APOLLINARE, vescovo di Laodicea. - Figlio del grammatico alessandrino dello stesso nome, nacque a Laodicea di Siria verso il 310. Era già ordinato lettore quando, nel 330-35 ca., insegnava retorica nella città natale. Studi solidi e qualità eccezionali fecero presto di A. una delle più insigni personalità del clero orientale. Amici e nemici resero omaggio alle sue vaste cognizioni in materia sacra e profana e alla sua pietà. Letterato, teologo, esegeta e polemista, fu uno dei principali scrittori ecclesiastici del suo tempo. Prima di finire esercita, militò lunghi anni nelle file dell'ortodossia. Amico e ospite di s. Atanasio, fu suo compagno d'armi nella difesa del dogma di Nicea, e questo atteggiamento gli valse l'ostilità aperta degli ariani e del loro vescovo Giorgio di Laodicea. Per eludere le leggi di Giuliano l'Apostata che intercedeva l'insegnamento dei classici pagani ai cristiani (362), comprese insieme con il padre una serie di opere sulla falsa riga di Omero, Euripide, Menandro. Esse furono allora molto ammirate, ma a giudicare dall'unica rimastica, una Parafrasi dei Salmi in esametri (PG 33, 1313-38, nuova ed. di A. Ludwick, Lipsia 1912), dovevano avere scarsa ispirazione personale e brillare solo per le doti di una corretta versificazione. Mentre si schierava, per difendere il cristianesimo contro Giuliano l'Apostata con un libro Intorno alla verità e confutava Porfirio, A. difendeva l'ortodossia contro i manichei, gli ariani, Marcello d'Ancira, Eunomio ed altri eretici, commentava la Bibbia e scriveva altre opere delle quali oggi restano solo dei frammenti. Circa il 360-61 il partito dei difensori di Nicea lo elisse vescovo di Laodicea contro Pelagio, in circostanze e per motivi tuttora non del tutto chiari. Da quel momento la posizione dottrinale di A. cominciò a destare sospetti, finché negli anni seguenti egli uscì dalla Chiesa.
Pietra d'inciampo alla sua ortodossia fu il mistero dell'unione delle due nature, umana e divina, nella persona di Gesù Cristo. A. fu il primo ad applicare alla cristologia i risultati del dogma di Nicea e a richiamare l'attenzione della Chiesa, fino allora volta ad dogma trinitario, su questo problema. Nel suo zelo di salvare la divinità di Gesù e, d'altra parte, preoccupato di vederne compromessa l'unità personale dal dualismo della scuola antiochena di Diodoro di Tarso - che insistendo sulla perfezione umana del Salvatore portava al nestorianesimo (v.) ARIANESIMO (v.) - A. incappò nell'errore opposto, di una negazione parziale dell'umanità di Gesù. Partendo dal principio platonico che l'uomo è composto di corpo, di anima sensitiva (comune all'uomo e agli animali) e di anima razionale (propria solo dell'uomo), e appellandosi al principio scritturale che «il Verbo si fece carne», che «Dio si manifestò nella carne» ecc., finì per riconoscere al Salvatore un corpo e un'anima sensitiva, ma non l'anima razionale, perché il Verbo ne avrebbe preso il posto.
Mancandogli una nozione esatta dell'idea di «persona», la tesi cattolica di una intimazione di tutta la natura umana con la natura divina nella stessa persona era per lui un assurdo. In questo modo, invece, egli credeva assicurata l'unità organica dei due elementi, umanità e divinità, in Gesù; ma la salvava a spese del più importante costitutivo dell'uomo: la parte razionale. Posto questo principio ne seguiva che: 1) il Verbo non si è fatto uomo, ma si è incarnato nel senso primo della parola; 2) l'uomo è salvato dalla carne di Gesù unita al Verbo, ma senza suo merito (non essendo libera né capace di virtù); non si comprende poi come può essere salvata l'anima razionale, che è la parte più importante dell'uomo, se non è assunta dal Verbo: poiché anche A. ammetteva che è solo redento ciò che è assunto; 3) il monofisismo è la conseguenza, se anche non voluta, di tutto il sistema: l'espressione una natura Dei Verbi incarnata adottata poi da Cirillo Alessandrino (che l'attribuiva a S. Atanasio) e divenuta la parola d'ordine dei monofisiti, è creazione di A., perché l'umanità che secondo lui si unisce al Verbo non è una natura umana, essendo priva del caratteristico dell'uomo (la razionalità); quindi si può parlare solo di una natura del Verbo che prima era senza carne e poi prese la carne. Ne deriva il paragone familiare ad A. che il Verbo si unisce alla carne come l'anima al corpo, perché evidentemente dall'unione dell'anima con il corpo non può risultare che una sola natura; 4) da ciò A. dedusse una sola volontà e un solo principio d'operazione in Gesù, che fu poi la dottrina del monotelismo. Molti altri errori gli furono attribuiti, senza serio fondamento, eccetto forse il millenarismo.
La Chiesa reagì contro questa concezione mutila dell'umanità del Salvatore, che limitava la redenzione dell'uomo, e affermò subito che l'Incarnazione fu un'assunzione completa della natura umana eccettuato il peccato. Per redimere completamente, Gesù doveva essere uomo perfetto perché «non fu sanato ciò che non fu assunto».
Benché il Concilio di Alessandria avesse nel 362 condannato la tesi apollinarista (senza nominare l'autore che passava ancora per ortodosso), la posizione di A. divenne difficile solo in seguito, quando la controversia prese ampie proporzioni (370). Sospetto ormai per le sue idee, fu compromesso definitivamente durante lo scisma di Antiochia (375) dal suo discepolo Vitale. Questi aveva costituito un partito apollinarista, sul quale s. Basilio richiamò l'attenzione di Roma. Vitale sulle prime riuscì ad ingannare s. Damaso, che, meglio informato, impose al prete di Antiochia la condanna formale dell'apollinarismo. Questi si rifiutò e costituì la comunità scismatica di Antiochia, alla quale A. lo prese ordinando velocemente. A. nel frattempo definiva le sue idee in una grande opera, Dimostrazione dell'Incarnazione divina (376), mentre la propaganda dell'eresia, sino allora condotta in segreto, veniva attivata. A. Berito inseguiva come vescovo un altro dei suoi adepti di nome Timoteo, e interveniva presso i vescovi egiziani esiliati da Valente a Diocesanea per guadagnarli alla sua causa.
Nel Sinodo romano del 377 Damaso condannava l'eresia, e A. insieme ai vescovi, suoi partigiani, veniva deposto. La sentenza romana fu anche promulgata nei Concilì di Alessandria (378), di Antiochia (379), e di Costantinopoli (381). Poco dopo Teodosio con una serie di decreti del 383, 384, 388, metteva gli apollinaristi fuori legge, interduceva le loro assemblee e deponeva i vescovi con la proibizione di ordinare altri. Dopo la morte di A., spentosi in tarda età verso il 390, i suoi discepoli si divisero in due correnti: l'una degli intransigenti detti sinusiasti, precursori del monofisismo, l'altra moderata capitanata da Valentino e riassorbita in seguito dalla Chiesa.