APOLLINARE, VESCOVO DI RAVENNA, SANTO

APOLLINARE, vescovo di Ravenna, santo. Fu il primo ad occupare la cattedra episcopale di Ravenna; la presenza del suo 11° successore al Concilio di Sardica del 342 lo fa supporre vissuto verso la fine del sec. II. È venerato come martire da tutte le fonti agiografiche posteriori al sec. VII; ma Pietro Crisologo (Serm. 128: PL 52, 552), pur affermandolo martire, anzi l'unico martire della Chiesa ravennate, riconosce che la tradizione non lo venera che come confessore: tradizione però che, nota lo stesso Pietro, sa di lui persecuzioni e supplizi per i quali fundebat saepe sanguinem suum, ed in seguito ai quali soccombette.

Non si tratta dunque di solo martirio morale, cui tanto spesso si appellano gli scritti elogistici del tempo, ma di una semplice traduzione in linguaggio postcostantiniano del termine antico confessor, ben più esatta d'altronde che per il caso di altri «martiri», morti in tempo di pace, come s. Felice di Nola. Saranno poi fonti romane (Registrum Greg., V, II; VIII, 36) quelle che più esplicitamente riconosceranno A. come martire, mentre nei testi ravennati solo la Passione riprenderà il motivo. Sepolto in seno alla sua Chiesa, come pure riferisce il Crisologo, lo segnalava alla pietà dei fedeli una modesta edicola situata nell'area sepolcrale di Classe, non lungi dal noto cimitero della Basilica Probi, fino alla metà del sec. VI.
Veramente la Passio Sancti Apollinaris (BHL 623), cui già si attribuiva grande antichità e credito (era ritenuta opera del suo successore immediato), asserisce che fu lo stesso s. Pietro a mandarlo a Ravenna. La critica ha però dimostrato lo scritto non più antico del sec. VII e riflettente motivati polemici della lotta per l'autocefalia (666). Sembra tuttavia che rapporti fra A. e Pietro siano supposti, già alquanto prima, dallo stesso Liber Pontificalis di Roma (ed. Duchesne, I, 2a ed., Parigi 1886, p. 323). Analogo richiamo all'Apostolo in una polemica del Crisologo (Serm. 175) con la giurisdizione milanese, e il fatto che pure i protovescovi di Arles e di Aquileia (erette a metropoli ai danni di Milano, come Ravenna) furono detti discepoli di s. Pietro, farebbero supporre la leggenda originaria da mire antimilanesi ben più antiche del 666 e d'altro ambiente che Ravenna.

La data abituale di s. A. celebrata a Ravenna con grande solennità (Reg. Greg., V, 11), è registrata dal Martir. geronimiano al 23 luglio; non figura nei Sacramentari leoniano, gelasiano Regin. 316 e gregoriano Pad. 42 (la redazione adrianea conosce una Statio ad Apollinarem, ma per il 5° giovedì di Quaresima); è recensita dal lezionario di Würzburg, che le dedica già la pericope di sapore polemico Lc. 22, 24-30, e dai libri liturgici postcaroniani. Il suo culto, diffusissimo nel territorio soggetto ai Bizantini, si estese pure a Lombardia, in Francia e soprattutto in Renania. A Roma papa Simmaco (498-514) gli dedicò un oratorio nella Rotonda di S. Andrea (Lib. Pont., ed. Duchesne, I, p. 261), e Onorio (635-38) una basilica Vaticano, stabilendo in pari tempo che ogni sabato ne movesse una processione per S. Pietro (Lib. Pont., ed. Duchesne, I, 323). La basilica di Campo Marzio appare solo nel sec. VIII, nella biografia di papa Adriano nell'Itinerario di Einsiedeln.

La grande basilica di Classe, centro di sì vasta irradiazione del culto, fu iniziata dal vescovo Ursicino e consacrata da Massimiano il 9 maggio 549.

Essa però non sorse sul sepolcro del Santo. Agnello racconta (Lib. Pont., XXXVIII, 85-87) che fu l'arcivescovo Mauro a portare il sacro corpo nel tempio; ma è contraddetto da una iscrizione (CIL, XI, 205, sicuramente autentica benché a lungo contestata), ora sulla parete destra della chiesa, ma collocata da Massimiano sull'edicola primitiva per se-

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gnalarne l'avvenuta traslazione, con la quale veniva consegnata la basilica stessa. Una così singolare eccentricità della costruzione rispetto alle reliquie è forse dovuta all'intento di erigersi su alte dune per salvarla dalle acque. Preceduta da quadriportico di diversa età, la basilica (m. 55 x 30) è a tre navi, con protesi e diaconico, sorrette da 24 mirabili colonne di inizio. I diversi piani su cui queste poggiano, nonché i vari tipi di muratura nella nave centrale testimonia l'opera di tormentati restaurati. Il solo presbiterio, cui si accede con l'ampia gradinata del 1723, serba nei musai tutto l'antico splendore. Nella parte più alta del catino dell'abside è simboleggiata la Trasfigurazione di Cristo; nel piano inferiore si erge maestosa la figura di s. A. nell'alteggiamento di orante con sei pecorelle per parte. Sotto, da un lato sono rappresentati i sacrifizi di Abele, Melchisedech e Abramo, e dall'altro la consegna da parte di Costantino IV dei privilegi alla Chiesa di Ravenna. Tra le finestre sono raffigurati quattro arcivescovi di Ravenna. L'arco trionfale ha nel centro Cristo tra i simboli degli evangelisti e gli apostoli rappresentati da pecorelle che escono da Gerusalemme e Betlemme. In altri riquadri sottostanti sono figurati due palme, due arcangeli, Michele e Gabriele, e gli evangelisti Matteo e Luca.

L'ubicazione delle reliquie del Santo fu oggetto nel tardo medioevo di appassionate discussioni. Per eludere minacce di predoni infestanti l'indifeso litorale, nel sec. IX esse erano state accuratamente nascoste; ma dove? Una Historia translationis Sancti Apollinaris (Acta SS. Iulii, V, Parigi 1868, p. 374), scritta nel sec. XII da monaci di S. Apollinare Nuovo, raccontava che il vescovo Giovanni (VII?, 850-78) le aveva trasportate in città, nell'antica basilica palatina di Teodorico, riconciliata al cuoio cattolico nel sec. VI col nome di S. Martino in Ciel d'Oro.

Contestavano il fatto i monaci di Classe, opponendo il ritrovamento del corpo, avvenuto invece a Classe nel 1173, e raccontato da un Tractatus de inventione Sancti Apollinaris (Rerum Ital. Script., I, 2, p. 538). La polemica durò assai vivace. Oggi si riconosce che per qualche tempo le reliquie stettero realmente in S. Martino provocandone, dal sec. IX almeno, un terzo nome di S. Apollinaris in Novo (già esisteva in città S. Apollinaris in Velo), in una cripta anulare scavata all'uopo e testé individuata; ma di là tornarono ben presto a Classe dove furono rinvenute nel 1173. Anche la basilica di S. Apollinare Nuovo è a tre navate (m. 42 x 21), rivestite tuttora di musica teodoriciani e bizantini. Scene della vita e della passione di Cristo in alto, profeti e apostoli più sotto, appartengono al primo periodo; sono del secondo le teorie di confessori e di vergini che offrono la loro corona a Cristo.

Bibl.: Fonti. - Oltre quelle segnalate: Catalogo episcopale, utilizzato da Agnello, in CIL, XI, 294; Martyr. Hieronymianum, pp. 391-92; Agnello, Liber Pontificalis, ed. A. Testi Rasponi, in Rerum Ital. Scriptores, nuova ed., Bologna 1924, t. II, III, vol. I, pp. 16-28, 178, 196; Martyr. Romanum, p. 302.

Studi. - Più recenti e con bibliogr.: F. Lanzoni, pp. 724-39; H. Delehaye, L'hagiographie ancienne de Ravenne, in Anal. Bollandiana, 47 (1929), pp. 1-30; E. Will, St. Apollinare de Ravenne, Strasburgo 1936; G. Lucchesi, Note aggiornifiche sui primi vescovi di Ravenna, Faenza 1941. Giovanni Lucchesi.