspren(as), Epitimitus, Maro, Probus, Paulus, Agrippinus, Eustathius, Ephebus, Fortunatus, Maximus. Il nome di un Fortunato ricorre nell'indirizzo della lettera dei vescovi orientali convenuti a Sardica nel 343; e, se la ricostruzione fatta del testo alterato conservato dalla tradizione manoscritta dei Frammenti di s. Ilario fosse sicura, Fortunato sarebbe stato vescovo di N. Senonché l'indirizzo originario di quella lettera conteneva solo i nomi dei vescovi; quelli delle sedi sono un'aggiunta, opera di un falsario, il quale identifica il Sympheron ivi nominato con il Sympherius vescovo di Salona alla fine del sec. IV. Non si può dunque con certezza identificare, come finora si è fatto, il Fortunato dell'enciclica di Sardica con l'omonimo vescovo di N., perciò non si può essere senz'altro certi che esso sedesse a N. nel 343. Più sicuro è invece un altro riferimento cronologico, circa Massimo, successore di Fortunato, 10° nella serie del Liber Pontificalis, fornito dal citato Libellus precum, in cui si legge che Massimo, per la sua fermezza nella fede, fu tormentato e esiliato da Costanzo, e in esilio martyr in Domini pace requiesit. Massimo fu esiliato contemporaneamente a Dionisio di Milano, Eusebio di Vercelli, Lucifero di Cagliari, Ilario di Poitiers, Rodanio di Tolosa, quindi tra il 355 e il 356. Dall'esilio i vescovi furono poi richiamati da Giuliano l'apostata nel febbr. 362. Perciò per l'episcopato di Massimo si hanno due date certe, il 355 e il febbr. 362, terminus ante quem della morte. Il 14° della serie, Giovanni I, morì il Sabato Santo, 2 apr. del 432. Il 15°, Nostriano, fiancheggiò energicamente papa

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NAPOLI, ARCIDIODESI di - S. Sosso al lato della Croce gemmata. Affresco (secc. v-vi) - Napoli, catacombe di S. Gaudioso.
(da Atti del III Congresso hetero. d'arch. cristiana, Roma 1861, p. 631)
Leone, nel 444, nella lotta contro manichei e pelagiani. Già prima, nel 439, erano arrivati in Campania ecclesiastici espulsi dall'Africa da Genserico, con a capo Quodvultdeus, vescovo di Cartagine. Il 18°, Sotero, partecipò al Concilio romano del 465. Il 19°, Vittore, era vescovo, quando giunse a N. il corpo di s. Severino (m. nel 482), apostolo del Norico e deposto nel « Castellum Lucullanum », l'odierna altura di Pizzofalcone, cenobio famoso per l'abate Eugippio, il suo scriptorium e la sua biblioteca. Il 20°, Stefano, partecipò ai Sinodi romani del 499 e 501, sotto papa Simmaco. Il 22°, Giovanni il Mediocre (ca. 537-557), è molto probabilmente l'autore di una serie di omelie sui Salmi, una delle quali sul salmo 22, intimamente connesso con il simbolismo e con la liturgia battesimale. N., a quanto si sappia finora, è l'unica Chiesa antica che alla traditio del Pater e a quella del Simbolo, nella preparazione dei catecumeni al Battesimo, aggiungeva, nella terza domenica di Quaresima, la traditio psalmorum. Il 24° vescovo, Reduce, era vivo il 13 dic. 581, quando i Longobardi assediarono N. Egli donò alla biblioteca dell'Episcopio un codice degli Excerpta, le opere di s. Agostino, scritti dell'abate Eugippio. Il 32°, Leonzio, partecipò al Sinodo lateranense del 649. Il 34°, Agnello, figura tra i sottoscrittori del documento di papa Agatone nel 680, per il 6° Concilio ecumenico. All'episcopato di Agnello (ca. 674-95) appartiene diaconia (v.) napoletana, istituita sotto il titolo di S. Gennaro. Il 37°, Sergio (718-47), favorì prima di essere vescovo, nel 717, la politica e gli interessi di papa Gregorio II, dando tutto il suo appoggio al Duca di N. partente per ritogliere Cuma ai Longobardi. Ma, divenuto vescovo, ebbe la debolezza di accettare la dignità arcivescovile del patriarca di Costantinopoli. Il Papa lo richiamò e Sergio si sottomise. Il 40°, Paolo II (762-67) sperimentò gli effetti in N. delle ripercussioni della lotta iconoclasta. Eletto e consacrato dal papa Paolo I, per ca. 2 anni non poté risiedere in N. e si stabilì presso la catacomba di S. Gennaro. Il 41°, Stefano II (767-800), fu tenuto in particolare considerazione dagli imperatori bizantini Irene e Costantino, che nel 785 espressero il desiderio di averlo a Costantinopoli, per il Concilio ecumenico che si preparava contro l'iconoclastia. Il 45°, Atanasio I (v.), fu chiamato dal papa Niccolò I al Concilio romano dell'860 contro l'arcivescovo

di Ravenna, Giovanni VIII. Il vescovo di N. sedeva al terzo posto dopo il Papa. Durante i suoi due successori, Atanasio II (876-98) e Stefano III (898-907), fiorirono a N. Ausilio e Vulgario, difensori di papa Formoso (891-896), noti per i loro scritti e l'influenza letteraria che esercitarono nella città.

N. non era ancora arcivescovado nel 966, ma nel 990 Sergio era già chiamato arcivescovo. È molto probabile che ciò non sia avvenuto molto tempo dopo l'identica elevazione di Capua (966) e Benevento (969). Ma la Chiesa di N., fino a quando non divenne capitale di un vasto regno, subì, in angustie territoriali, le stesse sorti del Ducato, soffocata e spesso mortificata dai Principati di Capua e di Benevento. Del resto, in tutta l'Italia meridionale la provincia ecclesiastica si modellò sulla provincia civile. Il Liber censuum della Chiesa romana indica come suffraganea di N., Aversa, Nola, Pozzuoli, Cuma, Ischia. Nel 1121 Pozzuoli è suffraganea di Capua; Nola, nel 1143 di Salerno, e soltanto nel 1179 è chiaramente designata come suffraganea di N.; Aversa fu dapprima contesa tra N. e Capua, poi da Calliato II, nel 1120, fu dichiarata soggetta a Roma; Albino e Cenciò, Innocenzo III nel 1198 e Onorio III nel 1225 la riconobbero suffraganea di N. Nel 1179 anche Acerra era suffraganea di N. Nel 1207 la Chiesa di Cuma fu unita a quella di N., il territorio passò in parte maggiore a Pozzuoli, e in parte minore ad Aversa. Degli arcivescovi, dei secc. XI e XII, vanno ricordati Giovanni II (1071) e Marino che ebbe gran parte nella instaurazione della monarchia normanna. Menzione speciale merita il b. Giacomo da Viterbo (m. ca. il 1308).

V. PERIODO DELLO SCISMA D'OCCIDENTE

Ripercussioni più gravi ebbero gli avvenimenti di storia civile sulla Chiesa napoletana, durante lo scisma d'Occidente. Soggetta a Giovanna I d'Angiò, quando scoppiò lo scisma nel 1378, passata poi sotto i Durazzeschi nel 1381, ritornata alla morte di Carlo di Durazzo (1386) sotto gli Angioini, con Luigi II sino al 1399, e poi sotto il figlio di Carlo, Ladislao di Durazzo (m. nel 1414), N. subì le vicende di questo alternarsi di dinastie. Né queste tennero, in politica religiosa, un atteggiamento costante. Giovanna I fu contro Urbano e, contro i sentimenti del popolo, appoggiò Clemente VII; poi fu cacciata da Carlo di Durazzo, che i precedenti accordi rendevano devoto a Urbano; seguì la rottura di Carlo con Urbano, e quindi, di nuovo, lo schieramento della corte di N. in favore di Clemente; né la situazione cambiò per la venuta in N. di Luigi II d'Angiò, fiduciario di Clemente. A N. pertanto si ebbero dapprima due « obbedienze », dal 1378 al 1411, la romana, con cinque arcivescovi, l'avignonese con quattro arcivescovi, e poi, dal 1411 al 1415, l'obbedienza pisana con due arcivescovi.

Degli arcivescovi dalla fine dello scisma sino ai tempi d'oggi vanno citati Alessandro Carafa, che nel 1497 trasportò il corpo di s. Gennaro da Montevergine a N.; Gian-Pietro Carafa (1549-55) poi papa Paolo IV; Alfonso Carafa, che tenne subito dopo il Concilio di Trento, nel 1565, il primo Sinodo diocesano, e dette prova di larghezza di vedute e di fermezza di propositi nell'instaurare la disciplina della Riforma; il b. Paolo Burali d'Arezzo (1577); Ascanio Filomarino, che ebbe gran parte nel comporre i moti della cosiddetta « rivoluzione di Masaniello » (1647); Antonio Pignatelli (1686-91) poi papa Innocenzo XII; Giuseppe Spinelli (1734-54), mecenate di Alessio Simmaco Mazzocchi; Sisto Riario Sforza (1848-1877) contemporaneo del periodo di residenza in N. di Pio IX, esule da Roma, e dei grandi rivolgimenti politici nel Regno di N. e in Italia. Fu esempio di fermezza incrollabile nei rapporti con le potestà civili non meno che nel governo dell'arcidiocesi.

VI. LA CULTURA

La Chiesa di N. ha avuto tre periodi aurea nella storia della cultura: il periodo carolingio; la seconda metà del sec. XVIII; la seconda del XIX. Quest'ultimo periodo vide, con gli splendori della cultura umanistica e la padronanza nelle lettere greche e latine, il sorgere e il fiorire degli studi di archeologia cristiana, ad opera di Gennaro Aspreno Galante, che fondò la scuola archeologica napoletana. Il secondo periodo fu insigne,

in archeologia classica, per la produzione monumentale di Alessio Simmaco Mazzocchi, e, per tacere di altri, del suo degno scolaro Nicola Ignarra. Il primo, assai meno conosciuto, comincia da quando il vescovo Stefano II (767-800) mandò a Montecassino, alla scuola di Paolo diacono, alcuni del suo clero. Un secolo dopo si stabilivano in N., profughi da Roma, i due letterati Ausilio e Vulgario, e alla scuola di Ausilio si perfezionò Giovanni diacono, il più grande storico medievale di N. La cultura letteraria si estese nel campo agiografico e fiorirono, tra la seconda metà del sec. IX e il X, Paolo diacono, il vescovo Atanasio II, Guarimpoto, Pietro suddiacono, il prete Orso, l'arciprete Leone.

Verso la metà del sec. IX, un ecclesiastico anonimo redasse la prima parte del Liber Pontificalis dalle origini al 767, adoperando per la storia universale Girolamo, Marcellino, Gregorio di Tours, Isidoro, Beda, il Liber Pontificalis romano, Paolo diacono, oltre alla Epistola Uranii de obitu Paulini e alla Vita Sancti Severini di Eugippio. Era dunque un dotto, che aveva a sua disposizione una biblioteca.

VII. MONASTERI ANTICHI

La vita monastica comincia con il sec. IV-V. Il vescovo Severo (563-409) erige un monastero intitolato a un martire dell'Apulia, s. Potito, e un altro a s. Martino. Di questo parla anche Gregorio Magno; un altro monastero eresse il vescovo africano di Abitine, Gaudioso, profugo della persecuzione vandalica. Monasteri di uomini e di donne sono ricordati da Gregorio Magno. Numerosi i monasteri greci, i più importanti quelli dei SS. Sergio e Bacco, SS. Samona, Guria e Abibo, di S. Gregorio Armeno, di S. Teodoro. Di fondazione ducale, i monasteri dei SS. Ciriaco e Giulitta, fondato dal duca Antimo, verso l'811, con annessa diaconia, e di S. Marcellino fondato da Theodonanda, vedova di Antimo, nei primi anni dell'episcopato di Tiberio (821-42). Più insieme di tutti il cenobio lucullano sorto ca. il 492 con l'arrivo in N. del corpo di s. Severino. Al cenobio lucullano si sostituì il monastero di S. Severino, sorto nel cuore della città sotto l'episcopato di Atanasio II (877-98) ed in esso, nel 902, fu trasferito il corpo del santo abate del Norico.

Discepolo di s. Eugippio (v.) abate del Lucullano dove fondò una importante biblioteca, in possesso delle traduzioni bibliche di s. Girolamo negli originali, come insinua la sottoscrizione del noto codice Epternacense dei Vangeli. Da N. giunse Lindisfarne (v.). Il più antico Capitolare napoletano che si conosca, del VI più probabilmente che del VII sec., posto al principio di detto codice, non contiene alcuna festa mariana, tranne la dedica di una basilica a sanctae Mariae. Estremamente semplice, il Santorale: all'infuori di s. Gennaro, festeggiato anche con la vigilia, nessun santo né napoletano, né campano. Non vi figura nemmeno il martire misenate, s. Sosso; il papa Simmaco lo onorò di un oratorio e di un carme a Roma tra il 501 e il 506. Delle 6 basiliche sorte già in N., prima della fine del sec. VI, non c'è che la festa della dedicazione di una sola, la Stefania: In dedicatione basilicae Stephani. Se la Dedicatio sanctae Mariae va riferita alla Pomponiana di N. (ca. 509-37) e non a una basilica romana, come qualcuno ha pensato, se ne avrebbe una seconda; ne mancherebbero tuttavia altre importanti. Singolarissima, tra quanti testi rimangono della liturgia prebattesimale, la traditio dei salmi, nella terza domenica di Quaresima: quando psalmos accipiunt. La traditio del Pater aveva luogo nella IV, e la traditio del Simbolo nella V domenica. La Quaresima è preceduta dalle domeniche della Sessagesima e della Quinquagesima. Nel 581 anche l'Episcopio aveva la sua biblioteca; il vescovo Reduce l'arricchi di un codice del florilegio degli scritti di s. Agostino, compilato da Eugippio.

VIII. DIACONTE: V. la voce relativa (vol. IV, col. 1527).

IX. MONUMENTI

Per il periodo antico vanno ricordati le catacombe, le basiliche, il Battistero, il consignatorium, il calendario marmoreo.

1. Catacombe

Ne rimangono tre: S. Gennaro, S. Gaudioso, S. Eufebio (più correttamente, Efebo). La prima è la più sviluppata e la più nota. Sorse in un'area gentilizia, di cui non è scomparso ogni vestigio. Il primo vescovo di cui si sa che vi avesse sepoltura è Agrippino,

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NAPOLI. ARCIDIOCESI di — Interno del duomo trasformato nel secc. XVII-XVIII (costruito nel 1294-1323) — Napoli.

della seconda metà del sec. III. Tra il 414 e il 432 vi ebbe sepoltura il martire s. Gennaro. Gli edifici ad essa adiacenti accolsero nel biennio 762-64 il vescovo Paolo II, allontanato dalla città dalla fazione iconoclasta. Con la traslazione di s. Gennaro a Benevento nell'831, per opera del duca Sicone, comincia il decadimento della catacomba. Continuano tuttavia ad esservi sepolti i vescovi Tiberio (m. nell'842), Giovanni (849), Atanasio, il 1° ag. dell'877, come pure il duca Stefano (m. nell'832). L'iconoclastia non passò senza lasciarvi tracce, ma la decorazione continuò almeno sino al sec. X. Gli affreschi più antichi del sec. II sono d'indole decorativa; dei primi del III sec. sono scene bibliche come Adamo ed Eva, ed una scena, che è un unicum nell'antica pittura cristiana, la costruzione di una torre, tolta dal Pastore di Erma. Poi l'arte s'ispira al simbolismo romano e al culto dei santi. Vi s'incontrano, nel sec. V e VI, oltre al Signore tra due Apostoli (questo affresco, però, era nella basilica annessa), gli apostoli Pietro e Paolo e i martiri Lorenzo e Gennaro (v. HILLÉL). Altre pitture di secoli posteriori presentano ritratti di defunti, immagini di s. Gennaro e compagni, il Cristo, la Crocifissione. Vi si può seguire la storia della pittura dal sec. II al X. Nella seconda metà del sec. IX il vescovo Atanasio I volle che vi sorgesse un cenobio con a capo un abate; alla metà del sec. XV i Benedettini lo lasciarono. I riti della Costituzione liturgica del 1337 non si riferiscono strettamente alla catacomba, ma alla basilica; dei visitatori delle catacombe, si hanno testimonianze almeno dagli inizi del sec. XV.

Non meno importante, sotto alcuni aspetti, anche se non così antica, è la catacomba di S. Gaudioso. Ancora si conserva la tomba ad arcosolio, con avanzi di decorazione musiva, e l'iscrizione di s. Gaudioso vescovo di Abitine nell'Africa Proconsolare, profugo della persecuzione vandalica. Notevoli altri arcosoli con decorazione musiva, di cui uno con la croce coronata e adorata da due agnelli, e un affresco del sec. VI, con una croce gemmata tra il primo diacono Stefano e il martire locale diacono Sosso.

Molto poco rimane della catacomba di S. Efebo e di un altro complesso cimiteriale; ci è giunta solo una importante camera sepolcrale con tre arcosoli, conosciuta

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(fot. Gabinetto fotografico della Sapent, alle Gallerie di N.) NAPOLI, ARCIDIODESI di - Cristo di S. Gregorio armeno dopo il restauro. Scultura in legno (primi del sec. XV).
con il nome di catacomba di S. Severo. In uno degli arcosoli la figura di un alto magistrato, il sepolto, al centro, tra quattro santi, i primi due, a destra e a sinistra, Pietro e Paolo. In un altro arcosolio di fronte, i ss. Protasio e Gervasio. L'influsso milanese è evidente; con il vescovo napoletano Severo, s. Ambrogio ebbe occasione di scambiare una lettera, e reliquie di Gervasio e Protasio erano nell'altare della basilica eretta da s. Paolino a Fondi. Gli affreschi di questo cubicolo appartengono al sec. V.

2. Battistero

Agli ultimi anni del IV sec., più che ai primi del V, appartiene il battistero di S. Giovanni in fonte; presso il Duomo e precisamente a destra di chi guardi l'abside della basilica di S. Restituta. Di pianta quadrata, è sormontato da una cupola che si raccorda alle mura perimetrali mediante la trasformazione della parte superiore degli spigoli in voltini o nicchie a cuffia, così che il quadrato termina in ottagono. Della decorazione musiva della cupola rimangono solo alcune parti. Al centro della cupola, entro un cerchio circoscritto da una fascia decorata con cesti e coppe colme di fiori e frutta, affiancati da uccelli affrontati, e nel campo di un cielo azzurro stellato, la croce monogrammatica con le lettere apocalittiche, coronata dalla mano divina. Nella fascia che circonda il cielo stellato, in corrispondenza della testa della croce, la fenice tra due palme. Da questo cerchio centrale partono otto trapezi, divisi da fasce ornate di turgidi festoni di fiori, frutta, uccelli. Di queste otto zone trapezoidali, cinque sono conservate, in tutto o in piccola parte; una di esse è suddivisa in due in senso verticale, un'altra in due, ma in senso orizzontale. L'asse del Battistero era da est a ovest, e ad est o a ovest era l'ingresso primitivo; ora si entra da sud. Nella zona nord-est, due scene: la Samaritana ed pozzo e il Miracolo di Cana; subito dopo, sulla parete est, la parte inferiore di un Apostolo nella Multiplicazione dei pani, nell'angolo est-sud, la scena del Dominus legem dat, Cristo sul globo con Pietro crucigero alla sua sinistra; Paolo è distrutto. Sulla porta attuale, la zona è divisa in due, orizzontalmente: Pietro salvato dai flutti, in alto, e la Pesca miracolosa, in basso. Nell'ultima zona superstite, a sud-ovest, la testa

di una delle mirrofore al sepolcro di Gesù e l'angelo assiso sulla pietra. Nei quattro voltini, dei simboli degli evangelisti ne rimangono due, a sud-est l'uomo alato; a sud-ovest il leone alato. Nei quattro scompartimenti, che risultano posti tra i voltini con gli evangelisti, otto apostoli, due per parte, che offrono le corone. Sull'arco frontale dei voltini scene alternate, del Pastore tra due pecore e del Pastore tra due cervi che si dissetano.

3. Basiliche

Della prima dà notizia il Liber Pontificalis romano. Fu costruita e dotata dall'imperatore Costantino. Né il Liber Pontificalis né Beda indicano a chi fosse dedicata, come non meritano fede le attribuzioni date da Adone e dal monaco Giovanni autore della Cronaca di S. Vincenzo al Volturno (sec. XII), che la dicono intitolata al Salvatore. Alla metà, però, del sec. IX, detta basilica veniva chiamata di S. Restituta, dalla martire, molto probabilmente africana, assai venerata nell'Isola d'Ischia (a Lacco Ameno), e di là, forse, trasportata a N. La basilica costantiniana era a cinque navi e senza transetto. Ne fu tagliata la estremità inferiore, verso sud, quando nel 1294 si dette inizio all'attuale cattedrale angioina; in seguito subì la trasformazione di tutta la parte superiore ai capitelli, la sopraelevazione del pavimento e l'occlusione delle due navate estreme. Dell'antica rimane solo la pianta, parte dell'abside e il colonnato. Nella navata di sinistra, la cappella di S. Maria del Principio, con musaico della Madonna, s. Gennaro e s. Restituta, del 1313.

La seconda cattedrale di N. fu la basilica costruita dal vescovo Stefano I (499-501). Sorgeva presso l'Episcopio ed era dedicata al Salvatore; ma dal nome del fondatore era abitualmente detta la Stefania. Andò completamente distrutta nel 1294 con il sorgere della Cattedrale angioina. Il vescovo Giovanni II il Mediocre (557 ca.) ne ricostruì l'abside, distrutta da un incendio, e vi fece rappresentare in musaico la Trasfigurazione, che fu rinnovata dopo altro incendio, nella seconda metà del sec. VIII, quando accolse i corpi dei martiri Eutichete ed Acuzio trasportati da Pozzuoli; e, poco prima della metà del sec. IX, i corpi dei vescovi di N. trasportati dai cimiteri suburbani.

Delle altre basiliche sorte prima del Mille, vanno ricordate, per ordine di tempo: la Severiana eretta dal vescovo Severo (363-409 ca.), se ne conserva l'abside archeggiata con pulvini sovrapposti ai capitelli, decorati di monogramma greco-latino; la Soteriana, eretta dal vescovo Sotero (vivo nel 465), in onore degli Apostoli; la Pomponiana, eretta dal vescovo Pomponio, nel terzo e quarto decennio del sec. V, in onore della Vergine e detta S. Maria Maggiore; la basilica in onore di s. Lorenzo, opera del vescovo Giovanni II Mediocre; la Vincenziana fatta dal vescovo Vincenzo (557-80 ca.) in onore di s. Giovanni Battista (S. Giovanni Maggiore); ne rimangono due delle quattro colonne che sorreggevano il tamburo della cupola, che hanno i capitelli decorati del monogramma del vescovo Vincenzo; l'abside primitiva, d'importanza almeno uguale a quella della Severiana, rimane ancora accecata da muri ed archi posteriori.

La basilica di S. Gennaro, annessa alla diaconia omonima, è opera del vescovo Agnello (674-95 ca.) e la basilica di S. Paolo fu eretta dal duca della città, Antimo (801-818). La Severiana, la Soteriana, la Pomponiana, la Vincenziana e S. Paolo ebbero in tutto il medioevo l'appellativo di catholica; la Severiana, la Pomponiana, la Vincenziana sono tra le parrocchie più antiche e, tuttora, sede di collegiate.

4. Calendario marmoreo

Fu ritrovato nel 1742 nella basilica di S. Giovanni Maggiore. Si tratta di due grandi lastre marmoree, lunghe ca. m. 6 e alte m. 6,88, su ciascuna delle quali, in dodici colonne, due per mese, sono incisi i nomi dei santi e delle feste dei vari giorni dell'anno (v. SORA, col. 247). Fu eseguito poco dopo la metà del sec. IX per servire da plutei, o cancellata, d'altare. Non è un monumento liturgico nel senso di un calendario per l'ordo divini officii, ma destinato alla devozione privata. Molto meno è un monumento storico, come si è preteso, o un atto di politica ecclesiastica, quasi a significare l'attaccamento a Roma. Il tentativo del patriarca di Costantinopoli, tra il 718 e il 747, di accaparrarsi la soggezione del vescovo di N., Sergio, nominandolo arcivescovo, rimase

senza effetto. La grecità della chiesa di N., innestata su un fondo etnico, culturale, politico, sociale, si svolge nel campo letterario, monastico, agiografico, liturgico.

Della scultura a rilievo paleocristiana, quasi nulla rimane: i sette o otto frammenti del Museo nazionale, parte di sarcofagi, sono di origine o romana o incerta. Molto più rimane della scultura medievale, plutei e paliotti d'altare. Tra i plutei, quelli di S. Giovanni Maggiore e della cosiddetta cappella di S. Aspreno alla Borsa, e di epoca più tarda, quelli in S. Restituta con le Storie di Giuseppe l'uno, e l'altro con le Storie di S. Gennaro, di Sansone e di quattro martiri greci. Per le chiese posteriori, V. Arte.

5. Epigrafia. - Poco abbondante è la messe epigrafica anteriore al sec. VII. Tranne alcuni nudi nomi greci e latini della catacomba di S. Gennaro, nessuna iscrizione è giunta più antica del sec. IV; di esse pochissime con data certa, la più antica è del 377. Da ricordare quelle del vescovo Massimo (m. verso il 361), del vescovo Gaudioso di Abitine, dell'abate Habetdeus (m. nel 468), della matrona Candida clarissima femina (m. nel 585), dell'abate s. Agnello (m. tra il 593 e il 600). Dedicatoria è l'iscrizione dipinta, che dichiara il nome del Santo rappresentato nella lunetta di un arcosolio della catacomba di S. Gennaro, tra due defunte, Sancto martiri Ianuario, del sec. V. Anche del sec. V-VI, l'iscrizione sepolcrale greca di Paola, figlia del suddiacono Paolo. Per il sec. VII, l'iscrizione metrica del diacono Teofilatto; per l'VIII, quella, greca, del duca Teodoro (m. nel 729-30), restauratore della diaconia dei SS. Giovanni e Paolo nel 721-22, e quella del duca Buono (m. nel 783).

6. Clero antico e Capitolo. - Caratteristici uffici nel clero antico sono quelli del Notarius, del Primicerius scholae cantorum, del cimilarca, del canonarca, del paramonario, del vestuario. Si hanno i presbyteri cardinales o semplicemente cardinales, i diaconi cardinales, il primicerio, l'arcidiacono, l'arciprete del clero cattedrale, attestati, prima ancora che sia esplicitamente menzionato il Capitolo cattedrale, per gli anni, rispettivamente, 1000, 1065, 1065. Il Capitolo è, in forma esplicita, nominato la prima volta nel 1167; non c'è dubbio che esistesse già prima; nel secc. XII e XIII, e sino al 1308, spesso ha eletto l'arcivescovo. Dei 30 membri che oggi lo compongono, 7 presbiteri e 7 diaconi hanno un titolo cardinalizio, menzionato nelle bolle di nomina. Sono i titoli delle antiche chiese a cui presiedevano; il più antico di cui sia giunta testimonianza, dell'anno 1337, si riferisce al canonico cimilarca ed è quello dei martiri Eutiche ed Acuzio.

BIBL.: G. B. De Rossi, La basilica di S. Giovanni Maggiore in N. ed i nomi dei vescovi nei capitelli delle chiese in Italia, in Africa, in Oriente, in Bull. di arch. crist., 3ª serie, 5 (1880), pp. 160-68; Eubel, I, pp. 359-60; II, p. 221; III, p. 272; IV, pp. 254-55; I. Birkner, in Röm. Quartalschr., 41 (1933), pp. 79-99; H. Leclercq, a. V. in DACL, XII, 1, col. 691 sgg.; A. Bellucci, Ritrovamento della catacomba di S. Enfobio e di nuove zone della catacomba di S. Gaudioso a N., in Atti del III Congr. internaz. di arch. crist., Roma 1934, pp. 327-70; P. F. Kehr, Italia Pontif., VIII, Berlino 1935, pp. 415-17; H. Achella, Die Katakomben von Neapel, Lipsia 1936; D. Mallardo, Richerche di storia e di topografia degli antichi cimiteri cristiani di N., Napoli 1936; id., Ordo ad ungendum infirmum, Napoli 1938; id., Il Calendario Letteriano, Napoli 1940; id., S. Gennaro e compagni nei più antichi testi e monumenti, in Rend. della R. accad. di arch. della Società reale di N., 20 (1940); id., Storia antica della Chiesa di N., Le Ponti, Napoli 1943; H. Delchaye, Hagiogr. napolitaine, in Anal. Bolland., 57 (1939), 59 (1941); A. Ferrua, Il calendario marmoreo napoletano, in Civ. Cutt., 1948, 1; id., Note sul testo del «Calendario marmoreo» di N., in Miscell. liturg. in honorem L. C. Mohlberg, I, Roma 1948, pp. 135-67; L. De Bruyne, La décoration des baptistères paléochrétiens, ibid. p. 189 sgg.; C. Cecchelli, La decorazione paleocristiana e dell'alto medioevo nelle chiese d'Italia, in Atti del IV congr. di Arch. crist., II, Città del Vaticano 1948, p. 127 sgg.; D. Mallardo, La Campania e N. nella crisi ariana, in Riv. di stor. d. Chiesa in Italia, 1 (1947), pp. 185-226; id., Il calendario marmoreo di Napoli, Roma 1947; id., La vita degli antichi monumenti di N. e della Campania, in Riv. di arch. crist., 25 (1949); id., L'incubazione nella cristianità medievale napoletana, in Mélanges Peeters (Anal. Bolland., 57), Bruxelles 1949, pp. 466 sgg.; id., Giovanni diacono napoletano. La vita, in Riv. di storia della Chiesa in Italia, 2 (1948), p. 317 sgg.; id., Giovanni diacono napoletano. La continuazione

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(fot. Alinari) NAPOLI, ARCIDIOCESE di « Assunzione della Vergine. Bassorilievo in marmo di A. Caccavello (ca. 1570) » Napoli.
del « Liber Pontificalis », ibid., 4 (1950), p. 325 sgg.; id., Le origini della Chiesa di N., in Miscell. Pio Paschini, I, Roma 1948, p. 27 sgg.

X. ARTE

Del periodo romanico non sono molte le opere: in architettura è un unicum il campanile della chiesa di S. Maria Maggiore, del sec. XI; in pittura, alcune icone duecentesche fra cui quelle di S. Domenico in S. Domenico e in S. Pietro Martire; nella scultura, invece, fervida di un'altissima produzione in tutta la regione campana, fiorirono anche stupende opere lignee: Crocifissi, Deposizioni, Madonne, di cui sono magnifici esempi quelli conservati in Duomo, S. Maria a Piazza, S. Aniello a Caponapoli, S. Giorgio Maggiore, ai Gerolamini.

Il periodo angioino fu foriero di una intensissima attività artistica. Il gotico d'oltralpe si affermò decisamente con gli architetti della corte angioina: sorsero bellissime chiese di pure forme francesi: S. Eligio, S. Lorenzo Maggiore, il Duomo, S. Chiara, e la città si abbellì anche di sontuose costruzioni civili come il Castel Nuovo e S. Elmo. I canoni oltremontani s'andarono però lentamente modificando e al primo gruppo di edifici religiosi e civili, rispecchianti fedelmente le forme del paese d'origine, presto s'aggiunsero più serene interpretazioni del gusto locale. Tali l'Incoronata, S. Pietro a Maiella, S. Domenico, S. Maria Donnaregina.

Anche nella scultura il primo apporto fu dato agli inizi del Regno, dagli artisti francesi; ma fu ancora più denso di frutti l'arrivo a N. del senese Tino di Camaino, chiamato da re Roberto per scolpire la tomba di Maria d'Ungheria in Donnaregina e rimasto nella città fino al 1337. Opere sue furono le tombe di Carlo di Calabria, di Maria di Valois in S. Chiara, di Filippo di Taranto e di Giovanni di Durazzo in S. Domenico, oltre a tutta una vasta e discussa serie di sculture frammentarie. Ad innestare sul complesso dei fatti culturali di quegli anni altri elementi toscani, giunsero poco dopo i fiorentini Paolo

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NAPOLI, ARCIDIORESI di - Giove fulmina i giganti. Porcellana di Capodimonte (sec. XVIII).
e Giovanni Bertini, autori del gran cenotafio di re Roberto in S. Chiara anch'esso deturpato nel gran disastro che s'abbatte sulla chiesa durante la seconda guerra mondiale. La pittura del Trecento a N. è importante capitolo nella storia dell'arte: vi scese, primo di tutti, il romano Pietro Cavallini e lasciò affreschi in Donnaregina, poi Simone Martini e infine Giotto che lavorò, com'è dalle fonti, in S. Chiara, in S. Barbara e in Castelnuovo ad affreschi oggi tutti perduti; le correnti locali infine continuarono sulla scia di questi maestri la validità di un periodo particolarmente felice per le arti figurative. Le forme affermatesi nell'età gotica si protrassero per tutta la prima metà del '400, aderendo via via ad altri elementi culturali catalani, borgognoni, fiamminghi. Non mancarono però voci rinascimentali come quella di Donatello che insieme a Michelozzo scolpì la tomba del card. Brancaccio per S. Angelo a Nilo. Si dovè arrivare poi al Regno aragonese per vedere consolidata la concezione umanistica della Rinascenza. Si ricordino, a celebrare questo periodo, l'arco trionfale costruito in Castelnuovo per Alfonso d'Aragona e la presenza a N. di artisti come Francesco Laurana, certo uno degli scultori dell'arco, Giuliano da Maiano, autore della Porta Capuana, il Rossellino e Benedetto da Majano cui si deve la Cappella Piccolomini in Monteoliveto, ecc. Nel campo della pittura, dove furono soprattutto vivaci le conseguenze della cultura allogena, emerse Colantonio, interessante per i rapporti di mediazione tra l'arte fiamminga e la formazione meridionale di Antonello da Messina.

Nel Cinquecento, per lo più, si ripeterono ad opera di artisti locali le forme quattrocentesche. Fra gli architetti sono da ricordare il calabrese Mormando, il Maglione, il d'Angelo insieme al lombardo Domenico Fontana, autore della facciata di Palazzo Reale, al fiorentino Dosio, all'aquilano padre Valeriani, che costruì in Gesù Nuovo, e allo spagnolo Pirro Luigi Scrivà, che eresse per don Pedro di Toledo le nuove parti della fortezza di Castel S. Elmo. Nella scultura vi fu una vera e propria scuola che produsse per tutto il secolo, fino all'avvento dei toscani Michelangelo Naccarino e Pietro Bernini, una serie di notevolissimi artisti. Caposcuola fu Giovanni da Nola; insieme a Gerolamo Santacroce, egli si ispirò alle opere toscane della chiesa di Monteoliveto e ornò, al pari dei d'Auria e di Annibale Caccavello, chiese e palazzi napoletani di belle sculture. La pittura cinquecentesca partecipò di

molte influenze; ai primi del secolo artisti forestieri, come lo Zingaro, il Rosso, Cesare da Sesto e Giorgio Vasari, vennero a dipingere nella città. Un facile manierismo si acclimatò quindi nell'ambiente locale e dal primo e originale Andrea da Salerno giunse alle raggelate interpretazioni del Curia, dell'Imparato, del Santafede.

Il breve soggiorno del Caravaggio a N., tra il 1606 e il 1607, sollevò di colpo queste mediocri sorti.

Il Seicento fu il secolo d'oro della pittura napoletana. La novità caravaggesca, assorbita da tre grandi pittori, Battistello, Ribera e Mattia Preti, diede l'avvio ad una scuola che per tre secoli ebbe ininterrottamente grande prestigio nella penisola. Dell'immediato caravaggismo di Battistello, che nello stesso 1607 assumeva atteggiamenti propri del maestro, nella Liberazione di s. Pietro dal carcere del Pio Monte della Misericordia, al seguito riberesco più rorido di residui manieristici e infine alla personale visione pretiana, una nuova linfa si inserì nella pittura napoletana e continuò per tutti gli artisti del secolo, Luca Giordano, Massimo Stanzione, Francesco Fracanzano, Andrea Vaccaro, Bernardo Cavallino, Salvatore Rosa, Micco Spadaro, Aniello Falcone fino al settecentesco Solimena, che tradusse nel nuovo secolo il ricordo stilistico caravaggesco. Figura notevole del Seicento fu anche Cosimo Fanzago, architetto e scultore e elegante decoratore di interni chiesastici con fiorire incrostazioni marmoree policrome.

Nel Settecento l'influenza del Solimena, che ebbe seguaci in pittura Sebastiano Conca, il De Mura e il Bonito, fu viva anche nel campo dell'architettura e della scultura. Ferdinando Sanfelice, Domenico Antonio Vaccaro, il palermitano Medrano e il fiorentino Ferdinando Fuga, abbellirono la città con settuosi edifici commessi dai re borbonici, fino a Luigi Vanvitelli, il massimo esponente della architettura settecentesca che legò il suo nome alla grandiosa Reggia di Caserta. Nella scultura si ricordano il Queirolo, il Celebrano e il Sammartino, quest'ultimo rinomato iniziatore della scultura minore di presepe, caratteristica ed originale affermazione dell'arte napoletana.

L'Ottocento si iniziò in architettura con il fine neoclassicismo del Nicolini, autore della bella facciata del Teatro di S. Carlo e della villa Floridiana. Nella seconda metà del secolo ebbe una sua forte personalità la scultura Vincenzo Gemito, mentre la pittura, dapprima con la scuola di Posillipo cui appartiene Giacinto Gigante, seguito dal Carelli e dallo Smargiassi, poi con Domenico Morelli, i Palizzi e Gioacchino Toma e Saverio Altamura, continuò la grande tradizione dei secoli precedenti. - Vedi tavv. CVII-CIX.

BIBLI: V. anzitutto G. Ceci, Saggio di una bibliogr. per la storia delle arti figurative nelle province napoletane, Bari 1911; e tra le varie guide: C. D'Eugenio Caracciolo, N. sacra, Napoli 1624; C. de Lellis, Suppl. alla N. sacra del d'Eugenio, ivi 1654; G. Sigismondo, Descriz. della città di N., ivi 1788-89; R. Liberatore, Viaggio pittorico nel Regno delle Due Sicilie, ivi 1829; L. Catalani, Le chiese di N., ivi 1845-53; C. Celano, Notiz. del bello, dell'antico della città di N., con aggiunte di G. B. Chiarini, ivi 1856-60; G. A. Galante, Guida sacra della città di N., ivi 1872. Per le fonti, V. A. P. Orlandi, Abecedario pittorico, ivi 1733; B. de Dominici, Vite dei pittori, scultori ed architetti napoletani, ivi 1742-43; V. inoltre: C. T. Dalbono, Storia della pittura in N. e in Sicilia, ivi 1859; H. W. Schulz, Denbinder der Kunst des Mittelalters, in Untertialien, Dresda 1860; J. Burckhardt, Der Cicerone, Lipsia 1869; V. Schultze, Die Katacombem von S. Gennaro dei Poveri, Jena 1873; G. Filangieri, Documenti per la storia, le arti e le industrie nelle province napoletane, Napoli 1883-91; B. Croce, Sommario critico della storia dell'arte napoletana, in N. nobilissima, 1-3 (1892-94); E. Bertaux, L'art dans l'Italie méridionale, Parigi 1904; W. Rolfs, Gesch. der Malerei Neapels, Lipsia 1910; F. Nicolini, L'arte napoletana del Rinascimento e la lettera di Pietro Sumnonte a Marcantonio Mignel, Napoli 1925; A. de Rinaldis, La pittura del Seicento nell'Italia merid., Firenze 1929; O. Morisani, Pittura del Trecento a N., Napoli 1948; F. Bologna-R. Causa, La scultura lignea nella Campania, ivi 1950 (con bibli.).

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“NAPOLI, ARCIDIOCESI DI.” Enciclopedia Cattolica, vol. VIII (1952), p. 964. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/napoli-arcidiocesi-di.