LITURGIA

LITURGIA. - Da λῆσον ἔργον = publicum opus. Presso i Greci implica il concetto di un'opera pubblica, intrapresa, per il bene e nell'interesse di tutti i cittadini, da chi possiede un censo superiore a tre talenti; si provvedeva in tal modo alle feste pubbliche, ai giochi nazionali ecc. In seguito venne ristretto il significato ad opera pubblica sì, ma di culto agli dèi, e da allora non fu onere del cittadino ricco, ma del demanio pubblico (cf. Aristotele: Politica, VII, 9).

SOMMARIO: I. La l. nelle religioni non cristiane. - II. Nella religione cattolica. - III. Origine e divisione. - IV. Movimento liturgico. - V. SCRIPTORIUM. - VI. La l. come scienza teologica. - VII. La l. come fonte dogmatica. - VIII. L. e pietà.

I. LA L. NELLE RELIGIONI NON CRISTIANE. - Tutte le religioni hanno una l. cioè una norma sulla quale si modella l'azione sacra. Due sono gli elementi indispensabili di ogni l.: l'azione e la parola. L'azione, che negli aggruppamenti primitivi occupa il luogo principale, esprime con il gesto e i movimenti vari della persona (danza, mimica, ecc.) ciò che intende conseguire; la parola vi è ridotta al minimo necessario o per spiegare e provocare l'effetto da parte di chi dirige l'azione o per approvare con un grido o formola l'adesione del gruppo che assiste al rito. La parola tende ad assumere nella l. delle civiltà più evolute uno sviluppo e un'altezza morale sempre maggiore (v. PREGHIERA) e da semplice formola imperativa, o da richiesta di benefici secondo la formola do ut des, finisce per diventare aspirazione del cuore, specialmente nella preghiera privata. Nella l., dato il suo carattere pubblico,

la parola non è mai separata dall'azione perché ogni l. è un dramma, che si riporta a un momento storico o a un'aspirazione collettiva del gruppo e che o è attinta al deposito della tradizione orale del gruppo stesso o è codificata nei suoi libri sacri. In tutte le l. organizzate l'associazione della parola all'azione mediante formole di assenso (amen, così sia, alleluia; cantici, inni, salmi, danza) è costante, ed è anzi essenziale nel momento culminante dell'azione sacra.

Anche il silenzio fa parte della l. e viene imposto con apposite formole (p. es., presso i Romani Javete linguis, parcito linguam) non solo per evitare che l'azione sacra sia turbata da rumori profani, ma anche perché il silenzio favorisce il raccoglimento dello spirito e fa sperimentare la presenza attiva della divinità, come l'oscurità del santuario aiuta la concentrazione dell'anima in Dio. A questa invita l'esortazione del sacerdote cattolico all'inizio del Prefazio: «Sursum corda!».

La l. in tutti i gruppi umani che hanno sedi di culto fisse e organizzate è duplice: giornaliera per il servizio quotidiano del tempio e la particolare pietà dei devoti; e periodica a seconda dei vari tempi dell'anno, in coincidenza con il ritmo delle stagioni, con il ricorrere di avvenimenti storici che hanno interessato la vita del gruppo, o di commemorazione delle vicende mitiche e storiche della divinità patrona del gruppo stesso. Così nell'Egitto si commemora la morte di Osiride e il rinvenimento del suo corpo (Inventio Osiridis); il rituale metrosco ricorda la morte (Sanguen) e la risurrezione di Attis (Hilaria), il calendario religioso cristiano è essenzialmente dedicato a ricordare la vita del Redentore dall'Avvento, Natale, Epifania, Morte e Risurrezione fino all'Accensione. La periodicità delle celebrazioni liturgiche serve a rinnovare il senso dell'unità sociale ricordando le idee e i fatti che hanno presieduto alla costituzione del gruppo stesso e a consolidarne a tal guisa la compagine. Senza questo richiamo periodico attuato dalla l. la coesione del gruppo si disperderebbe in manifestazioni singole spesso sregolate.

BIBL.: Per le religioni non cristiane in generale V. culto. Nicola Turchi

II. NELLA RELIGIONE CATTOLICA

Nell'accezione di culto prestato alla divinità il vocabolo l. venne introdotto anche nella Bibbia dai Settanta, per indicare, quindi, l'ufficio sacro dei sacerdoti e dei leviti nel Tempio; così lo usarono pure gli scrittori del Nuovo Testamento (Lc. 1, 23 a proposito di Zaccaria), anche per designare gli atti di Gesù sacerdote eterno (Hebr. 8, 2); espressioni analoghe sono nella Didaché (15, 1) e in Clemente Romano (ai Corinti, 44, 2). Più tardi significò soltanto l'atto di culto per eccellenza, la Messa (forse in rispondenza ad Act. 13, 2), come è attestato nei Concili di Ancira (314), Antiochia (314), Laodicea (375), nelle Costituzioni apostoliche, dai Padri e dai testi sacri greci.

Il sostantivo ed il verbo greco vennero tradotti nella Bibbia latina con «ministare, ministerium, officium» (Lc. 1, 23; Act. 13, 2; Hebr. 8, 2 e 6) che, con l'aggiunta degli aggettivi «divinum, ecclesiasticum», servirono pure agli scrittori del medioevo. L'erudizione classica del sec. XVII volse il termine greco nel latino «l.», dandogli l'ufficio di indicare le forme storiche di un rito (così il Mabillon con l'opera De l. gallicana; il Muratori con L. romana vetus, ecc.) come pure il complesso vivente dei riti. Quando però se ne volle maggiormente precisare il significato ebbero inizio le discussioni. Esteti e rubricisti la dissero «il complesso dei riti e delle prescrizioni che formano il cerimoniale del culto cristiano», esponendo la l. a diventare soltanto ritualismo esteriore; tentativi quindi per affermare il suo essenziale elemento spirituale furono le definizioni: «cultus publicus ab Ecclesia quo ad exercitium ordinatus» (Callewaert), ovvero «il complesso delle preghiere pubbliche e delle pratiche di culto ordinato da Gesù Cristo e dalla Chiesa» (Eisenhofer) ed altre simili (cf. J. Hanssens: La définition de la liturgie, in Gregorianum, 10 [1929], pp. 204-28) tutte, forse,

ispirate dal can. 1257 del CIC. La migliore definizione è di M. Righetti: «è il culto della Chiesa» (Storia liturgica, I, Milano 1945, p. 6 sg.). Oggi le discussioni appaiono chiuse dall'encicli. Mediator Dei, del 20 nov. 1947: «L. è il culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra»; in altre parole «è il culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre come capo della Chiesa ed è il culto che la società dei fedeli rende al Capo e, per mezzo di lui, all'Eterno Padre». Questa definizione contempla il «fatto», che, per

sé, non esclude il «modo» con il quale la l. è realizzata: esso però viene indicato meglio con il vocabolo rito. Per questo motivo una sola è la l. cristiana, mentre i riti possono essere molti. Ne deriva ancora che l. è sinonimo di culto cristiano, unico ed immutabile ceppo, dal quale nascono i riti, vari secondo i tempi, i luoghi, le persone; essi rappresentano un particolar modo di sentire e coltivare la virtù della religione. Ciascun rito ha una propria testimonianza nei libri liturgici che raccolgono le preghiere, brani della

Bibbia e i canti per la Messa (lezionario, epistolario, evangelario, antifonario, sacramentario, Messale), per l'ufficienza (Bibbia, omilario, passionario, martirologio, innario, collettario, salterio, antifonario, responsoriale), per i Sacramenti e sacramentali (rituale) ed anche le regole (rubriche) per l'ordinamento delle cerimonie («ordo», cerimoniale).

Lo studio di queste testimonianze dirette, assieme a quelle ricavabili dai più svariati monumenti della tradizione cristiana, e la comparazione dei diversi riti, possono rivelare l'origine di ciascuno ed il raggrupparsi di essi, così da costituire un albero genealogico, sempre vivo e lussureggiante, anche se, dopo il Concilio di Trento, non appare possibile la crescita di nuovi rami. Allo stato presente degli studi i riti possono dapprima distinguersi nei due gruppi fondamentali d'Oriente e d'Occidente, ciascuno con numerose derivazioni, facendo capo a Chiese particolarmente importanti nei primi secoli cristiani.

III. ORIGINE E DIVISIONE

Oriente ed Occidente hanno in comune la storia delle origini della l. e del suo sviluppo sino all'anno 313. Essa cristiano (v.) con la nascita ed il primo sviluppo di quegli elementi locali che, dal sec. IV, riveleranno l'esistenza dei diversi riti.

1. Oriente

Si possono distinguere tre periodi: a) secc. IV-V. — L'organizzazione della Chiesa fa prevalere alcuni centri i quali, per l'importanza acquistata, provocano due effetti contrari: quello di far scomparire le particolarità liturgiche di piccole Chiese, vissute, a causa delle persecuzioni, in forzata autonomia liturgica, e quello di ordinare meglio la propria l., che da sé, o in forza di canoni conciliari e sinodali, s'impone alle piccole Chiese vicine. Ne è prova il fatto che avendo il Concilio Calcedonense del 451 stabilito i quattro patriarcati di Alessandria, Antiochia, Gerusalemme, Costantinopoli, essi divennero quattro centri liturgici, gli ultimi più importanti e di maggior influenza anche nei secoli successivi pure

in Occidente, l'uno perché meta di continui pellegrinaggi, l'altro perché capitale dell'Impero, dove facilmente si conveniva per gli affari politici. b) secc. VI-VII. — Sono costituiti ormai i riti bizantino, armeno, siro, copto, i quali avranno la storia di ogni rito sotto l'influenza della civiltà che si evolve, ma rimarranno sempre vivi. c) Le prime stampe (sec. XVI) dei libri liturgici orientali fissano di ogni rito l'«ordo» con vantaggio sui manoscritti dalle molte varianti.

2. Occidente

L'origine e la storia dei riti occidentali s'imperna su quella del rito romano, anche se ancora si discute quanti furono i centri liturgici nei secc. III-IV, se due, Roma e Milano, o soltanto Roma. Oggi, anche se qualche Chiesa, o Ordine religioso, conserva piccole particolarità liturgiche, tutti i paesi di civiltà occidentale, ed altri passati dal sec. XVI al cristianesimo, seguono il rito romano, ad eccezione di Milano

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(per cortesia di mons. A. P. Frutes)
LITURGIA. — Settimana liturgica di Nimes (ott. 1949) conclusasi con un solenne Pontificale nell'Arena.

lano e di una regione circostante ove vive il rito ambrosiano. Grande importanza storica ebbero il rito gallicano, celtico, mozarabico. L'Africa settentrionale ebbe la l. di Roma. L'ultimo colpo contro i riti particolari fu dato da Pio V il quale concesse vita soltanto ai riti che dimostrassero di essere vitali da almeno 200 anni.

Quanto allo sviluppo storico, comunque siasi svolta la l. dei singoli paesi occidentali, si possono stabilire le linee generali di un comune sviluppo: 1) Sino al 313. — Anche per l'Occidente vale la storia del culto cristiano nello stesso periodo. Mentre però in passato si pensava ad un'influenza degli scritti neotestamentari e dell'età apostolica nella formazione dei testi liturgici, oggi si tende piuttosto a vedere in quelli i primi documenti di una l. sicuramente vissuta. 2) Secc. IV-V. — Fatto ricco di conseguenze, con distacco dall'Oriente, fu lingua liturgica (v.); il sec. V è ritenuto l'età comune per la redazione ufficiale dei libri liturgici, quali, nelle linee essenziali, sono giunti a noi, essendosi composto, nelle parti principali, LITURGIA (v.), stabilita la disciplina sacramentale, ordinata la preghiera pubblica. Grande risonanza ebbe l'opera di papa Leone I e soprattutto di Gelasio I. 3) Secc. VI-prima metà sec. VIII. — Le notizie variano come numero, entità, importanza, secondo i paesi. Sono da tener presenti l'opera grandiosa di Gregorio I e per l'Italia gli eventi provocati dalla dominazione bizantina e longobarda, come, forse per tutto l'Occidente, l'influsso delle correnti greco-siriache, profughe dalle loro terre, la cui importanza è indicata dai papi greci di questo periodo. 4) Seconda metà del sec. VIII-sec. XII. — Dominano l'influenza franca e la rinascita carolingia. La l. tende maggiormente ad aggiungere all'edificio spiccatamente teologico dei secoli anteriori, una nota umanistica con l'affermarsi di feste ricordanti episodi della vita di Gesù Cristo e della Madonna, l'aggiunta del significato simbolico dei riti, un accarezzare maggiormente le necessità dell'uomo in cammino verso il cielo. La restaurazione della disciplina ecclesiastica operata da Gregorio VII mirò pure all'unità

liturgica. 5) Secc. XIII-XIV. — Si accentua la decadenza per il prevalere maggiore delle devozioni che ottengono posto sempre più largo nella l., per il moltiplicarsi delle feste, dei testi, e del voler assegnare ad ogni gesto un significato spirituale, indicato da una formula accompagnatoria. 6) Dal Concilio di Trento. — La necessità di difendere il dogma ed una preoccupazione disciplinare provocarono un irrigidimento sulle posizioni raggiunte, liberate però da sovrastrutture e meglio adattate alle nuove condizioni della cristianità. Vennero curate edizioni ufficiali dei libri liturgici (il Breviario nel 1568, il Messale nel 1570, il Martirologio nel 1584, il Pontificale romano nel 1596, il Cerimoniale dei vescovi nel 1600, il Rituale nel 1614, l'Ottavario romano nel 1623), che, salvo piccole particolarità ed aggiunte di feste, sono gli stessi usati oggi. L'istituzione per opera di Sisto V nel 1588 della Congregazione dei Riti toglieva ai vescovi ogni possibilità d'innovazioni. Il can. 1257 del CIC ha confermato tale disciplina. 7) Secc. XIX-XX. — Come frutto degli studi condotti secondo la più moderna critica testuale e storica si nota la tendenza ad una purificazione dei testi dalle corruzioni secolari e ad una ricostruzione della l. dalle linee severe, dogmatiche, nella quale domini il ciclo cristologico sul Santorale. Il lavoro è controllato dalla suprema autorità della Chiesa la quale tende ad armonizzarlo con le richieste, talvolta fortemente innovatrici, del « movimento liturgico ».

IV. MOVIMENTO LITURGICO

Trae le origini in Francia dalla reazione al Terrore rivoluzionario: Chateaubriand (v.) nel Génie du christianisme celebra le bellezze del culto e della l.; Guéranger (v.) trae dall'anima benedettina, sempre squisitamente liturgica in omaggio alla « Regola », insegnamenti ed energie per ricondurre il culto agli splendori che, come effetto da causa, sgorgano dalla disciplina unificatrice, dalla penetrazione spirituale d'ogni parte, dal ritorno d'ogni rito alla purezza nella quale fu costituito. Gregorio XVI, il 1° sett. 1837, erigendo in Congregazione benedettina la comunità di Solesmes, beneficheva ed approvava gli intenti del Guéranger, assegnando ai monaci fra gli altri scopi quello di « far rivivere le sane tradizioni del diritto canonico e quelle ormai la decadenza della sacra l. ». Gli scritti e l'opera del Guéranger davano immediata solidità al movimento liturgico che trovava e chi precisi nelle anime affini: in Germania ad opera dell'abbazia benedettina di Beuron, Bäumer (v.) SCHOLASTIK (v.) che divulgò Messale e Vesperale fra il popolo, dove iniziò pure un movimento per la restaurazione dell'arte sacra; in Inghilterra per merito del card. Newman (v.) al quale appartiene la proposizione: « chi ignora la l., comprende solo a metà la grandezza della religione cattolica »; in Belgio (centro l'abbazia di Maredsous) con opere divulgative per merito di dom Van Caloen e scientifiche per lo studio di dom G. Morin (v.) con la Revue bénédictine (1887 agg.); in Italia ad opera principalmente di d. G. Amelli, fondatore dell'Associazione di S. Cecilia per la musica sacra, mentre a Solesmes si preparava la restaurazione del canto gregoriano; grande influsso della rivista Rassegna gregoriana (1902-14).

Il movimento liturgico aveva percorso il primo tratto di strada, benedetto ma non ancora organizzato direttamente dalla suprema autorità. Il primo inizio della seconda fase è dato dal motu proprio: « Tra le sollecitudini » (22 nov. 1903) di Pio X, nel quale, se è vero che l'argomento centrale è il canto gregoriano e la musica sacra, ripetutamente è detto che la loro restaurazione dipende da un rinnovato spirito liturgico. Da allora il movimento liturgico ebbe tre scopi, non ugualmente perseguiti ovunque: 1) partecipazione attiva dei fedeli; 2) ritorno all'arte sacra della Chiesa (musica, ornato, suppellettile ecc.); 3) studio scientifico di tutta la l.

La migliore organizzazione ed il principale sviluppo si ebbero ancora nel Belgio (1909) con centri attivissimi Maredsous, Mont-César, Malines, St-André-lez-Bruges, ecc., dove si tennero congressi e parecchie settimane liturgiche di cui vennero pubblicati gli atti: ottimo apporto fu recato dalla rivista Questions liturgiques (1910

agg.); ad Anversa nel 1930 si tenne il primo congresso liturgico internazionale; nella Germania (1914), con centro l'abbazia di Maria Laach, la cui opera tende soprattutto a svelare le profondità del contenuto teologico della l., parallelamente ad un'azione scientifica fra le più severe con basi in ogni disciplina ecclesiastica e profana e con spiccata simpatia per la Chiesa orientale; in Austria (1919 ca.) con centro Klosterneuburg ed animatore fervido il prof. Pio Parsch, autore di parecchie pubblicazioni di valore, sempre a carattere popolare, e di cui alcune tradotte in italiano; nel Portogallo dal 1921; negli Stati Uniti d'America, dal 1940, con centro Chicago, si ebbero settimane liturgiche annuali con pubblicazione degli atti; pure in altri paesi d'America il movimento liturgico è in azione come è dimostrato dalle riviste ecclesiastiche contenenti studi e commenti sulla l.; pure dal 1940 in Francia, con centro Parigi, ebbe inizio il « Centro di pastorale liturgica » (pubblica dal 1945 la rivista La Maison Dieu) con influsso in tutti i paesi latini. In Italia il movimento liturgico, dopo il 1903, ha dapprima un aspetto scientifico nel quale si fecero grande onore il card. G. Mercati, F. Magani, A. M. Ceriani, A. Ratti (Pio XI), M. Magistretti, gli studiosi « greci » di Grottaferrata e, con carattere divulgativo, p. G. Semeria. Ben presto però si iniziò la seconda fase, quando la ricerca storica divenne la base alla scienza della vita spirituale, combattendo gli abusi introdotti nei secoli precedenti, ponendo equilibrio fra l. e devozioni. Nel 1914 sorse, a cura dei Benedettini di Praglia e Finalpia, la Rivista liturgica, che si propose un programma di soda divulgazione liturgica. Nel 1913 a Milano nacque Arte cristiana, divenuta poi organo della Scuola superiore d'arte sacra B. Angelico, nella quale la l. è ispiratrice. Impulso particolare e formativo anche per il clero ebbe il Liber Sacramentorum (1919-28) del card. I. Schuster. Nel frattempo (1921) a Vicenza nasceva il Bollettino liturgico, diretto ai fedeli; a Roma la nuova serie (dal 1927) della rivista a carattere internazionale, Ephemerides liturgicos, oggi la migliore e la più completa del genere, la cui direzione è centro di attività e propaganda; a Torino visse per brevi anni la rivista L. interrotta dalla seconda guerra mondiale; a Milano dal 1931 l'Opera della regalità di Cristo presso l'Università Cattolica diffonde opuscoli per il popolo; Ambrosius (1925) tratta largamente del rito ambrosiano (l'aspetto scientifico, in forma più ampia, dal 1949, è svolto nei volumi dell'Archivio ambrosiano); promuove pure il movimento per i chierichetti e piccoli cantori (il contro organizzatore, con la rivista Il chierichetto, per il rito romano è a Parma) ed è dal 1946 organo dell'Associazione dei SS. Ambrogio e Cecilia. A Genova l'Apostolato liturgico, fondato da mons. Moglia, organizzato nel 1934 il primo congresso nazionale che auspiciò un « Centro di azione liturgica » per l'Italia, le cui fondamenta, però, poterono essere costituite soltanto nel 1949 in un convegno nazionale tenuto a Parma.

Durante e subito dopo la seconda guerra mondiale il movimento liturgico preoccupò la S. Sede perché alcuni apparivano troppo avidi di novità e si allontanavano dalla via della tradizione e dalla prudenza. Pio XII vi provvede con l'encicl. Mediator Dei.

V. SCRITTORI DI L

Nel significato più ampio dell'espressione possono dirsi tali alcuni Padri della Chiesa ed altri scrittori. Ma per la mancanza dei testi liturgici che essi commentano, i loro scritti sono da annoverarsi fra le fonti. Queste sono costituite dalle più piccole e grandi testimonianze liturgiche sparse negli scrittori pagani e cristiani dei primi secoli, nei concili, nei sinodi; ottimo materiale è dato dall'archeologia, epigrafia, storia della musica e infine dai libri liturgici dalle redazioni più antiche alle moderne. Gli scrittori propriamente detti appartengono a tre periodi:

1. Secc. VIII-XV. — Iniziano i carolingi Alcuino, Amalario, Agobardo, Floro di Lione, Valfrido Strabone, Rabano Mauro: in essi c'è un tentativo di critica e si affaccia il simbolismo come mezzo di sostegno a cerimonie non più comprese o scadute dalla loro efficacia

primitiva per il mutarsi della vita cristiana. Seguono gli allegoristi, cosiddetti per la ricerca minuta e spesso esagerata del senso mistico-simbolico delle cose liturgiche: Odelforto di Milano (m. nell'814), Bernone di Reichenau, s. Pier Damiani (m. nel 1057), Bonizone di Piacenza (m. nel 1089), Giovanni d'Avranches (m. nel 1079), Bernoldo di Costanza (m. nel 1100), Odone di Cambrai (m. nel 1131), Ivone di Chartres (m. ca. nel 1117), Brunone di Segni (m. nel 1123), Ruperto di Deux (m. nel 1135), Ugone di S. Vittore (m. nel 1141), Onorio d'Autun (m. ca. nel 1145), Beroldo di Milano (sec. xii), Giovanni Belch di Parigi (m. dopo il 1165), Sicardo di Cremona (m. nel 1215), Innocenzo III (m. nel 1261), Guglielmo Durando (m. nel 1296), Radulfo de Rivo (m. nel 1403). Tutti questi vengono talvolta considerati piuttosto fonti secondarie perché con le loro descrizioni e commenti completano il quadro donato dai libri liturgici.

2. Sec. XVI-XVIII. — Come reazione alla pseudoriforma prendono grande importanza gli studi di teologia positiva, storici, archeologici, biblici, ecc. Per questo è bene vedere nel sec. XVI la nascita della scienza liturgica, i cui sostenitori sono preoccupati di scrutare le fonti, di pubblicare i testi più antichi, di metterli a raffronto, di darne commenti secondo una critica che lungo quattro secoli va sempre perfezionandosi. I più importanti sono: Giovanni Dobeneck detto Cocco (m. nel 1552), Giacomo Pamelio (m. nel 1587), Melchiorre Hittorp (m. nel 1584), Onolrio Panvino (m. nel 1568), Angelo Rocca (m. nel 1620). Importantissime per le I. greche ed orientali le pubblicazioni di Giacomo Goar (m. nel 1653), Leone Allauci (m. nel 1669), Eusebio Renaudot (m. nel 1720), Angelo Quirino (m. nel 1755), Giuseppe Luigi Assemani (m. nel 1728), Giuseppe Simone Assemani (m. nel 1768). Mentre per le I. occidentali pubblicarono testi importanti Ugo Ménard (m. nel 1644), Giovanni Mabillon (m. nel 1707), Edmondo Martène (m. nel 1739), Giuseppe Bianchini (m. nel 1764), Giuseppe Maria Tommasi (m. nel 1713), Lodovico Antonio Muratori (m. nel 1750), Alessandro Lesley (m. nel 1758), Domenico Giorgi (m. nel 1764), Martino Gerbert (m. nel 1793). Commentatori seri furono, fra gli altri: G. Visconti (m. nel 1633), G. Gavanti (m. nel 1638), G. Morin (m. nel 1659), G. Bona (m. nel 1674), L. Thomassin (m. nel 1695), P. Lebrun (m. nel 1720), G. Grancolas (m. nel 1732), Benedetto XIV (m. nel 1753), G. Catalani (m. nel 1755), C. Chardon (m. nel 1757), C. Trombelli (m. nel 1778), A. Zaccaria (m. nel 1795).

3. Sec. XIX-XX. — È impossibile dare un elenco completo: vengono nominati quelli soltanto che con le loro opere trattano i più svariati temi, ponendo le basi sulle quali moltissimi poi continuarono la costruzione e furono efficacemente stimolati a studiare la I. In Francia e Belgio: dom. P. Guéranger (m. nel 1875), L. Duchesne (m. nel 1922), U. Chevalier (m. nel 1923), P. De Puniet (m. nel 1938), F. Cabrol (m. nel 1932), H. Leclercq (m. nel 1947), P. Batiffol (m. nel 1928), G. Morin (m. nel 1946), P. Cagin (m. nel 1923), G. Corblet (m. nel 1886), C. Callewaert (m. nel 1943), A. Wilmart (m. nel 1946), R. Aigrain, A. Gastoué, H. Netzer, V. JALABERT, LOUIS, M. Andrieu, J. Hesbert, B. Capelle, J. Froger, B. Botte, L. Brou. In Inghilterra: H. A. Wilson (m. nel 1927), C. Felton (m. nel 1926), E. Bishop (m. nel 1917), A. Fortescue (m. nel 1923), I. Mearns, I. Thurston, H. Connolly, F. E. Warren. In Germania: A. Ebner (m. nel 1898), G. Dreves (m. nel 1909), F. Probst (m. nel 1899), S. Bäumler (m. nel 1894), A. Kellner, A. Baumstark (m. nel 1948), A. Schönfelder, J. Brinktrine, K. Mohlberg, A. Dold, F. X. Funk (m. nel 1907), L. Fischer, B. Albers, P. Wagner, A. Franz, N. Nilles, L. Eisenhofer (m. nel 1941), J. Dölger (m. nel 1940), T. Klauser, P. Browe, M. Hanssens, F. Oppenheim (m. nel 1949), O. Heiming, O. Casel (m. nel 1948). In Spagna-Portogallo: A. Coelho (m. nel 1938), G. Suñol (m. nel 1946), Gr. Madinez de Antonana, Juan B. Fereres. In Italia: L. Barbieri, P. Silva-Tarouca, Pio Alfonzo (m. nel 1946), A. Paredi, P. Borella, A. Roberti, G. Destefani, L. Barin, M. Righetti.

BIBL.: Fonti: Di carattere generale: F. Cabrol-H. Leclercq, Monumenta Ecclesiae Liturgica, I: Religius liturgicae vetustissimae, Parigi 1900-1902. Per argomenti particolari cf. bibli. alle singole voci. Guida sicura sono: C. Callewaert, Liturgicae institutiones: De sacra I. universum, Bruges 1933; V. Thalhofer-L. Eisenhofer, Handbuch der katholischen Liturgik, Friburgo in Br. 1941; P. Alfonzo, I riti della Chiesa, 3 voll., Roma 1945; M. Righetti, Storia liturgica, 3 voll., Milano 1945-49. Per lo studio delle I. orientali e loro rapporto con le occidentali: I. E. Rahamani, Les liturgies orientales et occidentales étudiées séparément et comparée entre elles, Beyrouth 1929; A. Baumstark, Liturgie comparée, Chevetogne 1939; C. Gatti-C. Korolevskii, I riti e le Chiese orientali, Genova 1942; A. Raes, Introductions in liturgium orientale, Roma 1947. Molto utili alla comprensione della scienza liturgica sono: P. Guéranger, Institutiones liturgicae, 4 voll., Parigi 1878-85; F. Cabrol, Les origines liturgiques, ivi 1906; id., Le livre de la prière antique, ivi 1910; L. Duchesne, Origines du culte chrétien, ivi 1925; L. Encyclopédie populaire des connaissances liturgiques, a cura di R. Aigrain, ivi 1947. Possono pure servire le Institutiones systematico-historicae in sacra liturgium di Ph. Oppenheim, 8 voll., Torino 1937-47 (rimasta incompleta).

Per i singoli argomenti cf. DACL, prendendo con cautela gli articoli firmati H. Leclercq, studioso di indubbio valore, ma divenuto, da circa metà dell'opera, quasi unico autore del dizionario. Ottimi articoli si trovano pure nel DThC.

È sempre necessaria la consultazione di opere bibliografiche: a) per il passato cf. principalmente: F. Cabrol, Introduction aux études liturgiques, Parigi 1907; K. Mohlberg, Ziele und Aufgaben der liturgiesgeschichtlichen Forschung, Münster 1919. b) Dal 1921 in avanti guide ottime sono: i) Jahrbuch für Liturgiewissenschaft edito dal centro liturgico di Maria Laach (Germania). ii) La bibliografia in appendice alla rivista Ephemerides liturgicae curata in modo particolarissimo dal 1946. Per il rito ambrosiano, in aggiunta a quella riportata alla V. AMBROSIA, LITURGIA, cf. il II vol. di Archivio Ambrosiano, Milano 1950, con bibli. dal sec. XIX al 1949. Per il «movimento liturgico»: G. Zunini, Le conquiste del p. Pio Parich, in Ambrosius, 5 (1920), pp. 26-32; A. Hammerstein, Principi e scopi del movimento liturgico promosso dall'abbazia di Maria Laach, ibid., pp. 104-12; O. Rousseau, Il movimento liturgico in Belgio, ibid., pp. 173-80; C. J. Grimbeau, Il valore della rinascita liturgica in Inghilterra, ibid., pp. 258-69; A. Ferreira, Il movimento liturgico nel Portogallo, ibid., p. 1930, pp. 192-95; A. Bernareggi, Il movimento liturgico in Italia, ibid., pp. 162-74; M. G. Tissot, Movimento liturgico in Francia, ibid., 7 (1931), pp. 241-46; L. Andrianopoli, La rinascita liturgica contemporanea, Milano 1934; O. Rousseau, Histoire du mouvement liturgique... depuis le début de XIXᵉ siècle jusqu'au pontificat de Pie X, Parigi 1945; R. Pierre, Le mouvement liturgique fondé à Paris, in Ephemerides liturgicae, 59 (1946), pp. 151-168; E. Fei, Il movimento liturgico negli Stati Uniti, ibid., 60 (1947), pp. 100-106. Riviste pubblicate oggi: Ambrosius (Milano dal 1925); Ephemerides liturgicae (Roma dal 1887); Les questions liturgiques et paroissiales (Lovanio dal 1911); L. (Silos dal 1946); L. (Singeverga dal 1947); Liturgy (Birmingham dal 1920); Maison-Dieu (Parigi dal 1945); Paroisse et Liturgie (Bruges dal 1946); Rivista liturgica argentina (Buenos Aires dal 1936); Rivista Liturgica (Finalpia dal 1914); Sacris erudiri (Bruges dal 1948). Opere ascetico-liturgiche: Cours et conférences des semaines liturgiques, 1913-35, pubblicate dai Benedettini di Lovanio; G. Morin, L'ideale monastico e la vita della società cristiana nei primi secoli, trad. it., Sorrento 1927; R. Guardini, Lo spirito della I., trad. it., Brescia 1935; M. Zundel, Il poema della sacra I., trad. it., Roma 1939. Enrico Cattaneo

VI. LA

I. COME SCIENZA TEOLOGICA

Il can. 1365, 2, enumera anche la «I.» fra le materie di insegnamento nei seminari maggiori, indicando quella parte che considera e tratta scientificamente tutto ciò che riguarda il culto divino (oggetto), sotto i suoi vari aspetti: esenza, storia, parti, esecuzione (quest'ultima parte si chiama più specificatamente rubricistica). Una divisione soddisfacente della I. come scienza teologica non è stata ancora trovata; in genere si tratta nella I. generale o fondamentale, dell'essenza del culto, della sua storia generale, dei suoi elementi constitutivi, dei tempi e luoghi sacri; e in parte speciale dei vari modi sotto i quali si prende la I.: sacrificio (Messa), preghiera (Ufficio divino), Sacramenti, sacramentali (benedizioni). Ogni singola parte può essere studiata e presentata sotto il punto di vista puramente storico-evolutivo, sotto quello del contenuto o significato, e finalmente sotto quello dell'esecuzione concreta e pratica (rubricistica). Da notare però che nell'insegnamento della I. nei seminari, trattandosi della formazione completa e organica del giovane aspirante, una netta divisione di questi vari punti di vista non è

necessaria né desiderabile, perché lo scopo di questo insegnamento deve consistere nella formazione del giovane chierico alla vita liturgica, in e con la Chiesa, nei riguardi della propria persona e di tutto il popolo cristiano. Ciò suppone una buona conoscenza della storia liturgica, ma molto più quella della sua interna grandezza e del suo valore pastorale-educativo, dato che l'attività sacerdotale si svolge, nella sua parte essenziale, appunto attraverso la l. che unisce clero e popolo nel comune dovere del culto dovuto a Dio (v. sotto: L. come fonte di pietà). Pertanto anche la encic. Mediator Dei, 20 nov. 1947 (AAS, 39 [1947], p. 591 sgg.) ricorda la necessità della formazione liturgica solida e completa del clero. In ultima analisi, anche gli studi liturgici di pura investigazione storica raggiungono il loro scopo più proficuo in quanto servono al servizio ed alla conoscenza della l. vivente, attuale.

Quanto poi all'origine e allo sviluppo, la l. come disciplina teologica propria si staccò dalla teologia soltanto durante il secolo passato, quantunque in antecedenza studi e trattati liturgici non mancassero. Il merito di questa evoluzione spetta Francia (v.), allo Schmidt e al Lüft in Germania (Fr. X. Schmidt, Liturgik der christl. Religion, Passavia 1832; J. B. Lüft, Liturgik, 2 voll., Magonza 1844-47). Con la Katholische Liturgik di J. Fluck (2 voll., Ratisbona 1853-55) si può considerare la l. come disciplina teologica a parte. Però alcuni fra i più accreditati autori di teologia pastorale in Germania preferiscono ancora fare della l. parte integrale della teologia pastorale (vedi Amberger, Benger, Schüch), con una trattazione storicamente certo meno accusata, ma fornita di solida dottrina pastorale, ancor'oggi utilissima. D'allora in poi le introduzioni generali e le opere particolari, soprattutto di indole storico-liturgica, si moltiplicano immensamente (cf., ad es., Ph. Oppenheim, Introductio historico in litteras liturgicas, 2ª ed., Torino 1945).

VII. LA L. COME FONTE DOGMATICA. - Il valore probativo della l. come fonte dogmatica si riassume nel noto assioma Lex orandi, lex credendi. Esso deriva da un passo di s. Prospero d'Aquitania, nel suo De gratia Dei indicus, scritto fra gli anni 435 e 442, e che passò in seguito sotto il nome e l'autorità di papa Celestino I (Capitula Caelestini): « Obsecrationum quoque sacerdotalium Sacramenta respiciamus, quae ab Apostolis tradita, in toto mundo atque in omni Ecclesia catholica uniformiter celebrantur, ut legem credendi lex statuat supplicandi » (Pl. 50, 535; Enchiridion symbolorum, 26ª ed., Friburgo in Br. 1947, n. 139; cf. E. Portalié, in DThC, II, 2052). Identica deduzione, ma in forma più generale, fa contemporaneamente anche s. Vincenzo di Lirino, nel suo Commonitorium (ca. 434), in un altro celebre passo: « In ipsa item catholica Ecclesia magnopere curandum est, ut id teneamus, quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est. Hoc est etenim vere proprieque catholicum, quod ipsa vis nominis ratioque declarat, quae omnia fere universaliter comprehendit. Sed hoc ita demum fiet, si sequamur universitatem, antiquitatem, consensionem » (Pl. 50, 640; Enchiridion patristicum, 14ª ed., Friburgo in Br. 1947, n. 2168). I due autori antichi, dunque, seguendo del resto idee già espresse da s. Agostino e s. Cipriano, stabiliscono come criterio per la verità e autenticità dei dogmi cattolici l'unanime consenso della Chiesa, basato sulla tradizione apostolica, e s. Prospero, nel passo citato, riconosce appunto nella l. questa attestazione universale e tradizionale della Chiesa, che in sé stessa porta la garanzia dell'autenticità della fede. La l., in altri termini, non avrebbe potuto formulare le sue preghiere e celebrare i suoi misteri, se non fosse esistita precedentemente nella stessa Chiesa universale la fede

nelle medesime verità e misteri. Non è quindi la l. che crea la fede, o il dogma, ma viceversa dalla fede o dal dogma particolare scaturisce la celebrazione liturgica di quel tale mistero e con quelle determinate formole. Questo è il senso vero dell'assioma: « Lex orandi, lex credendi » derivato dal passo di s. Prospero (cf. L. Federer, Liturgie und Glaube [= Parodosis, n. 4], Friburgo in Sv. 1950).

Questa stessa interpretazione è stata data in forma ufficiale da Pio XII, nell'encicl. Mediator Dei, 20 nov. 1947 (AAS, 39 [1947], pp. 521-600), là dove descrive gli sviluppi della l. in seguito al sorgere di nuove devozioni nella Chiesa, esemplificando la sua esposizione col fatto che anche Pio IX, quando definì la Concezione Immacolata di Maria, incluse nella documentazione l'argomento liturgico (ibid., pp. 540-541); del resto, lo stesso Pio XII, nella bolla dogmatica Munificentissimus Deus, si servì, fra l'altro, dello stesso argomento liturgico in rapporto all'Assunzione di Maria in cielo, delimitando la sua reale portata in questi precisi termini: « Ecclesiae liturgia catholicam non gignit fidem, sed eam potius consequitur, ex eaque, ut ex arbore fructus, sacri cultus ritus proferuntur » (AAS, 42 [1950], p. 760).

La l. quindi è l'adeguata espressione della fede della Chiesa, perché riassume nei suoi termini e nei suoi misteri ciò che nella Chiesa, attraverso l'azione immanente dello Spirito Santo e sotto la guida del supremo magistero, viene espresso dai tesori del deposito della fede.

VIII. L. E PIETÀ. - 1. L. e Chiesa. - Il culto costituisce un elemento essenziale per la vita attiva della Chiesa. Quindi la pietà liturgica, in quanto consapevole ed effettiva celebrazione e partecipazione ai vari atti liturgici (Sacrificio, Sacramenti, predicazione, preghiera pubblica) è obbligatoria per tutti i cristiani, chierici e laici. La Chiesa nel culto, oltre che per la società dei battezzati, agisce e prega a nome di tutta l'umanità. La l. non si limita ai soli atti liturgici, ma tende a porre il cristiano, in tutta la sua vita e attività anche profana, nella sua giusta posizione di creatura di fronte al suo Creatore. Informando così efficacemente la vita cristiana con lo spirito di Cristo, Sommo Sacerdote, la Chiesa anticipa in terra, in certo modo la perenne l. celeste, e prepara l'uomo a parteciparvi raggiungendo così il supremo fine della creatura razionale. Il culto, e per conseguenza la vera pietà liturgica, essendo per natura sua collettivo e sociale, porta alla carità perfetta, che comprende, in un atto unico, Dio e prossimo. La l. ha un carattere apostolico, in quanto obbliga tutti i partecipanti ad interessarsi attivamente, con preghiera e sacrificio, alla salvezza di tutti i redenti. Infatti i formolari liturgici, ad eccezione di pochi casi, parlano sempre in plurale ed esprimono intenzioni collettive. In una parola, la l. continua l'opera sacerdotale di Cristo nella sua universalità, attraverso i secoli e i popoli, perciò la solidarietà cristiana trova la sua più alta espressione nella l., la quale unisce, nei suoi atti, tutti indistintamente nella loro unica condizione di membri di Cristo, senza riguardo alle loro condizioni sociali.

2. L. e pietà sacerdotale. - Il sacerdote cattolico è il « liturgo » per eccellenza, grazie alla sua partecipazione sacramentale al sacerdozio di Cristo, che prolunga la sua azione sacerdotale redentrice attraverso i secoli. Infatti, la vita e l'attività del sacerdote cattolico sono santificate dalla l. Egli quindi, per grave obbligo di stato, è tenuto non solo a celebrare degnamente la l., secondo i riti esterni, ma soprattutto a compierla con profonda conoscenza della sua reale portata. Deve fare della sua pietà liturgica un vero strumento salvifico per sé e per tutta la famiglia cristiana nella Messa, Ufficio divino, amministrazione dei Sacramenti, predicazione ed istruzione del popolo. Così soltanto acquista il suo pieno valore la prescrizione canonica che impone nei seminari lo studio, non solo delle rubriche, ma soprattutto della

l. nel suo significato sostanziale di scienza e di mezzo di santificazione. Da questa visione trae anche la sua più alta giustificazione il sano movimento liturgico, diretto specialmente al profitto dello stesso sacerdote. Una pietà liturgica sincera e coscienziosa salvaguarda infatti lo stesso sacerdote dal facile pericolo dell'abitudine, e conferisce alla sua attività sacerdotale la necessaria unzione soprannaturale.

3. L. e pietà privata. - La pietà liturgica rappresenta, per così dire, la pietà ufficiale della Chiesa; ma essa non dispensa affatto i singoli, compresi gli stessi sacerdoti, dalla pietà privata e individuale. La sola partecipazione alla l. non potrebbe raggiungere il suo scopo e la sua efficacia, se non fosse preceduta dall'ascesi personale, senza la quale non si sradicano i vizi né si sviluppano le virtù cristiane. Meditazione e preghiera individuale sono infatti presupposti indispensabili per una pietà liturgica, penetrante e riformatrice; questa, a sua volta, perfeziona, eleva e allarga la pietà privata, troppo spesso esposta al pericolo di sterilizzarsi nel proprio angusto io. Per il sacerdote, quindi, come per i fedeli, il punto di partenza per una partecipazione o celebrazione fruttuosa della l., rimane sempre la pietà personale, praticata attraverso i mezzi comuni della perfezione cristiana. Perciò pietà privata e l. stanno in relazione di continuo vicendevole aiuto, si completano e si perfezionano, unendo l'azione personale a quella universale della Chiesa nella l., mentre, d'altra parte, anche l'azione liturgica acquista maggiore merito e effetto in misura della santità personale propria del celebrante o del partecipante. Un'educazione liturgica fruttuosa, sia del clero come del popolo, deve iniziarsi e procedere sul fondamento di una sana e efficace educazione ascetica; la l. potrà penetrare in profondo e pervadere tutta la vita cristiana, nelle sue molteplici attività, solo quando e in quanto il soggetto sarà preparato ad assolvere i suoi compiti di convinto e buon cristiano. Testimonianza persuasiva di ciò si ha nella pietà popolare, paraliturgica, tanto fiorente specialmente nel medioevo, che invase tutti i campi della vita con le sue pie usanze e tradizioni. Per garantire dunque l'efficacia della l., occorre preparare sacerdoti e laici con la prassi quotidiana della vita cristiana.

BIBL.: 1. Articoli fondamentali di Enciclopedie: V. THALHOFER, VALENTIN, Liturgik, in Wetzer u. Weltes, Kirchenlexikon, 2ª ed., VIII, coll. 37-49 (programmatico); Glaue (prot.), O. Casel (catt.), Liturgiewissenschaft, in Die Religion in Geschichte u. Gegenwart, III, coll. 1689-91, 1691-93; G. Mensching, Liturgik (prot.), ibid., coll. 1693-94; id.-O. Casel, Liturgische Bewegung, ibid., coll. 1696-97, 1698-1701; F. Cabrol, Liturgie, in DThC, IX, I. Preliminaires, coll. 787-90; II. Originalité de la liturgie chrétienne, coll. 790-91; VIII. Le magistère de l'Église sur la liturgie, coll. 837-40.

2. Letteratura: A. Grea, La Sainte liturgie, Parigi 1909; M. Festugière, Qu'est-ce que la liturgie, sa définition, ses fins, sa mission, ivi 1914; L. Besuduin, La piété de l'Église, Lovanio 1914; E. Caronti, La pietà liturgica, Torino 1920; G. Lefebvre, Liturgia. Ses principes fondamentaux, 4ª ed., Abbaye de St. André 1929; Ph. Oppenheim, Introductio in scientiae liturgicae, Torino 1940; id., Principia theologiae liturgicae, ivi 1947; Th. Filthaut, Die Kontroverse über die Mysterienlehre, Warendorf 1947 (con ricca bibl.); Th. Bogler, Liturgische Erneuerung in aller Welt, Maria Laach 1950. Il Jahrbuch für Liturgiewissenschaft, Ratisbona 1921-41, già diretto da O. Casel, è la rassegna biblio-

grafica e scientifica liturgica più ricca e varia dei giorni nostri; dal 1950 il titolo del periodico è: Archiv für Liturgiewissenschaft. Giuseppe Löw

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“LITURGIA.” Enciclopedia Cattolica, vol. VII (1951), p. 866. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/liturgia.