FRANCIA. - Regione e Stato dell'Europa occidentale, l'unico che goda del beneficio di una triplice facciata marittima (Mediterraneo, Atlantico, Mare del Nord) e del possesso delle vie terrestri più brevi e più comode tra Mediterraneo ed Atlantico (Porta Aquitanica) e tra l'Europa centrale e l'Occidentale (Porta Burgundica).
#### I. GEOGRAFIA.
Distesa nella parte più popolosa del continente, occupa in questo una posizione centrale, con un con-
confine più marittimo (3120 km. di coste) che terrestre (2300 km.) e un carattere più atlantico (1385 km. di costa) che mediterraneo. Per la sua superficie (551.696 kmq. dopo gli acquisti territoriali fatti a spese dell'Italia lungo la frontiera alpina) è lo Stato più ampio dell'Europa (prescindendo dall'U.R.S.S.), ma è superato (oltre che dall'U.R.S.S.) dalla Germania, dal Regno Unito e dall'Italia per numero di abitanti e da molti altri Stati per densità di popolazione. Il territorio su cui esercita il suo dominio è, per estensione, il terzo della terra: 12,4 milioni di kmq. con 115 milioni di ab.
Una linea tracciata da Baiona a Metz separa in F. il dominio delle basse (sotto 1 200 m.) da quello delle alte terre (per 1/10 solo dei totale, tuttavia, superiori agli 800 m.). A N. ed a NO. si stendono pianure (bacino di Parigi, bacino aquitano), altopiani, colline, a rilievi di antica origine e di debole altezza (Massiccio armoricano, Ardenne); a S. ed a SE. cospicue messe montuose di recente emersione (Alpi, Pirenei, Gium), di cui la F. divide il possesso con i paesi contornini (Italia, Spagna, Svizzera). I due domini sono saldati al centro del paese nell'ampio Massiccio Centrale (1/7 del territorio), che partecipa in certo modo dei caratteri peculiari ai due diversi tipi di rilievi. Ne risulta, in complesso, una morfologia abbastanza varia, cui corrisponde uguale ricchezza di passaggio, di risorse naturali, di attitudini economiche, ed un'armonica disposizione di bacini e di passaggi, in ogni tempo favorevole agli scambi.
Il clima risente, secondo le regioni, delle influenze oceaniche (Bretagna, Aquitania, Fiandre: uniforme, mite, umido), mediterranee (Provenza, Linguadoce: inverni dolci, esteti calde e secche, autunni piovosi) e continentali (altopiano centrale e regioni dell'E.: forti contrasti stagionali, inverni nevosi e piogge estive), ma è dovunque temperato e con precipitazioni non inferiori di regola ai 600 mm. medi annui e ben distribuite nell'anno.
Secondo la recente (24 dic. 1946) costituzione, la Repubblica francese, che fa parte, insieme con gli Stati associati (Protetorati del Marocco e della Tunisia, Repubblica del Vietnam), nell'Union Française, comprende, oltre il territorio metropolitano, 4 dipartimenti (Martinica, Guadalupa, Réunion, Guinee) ed 8 territori d'oltremare (A. O. F., A. E. F., Madagascar e Comore, Somalia, Stabilimenti dell'India, Nuova Caledonia, Stabilimenti dell'Oceania, St-Pierre e Miquelon); in complesso 11,1 milioni di kmq. con 75-80 milioni di ab. (Il Togo ed il Camerun sono in amministrazione fiduciaria, e le Nuove Ebridi in condominio). L'Union Française è presieduta dal Presidente della Repubblica: ne è espressione un'Assemblea composta per metà di rappresentanti della F. metropolitana. La Repubblica francese, a sua volta, realizza la propria sovranità attraverso un Parlamento bicamerale (Assemblea Nazionale di 619 deputati, e Consiglio della Repubblica di 250-320 consiglieri), cui spetta la scelta del presidente, che rimane in carica non più di 7 anni. La Repubblica francese è definita, nella nuova Costituzione, «indivisibile, laica, democratica e sociale». Amministrativamente, il territorio metropolitano è diviso in 37.989 comuni, riuniti in 3028 centoni, 311 circondari e 90 dipartimenti.
La popolazione francese si distingue in Europa per la sua stazionarietà. La diminuzione di 1,4 milioni di ab. rilevata nel censimento 1946 rispetto a quello del 1936 corrisponde alle perdite di vite umane verificatesi nella seconda guerra mondiale. Dopo il 1946 si è manifestata una certa ripresa demografica. Al 1° gen. 1949 si può calcolare che la F. contasse 41 milioni di ab. (densità: 74 a kmq.), dei quali 1,7 stranieri (e di questi 650 mila italiani). Tale popolazione è distribuita con relativa uniformità. Numerosi i centri urbani, di cui 23 con oltre 100 ab.; ma anche questi, per la maggior parte, contrassegnari da più o meno notevoli perdite di popolazione rispetto al 1936.
La F. è paese ancora essenzialmente agricolo: all'agricoltura si dedica poco meno di metà dei suoi abi-

tanti, molti dei quali sono piccoli proprietari. Varie le colture, ma fra queste prevalenti le cerealicole (pianure del N., dell'O. e dell'Aquitania), fra le quali dominano frumento (33 milioni di q. nel 1947: 87 nel 1913) e avena (30 e 52 milioni di q. rispettivamente), nonché la patata (60 e 130 milioni di q. alle stesse date), cui si sono aggiunte, nel nostro secolo, varie colture industriali (barbabietola da zucchero, tabacco, luppolo, ecc.); tutte però insufficienti al consumo interno. Largamente esportatrice è invece la F. per il suo vino, che le consente un riconosciuto primato mondiale (44 milioni di hl. nel 1947: 63, in media, nel 1934-38). Anche l'allevamento è fiorente, in rapporto alla cospicua produzione di fieno e foraggio: la F. è al primo posto in Europa (senza l'U.R.S.S.) per numero di bovini (15 milioni di capi) e di equini (2,4 milioni), al secondo per i suini (dopo la Germania), al terzo per gli ovini, ecc. Di conseguenza notevole è il cespite di guadagno ricavato dai prodotti di origine animale (burro, formaggi, uova). Anche la pesca è ben sviluppata, specialmente nel settore N.-occidentale (Bretagna).
Con la eccezionale ricchezza delle sue riserve di minerali ferrosi (Lorena; la F. estrae ca. 1/4 del totale mondiale di questi minerali) contrasta la relativa povertà che la F. lamenta quanto a combustibili fossili (Fiandra, Cavenne; appena il 5% del totale mondiale). La F. non produce neppure i 2/3 (45 milioni di tonn. nel 1947) del carbone che consuma; di più è quasi del tutto priva di petrolio (51 mila tonn. nel 1948), mentre può contare sopra cospicue riserve idroelettriche (8 milioni di HP, di cui 6 installati). Ad onta di queste disarmonie, la grande
industria è rappresentata in F. in tutti i suoi rami, con alla testa il tessile (F. del N. e dell'E.), dove, come del resto in altri campi (mobilio, orificeria, profumeria, cristalleria, ecc.), più spicca la tendenza a preferire la qualità, il gusto e l'eleganza. Dopo la parentesi bellica la F. ha ormai ripreso, e talora superato (tessili artificiali), le posizioni del 1938. I maggiori distretti industriali sono localizzati in Fiandra (macchine, tessuti, vetterie, zuccherifici), intorno a Parigi (articoli di lusso, editoriali), e vicino ai maggiori porti, oltre che presso Lione (setterie) e St-Etienne.
Le comunicazioni interne beneficiano delle favorevoli condizioni altimetriche del terreno e della disposizione dei bacini fluviali maggiori, irradianti a raggera dal Massiccio centrale. La F. conta ca. 640 mila km. di strade, 9 mila km. di vie navigabili, e 62.500 km. di ferrovie, delle quali 20 mila locali e 3500 elettrificate. Caratteristica la convergenza di tutte queste comunicazioni verso Parigi. Quanto al commercio estero, prevalentemente marittimo, esso è favorito dalla buona attrezzatura dei porti maggiori (Marsiglia, Rouen, Bordeaux, Le Havre, Cherbourg, Dunkerque) e da una marina mercantile che annovera oltre 500 navi (delle quali 30 trasatlantiche) per una stazza complessiva di 2,1 milioni di tonn.
Gli scambi con l'estero constano soprattutto di materie prime a generi alimentari nelle importazioni, e di prodotti agricoli e di manufatti di qualità nelle esportazioni. Dal 1944 in poi la bilancia commerciale è stata sempre passiva (223,4 miliardi di franchi di deficit nel 1948).
| Province storiche (e dipartimenti che le compongono) | Superficie in kmq. | Popolazione residente (cens. 10 marzo 1946) | Dentità in kmq. | Capoluogo (e sua popolazione in 1000 ab. nel 1946) |
|---|---|---|---|---|
| Fiandra (Nord) | 5.774 | 2.022.167 | 350 | Lilla (189) |
| Artois (Pas-de-Calais) | 6.752 | 1.170.467 | 175 | Arras (33) |
| Piccardia (Somme) | 6.227 | 467.479 | 75 | Amiens (85) |
| Brecagna (Finistère, Côtes-du Nord, Morbihan, Ille-et-Vilaine, Loire inférieure) | 35.312 | 3.074.683 | 104 | Rennes (114) |
| Normandia (Manche, Calvados, Orne, Eure, Seine-inférieure) | 30.728 | 2.332.228 | 76 | Rouen (108) |
| Maine (Mayenne, Sarthe) | 11.457 | 630.867 | 56 | Le Mans (100) |
| Angie (Maine-et-Loire) | 7.218 | 477.600 | 66 | Angers (97) |
| Orleanese (Eure-et-Loir, Loir-et-Cher, Loiret) | 19.171 | 827.463 | 44 | Orléans (70) |
| Isola di Francia (Oise, Aisne, Seine-et-Oise, Seine-et-Marne) | 25.385 | 7.671.878 | 302 | Parigi (3725) |
| Sciampagna (Ardennes, Marne, Aube, Haute-Marne) | 26.741 | 1.126.904 | 42 | Troyes (59) |
| Lorena (Meuse, Meurthe-et-Moselle, Vosges) | 23.633 | 1.866.147 | 79 | Nancy (113) |
| Alrazia (Bas-Rhin, Haut-Rhin, Belfort) | 8.902 | 1.318.838 | 149 | Strasburgo (176) |
| Poitou (Vendée, Deux-Sèvres, Vienne) | 20.114 | 1.004.872 | 50 | Poitiers (49) |
| Turenna (Indre-et-Loire) | 6.158 | 343.276 | 56 | Tours (80) |
| Berry (Indre, Cher) | 14.210 | 534.317 | 38 | Bourges (51) |
| Borbonne (Allier) | 7.383 | 368.778 | 50 | Moulins (23) |
| Nivernese (Nièvre) | 6.888 | 246.673 | 276 | Nevers (34) |
| Borgogna (Yonne, Côte d'or, Saône-et-Loire, Ain) | 30.701 | 1.448.457 | 47 | Dijon (101) |
| Franca Contes (Haute-Saône, Jura, Doubs) | 15.590 | 738.438 | 47 | Besançon (64) |
| Aunis e Saintonge (Charente-inférieure) | 7.232 | 419.021 | 58 | La Rochelle (40) |
| Anguimese (Charente) | 5.972 | 309.279 | 52 | Angoulême (44) |
| Limosino (Haute-Vienne, Corrèze) | 11.443 | 569.359 | 53 | Limoges (108) |
| Marca (Crusade) | 5.506 | 201.844 | 36 | Guéret (10) |
| Alvernia (Puy-de-Dôme, Cantal) | 13.793 | 676.991 | 49 | Clermont-Ferrand (108) |
| Lionese (Loire, Rhône) | 7.658 | 1.678.605 | 22 | Lions (461) |
| Guienna e Guascogne (Gironde, Dordogne, Lot, Aveyron, Lot-et-Garonne, Tarn-et-Garonne, Landes, Gers, Hautes-Pyrénées) | 63.232 | 2.764.605 | 44 | Bordeaux (254) |
| Béarn e Navarra (Basses-Pyrénées) | 7.712 | 413.411 | 54 | Pau (46) |
| Contes di Foix (Ariège) | 4.903 | 155.134 | 32 | Foix (7) |
| Rossiglione (Pyrénées-Orientales) | 4.145 | 233.347 | 56 | Perpignano (75) |
| Linguadoca (Haute-Garonne, Aude, Tarn, Hérault, Haute-Loire, Lozère, Ardèche, Gard) | 46.331 | 2.555.424 | 55 | Tolosa (264) |
| Savoie (Haute-Savoie, Savoie) | 10.786 | 498.971 | 46 | Chambéry (10) |
| Delfinato (Isère, Drôme, Hautes-Alpes) | 20.441 | 928.233 | 45 | Grenoble (102) |
| Comitato Venessino (Vaucluse) | 3.578 | 245.508 | 69 | Avignone (60) |
| Provenza (Basses-Alpes, Bouches-du-Rhône, Var) | 18.268 | 1.708.554 | 94 | Aix |
| Contes di Nizza (Alpes maritimes) | 3.736 | 513.714 | 138 | Nizza (211) |
| Corsica | 8.722 | 322.854 | 37 | Aiaccio (31) |
| 550.986 | 41.905.968 | 76 |
BIBLI: P. Joanne, Dictionnaire géographique et administratif de la France, Parigi 1890-1905; E. de Martonne, Les régions géographiques de la France, ivi 1921; L. Mirot, Manuel de géographie historique de la France, ivi 1929; F. Maurette, Toute la France: nouvelle géographie illustrée, ivi 1933; G. Hanotaux, Histoire des colonies françaises et de l'expansion de la France dans
la monde, ivi 1934; P. George, Géographie économique et sociale de la France, ivi 1938; J. I. Spengler, France faces Depopulation, Nueva York 1938; P. Vidal de la Bische, Le tableau de la géographie de la France, Parigi 1940; E. de Martonne, La France physique, ivi 1942; J. de la Roche-). Gostinian, La Fédération française, Montréal 1943; A. Demuneron, La France économique et humaine, Parigi 1946-48. Giuseppe Caraci
II. STORIA CIVILE ED ECCLESIASTICA.
SOMMARIO:
I. Nel medioevo
II. Nell'età moderna
III. La Rivoluzione
IV. La F. contemporanea.I. NEL MEDIOEVO
1. Storia civile
Fin dalla fine del VI sec. i caratteri essenziali della F. si manifestano nella Gallia merovingia. Questa, dal nord ha raggiunto i Pirenei e il Mediterraneo; guerre vittoriose estendono l'autorità dei discendenti di Clodoveo sui Germani al di là del Reno. Fusi nella religione cattolica, Franchi (v.) e Gallo-romani hanno soffocato l'arianesimo e formano un sol popolo. Pace tuttavia precaria: i Merovingi danno i peggiori esempi di dissidio e di brutalità; il nome della regina Brunechilde (fine del VI sec.) è legato ai più brutti ricordi. Il pacifico Regno di Dageberto (629-39) è solo un breve episodio prima della decadenza dei «rois fainéants» che la degenerazione porta rapidamente alla tomba dopo aver loro impedito di reagire contro l'ambizione dei «maestri di palazzo». Il regno non è uno Stato, bensì un patrimonio diviso ad ogni successione (Neustria, Austrasia, Borgogna, Aquitania).Il caos produce la salvezza: è una delle caratteristiche della storia francese. L'unità della Gallia barbara è stata compiuta da un barbaro, Clodoveo. La F. merovingia è salvata dall'anarchia da uno di quei maestri di palazzo che la dilanavano. Più tardi sarà uno dei signori meno fortunati, il Capeto, a salvare la monarchia dallo smembramento feudale. Varie circostanze favorevoli concorrono a spiegare la fortuna dei Carolingi. L'energia dei maestri di palazzo di Austrasia risolve l'incapacità dei «fainéants». Essi si sollevano al rango di salvatori: Carlo Martello arresta a Poitiers (732) la punta musulmana che tendeva ad infiltrarsi in Occidente; Pipino il Breve, suo figlio, salva la S. Sede minacciata da Agilulfo, re dei Longobardi. Stefano II, riconoscente, dichiara che «doveva essere re colui che governava» (Chronique de St-Denis, V, 82) e viene in F. a consacrare la nuova dinastia (754).
Sotto Carlomagno, figlio di Pipino (768-814), si poté credere che fossero restaurate la nazione e la realtà dello Stato imperiale, perdute, in Occidente, dopo il colpo di Stato di Odoacre, nel 476. Il Regno franco ricopre, e a volte sorpassa, l'antico territorio romano: Italia, dove Carlomagno cinge la corona di ferro del longobardo Desiderio (773); Marca di Spagna, conquistata malgrado la battaglia di Ronciavalle (778); Baviera, tolta al duca Tassillone; Pannonia, pacificata dopo la conquista (796) della capitale nomade degli Avari (il Ring); Germania, strappata ai Sassoni fanatizzati da Witikindo. Una capitale dal nome latino, Aix-la-Chapelle (Aquisgrana), fissata, secondo la tradizione romana, presso l'antico limen zenano; un palazzo sacro, degli altri dignitari, delle leggi generali (capitularia), un'amministrazione accentrata (conti, missi dominici): tutto il potere si concentra nelle mani del principe. L'illusione è ancora maggiore dopo l'incoronazione imperiale del Natale dell'800 a S. Pietro, da parte di Leone III.
In realtà, il monumento è solo una facciata: incompiuto, presenta delle screpolature. Deboli, incapaci o divisi, i discendenti dell'Imperatore franco non potranno
trattenere le forze centrifughe, far fronte agli assalti esterni, e ancor meno consolidare l'edificio. Per mancanza di finanze, si dilapidano i beni imperiali per remunerare i servizi militari; nessun altro legame che quello, ben fragile, della fedeltà personale, lega ancora al sovrano i suoi servitori: si delinea i vassallaggio. Sussiste l'uso delle divizioni, e, già durante il suo Regno, Ludovico il Pio (814-40) assiste, impotente o vittima, alle contese dei suoi figli intorno alla sua eredità. L'Impero si sfascia; si annuncia l'Europa. La F. si ripiega su se stessa, ormai mutilata. Il Serment de Strasbourg (842), bilingue, distingue di dialetto romanzo da quello germanico; il Trattato di Verdun (843) pone, a punto di discordia, la Lotaringia (Regno di Lotario) tra le due F. dell'est e dell'ovest: quella di Luigi il Germanice e quella di Carlo il Calvo. Solo quest'ultima conserverà il nome. In Aquitania appare il regionalismo. La corona lancia un ultimo spruzzo quando Carlo il Calvo riforma l'unità imperiale (Natale 876); ma è l'ultimo gesto: il suo successore, Carlo il Grosso, si scredita con l'abbandonare la Borgogna ai Normanni.
Tre ondate condussero in F. i Normanni, dopo la morte di Carlomagno. Fino all'860, le loro navi risalgono i fiumi nei paesi per razzie altrettanto devastatrici che fuggevoli. Dall'860 al 911, i loro attacchi si ampliano; assediano Parigi nell'885. Nel 911 Carlo il Semplice abbandona loro l'attuale provincia di Normandia. In questo stesso tempo, i Saraceni nel IX sec., gli Ungheresi nel X, saccheggiavano gli uni le coste meridionali, gli altri l'est e il centro del Regno. Di fronte alla invasione il potere monarchico resta impotente; sola efficace è la difesa locale. I conti, ereditari di fatto, diventano indipendenti; essi si riservano il reddito delle imposte perché è loro compiro mantenere i castelli e guidare i propri uomini al combattimento. Si formano i grandi feudi (dueati di Normandia e di Borgogna, contea di Fiandra, d'Alvernia, di Poitiers, di Tolosa e di Barcellona). L'autorità si dissolve e la monarchia non è ormai nulla più che una dignità, contesa nel X sec. tra i grandi.
Ugo Capeto aveva già esercitato la tutela dei re Lotario e Luigi V, e due dei suoi antenati avevano occupato il trono, allorché, nel 978, fu eletto re. Re debole, potenti vassalli. I quattro primi capetingi (Ugo, Roberto il Pio, Enrico I, Filippo I), separo almeno trarre dai loro diritti di sovranzi e dall'appoggio della Chiesa che li aveva consacrati la possibilità d'accescere i loro domini e fissare la corona nella loro discendenza.
Nel XII sec., con due re attivi, Luigi il Grosso (1108-1137) e Luigi VII il Giovane (1137-80) la monarchia si risveglia. Il nome di re diventa sinonimo di pace. Luigi VII caccia i signori avventurieri della sua terra, il popolo ha fiducia nella sua giustizia e, sotto la sua protezione, i Comuni si affrancano dai signori. Tuttavia la lotta contro i grandi feudatari diventa più difficile allorché Enrico II Plantageneto, re d'Inghilterra, aggiunge ai suoi domini del Maine e dell'Anjou, tutta l'Aquitania portatagli in dote di Eleonora, sua moglie, il cui precedente matrimonio con Luigi VII è stato annullato.
L'appoggio della monarchia è sotto i Regni di Filippo Augusto (1180-1223), a Luigi (1226-70), e Filippo il Bello (1285-1314). Nel Regno, ingranditosi con l'Artois, la Piccardia e altre regioni confiscate a Giovanni Sanza Terra (Normandia, Poitou, Saintonge), e la cui forza si manifesta nella battaglia di Bouvines (27 luglio 1214), la virile equità di s. Luigi fa regnare la tranquillità e l'ordine. La guerra cede il posto a opere pacifiche: la terra e i mestieri nutrano un popolo più numeroso, i mercati della Champagne attirano gli stranieri; si conia di nuovo, dimenticata dai tempi di Carlomagno, la moneta d'oro; la lingua francese, l'Università di Parigi, l'arte ogivale brillano in tutta la cristianità. L'amministrazione dei «baillis» la giustizia degli inquirenti reali e del Parlamento, finiscono di perfezionarsi al tempo di Filippo il Bello, mentre il re s'impadronisce di Lione, della Champagne e della Fiandra.
Ma dei doveri più estesi richiedono nuove risorse. Occorre sfruttare degli espedienti (cambio di monete, confische dei beni: dei Templari, degli Ebrei e dei Longobardi). La monarchia, ormai nazionale, trascina l'o-
pinione (prime assemblee degli Stati) nella lotta intrapresa dai quetiati, imbevuti di diritto romano, per circoscrivere i limiti del potere del papa Bonifacio VIII e del potere civile.
Con la morte di Filippo il Bello, la fortuna abbandona i Capetingi. In 14 anni (1314-28), in mezzo all'agitazione feudale, i tre figli del re (Luigi X il Protervo Filippo V il Lungo, Carlo IV il Bello), mancano alla tradizione, mai ancora smentita, di una successione maschile. L'eredità non si trasmette attraverso le donne, e si scarta così Carlo il Malvagio, futuro re di Navarra, e il re d'Inghilterra, Edoardo III, a favore di un minore, Filippo di Volois, poiché questi è « nativo del Regno ». Da ciò ha origine la guerra dei Cento anni. Le calamità si accumulano. L'impreparazione di Filippo VI, il pazzo valore di Giovanni II Buono si pagano con i disastri di Crécy (1346), Calais (1347) e Poitiers (1350); il re di F. muore prigioniero a Londra. I territori abbandonati nella pace di Brétigny (1360) sono mai compensati con l'acquisto di Montpellier e del Delfino. Il disastro economico e sociale porta altri flagelli: carestia, svalutazione monetaria, carovita, peste, spopolamento con il loro corteo di disordini (Jacquerie) e la borghesia, condotta da Stefano Marcel, tenta, per mezzo degli Stati Generali, di controllare le finanze reali.
Carlo V il Saggio (1364-80) riesce a porre fine ai saccheggi delle grandi compagnie, e restaurare l'autorità e, con l'aiuto di Bertrand du Guesclin, a riprendere agli Inglesi una parte dei territori perduti. Il Regno di suo figlio, Carlo VI (1380-1422), s'inizia bene, ma agli impazzisce e il XIV sec. si chiude in mezzo al disordine; infatti alle rivalità dei principi, s'aggiunge la confusione della scisma. L'avvenire della F. è, allora, incerto.
2. Storia ecclesiastica. - La F. medievale dovette alla Chiesa quasi tutti i suoi lineamenti; e la Chiesa, in compenso, trovò nella sua « figliola maggiore » una terra d'elezione. Dopo aver battezzato la F. a Reims, nella persona di Clodoveo, la Chiesa educa la società franca. Le scuole vescovili e i monasteri salvano dal disastro dell'ignoranza merovingia ciò che ancora sussiste delle lettere e delle arti antiche. La sfrenata immoralità laica è controbilanciata dalla grande austerità di s. Colombano e dei suoi discepoli. La brutalità ha per barriere il diritto di asilo e l'immunità delle terre della Chiesa, e, per freno, le energiche rimostranze dei vescovi (Gregorio di Tours, Fortunato). La monarchia s'inchina dinanzi a loro; essa dota le grandi abbazie (St-Denis, St-Wandville, Jumièges, St-Riquier, St-Croix-de-Poitiers). In reciproco scambio di servizi, è dal potere civile, rappresentato dagli eredi di Carlomagno, che a Bonifacio riceve l'aiuto necessario per la riforma di un clero troppo legato alla vita del secolo e per la espansione della fede in Germania. La doppia consacrazione di Pipino il Breve da parte di Bonifacio e del Papa dà alla monarchia francese un carattere religioso.
Nello stesso modo in cui ha sorvegliato alla nascita e alla prima educazione della nazione francese, la Chiesa, unita allo Stato carolingio, dà al nuovo Impero la sua ragione d'essere. Il credo cattolico fonda l'unità del populus christianus; la lingua latina la esprime; i vescovi sono gli ausiliari dei conti; le conquiste mirano alla Crociata; il « rinascimento carolino » è opera del clero; infine la leggenda canonizzerà il « nuovo Costantino ». Suo figlio Luigi, educato da vescovi, sarà « il Pio »; egli umilia la sua potenza di fronte al Papa e i capi delle abbazie (Wala) governano il paese. Sotto le generazioni seguenti l'episcopato sostiene ancora le deficienze della monarchia: Incmaro prima, Adalberone poi, sono titolari del vescovato di Reims, il più noto.
Analogia delle situazioni, analogia della soluzione. Il Battesimo di Rollone trasforma i Normanni da bar-

Come prima il vescovo merovingio, è soprattutto il monaco che, a partire dal x sec., difende le virtù e la fede cristiana contro la contaminazione del secolo. Ed ecco Cluny, fondata nel 910, le cui filiali, dovunque, oppongono lo spirito di religione e di pace al lento materialismo della prima età feudale. Le fine del primo millennio vede la F. vestirsi di un « bianco abito di chiese nuove ». Attraverso la F., i santuari cluniacensi (Tours, Vézelay, Saint-Gilles, Toulouse) si scaglionano lungo le strade di pellegrinaggio. La Borgogna e l'Aquitania sono le terre privilegiate dell'influenza cluniacense. Là germogliano le istituzioni di pace (pace a tregue di Dio, associazioni di pace), mentre i cavalieri « ordinati » secondo riti quasi
sacramentali, si fanno un punto d'onore di proteggere i deboli. Le abbazie aggiungono al beneficio della pace quello di un pane quotidiano assicurato dai lavori delle proprie campagne alla popolazione moltiplicata. Allora il popolo mette la sua forza d'espansione e i baroni il loro onore al servizio della Fede; la Crociata, ideata in Borgogna e nel Mezzogiorno nel corso dell'xi sec., fa la sua prima campagna in Spagna, a si organizza, sotto la direzione di un papa francese, Urbano II, al Concilio di Clermont (1093). Da allora in poi, la maggior parte degli effettivi di ogni Crociata proviene dalla F. e con il nome di Franchi sono chiamati, in Oriente, tutti gli occidentali.
L'ordine monastico, nel x e nell'xi sec. era stato meno corrotto che il clero secolare, dalla ricchezza e dal rilassamento dei costumi. E da un paese di lingua francese, la Lorena, con Brunone di Toul (Leone IX) e da Cluny dove si era formato l'italiano Ildebrando (Gregorio VII), che parte la corrente decisiva della riforma ecclesiastica. Dal canto suo Ivo di Chartres propone la soluzione conciliativa della doppia investitura, quella temporale e quella spirituale, che riavvicinerà il Papa e l'Imperatore nel Concordato di Worms (1122).
Per la Chiesa i problemi si rinnovano rapidamente
quanto ella stessa. La diffusione dell'antico razionalismo (il « nuovo Aristotelo ») sotto l'influenza della scienza araba, quella del manicheismo cataro, fonte dell'aresia albigese, creano nuovi gravi problemi per la Fede. Il grande slancio preso dalle città e dal commercio accresce l'amore della ricchezza, che finisce con lo insinuarsi anche nell'Ordine slanicense. Nello sforzo tendente ad una soluzione il foglio cresce insieme al grano; ma sarà il XIII sec. a portare le trionfanti risposte. Emuli, tendono insieme all'austerità e i monaci dell'abbazia di Pontevrault, fondata da Roberto d'Arbrissel, e i Certesini di S. Bramone, i Premonstratensi di S. Norberto e, soprattutto, i Cistercensi riformati da s. Roberto di Molasses e s. Bernardo da Chiaravalle; mentre un Pietro Valdes, a Leone, è solo l'abbazia di un s. Francesco, al quale mancherebbe l'umiltà.
Il nome di s. Bernardo domina tutta l'epoca. Egli è consigliere di papi, di vescovi, di re. Il potere civile trova del resto nella Chiesa il suo migliore sostegno; i cancellieri sono uomini di Chiesa, p. es., Suger, abate di St-Denis, amico di Luigi VII. Più che il razionalismo orgoglioso di un Abelardo, s. Bernardo porta alla folla la consolaure devozione della festa del Corpus Domini: sarà una risposta alla condanna albigese della materia, con il culto di un Dio celato sotto la specie del pane. E, a finirla del tutto, con l'aresia albigese che dilania la Linguadoca, non basta la lunga crociata dei baroni del nord diretta da Simone di Montfort contro Raimondo VI di Tolosa, nel 1209. Anche l'Inquisizione, instaurata nel 1229, è solo un mezzo brutale e negativo. Solo la predicazione ricondurrà le anime alla Fede. Fondato sul suolo francese, a Tolosa, da uno spagnolo, s. Domenico, e non senza rapporto con l'ideale del Poverello di Assisi, l'Ordine dei Frati Predicatori realizza finalmente la sintesi tra studio e povertà, ragione e Fede, speculazione e preghiera.
Arricchita dal talento dei Mendicanti (s. Alberto Magno, s. Tommaso d'Aquinio, s. Bonaventura) a protetta, dopo il pontificato d'Innocenzo III, dal papato e dal re, l'Università di Parigi è, a detta del papa Alessandro IV, « l'albero nel Paradiso Terrestre ». Delle sue quattro facoltà (arti, medicina, diritto, teologia), la più celebrata è la quarta, a delle scuole, tra le quali si dividono gli studenti di queste quattro « nasioni », i più famosi sono lo « studium » domenicano di S. Giacomo e il Collegio fondato nel 1267 da Robert de Sorbon (la Sorbonne). La Chiesa dirige tutta la vita sociale dal re (s. Luigi era scenario francescano) fino all'umile artigiano delle confraternite dei mestieri. È lei che ispira le arti. Succedendo, verso la fine del XII sec., al culto per la volta romana, a

Il temporale e lo spirituale, nel medioevo, sono uniti come l'anima e il corpo. Filippo il Bello credette forse di poter servire la Chiesa quanto la sua corona difendendo contro il Papa le immunità finanziarie e giudiziarie del suo clero (affare delle decime, processo di Bernardo Saiset), e condannando i Templari riprovati dalla voce pubblica. Nessuna delle due parti distingueva il dominio di Dio da quello di Cesare, e si giunge agli estremi del malinteso: il Papa scomunicò il re e minacciò di deporlo (bolla Unam Sanctam, 1302); il re lasciò che Guglielmo di Nogaret perpetrasse contro il Pontefice l'attentato di Anagni (1303), macchinato dai Colonna. La Chiesa francese, eccettuati i Regolari, seguiva Filippo il Bello e la sua docilità annunzia i « nazionalismi » religiosi. Lo straniero però in tal modo immaginare che i papi francesi di Avignone, da Clemente V a Gregorio XI non fossero altro che i doci i servitori del re di F. La guerra del Cento anni aggravò la situazione, e il papato, apparentemente compromesso, non ebbe successo nei suoi molteplici sforzi di mediazione. Lo scisma, sin dal 1378, collocò la F. tra i partigiani dell'avignonese Clemente VII. Nasceva così il « gallicanismo » fortificato da una passeggera « sottrazione di obbedienza » da parte della Chiesa francese nei riguardi dei due Pontefici rivali. E tuttavia, ancora una volta, l'università proponeva delle soluzioni per la cristianità: l'accordo e il concilio. Alla fine del XIV sec. regna in F. lo scompiglio, sia nella Chiesa che nella vita politica.

Per la storia religiosa: N. Valois, La F. et le Grand Schirene d'Occident, 4 voll., Parigi 1896-1902; G. Kurth, Clovis,
2 voll., 3e ed., ivi 1901; E. Vacandard, Vie de St Bernard, 2 voll., 3e ed., ivi 1902; E. Martin, St Colomben, ivi 1905; E. Mâle, L'art religieux en France du XIIe s. au XIIIe et à la fin du moyen âge, 3 voll., ivi 1908-23; E. Leane, Histoire de la propriété ecclésiastique en France, 6 voll., Lille 1910-43; P. Mortier, Hist. abrégée de l'Ordre de St Dominique en France, Tours 1926; J. Rivière, Le problème de l'Eglise et de l'Etat au temps de Philippe le Bel, Lovanio 1926; L. Bréhier, L'Eglise et l'Orient au moyen âge, Les Croisades, 5e ed., Parigi 1928; G. Govan, St Louis, ivi 1928; A. Fliche, La chrétienté médiévale, ivi 1929; J. Guirard, Hist. de l'Inquisition au moyen âge, 2 voll., ivi 1935-38; G. Digard, Philippe le Bel et le Saint-Siège de 1293 à 1302, 2 voll., ivi 1937; Fliche-Martin-Franze, VI; A. Fliche-V. Martin, Hist. de l'Eglise, VII, Parigi 1948; VIII, ivi 1946; IX, ivi 1948; P. Belperron, La Croisade des Albigouis, ivi 1942; E. Gitson, La philosophie au moyen-âge, ivi 1944; A. Fliche, La querelle des Investitures, ivi 1946; Ch. Poulet, Hist. de l'Eglise de F., moyen-âge, ivi 1946; R. Grousset, Hist. des Croisades, 3 voll., 2e ed., ivi 1948-49; L. Halphen, P. Glorieux, G. Le Bras a altri, Aspects de l'Université de Paris, ivi 1949; G. Mollet, Les Papes d'Avignon, 9e ed., ivi 1950. Guglielmo Mollet
II. NELL'ETÀ MODERNA
La pazzia ad intermittenza del re Carlo VI incominciata nel 1392, impedisce alla nazione francese di cogliere quei vantaggi che la situazione generale dell'Europa aggravata dallo scisma le avrebbero consentito. Scoppiarono infatti subito le rivalità per il governo del Regno fra zii e fratelli del re che miravano al loro particolare tornacento; primo fra tutti Filippo di Borgogna che
Morto nel 1404 Filippo di Borgogna, zio del re e di fatto reggente, suo figlio Giovanni venne messo da parte da Luigi D'Orléans fratello del re, marito di Valentina Visconti, pessimo amministratore a sua volta; che il 23 nov. 1407 cadde vittima di un agguato del cugino di Borgogna che prese il governo, favorì Parigi e i suoi marzanti, determinando la reazione della feudalità che si strinse attorno ai figli dell'Orléans sotto la guida del conte di Armagnac da cui prese il nome la fazione. Si ebbe allora una lunga guerra civile, mentre a Parigi la prepotenza della piazza e dell'Arte dei macellai e del loro capo Caboche, provocando una reazione, dava la città in mano agli Armagnacchi.
Su questa F. turbata e insanguinata piombò la invasione inglese di Enrico V che cerca un diversivo alla sua difficile situazione interna con una guerra
popolare e fortunata, e per 14 anni i disastri francesi si susseguono: la caduta di Harfleur, la sconfitta di Azincourt (1415), la caduta di Rouen, l'assassinio di Giovanni duca di Borgogna, col susseguente Trattato di Troyes (1420) per cui il re diseredava il Delfino Carlo e riconosceva come suo erede Enrico V, fidanzato alla figlia Caterina; ad esso aderiva il nuovo duca di Borgogna in modo che tutto il paese fino alla Loira, compresa Parigi, cadde in mano agli Inglesi. Nel 1422 alla morte dei due re vennero proclamati a Bourges il Delfino (Carlo VII) e a St-Denis il figlio bambino di Enrico V quale re di Francia e di Inghilterra. Nel 1429 la decadenza della F. è al colmo: gli inglesi si preparano ad Orléans a passare a sud della Loira, quando una fanciulla non ancora ventenne, Giovanna D'Arco che convinta, dalle sue visioni, della missione divina di salvare la F., si reca a Bourges, scuote l'inerzia del re e della sua corte. Mandata con una spedizione ad Orléans mette in fuga gli inglesi, conduce il re a Reims a farsi incoronare e, benché cadesse in mano degli inglesi e da essi fosse mandata al rogo come strega, inizia veramente la riscossa della F., dove nel '53 sotto gli inglesi non rimaneva che Calais.
Da tante rovine risorge a nuovo prestigio la monarchia che se ne serve per instaurare una amministrazione regia e assoluta, libera cioè dalle limitazioni dei diritti feudali, delle franchise comunali, degli Stati Generali. Essa ormai avrà una sua finanza, un suo esercito, una sua giustizia superiore a quella
feudale e il controllo sulle amministrazioni locali. Il Concordato del 1516 poi pur appagando il desiderio papale di veder soppressa la prammatica di Bourges con i suoi principi gallicani e basilessi, mette la Chiesa di F. nelle mani della monarchia che presenta i candidati ai vescovadi e abbazie per la investitura papale. Sono così 94 vescovadi, 527 abbazie, oltre altri priorati che permettono al re di compensare con ricche prebende ministri, favorire cadetti di famiglie nobili e persino diplomatici stranieri. Inoltre con l'incorporare i cadetti nobili nelle nuove milizie che Carlo VII crea nel 1445 al posto delle antiche brigantesche compagnie di ventura il re ammansisce la riottosità delle famiglie; mentre i nobili maggiori son tolti dalle province a fatti cortigiani alla mercé del re e sottratti alla rovina economica. Sarà compito specifico di Luigi XI (1461-83) macchinare la rovina dell'alta feudalità, alla quale erano state distribuite le province quale appannaggio per i cadetti reali.
Ai metodi sleali degli ex-compagni egli rispose con altri egualmente falsi e crudeli per sfuggire agli impegni impostigli e alle promesse strappategli con le loro coalizioni ribelli anche se chiamate del Bene pubblico. Tragico fu il suo duello con Carlo il Temerario duca di Borgogna che sognava un suo regno indipendente fra la F. e l'Impero e che cade a Nancy (1477) sotto le picche degli svizzeri pagati, segretamente, da Luigi XI. Luigi XI ne assorbe gli Stati francesi: e man mano ricostituisce l'unità territoriale della F., riprendendo il Maine e l'Angiò, ritogliendo al fratello la Normandia a la Guienna, sterminando le case di Armagnac, Alençon, Nemours, St Pol, sottomettendo il duca di Bretagna, e occupando l'Artois, la Franca Contea, il Charolais (questi scioccamente restituiti più tardi da Carlo VIII), la Piccardia e le contee di Borgogna e Boulogne, domini questi già borgognoni. Domata la feudalità, egli saprà imporsi agli Stati Generali, convocandoli sempre più di rado. Sicché quando nel 1484 sua figlia Anna di Beaujeu, reggente del minorenne Carlo VIII, non terrà conto della proposta di limitare la taglia (che era divenuta la fonte maggiore delle entrate reali e veniva fissata ad arbitrio del re), la monarchia sicura delle sue entrate potrà dirsi veramente assoluta. Luigi XI, pur tra la riottosità interna e il pericolo borgognone non cessa di intervenire all'estero, anzi l'invadenza di Carlo lo spinge a controbatterne l'azione con ogni mezzo, in Svizzera, Lorena e Italia, sì da ridurre il ducato di Savoia a una specie di vassallaggio, benché gli resista proprio la sorella Iolanda, duchessa reggente. Si interpone anche fra Firenze e Napoli e fa spesso sentire il suo peso a Roma servendosi sia della Prammatica che delle ordinanze ecclesiastiche. Occupa come pegno di un prestito la Cerdagna e il Rossiglione e aspira alla Catalogna. Scomparso il Temerario, questa politica si fa più pesante e attiva pur senza veri interventi: la morte lo coglie quando l'eredità della Provenza, che gli dà i porti di Marsiglia e Tolone, lo matte di fronte al problema mediterraneo. Nella sua reggenza Anna de Beaujeu (1483-91) costretta a soffocare le nuove rivolte dell'alta feudalità, ha ancora la possibilità di assicurare alla Corona il ducato di Bretagna col matrimonio del giovane re con la erede del ducato. Sarà il giovane e romantico Carlo VIII (1483-98) che però varcherà le Alpi perseguendo il sogno della conquista di Napoli (quale erede dei diritti degli Angiò) come tappa per Gerusalemme e
Costantinopoli. Liquidata la crisi di Bretagna con le disastrose cessioni ricordate, Carlo VIII da Senlis nel maggio del 1493 invia le sue ambasciate agli Stati italiani per chiedere il concorso. In Italia non si crede alla spedizione e si risponde evasivamente salvo a Milano che per il fatto di Genova è quasi vassalla: la ostinazione puerile del re vince le opposizioni interne e nel luglio del '94 già si combatte a Rapallo, e Genova è una base francese. Nell'ott. l'esercito francese è in Piemonte e, ai primi di novi, nella Lunigiana sforzesca e facilmente fa crollare l'opposizione di Firenze perché la città è per tradizione filofrancese, anche se l'inetto Piero de' Medici è legato agli Aragonesi di Napoli. Estorti denari a Firenze, la marcia procede facile fino a Roma: il 22 febbr. il re è in Napoli senza aver mai dato una vera battaglia. Gli Stati italiani sentono ora l'errore di aver rivelato la propria debolezza politica e militare e, spinti da Venezia e dall'Aragonesi, che come per la Sicilia con Napoli francese, formano una lega italiana ed europea; il re deve ritornare in F. con il proposito, durato sino alla morte, di ritornare in Italia. Purtroppo la monarchia francese si è così impegnata in questa linea che, dannosa ai suoi veri interessi, coalizza contro di essa tutta Europa da persistervi fino al 1559, perché il successore, Luigi XII (1498-1515) quale nipote di Valentina Visconti, organizza subito la conquista di Milano con l'aiuto di Venezia e di Alessandro VI. Milano è presto occupata, la F. possiede con ciò la chiave d'Italia, ma Luigi XII continua l'errore di Carlo VIII e aspira a Napoli. Il Regno meridionale è presto occupato e spartito con l'Aragona ma anche perduto appena sorte le prime rivalità, e Luigi XII avrà così convinto la Spagna che Napoli non può restare spagnola con Milano francese. La politica italiana di Luigi XII prosegue contro Venezia con la lega di Cambrai, ma la riscossa di Venezia porterà a quella coalizione antifrancese che era nella logica europea, all'espulsione dei francesi da Milano (1512) e all'invasione della F. da parte di inglesi e imperiali: nel 1515 Luigi XII morendo vedrà perdute tutte le sue conquiste. Il cugino e successore Francesco I di Valois-Angoulême (1515-47) con la vittoria di Melegnano (1515) riprende Milano, ma appena per 6 anni, perché riaperta la guerra con la Spagna, ora strumento delle ambizioni imperiali di Carlo V, la F. la perderà e per sempre. Nuove spedizioni falliscono e la più grave disfatta sarà quella di Pavia (1525) per la quale Francesco I, fatto prigioniero, pur di tornare libero rinuncerà all'Italia e alla Borgogna. Poi per salvare questa provincia si gioverà della Lega di Cognac (1526) con gli Stati italiani come di uno spauracchio, finendo con l'abbandonare i suoi alleati nella pace di Cambrai (1529).
L'Italia è già perduta anche se nel 1536 Francesco I occupa il Piemonte col pretesto dell'eredità di sua madre Luisa di Savoia; la lotta contro le ambizioni universali di Carlo V si sposta dall'Italia verso le Fiandre per la recisa neutralità di Venezia e di Paolo III malgrado gli intrighi francesi, e la F., per cercare alleati equilibratori, dovrà ricorrere agli Ottomani, alle loro flotte corsare del Mediterraneo e ai principi riformati tedeschi che frenano la potenza imperiale di Carlo V. Grazie ad un equilibrio di forze, la F. non è intaccata dalle invasioni dell'Imperatore, però gli ultimi tentativi di Francesco I e suo figlio Enrico II (1547-59) non hanno alcun esito; e e Cateau-Cambrésis nel 1559 i patti di 30 anni
prima a Cambrai sono confermati, le terre italiane occupate in Corsica, Toscana e Piemonte vengono definitivamente agombrate; unico miglioramento la ripresa di Calais e l'occupazione di Metz, Toul, Verdun e del Saluzze.
Alle guerre rovinose si aggiunse la cattiva amministrazione. Luigi XII aveva cercato di alleviare tributi e togliere ingiustizie meritandosi il titolo di padre del popolo; ma con Francesco I, alle esigenze belliche si aggiungono quelle di una corte brillante e sfarzosa che viaggia continuamente col suo treno di più di diecimila cavalli. Il bilancio, malgrado l'altezza della taglia, stenta ad essere in equilibrio negli anni ordinari, e perché la guerra è quasi costante si ricorre ai prestiti specie con i mercanti italiani di Lione e alla disastrosa vendita degli uffici moltiplicati a questo scopo e resi poi anche cedibili; il che, se dà un capitale al momento, priva per sempre lo Stato della rendita corrispondente. La pressione tributaria, la svalutazione del denaro che riduce il valore dei censi e dei salari, turbano la vita economica; vi è quindi verso la fine del periodo un malcontento per il disagio economico per la crescente centralizzazione amministrativa che, non sempre utile, in ogni caso disturba abitudini e interessi.
Alla guerra italiana e alla pace del '59 seguì in F. un quarantennio di agitazioni e di guerre civili che si sogliono dire religiose e cioè lotte tra riformati (ugonotti) e cattolici, ma in fatto queste guerre hanno origini ben più complesse come lo scredito della monarchia sconfitta, la debolezza del governo di tre re minori o quasi (Francesco II [1559-60], Carlo IX [1560-74], Enrico III [1574-89], i tre figli di Enrico II). Tale debolezza permette alla feudaltà di tentare una rivincita sulla monarchia servendosi del pretesto religioso, mentre questa persegue una politica di tolleranza ed equilibrio tra le due fazioni. Alla monarchia francese manca quell'interesse per la Riforma che hanno i principi tedeschi per impadronirsi dei grandi beni ecclesiastici, poiché il re ne può disporre in altro modo, ne esistono in F. veri principi ecclesiastici. Già Francesco I pure in lega coi protestanti tedeschi, se da prima tenne un contegno incerto, poi si rivelò severo e sospettoso verso i riformati di cui molti dovettero esulare tra cui Giovanni Calvino.
Il partito riformato, dapprima diffuso nei ceti inferiori malcontenti, cambiò faccia quando nel '58-59 vi aderirono i Borboni e i Condé, ultimo ramo della famiglia reale oltre quello regnante, che si era avvantaggiato col matrimonio di Antonio di Borbone (fratello di Luigi di Condé) con Giovanna d'Albret, crede della Navarra francese. Da quella adesione il partito assunse carattere politico, quale ripresa della lotta della feudaltà contro la monarchia, esigendo oltre la libertà del nuovo culto il riconoscimento dei diritti dei principi del sangue, specie in odio ai duchi di Guisa, di origine lorenese, che per la bravura del maresciallo Francesco, prevaleva nel governo ed era il capo del partito cattolico. Durante la minorità di Carlo IX la reggente Caterina de' Medici (che finì con l'essere in odio ad ambo i partiti e a cui si rinfacciava l'origine italiana) negli Stati Generali del 1561 pubblicò una Ordinanza di conciliazione. Ma nel '62 un grave incidente provocato dal Guisa a Vassy fa scoppiare la guerra civile. Le paci di Amboise ('63) Longjumeau ('68) non sono che tregue. Dopo quella di S. Germain ('70) il capo calvinista Coligny cerca di guadagnarsi Carlo IX prospettan-
dogli la conquista della Fiandra ribelle a Filippo II. Questo breve episodio degli ugonotti con la monarchia fu tragicamente interrotto dall'eccidio della notte di S. Bartolomeo (24 ag. '72) in cui a Parigi, col consenso del re, numerosi ugonotti vennero uccisi sotto l'accusa di complotto contro il re. Indi nuova guerra civile e atteggiamento antimonarchico del calvinismo e vana pace del 1576 perché la grande maggioranza francese e gli Stati generali erano contro gli editti di tolleranza. La guerra civile si aggravò poi quando morto nel 1584 il fratello del re, a sua volta senza figli, la successione toccava a Enrico di Navarra ugonotto. La lega cattolica, capeggiata da Enrico di Guisa, accettò la dichiarazione di papa Sisto V che il Navarra non poteva, come eretico, succedere al trono a Parigi assunse un atteggiamento ostile al re stesso che fece uccidere nelle sue stanze a Blois il 23 dic. '88 il Guisa, ma che a sua volta il 1° ag. '89 veniva assassinato sotto Parigi che era andato ad assediare con Enrico di Navarra.
Per quanto designato dal re morente, Enrico IV (1589-1610) non fu che parzialmente riconosciuto: Parigi invocò l'aiuto di Filippo II e ricevette una guarnigione spagnola. Furono quattro anni di guerra confusa, ma lentamente prevalse il sentimento nazionale: Enrico IV, già convinto delle necessità della conversione, nel '93 abiurava e veniva consacrato re l'anno dopo in Parigi: la guerra si volgeva ora contro la Spagna che nella pace di Vervins ('98) riconfermava i confini del 1599; poco prima il re con l'editto di Nantes (30 apr. 1598) aveva concesso ai protestanti libertà di coscienza e parziale di culto, e in più come garanzia il possesso di alcune piazze di sicurezza fra cui La Rochelle, concessione politica che Richelieu limiterà come pericolosa. Enrico IV scopre con mano ferma ristabilire l'autorità regia decaduta, rimediare ai danni della guerra civile, migliorare le finanze, diminuire la taglia, favorire le industrie e la colonizzazione in America; rinunciando a Saluzzo ottenne da Carlo Emanuele di Savoia la Bresse e il Bugey (1601). Sanate le ferite maggiori, la F. ritorna ora al vecchio sogno di primato europeo; la resistenza in Germania dei protestanti alla avanzata cattolica offre un'occasione alla rivincita sugli Asburgo. Ma la voce di accordi con i protestanti turba i cattolici e il re cade vittima di un fanatico (14 maggio 1610) lasciando erede un bambino di nove anni (Luigi XIII [1610-43]) sotto la reggenza della regina Maria de' Medici.
Con la scomparsa di una così grande personalità si ha una politica di debolezza verso la nobiltà e gli ugonotti, tornati prepotenti, di sperperi del tesoro per calmare i malcontenti, di convocazione degli Stati Generali (gli uccelli di malaugurio della monarchia) e di prevalenza nel governo dei favoriti fiorentini della regina fra cui primo il Concini, marito di una sua dama. Il giovane re nel 1617 se ne libera facendolo assassinare e allontanando la madre, per cadere in balia di incapaci e disonesti. Verso l'estero si venne a una stretta unione con la Spagna, combinando anzi il matrimonio del re con la figlia di Filippo III e si assistì inerti alla prima fase della guerra dei Trent'anni e ai trionfi imperiali. Solo con l'avvento del Richelieu nel 1624 la F. ebbe un governo e una politica sua che Luigi XIII, pur debole, ebbe il merito di sostenere contro tutta la corte. Richelieu riprese i metodi di Enrico IV sottomettendo la feudaltà, gli ugonotti, i Parlamenti e stroncando senza pietà gli intrighi della regina madre e del fratello del re. In politica estera riprese per gradi la
lotta contro la Casa d'Austria, prima cacciandola dalla Valtellina poi portando un principe francese (Gonzaga-Nevers) a Mantova e Casale e facendosi cedere dai Savoia Pinerolo per avere un piede in Italia. Poi, per quanto vescovo zelante di Luçon ed efficace polemista contro i protestanti, non esitò a servirsene sul piano politico, per controbattere l'assolutismo imperiale, prima aiutando gli svedesi poi intervenendo direttamente in Germania e nelle Fiandre. La sua politica fu condotta poi a buon termine dal card. Mazzarino a lui successo dopo la sua morte nel '42 e quella del re nel '43, durante la reggenza di Anna d'Austria. Con la pace di Vesfalia nel '48, l'Impero cedette alla F. l'Alsazia, meno Strasburgo, e riconobbe la semi-indipendenza dei principi tedeschi. Terminata felicemente la guerra germanica, restava al Mazzarino da vincere la guerra con la Spagna e la opposizione del Parlamento di Parigi alle nuove tasse degenerata in vera rivolta della popolazione, e poi, domata questa, l'opposizione dei principi quando egli fece arrestare il Condé che pretendeva di essere l'arbitro del governo (Fronda parlamentare a principesca). Mazzarino dovette esulare (1651-53) e tornò solo quando le discordie dei suoi nemici e la tenace fiducia della regina madre glielo permisero. Egli cercò allora di riparare alle gravi perdite causate dalla Fronda e riuscì con l'alleanza dell'Inghilterra di Cromwell ad obbligare la Spagna alla pace dei Pirenei (7 nov. '59) che dava alla F. la Cerdagna e il Rossiglione, gran parte dell'Artois e città delle Fiandre, mentre col matrimonio di Luigi XIV con l'Infanta di Spagna, Maria Teresa, poneva quasi un'ipoteca sull'eredità spagnola. Due anni dopo moriva (1661) lasciando la F. al primo posto in un'Europa mezza distrutta dalle guerre.
Con Luigi XIV (1643-1715) si ha il grande secolo, l'età d'oro della F.: non solo la potenza di Luigi XIV domina l'Europa, ma la corte di Versailles col suo sfarzo è il modello delle corti europee, le mode francesi si impongono ovunque, la letteratura e la cultura sono celebrate a irritare in tutti i circoli dotti d'Europa. Il Regno di Luigi XIV (uomo di alto ingegno e di meravigliosa attività) cominciato con grandi trionfi finisce disastrosamente per le continue guerre che fanno sorgere contro di lui coalizioni sempre più vaste. Nella prima guerra contro la Spagna ottiene città delle Fiandre, fra cui Lilla, nella seconda contro l'Olanda ottiene nella pace di Nimega (1678) la Franca Contea, e poi durante la pace con le Camere di riunione occupa nuove città tra cui Strasburgo (1682); queste e altre prepotenze, tra cui il bombardamento di Genova (1685), promuovono la Lega di Augusta (1688-97) che obbliga Luigi XIV a restituire gran parte di quanto aveva occupato. Nell'ultima guerra, di successione di Spagna (ca. 1700-13), per avere accettato il trono spagnolo in favore del nipote Filippo V si vide addosso quasi tutta Europa e costretto a chiedere pace accettando lo smembramento del dominio spagnolo a vantaggio dell'Austria (Utrecht, 1713). Nel 1715 il re moriva lasciando erede un pronipote di cinque anni sotto la Reggenza (1715-1723) del duca d'Orléans. All'interno per la vita economica, malgrado agli inizi vi fosse stata l'opera del grande ministro G. B. Colbert, la F. era in condizioni rovinose. Il dispotismo regio aveva soppresso ogni autonomia e libertà. In materia religiosa non soltanto era stato soppresso l'editto di Nantes (18 ott. 1685) che regolava i rapporti con i riformati, ma se ne era voluto imporre la conversione con mezzi militari,
provocando l'esodo di migliaia di Francesi. I rapporti con la S. Sede furono messi ripetutamente alla prova dalle prepotenze di Luigi XIV particolarmente nel 1662 sotto Alessandro VII a proposito dell'episodio della guardia còrsa a Roma e poi nel 1687 a proposito dei cosiddetti privilegi delle ambasciate, cui il re non intendeva rinunciare, nonostante gli abusi cui avevano dato origine e la rinuncia delle altre potenze. Ma assai più gravi furono due controversie teologiche che tennero agitati gli animi. La prima fu quella delle famose libertà gallicane che pretendevano limitare l'autorità pontificia, e, come conseguenza, la sua infallibilità, e che riapertasi sino dal 1661, culminò nel marzo del 1682 con la proclamazione da parte dell'Assemblea del clero francese dei quattro articoli prontamente sanzionati dal Re. La seconda controversia, che va tenuta distinta dalla precedente, fu quella del giansenismo (v. GIANSENIO e GIANSENISMO) che nelle sue diverse fasi e condanne, avvalendosi dei quattro articoli, concorse a scompaginare la disciplina ecclesiastica e la dovuta dipendenza della S. Sede. Né va quietismo (v.).
Il settantennio che va dalla morte del «gran re» alla Rivoluzione non è che un continuo muoversi verso la crisi finale.
La decadenza sempre più grave della monarchia con le guerre sfortunate, la vita scandalosa di Luigi XV (1715-74) e i costumi della corte, la disastrosa politica finanziaria mentre si accentua nell'opinione pubblica la convinzione di un necessario rinnovamento della costituzione politica e sociale, conducono la F. verso un tracollo catastrofico. Però la F. è sempre il centro d'Europa per l'arte, la letteratura, la filosofia, le mode: la sua azione è immensa in ogni campo nonostante il decadere del suo prestigio politico. La guerra di successione polacca per mettere sul trono Stanislao Leczinski, padre della regina, fallisce il suo scopo ma fa sperare alla F. la Lorena (Nancy) data temporaneamente a Stanislao, mentre in Italia obbligava l'Austria a lasciare Napoli e la Sicilia: la seconda per la successione d'Austria, piena di disastri, servi solo, come si disse allora, per il re di Prussia che si guadagnò la Slesia. Nella terza guerra, detta del Sette anni, si ebbe il rovesciamento delle alleanze attribuito dall'opinione pubblica alla Pompadour: esso costò alla F. il Canadà, il Senegal e la Luisiana. Poco dopo per controbilanciare la prevalenza inglese nel Mediterraneo viene occupata la Corsica (1768). L'opinione pubblica si fa sempre più ostile per gli scandali della vita privata del re, gli sperperi a cui essa dà occasione, la debolezza della politica estera nella quale irretito dagli intrighi dell'Austria lasciò compiersi la prima spartizione della Polonia. Si accentuano nella letteratura le critiche alla vecchia costituzione, ai resti dei privilegi feudali, mentre il terzo stato aspira a una partecipazione al governo proporzionata alla sua importanza economica.
Molte speranze si avevano sul nipote Luigi XVI (1774-92), ma alla sua natura buona ed onesta non corrispondeva né l'ingegno né la volontà, mentre il compito di riformare uno Stato così disordinato era tale da far tremare un Enrico IV; aggravava i difetti del re la regina Maria Antonietta d'Austria, non certo colpevole come la presentavano i libelli calunniatori, ma frivola, amante del lusso e portata a ingarrirsi nella politica per favorire i suoi amici o gli interessi della sua Casa. Fra i nuovi ministri il Turgot era onesto e capace e di alta competenza economica ma senza
l'energia per lottare contro gli intrighi della corte sospettosa delle sue intenzioni di economia. La guerra per l'Indipendenza americana fu un successo (pesante per le finanze francesi già così scosse) in quanto umiliò l'Inghilterra che perdette Minorca e restituì il Senegal, ma diffuse ancor più tra la popolazione quei principi di libertà che si vedevano difesi in America e non applicati in patria. Nella vita pubblica incombeva il disastro finanziario, specie dopo che il rendiconto del Necker nel 1781 ebbe rivelato la gravità delle spese della corte: dal Necker al Calonne, al Lomenie de Brienne non cessano gli sperperi, perciò l'opinione pubblica, le assemblee dei notabili e i Parlamenti si rifiutano a nuove tasse e chiedono invece una assemblea nazionale. La monarchia screditata, ridotta alla bancarotta, avendo sospeso i pagamenti, ricorre alla convocazione degli Stati Generali, dimenticati già da 175 anni, e al richiamo del Necker per calmare l'opinione pubblica, si crede così di iniziare la riforma dello Stato e invece s'apre la porta alla Rivoluzione.
Rint. È vastissima; la si può trovare, divisa per argomenti, in H. Pirenne-A. Renaudet, La fin du moyen âge, 2 voll., Parigi 1941; H. Hauser, Les débats de l'âge moderne, ivi 1929; J. Calonne, L'élaboration du monde moderne, 2e ed., ivi 1940; H. Sée-A. Rebellion, Le XVIe siècle, ivi 1944; H. Hauser, La prépondérance espagnole, 2e ed., ivi 1948; A. de Saint-Léger-Ph. Sagnac, La prépondérance française, ivi 1933; P. Muret, La prépondérance anglaise, 2e ed., ivi 1942; Ph. Sagnac, La fin de l'ancien régime, ivi 1941. Per il Seicento V. pure l'informativismo E. Prédin-V. L. Tupet, Le XVIIe siècle, 2e ed., ivi 1940. Per la storia religiosa C. Poulot, Histoire de l'Église de France, II, ivi 1940. Luigi Simeoni
III. LA RIVOLUZIONE
La situazione finanziaria, il discredito contro coloro che non sapevano metterci rimedio e gli insuccessi politico-militari non sarebbero bastati a creare quel complesso di avvenimenti che dall'ultimo decennio del sec. XVIII si ripercossero dalla F. in tutta l'Europa, dando principio alla nuova storia. Si erano evoluti nello spirito pubblico convincimenti e tendenze che miravano ad una radicale trasformazione della società sia nel campo spirituale sia in quello politico-economico. Presso le classi colte si era radicato quello spirito che in F. è noto sotto il nome di «Enciclopedismo», perché particolare esponente ne era la famosa Encyclopédie (a quale, sotto professione di filosofia, chiamava gli spiriti alla piena indipendenza da ogni rivelazione ed alla totale esperienza della ragione umana. Si esprimeva tutto ciò con la enunciazione della libertà di coscienza che si polarizzava o verso un deismo che, pur non rinnegando ogni spiritualità, la concepiva indipendente da ogni confessionalità e da ogni intervento provvidenziale, o verso un materialismo, elegante, se si vuole, e raffinato, ma pur sempre brutale nelle sue conseguenze; il cristianesimo lo si combatteva, più o meno larvatamente, nel campo storico e filosofico o lo si tollerava per la necessità di moderare gli istinti popolari.Aspetto del tutto pratico il filosofismo assunse in grazia delle dottrine e della pedagogia di Gian Giacomo Rousseau, che ebbero larga diffusione e favore. Da lui ebbe origine quello che venne chiamato il ritorno allo stato di natura, cioè a quell'originaria bontà naturale, che sarebbe stata deturpata in seguito dall'assolutismo, alla primitiva eguaglianza a fratellanza che dovevano distruggere il regime del privilegio, creato dall'egoismo delle classi usurpatrici. Doveva perciò essere radicalmente riformata l'educazione pubblica, creato un costante ricorso alla consultazione popolare, sia nel proporre le leggi, sia nel nominare gli esecutori; un avvicendamento al potere insieme con l'educazione statale doveva offrir garanzia contro qualunque ritorno della tirannide. Si riteneva ormai di aver in mano i principi e le direttive per creare
una società nuova, secondo le conclusioni della filosofia; ed in particolare il terzo stato, in confronto alla nobiltà ed al clero, considerati i detentori del privilegio, intendeva far prevalere la forza del suo numero e delle sue rivendicazioni.
Il clero si trovava in una situazione assai delicata. Nei suoi gradi più alti era reclutato nella più alta nobiltà, ed i più ricchi benefici, vescovati, abbazie, pensioni, gli consentivano una vita di sfarzo che confinava con la mondanità; alla media nobiltà cittadina e campagnola erano di fatto riservati i benefici minori, specie nei Capitoli collegiati e cattedrali. Finalmente il clero rurale, il più numeroso, aveva una parte ben piccola nella distribuzione dei redditi ecclesiastici; costretto ad una vita assai modesta, con l'obbligo di provvedere anche alla scuola popolare, era a diretto contatto con la parte più umile della popolazione da cui esso stesso proveniva, sentiva più da vicino il peso delle ingiustizie sociali ed il legittimo diritto che vi si ponesse rimedio. Trovavano perciò presso di lui facile consenso non solo quanto pareva dovesse condurre a sollevare le condizioni del popolo, ma anche quelle proposte di riordinamento ecclesiastico che facessero sparire almeno i più stridenti abusi. Nessuna meraviglia perciò che esso affiancasse l'opera del terzo stato.
Le condizioni dello spirito pubblico, quando il 5 maggio 1780 si aprirono gli Stati Generali, erano divise fra coloro che avrebbero voluto conservare il più possibile dell'« ancien régime », ed erano relativamente pochi, perché di un rinnovamento si sentiva il bisogno, e coloro che volevano mettere mano ad una riforma generale la più ampia possibile in armonia con le nuove teorie. Fino a qual punto dovesse giungere, per quali vie e con quali mezzi, tutto era concepito in modo generico senza alcun programma. Il programma lo sviluppò man mano la piazza di Parigi sotto gli urli dei suoi demagoghi e Parigi fu la tiranna di tutta la F.; mentre la corte e la classe dirigente si mostrarono incapaci di qualunque iniziativa. I rappresentanti del terzo stato, che nel numero totale di ca. 1200 costituivano la metà, rivendicarono a sé il diritto di controllo delle elezioni chiamando ad unirsi con loro i rappresentanti degli altri due stati e mostrando chiaro il proposito di operare come Assemblea nazionale allo scopo di modificare la costituzione tradizionale dello Stato. E poiché sedevano fra loro anche 207 ecclesiastici, fecero parte con questi anche altri che sedevano fra i rappresentanti del clero; si aggiunsero ben presto alcuni dei rappresentanti della nobiltà più inclini alle riforme, sicché il terzo stato poteva ormai ritenersi rappresentante non più di una classe, ma di tutta la nazione. La presenza a Parigi di tanti deputati e il loro progressivo sedere dinanzi ai clamori della folla cittadina ubriacata dai discorsi del capipopolo che parlavano dell'abolizione della tirannide, condussero alla presa ed alla demolizione della Bastiglia, la fortezza che dominava la città (14 luglio). Due giorni dopo i deputati si proclamarono Assemblea costitutiva; e come fondamento della nuova costituzione da darsi alla nazione furono pubblicati (24 ag.), in 17 artt., Diritti dell'Uomo (v.) e del Cittadino, con i quali si proclamava senza altro la sovranità del popolo, la libertà delle credenze religiose e della stampa, il diritto di resistenza contro l'oppressione, cioè il diritto alla rivoluzione. La legge vi è detta un'espressione della volontà universale e dinanzi ad essa tutti gli uomini erano eguali. Ma questo non bastando a rimettere l'ordine a la concordia, la notte del 4 ag. la nobiltà rinunciò ai suoi privilegi a titoli, ai diritti fondiari più gravosi per il popolo (caccia e pesca, balzelli feudali, colombai riservati), alla esenzione dalle imposte ed il tribunale proprio. Da parte sua il clero rinunciò
alle decime, contentandosi di un compenso, ai diritti di stola, all'esenzione dalle imposte; ed al contributo di 30 milioni, già assunto per sanare il deficit finanziario, aggiunse quello di 400 milioni, cioè della terza parte della sua proprietà immobiliare; quantunque per l'addietro avesse contribuito più degli altri due stati al bene della nazione. Cessavano in tal modo le costituzioni particolari di stati e di corporazioni e le disuguaglianze nel diritto penale; si apriva a tutti i cittadini l'accesso a tutti gli uffici civili.
La decisione era più generosa che illuminata e non vale ad accontentare lo spirito che si formava nel pubblico. Il 10 ott. su proposta di Maurizio di Tallerand, vescovo di Autun, l'Assemblea dichiarò che i beni ecclesiastici erano beni nazionali; ed il 2 nov. stabilì i contributi che la nazione doveva versare per il mantenimento degli ecclesiastici; così, tolte le antiche urtanti sperequazioni, essi venivano ridotti a salariati; stabilì inoltre che cominciasse subito l'aliensazione dei beni. Nel febbr. 1790 l'Assemblea negò valore a voti solenni e permise ai religiosi il ritorno alle proprie case con la riserva di una pensione sui beni dei conventi; nel sett. fu imposto a tutti di deporre l'abito religioso. Quasi tutte le religiose però rimasero fedeli ai loro voti; così i religiosi ascritti agli Ordini più osservanti; mentre fra gli altri molti furono gli apostati.
I rivoluzionari non vollero riconoscere la religione cattolica come religione dello Stato, pretesero invece di redigere una Costituzione civile del clero, ed avvocati giantoniati ne misero insieme un progetto che, portato dinanzi all'Assemblea, fu approvato il 27 nov. 1790 nonostante l'opposizione dei cattolici, e sul principio del 1791 se ne incominciò l'applicazione. La F. era stata divisa in dipartimenti ed in cantoni, passando sopra senza riguardo a tutte le tradizioni storiche. Questo programma di assoluta parificazione fu voluto applicare anche nei rapporti ecclesiastici e furono senz'altro sacrificati tutti quegli istituti che non entrarono nei quadri prestabiliti. Abbasie. Capitoli, priorati, cappelle furono tolti di mezzo. Rimasero le parrocchie, le diocesi e le metropoli ecclesiastiche: ma ai 18 arcivescovati ed ai 108 vescovati furono sostituiti 10 arcivescovati e 73 vescovati in corrispondenza agli 83 dipartimenti; le parrocchie dovevano costituirsi d'accordo fra il vescovo e l'autorità civile con lo stesso criterio; i vescovi dovevano essere assistiti da un consiglio composto di parroci e di vicari. Vescovi a parroci dovevano essere eletti da quelle stesse assemblee elettorali che nei singoli dipartimenti sieggavano gli ufficiali dello Stato; al metropolita spettava la conferma dei vescovi, mentre al papa non si dava che una partecipazione dell'elezione avvenuta allo scopo di conservare l'unità, i parroci dovevano chiedere ai loro vescovi la conferma dell'elezione; gli uni e gli altri dovevano giurare dinanzi all'autorità dipartimentale di eseguire i loro doveri e di osservare la Costituzione civile del clero. Il 2 genn. 1791 si cominciò con l'esigere tale giuramento dai membri dell'Assemblea, poi dagli altri che vi erano stati obbligati. Pensando che tale Costituzione non toccasse il dogma, molti pensarono non fosse contraria allo spirito della Chiesa antica; però solo quattro vescovi giurarono; si calcola che un terzo dei preti prestasse giuramento; costoro furono denominati assermentis (giurati), molti fra essi ritirarono poi il loro giuramento, mentre i rimanenti perdettero ogni credito stesso i fedeli; intermentis furono detti coloro che non vollero giurare. Pio VI il 13 apr. 1791 condannò la Costituzione, sospese dagli uffici divini gli assermentis a dichiarò nulle le nuove elezioni e promozioni ecclesiastiche. Come appresaglia furono occupati Avignone ed il Venassino.
All'Assemblea costituente tenne dietro nell'ott. 1791 l'Assemblea legislativa che inasprì sempre più la lotta contro la Chiesa: il 29 nov. fu imposto il giuramento a tutti gli ecclesiastici sotto pena di non poter esercitare il ministero ecclesiastico e di perdere la loro pensione. Nella primavera del 1792 fu vietato portare l'abito ecclesiastico e soppresso quanto rimaneva delle Congregazioni religiose; furono esiliati e deportati i preti che non avevano
prestato giuramento, sicché quelli che riuscirono a rimanere furono costretti ad esercitare il sacro ministero occultamente con pericolo della vita. Leggi speciali introdussero il matrimonio civile ed il divorzio.
Mentre si legiferava, gli elementi più accesi non solo forzavano le mani all'Assemblea, ma mantenevano vivo il disordine nella città e nelle campagne con il pretesto della lotta contro gli aristocratici ed i traditori del popolo. Essi facevano capo al Danton che dominava con il club dei cordiglieri, al Robespierre, capo del club della montagna ed al feroce Marat, e provocarono i massacri del 2-6 sett. a Parigi, accompagnati dalle più gravi ripercussioni nelle province dove venivano mandati in missione i più spregiudicati rivoluzionari. Il 21 sett. la nuova Convenzione nazionale proclamò la Repubblica ed il 21 genn. 1793 fece decapitare Luigi XVI; anche la regina Maria Antonietta fu mandata a morte; un Comitato di salute pubblico fu istituito con lo scopo di reprimere ogni rivolta interna e di provvedere ad arginare l'invasione straniera; si ebbe così la creazione di un nuovo esercito a carattere popolare, organizzato con quegli elementi dell'esercito regio che accettarono il nuovo servizio. Intanto si arrivava a dichiarare ufficialmente soppressa ogni forma religiosa colpendo in tal modo anche i preti giurati ai quali fu imposto di contrarre matrimonio; fu introdotto il nuovo calendario repubblicano di 12 mesi e tre decadi per mese, che ebbe principio con il 21 sett. 1793; ed il 10 nov. in sostituzione al cristianesimo fu introdotto il culto della ragione e della natura che due squaldrine, intronizzate nella cattedrale di Notre Dame, furono incaricate di rappresentare.
Con l'uccisione del Marat (13 luglio 1793) anche fra gli uomini del terrore penetrò la discordia. Il Robespierre, cui presto dispinequero le pugliacciate ridicole inscenate dal Danton e dall'Hebert, puri materialisti, li mandò alla ghigliottina (apr. 1794). In posa di dittatore volle che la Convenzione riconoscesse l'Essero Supremo e l'immortalità dell'anima; e con solenne cerimonia fece abbattere simbolicamente la discordia, l'ateismo e l'egoismo per sostituire il sapere, la giustizia e l'amore (7 maggio). Ma il 28 luglio i termidoriani mandarono lui alla ghigliottina e si impadronirono del potere. Sembrava che non ci fosse tregua per il cristianesimo, perché la Convenzione il 27 ag. decretava che le chiese che ancora servivano al culto passassero in possesso della nazione; tuttavia con i decreti del 21 febbr. e del 30 maggio 1795 fu concessa la riapertura delle chiese ed i vescovi e preti costituzionali ne profittarono per organizzarsi, sotto la guida del Grégoire, vescovo giurato di Blois; mentre i cattolici erano divisi sul giuramento richiesto dalla Convenzione in cui si professava l'odio contro l'autorità regia e l'anarchia.
Il 20 ag. 1795 la F. si dava una nuova costituzione con due camere ed un comitato di cinque direttori (Direttoria) cui spettava il potere esecutivo. I rapporti religiosi non migliorarono; mentre le abate, fra cui quella dei teofilantropi, potevano liberamente organizzarsi, molti preti furono ghigliottinati, molti altri che erano ritornati dall'esilio furono deportati alla Guiana od internati nelle isole francesi di Ré e di Oléron (1797).
Le leggi della Rivoluzione furono subito applicate anche nei paesi che gli eserciti rivoluzionari riuscirono ad occupare. Nell'Olanda sino dal 1792 fu costituita la Repubblica batava e la Chiesa riformata vi perdette la sua posizione privilegiata sicché cattolici oppressi ne ebbero qualche vantaggio. Dopo le vittorie rivoluzionarie di Jemappes (1792) e di Fleurus (1794), il Belgio, tolto all'Austria, fu annesso alla F. e vi furono perseguitati i preti francesi profughi, introdotto il calendario repubblicano, tolte le chiese ed adattate ad usi civili e militari, proibito il culto pubblico e le processioni, abolite le decime ed impedito di comunicare con la S. Sede. Agli ecclesiastici fu imposto il giuramento repubblicano; e perché per la massima parte non si piegarono, a ricorse anche contro di loro alle condanne ed alla deportazione.
A cominciare dal 1792 caddero man mano in potere della Repubblica i territori che la Chiesa possedeva lungo la sinistra del Reno, i principati elettorali di Co-
Innia, Treviri e Magonza, i vescovati principeschi di Spira e di Worms ed inoltre i possessi che vi avevano il Regno di Prussia ed altri principati minori. Nel 1793 la Prussia concluse una pace separata, e la F. organizzò in tutti quei territori quattro nuovi dipartimenti senza introdurvi la Costituzione civile del clero ed il nuovo calendario, sopprimendo però gran parte dei monasteri ed obbligando il clero al giuramento civico. Anche in questi paesi un ordinamento ecclesiastico politico che durava da secoli fu spazzato via implacabilmente.
In Italia la Rivoluzione fu introdotta dall'esercito comandato dal Bonaparte nel 1796, che ebbe ben presto ragione sul Regno del Piemonte, occupò il ducato di Milano, i ducati padani, i territori della Repubblica veneta, sin oltre l'Isorno. Il Papa fu costretto alla pace di Tolentino (17 febbr. 1797), perdendo le Legazioni e contribuendo ad una forte indennità di guerra in denaro ed oggetti d'arte; finché, in seguito ai tumulti suscitati ad arte in Roma stessa, il generale Berthier inaugurò la Repubblica romana (17 febbr. 1798) ed allontanò il Papa da Roma. Per volere del Direttorio Pio VI fu l'anno seguente condotto prigioniero in F., dove morì il 29 ag. 1799. In questo frattempo Napoleone era impegnato nella campagna d'Egitto e la F. veniva cacciata d'Italia da una coalizione austro-russa; a Venezia veniva eletto il nuovo papa Pio VII (14 marzo 1800) che rientrava il 3 luglio a Roma ormai liberata dal recente regime repubblicano.
Intanto ritornava Napoleone dall'Egitto e con un colpo di Stato sopprimava il Direttorio (10 nov. = 19 brumalo 1799); lo sostituìva un governo di tre consoli, dei quali egli, come primo, assumeva i pieni poteri civili e militari. Per trattare le sorti della F. intraprese una nuova campagna in Italia e con la vittoria di Marengo (14 giugno 1800) cacciava gli Austriaci; in pari tempo la F. ritornava sul Reno. Se si voleva rimettere in F. la pace interna era necessario regolare i rapporti religiosi sconvolti dall'intolleranza repubblicana e Napoleone pensò ad un Concordato con il Papa che sostituisse quello del 1516. I negoziati si conclusero a Parigi il 15 luglio 1801; venne riconosciuto che la religione cattolica era quella della maggioranza dei Francesi e perciò fu ammesso il libero e pubblico esercizio del culto. Invece delle antiche diocesi furono costituite 60 sedi vescovili delle quali 10 erano metropolitane; ai singoli vescovi fu riconosciuto il diritto di istituire un Capitolo ed un seminario e di creare le parrocchie; la Chiesa rinunciò agli antichi beni, mentre il governo in compenso si obbligò a corrispondere un assegno ai vescovi ed ai parroci; la nomina dei vescovi fu riservata al primo console, l'istituzione canonica al papa. La F. manteneva in tal modo i privilegi dell'antico Concordato; tuttavia l'opposizione fu tenace, e la promulgazione non si ebbe che il 18 apr. 1802; accompagnata da 77 « articoli organici » per l'applicazione del Concordato stesso. Questi erano ispirati alle vecchie tradizioni regaliste, imponevano il placet del governo sugli atti del papa e dei concili esteri, vietavano di tenere sinodi ed adunanze ecclesiastiche senza il consenso del governo, ammettevano l'appello « ab abusu » dalle decisioni della Chiesa alle autorità pubbliche, obbligavano ad accettare i quattro articoli gallicani del 1682, ed introducevano una distinzione fra i parroci nominati a vita (curés) e quelli amovibili (desservants). Non ostante le proteste del Papa, gli articoli ebbero pronta applicazione. Minore importanza, perché minori assai erano stati i turbamenti, ebbe il Concordato con la
Repubblica cisalpina, che Napoleone ratificò il 2 nov. 1803 e fu pubblicato a Milano il 26 genn. 1804, con una aggiunta di articoli analoghi a quelli francesi.
Vincitore ormai delle coalizioni europee contro la F., il 18 maggio 1804 Napoleone fu dal Senato proclamato imperatore dei Francesi, e Pio VII consentì di recarsi a Parigi a coronarlo (2 dic.); in questa occasione Francesco II lasciò il titolo d'imperatore di Germania per quello di imperatore d'Austria e Napoleone assunse anche quello di re d'Italia (26 maggio 1805). Ma egli non seppe contenere la sua ambizione, provocando contro di sé nuove coalizioni europee. Avrebbe voluto che il Papa si trasferisse a Parigi che doveva diventare il cervello del mondo civile; occupò man mano i territori pontifici e perché Pio VII lanciò la scomunica contro i violatori dei diritti della Chiesa, fece occupare Roma, trascinare Pio VII prigioniero a Savona (15 ag. 1809), radunare a Parigi un Concilio nazionale di vescovi francesi ed italiani (giugno 1811), poi condurre Pio VII a Fontainebleau (giugno 1812), per strappargli un nuovo Concordato (25 genn. 1813); e per un momento con la violenza vi riuscì. Dopo l'infelice campagna di Russia, Napoleone non fu in grado di resistere alla Europa collegata contro di lui, la F. fu invasa, ed egli cadde in mano dei suoi nemici (1815). Con il Patto di Vienna concluso il 9 giugno 1815, i collegati pensarono di avere rimesso l'ordine in Europa. Luigi XVIII salì sul trono del suo infelice fratello e si ebbe così il periodo della restaurazione.
IV. LA F. CONTEMPORANEA. - Con la restaurazione si pensò di poter soffocare del tutto lo spirito rivoluzionario ed instaurare un tipo di governo non troppo dissimile dall'ancien régime; ma gli anni della Rivoluzione non erano passati invano sull'Europa ed in particolare sulla F. Tutta una nuova legislazione era stata introdotta con un nuovo ordinamento economico e sociale; con le grandi strade s'erano aperte nuove comunicazioni; aboliti gli antichi privilegi nobiliari ed il protezionismo corporativo, si stava creando il nuovo capitalismo bancario con l'introduzione della grande industria ed il sorgere del proletariato, origine di nuovi movimenti sociali, timidi da prima ma poi sempre più minacciosi. La propaganda attraverso la stampa e la pa-
rola non poteva più essere arrestata con i mezzi polizieschi, ed i partiti non intendevano abdicare ai loro principi. Accanto ai regalisti, costanti, soprattutto nei riguardi della Chiesa, nelle vecchie idee stavano i bonapartisti, i repubblicani, i rimasugli degli antichi rivoluzionari e si agitavano per la libertà donde la qualifica di «liberali» accettata ben volentieri dai partiti di opposizione.
Un concordato che Luigi XVIII voleva sostituire a quello napoleonico (1817) non fu nemmeno potuto presentare alla votazione delle Camere, e solo nel 1822 si giunse ad una nuova circoscrizione ecclesiastica. Tuttavia la vita della Chiesa andò rifiorendo: crebbe il numero dei sacerdoti, dei seminari e degli istituti d'istruzione; si ricostruirono man mano gli Ordini religiosi e i monasteri femminili; nuove Congregazioni insegnanti ed ospitaliere si organizzarono; le missioni fra gli infedeli trovarono nuovi missionari e nuovi aiuti; anche beni ecclesiastici e fondazioni pie poterono risorgere. Una forte riscossa anticlericale si notò nell'ag. 1830 quando Carlo X, fratello di Luigi XVIII, fu costretto a lasciare il trono a Luigi Filippo d'Orléans il «re borghese». Nel 1848 la rivoluzione derronizzò anche costui e nuove elezioni furono indette; fu allora promulgata una nuova costituzione repubblicana e Carlo Luigi Bonaparte, nipote di Napoleone I, ne fu il presidente; però questi, nel 1852 con un nuovo colpo di Stato si fece proclamare imperatore con il nome di Napoleone III. L'«Empire liberal», come fu chiamato, secondo da principio l'attività che la Chiesa esplicava più liberamente grazie alla popolarità che si era acquistata. Profitando della libertà essa radunò sinodi e concili provinciali, diede più largo sviluppo alle sue istituzioni ed alle sue scuole, rimovendo quasi del tutto gli ingombri del vecchio regalismo, i particolarismi e le concezioni gallicane più avanzate. Ma sebbene si mostrasse zelante, per interessi politici, nel difendere il potere temporale del Papa, l'Impero riprese le misure vessatorie del primo Impero a manifestò il suo malvolere soprattutto in occasione del Concilio Vaticano. La guerra franco-prussiana del 1870 ebbe il suo epilogo con la caduta di Napoleone III, l'invasione della F. e la perdita dell'Alsazia-Lorena. Superati i Parigi (v.) nel maggio 1871, l'Assemblea, che era stata eletta per rimettere l'ordine in F., continuò a governare il paese. I suoi membri erano in maggioranza di tendenze monarchiche, ma divisi fra loro a privi di una guida chiaroveggente e risoluta; fu perciò possibile alla minoranza anticlericale e repubblicana, guidata soprattutto da Leone Gambetta e Giulio Grévy con l'influsso della massoneria, ottenere una maggioranza nelle elezioni del 1877 a condurre un politica anticlericale. Pur senza toccare la legislazione che assicurava la libertà della scuola, recente conquista dei cattolici, si trovò modo di chiudere gli istituti tenuti dai Gesuiti e di cacciare questi dalla F.; di vietare a preti e a religiosi l'insegnamento nelle pubbliche scuole e di togliere in queste l'insegnamento religioso (1866); fu introdotto il divorzio (1882), ed obbligati chierici e religiosi al servizio militare. Leone XIII ripetutamente esortò i cattolici francesi a tenersi uniti accettando la Costituzione repubblicana nel bene supremo della Chiesa e dello Stato e condannando il concetto della separazione dei due poteri. Una violenta lotta anticlericale riarse nel 1899 DREYFUS, ALFRED (v.), sinché nel 1901 per opera del ministero Weldeck-Rousseau si ebbe la proscrizione delle Congregazioni religiose, pur senza riuscire a soffocare l'insegnamento libero. Per opera del ministro Combes nel Venerdì Santo del 1904 furono tolti i encolpiti dalle scuole e dai tribunali; ed in quello stesso anno si ebbe la rottura delle relazioni diplomatiche con la S. Sede. L'ultimo passo fu compiuto con la legge del 9 dic. 1905, la quale pur dichiarando che «la Repubblica assicurava la libertà di coscienza», aggiungeva che «non riconosceva né salariava alcun culto» e perciò «sopprimeva nel bilancio dello Stato, dei dipartimenti e dei comuni tutte le spese relative all'esercizio dei culti». Potevano entro il 1906 costituirsi fra i cittadini delle Association cultuelles per «provedere alle spese, al mar-
martenimento ed all'esercizio pubblico di un culto», con facoltà di raccogliere quote in denaro, costituire limitati fondi di riserva, ricevere in consegna gli edifici di culto con il loro mobilio e gli edifici di abitazione del clero. Esse potevano unirsi fra loro costituendo amministrazione e direzione centrale e sciogliersi a loro piacimento; erano le sole responsabili per quanto riguardava il culto ed avevano personalità giuridica; il clero però ne era completamente tenuto in disparte. Con speciali articoli la legge regolava l'esercizio del culto.
Con ciò il Concordato del 1801 veniva soppresso; Pio X l'11 febbr. 1906 fece rilevare il torto che veniva fatto alla Chiesa, riprovò la legge, come contraria alla sua costituzione gerarchica e la Cultuelles non furono perciò costituite. Tuttavia la vita religiosa non fu interrotta grazie al coraggio ed alla generosità del clero e del popolo francese, tanto che il governo nel 1907 dovette lasciare le chiese all'uso dei fedeli ed applicare le leggi anteriori concernenti i diritti dei cittadini di adunarsi e di praticare il culto che loro piacesse.
La guerra mondiale del 1914-18 sorprese la F. religiosa sotto il dominio di queste «leggi laiche». Dopo la vittoria esse non furono estese all'Alsazia-Lorena ricongiunte alla Repubblica; le relazioni diplomatiche con la S. Sede furono riprese e si pensò ad un modus vivendi che fu trovato nel dare alle leggi laiche una interpretazione più larga, convalidata da apposito parere di giuristi sollecitato dal governo. Così si costituì in ogni diocesi una «Association diocésaine» sotto la presidenza del vescovo e di un consiglio di amministrazione operante «in conformità con le leggi canoniche» (cf. lo schema in A. Ottaviani, Institutiones inis publici ecclesiastici, II, Roma 1925, p. 411 sgg.); dalla sua competenza esula quanto si rifarisce al governo spirituale. L'enciclica del 18 genn. 1924 sanzionò questo stato di cose che superò la prova della grande guerra del 1930-45.
BIBLI: A. Debidour, Histoire des rapports de l'Église et de l'État en France de 1780 à 1870, Parigi 1898; id., L'Église catholique et l'État sous la Transition République (1870-1910), 3 voll., ivi 1910 sgg.; J. Schmidlin, Ponetgeschichte der neunten Zeit, 4 voll., Monaco 1933-39, passim; L. A. Veit, Die Kirche im Zeitalter des Individualismus, Enburg in Br. 1933, pp. 259-30; J. F. Kirsch, Kirchengeschichte, IV, 11, ivi 1933; J. Laffon, La crise révolutionnaire 1780-1940, Parigi 1949, con b.b.l. Su argomenti particolari cf.: P. Thoreau-Dangin, L'Église et l'État sous le monarchie de juillet, ivi 1880; F. Mathieu, Le Concordat de 1802, ivi 1902; I. Rimieri, La diplomazia pontificia nel sec. XIX, 3 voll., Roma 1902-1906; J. Burnichon, La Compagnie de Jean en France: Histoire d'un siècle, 1813-1914, Parigi 1914; J. Maurain, La St-Siège et la France de décembre 1851 à avril 1855, ivi 1930; id., La politique ecclésiastique du Second Empire de 1852 à 1860, ivi 1930; L. Crouzil, Quarante ans de séparation (1905-15), Parigi-Tolosa 1945; G. P. Martin, La nonciature de Paris et les affaires ecclésiastiques de France sous le Régie de Louis-Philippe (1830-45), Parigi 1949; Ch. Poulet, Histoire de l'Église de France. Époque contemporaine, ivi 1949. Pio Paschini
### III. LETTERATURA.
SOMMARIO: I. Origin
i. Medioevo
II. Il Rinascimento
III. Il «secolo d'oro»
IV. Il Settecento
V. L'Ottocento
VI. Il Novecento.I. ORIGIN
I. MEDIOEVO
Il latino introdotto dai Romani, dopo la conquista della Gallia, era la lingua rustica (o volgare) parlata dai soldati e dal popolo: sottoposta alle più svariate influenze dell'elemento indigeno e alla corruzione naturale del tempo, questa lingua già ibrida perdette a mano e a mano le sue caratteristiche originali, tanto che, a partire dal sec. VII, assunse il nome di «romana», sempre più differenziandosi e particolarizzandosi nei dialetti che se ne originarono. Le due branche principali di questa lingua rimasero il romano vallone o lingua d'oïl, delle province a nord della Loira, e il romano provenzale o lingua d'oc, di quelle meridionali. Accanto
Trascurando i primi atti pubblici scritti nella primitiva lingua d'oil (come i Patti di Strasburgo dell'842, stretti fra Carlo il Calvo e il fratello Lodovico il Germanico contro Lotario), si considerano generalmente come primi documenti letterari una Cautième de Ste Eulalie (881), di cui restano quattordici versi, la Vie de St Léger e una Passion du Christ, di poco posteriori; la Vie de St Alexis, che appartiene allo stesso ciclo di racconti religiosi, è già del 1040. Alla lingua d'oil si deve, tra la fine del XI sec. e il XIII - cioè nel periodo più rigoglioso del feudalesimo - lo sviluppo e l'affermazione dell'importantissima letteratura epica e cavalleresca francese, che si divise in tre grandi cicli di chansons e di romans: il ciclo francese, dedicato alle imprese di Carlo Magno e dei suoi paladini; il ciclo brettone, a carattere amoroso ed eroico, che ha per protagonisti il re Artù e i cavalieri della «Tavola rotonda»; e infine il ciclo classico, detto anche di Alessandro, dove si raccolgono le antiche leggende greco-romane ed orientali. I poemi del ciclo francese, detti Chansons de geste, sono scritti in versi (decassillabi i più antichi e endecassillabi o alessandrini i più recenti), raggruppati in strofe e «lasse» varie per lunghezza e per rima. Indubbiamente la più bella e importante fra tutte è la Chanson de Roland (sec. XI) che narra la tragica fine di Orlando a Roncisville, grande epopea nazionale, dove l'entusiasmo religioso, l'amor patrio, la fedeltà cavalleresca sono espressi con una verità umana degna dei poemi omerici. Di questo capolavoro dell'epica francese, rivelato nel suo testo autentico solo nel 1837 da Francisque Michel, si è attribuita la paternità a un certo Turoldo
(o Théroulde), cantore normanno vissuto alla fine del sec. XI, che probabilmente non fu che il compilatore, sia pure ispirato, e certo non privo di influssi letterari classici, del récit conosciuto e cantato con molte varianti già nella metà del medesimo secolo nelle regioni di sud-ovest della Francia. Il certo tuttavia che questa e le altre chansons de geste furono raggruppate nel sec. XIII in tre gruppi principali: quelle del re Carlomagno, dei suoi pari e dei suoi vassalli; quelle di Garin de Montgiane e dei suoi discendenti; e infine quelle di Doon de Mayence; e divise in tal guisa sono state tramandate.
Materia romanzesca e spirito avventuroso ed erotico si mescolano invece nei romanzi del ciclo brettone, di cui vanno ricordati la leggenda di Tristano e Ionta, una delle più belle epopee d'amore che siano mai state concepite (G. Paris), e da cui fu ispirato il noto dramma musicale di Wagner; e altri poemi di re Arturo (Lancelot, Ivain, Perceval, ecc.) di grande suggestione poetica e religiosa. Assieme ai romanzi d'avventura e a quelli, cui si è accennato, di argomento antico, quest'epopea courtoise, fiorita nelle corti, manifesta, per la prima volta nel medioevo, le aspirazioni mistiche ed erotiche di una società già protasa verso le più squisite raffinatezze della vita e della cultura, ed ebbe perciò grande influenza in tutta la letteratura occidentale.
Non minore sviluppo ebbe, in lingua d'or, la poesia trovadorica, detta anche «gaia scienza». Le forme adoperate, dalla canzone ai sirventese, dalla tenzone alla pastorella, dall'alba alla ballata, destinate ad accogliere, e non solo in Provenza, le più dotte e raffinate espressioni d'amore, raggiunsero nei versi di Guillaume de Poitiers (1073-1126), di Jaufré Rudel, di Bernard de Ventadorn, e specialmente di Bertrand de Born (m. ca. il 1210) un'indubbia eleganza e musicalità, ma soggiacquero ai caratteri della scuola, e quindi ad una certa monotonia di temi, ben prima che la Crociata contro gli Albigesi disperdesse gli ultimi rappresenti dell'arte trovadorica.
Affermatasi, come si è detto, in quasi tutte le parti della Francia come lingua letteraria, dopo le chansons de geste e i romans courtois, la lingua d'oil viene adoperata in ogni genere letterario: nella poesia didattica e satirica dei bestiari, dei fabliaux, dei poemi allegorici, nella poesia drammatica, e in quella lirica delle canzoni, delle odi e delle ballate; oltreché, come si vedrà, nella prosa delle chroniques e dei sermons. Senza dubbio si deve alla graduale emancipazione della borghesia se, accanto, e quasi in opposizione, alla poesia cavalleresca vennero e porsi ben presto i fabliaux (favolette satiriche), improntati ad un realismo sovente sfacciato, che riflettono gli aspetti quotidiani del mondo feudale, e i grandi poemi allegorici e didattici del sec. XIII e XIV, prima fra tutti il Roman de Renart e il Roman de la Rose. Contro l'idealismo mistico del tempo si dirigono gli strali degli anonimi autori del Roman de Renart, raccolta di ventisei poemanti, i cui personaggi sono gli animali, e gli eroi la volpe e il lupo: l'una, simbolo dell'inganno e dell'ipocrisia, ormai dilaganti nel mondo; l'altro, della violenza, che s'accompagna sempre alla frode. Materia amorosa e didattica svolge invece il lunghissimo Roman de la Rose, che viene considerato il capolavoro della poesia allegorica medievale. Esso consta di due parti molto diverse, sia per il tempo in cui vennero composte, che per lo spirito che le animò. La prima (4000 vv.), pubblicata intorno al 1230, opera di Guillaume de Lorris, si presenta come un'ore amatoria, in cui si svolgono tutte le vicende e le peripezie di un amore contrastato, intorno al simbolo essenziale della rosa. Meno ricca di immaginazione a più carica di simboli è la seconda parte, scritta più di quarant'anni dopo da Jean de Meung, il quale trasforma il romanzo amoroso in una specie di enciclopedia e di satira universale. L'opera, che nel suo tempo ebbe un enorme successo, fu utilizzata a imitata in mille modi, non solo dai poeti satirici e didattici, ma anche da Dante, da Marot e da Spencer.
Il più antico dramma che si conosca in lingua francese è la Représentation d'Adam (XII sec.), cui seguono, nel secolo successivo, il Jeu de St Nicolas di Jean Bodel e il Miracle de Théophile di Rutebeuf; sono rimaste, del
XIV sec., inoltre, quarantatré rappresentazioni drammatiche, tutte appartenenti al genere dei Miracles de Notre-Dame: i temi sono tratti dalla vita della Vergine e dei santi, e, se sono un esempio di meravigliosa ingenuità popolare, troppo spesso hanno scarso valore artistico. Più importanti sono senza dubbio i mystères, drammi religiosi, messi in scena dalle Confréries de la Passion, in cui vengono raccontati con molto rilievo drammatico episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento, leggende di santi e momenti della Passione. Nel XV sec., ai miracles a mystères, si aggiungono, articolando il sacro al profano, moralités, farces, soites, sermons poèmes et monologues: si è agli albori della poesia drammatica e del teatro moderno.
Interno alla metà del '200, a Douai, Rouen, Arras e in altri centri, dove si bandiscono pubbliche gare poetiche, fiorisce la lirica borghese e popolare, in netta opposizione a quella aulica e cortigiana. Il primo e più celebre autore di canzoni fu Rutebeuf (m. ca. il 1225), parigino povero, pio e dal cuore ardente, del quale sono rimasti numerosi versi a carattere religioso, bacchico e satirico.
Notevole poeta drammatico e lirico fu anche Adam de la Halle, vissuto alla corte di Roberto II d'Artois e autore di un famoso Congé. Degli altri rimatori della stessa epoca, sono da ricordare Guillaume de Machaut, Philippe de Vitry, reputato dal Petrarca il maggior poeta del tempo, Jean Froissart, Eustache Deschamps, autori di numerose ballate, canzoni e dits; Christine de Pisan, italiana di nascita, che effonda nelle Cent ballades d'amont et d'amie la sua anima dolce e malinconica; Alain Chartier, e, per ultimo, il dotto a raffinato Charles d'Orléans, che ebbe vita politica agitatisima, senza saperla tradurre in slancio lirico originale. « Sembra da raccontare, fino alla metà del sec. XIV, una specie di contraddizione fra l'arte del poeta e l'intensità delle sue emozioni. Villon sarà il primo che comparrà quest'antinomia » (P. Van Tieghen).
Tra la seconda metà del Trecento e la prima metà del Quattrocento, è indubbiamente a Villon che spetta la palma della poesia. La sua esistenza agitata e colpevole (1431-70?), che si svolse dapprima a Parigi, dove egli ottenne la licence e la maîtrise ès-arts, e poi, dopo una condanna a morte per omicidio, fughe e rapine, a Bliss, alla corte di Orléans, e infine, come sembra, in Borgogna, fu dedicata nei momenti migliori alla poesia. Si distinguono, nei 2500 versi lasciatici, un Petit testament (1456), un Grand testament (1463) e poche liriche isolate: ma questo basta a comporre il ritratto di un'anima condannata a soffrire e a far soffrire, eppure, di fronte alla poesia pura e sincera, tormentata e devota.
All'inizio del sec. XIII, si trovano già delle eccellenti chroniques storiche: alla quarta Crociata e alla presa di Gerusalemme ne dedicò una Geoffroy de Villehardouin (m. nel 1213), del quale non si sa se più ammirare la modernità del pensiero o la semplicità dello stile; mentre nella Histoire de si Louis di Jean sire de Joinville (1224-1319), « les saintes paroles et les bons faits » del grande Santo sono descritte con un candore amabile e penetrante. Le chroniques si moltiplicano nel sec. XIV e nel XV, accoppiando non di rado alla qualità letteraria il pregio storico e documentario: l'interesse per le Crociate e l'Oriente si alterna a quello per i grandi avvenimenti del tempo, come nell'immensa storia della guerra dei Cento anni scritta da Froissart o nei Mémoires de Commines (1445-1509), che fu al servizio di Luigi XI e ne narrò le guerre e le imprese politiche, dando il primo esempio veramente moderno di analisi storica e politica. Accanto alla storia, prendono degno posto nella stessa epoca l'eloquenza politica e quella religiosa; mentre la prima si afferma dopo la riunione degli Stati Generali (1302), la seconda interpreta mirabilmente, specie nei sermons dei grandi predicatori a Bernardo e Maurice Sully, quest'età di trapasso dai puri valori religiosi del medioevo alle ricerche umanistiche e scientifiche, che caratterizzano il Rinascimento.
II. IL RINASCIMENTO
Preceduta, come in Italia, da un fervore di scoperte erudite, orientate verso l'antichità greco-romana, dal fanatismo filologico e poi, a mano a mano, da una matura consapevolezza scientifica, frutto delle grandi scoperte geografichee dell'invenzione della stampa, l'epoca della Renaissance assume in F. aspetti più riflessi, sia nel campo della cultura come in quello dell'arte, dove, in seguito alle guerre in Italia e all'afflusso degli artisti e letterati italiani alla corte di Carlo VIII, di Luigi XII e di Francesco I, si afferma certamente l'influenza italiana. È per questo che nel Cinquecento in F. si avverte meno il distacco dalla cultura medievale, che si prolunga nelle opere dei principali scrittori del secolo.
Legate allo spirito dell'Umanesimo, ma non ancora sciolte dai lacci didattici ed allegorici del medioevo, sono le scuole di poesia della fine del Quattrocento, in cui vengono ammirati, assieme a maestri come Marot e Scève, mediocri rimatori come Chastellain, Molinet, Meschinot, ecc. Clément Marot (1496-1544), n. a Cahors e formatosi all'ombra della scuola dei grands rhétoriqueurs, diventa poeta di corte presso Margherita di Navarra, la colta autrice dell'Heptaméron, e poi presso Francesco I, viene in Italia in seguito a burrascoso vicende politiche e religiose e muore, ancora in giovane età, a Torino, lasciando gran copia di elegie, epistole, rondeaux ed epigrammi di delicata fattura, in cui l'imitazione di Ovidio e Marziale è già un segno di raffinata eleganza rinascimentale. Rappresentante dell'école lyonnaise, Maurice Scève (1510-64) oppone nel lungo poema Délie una diversa sensibilità poetica, frutto di una concezione filosofica di tipo platonico e petrarchesco; che si continua, forse con maggior sincerità, nella breve ma intensa opera di Louise Labé (1525-63). Esauriti i temi e i modi di espressioni del medioevo, sotto l'influenza dei modelli antichi e dei poeti italiani, la lirica francese si raccoglie, nella seconda metà del Cinquecento, sotto l'insegna della nuova scuola, la Pléiade: sorta da una brigata di sette poeti (Ronsard, Du Bellay, Belleau, Jodelle, Daurat, Baff e Ponthus de Thiard), essa si propone di trasformare la lingua poetica nazionale, difendendola dai poeti mediocri e cortigiani ed elevandola, sulla traccia degli antichi (Omero e Pindaro vengono presi per guida), ad altezze sublimi. Ai propositi, espressi teoricamente nella Défense et illustration de la langue française da Du Bellay (1549), i poeti della Pléiade, e principalmente il maestro Pierre de Ronsard (1524-85), risposero con energico slancio: imitando gli antichi, con una lingua copiosa e ricca, in tutti i generi letterari, dalla tragedia alla commedia, dall'epica all'ode. L'epica fu affrontata con la Franciade da Ronsard, ma poco felicemente; il teatro con Cléopâtre e Didon da Jodelle; più fortunati ed ispirati, fra tanti tentativi di traduzione e di adattamento, furono i cultori della lirica, Ronsard stesso e Du Bellay, che rinnovarono la lingua poetica, variando i ritmi e gareggiando in nobiltà d'espressione con gli antichi e con gli italiani. Le odi, le elegie, le egloghe di Ronsard, riunite in Élégies, Mascarades, Bergeries (1565) e nel Recueil de nouvelles poésies (1569), più che i petrarcheschi Amours, danno una piena misura della grazia e della leggerezza dell'arte del poeta; come all'Olive del Du Bellay è certamente da preferirsi la raccolta dei Regrets et antiquités de Rome, dove l'autore canta, con gusto quasi romantico, la poesia delle rovine.
Un uguale rinnovamento formale e di temi si ha nella prosa del Cinquecento. Il romanzo cavalleresco cede il passo ai contes e alle nouvelles, dove si comincia a sentire l'influenza di Boccaccio; e diviene naturalistico con Rabelais; eccellono nell'eloquenza Michel de l'Hôpital et François de Sales; Montaigne nella filosofia e nella saggistica, cui seguono pensatori come Étienne de la Boétie, Pierre Charron e Jean Bodin; ri-
vivono sotto la penna di magnifici traduttori, come Amyot, le grandi opere classiche; e l'oratoria, con la Satire Ménippée, si avvia allo splendore del secolo successivo. François Rabelais (n. nei pressi di Chinon tra il 1493 e il 1494, m. nel 1553), benedettine, medico, professore di anatomia, poi curato di Meudon, spirito erudito e curioso, pieno di zelo verso la scienza, ma tracotante e sboccato, ha lasciato con la Vie inestimable de Gargantua e con i Faits et dits héroïques du grand Pantagruel (1534) un'opera satirica e pedagogica, di grande sapore umano e di vivacissima scrittura, che attacca ogni istituzione del tempo, dalla monarchia alla magistratura, dal clero agli Ordini religiosi e alle scuole, unendo «in modo mostruoso una morale fine ed ingegnosa e una sudicia corruzione» (La Bruyère). Pensatore sereno e raffinato è invece Michel Evguem de Montaigne (1533-92), di cui vanno ricordati numerosi viaggi all'estero, specialmente in Italia. I tre libri degli Essais, pubblicati in edizione definitiva nel 1588, rivelano, in modo metodico ed unitario, la sua concezione di bonario scetticismo; ma vanno presi come un'immensa miniera di osservazioni parziali, di assaggi, di moralità, dove si esprime amarramento l'umanità del Rinascimento in tutte le sue forme più sorrili. Scritti in una lingua efficace, dotati di uno stile personalissimo, pieno di colore, di forma, di movimento, questi saggi aprono degnamente nella letteratura francese la serie delle grandi ricerche morali, sfuggendo ad una classificazione filosofica in senso stretto, per l'ineguagliabile accento umano ed artistico con cui vengono affrontati i più disparati argomenti.
Con l'opera di ss François de Sales (1576-1622), che già s'affaccia nel sec. XVII, si può dire che il Rinascimento esprime l'altra sua faccia spirituale e religiosa, che non avrà nulla da temere dall'opera disgregatrice della «riforma», rappresentata in Francia da G. Calvino. Nato nei pressi di Annecy, e divenuto vescovo di Ginevra, il Santo ha una personalità artistica di primo ordine, che s'afferma, tra l'altro, nella stupenda Introduction à la vie d'avoie (1608) e nel Traité de l'amour de Dieu (1616), ambedue rimasti famosi per la larghezza della dottrina, l'entusiasmo poetico e lo stile vivido e immaginoso.
III. IL «SECOLO n'ORO»
Nella letteratura francese, il sec. XVII è l'era classica per eccellenza. La cultura e l'amministrazione degli antichi ha ormai raggiunto un grado tale di raffinatezza e di equilibrio da permettere ai maggiori spiriti del tempo una eguale padronanza nell'azione e nel pensiero, nell'erudizione e nell'arte: su questo piano i valori dello spirito acquistano una concretezza ed una forza, che li rendono eminentemente razionali e morali, anche quando non sono in giuoco questioni di pensiero e di moralità. La ricerca dell'ordine e della chiarezza domina nella prima metà del secolo, che va dalla morte di Enrico IV (1610) al regno personale di Luigi XIV (1661) o, se si vogliono segnare due momenti letterari più tipici, dalla riforma di Malherbe all'apparizione delle Provinciales (1590-1656): a questa esigenza razionalistica si accompagnano, senza però annullarsi, uno spirito cristiano di moralizzazione e di verità, e uno spirito mondano, di dialogo e di scambio del pensiero. Sono gli aspetti che faranno dell'opera di Descartes, di Pascal e di Corneille un mirabile concerto, dove si faranno udire le note più profonde ed interiori dell'uomo.All'inizio del sec. XVII si è stanchi della lingua e della poesia troppo erudita di Ronsard e dei suoi discepoli: François de Malherbe (1555-1628), n. a Caen e vissuto fino all'età di 50 anni ad Aix come segretario del duca di Angoulême, poi alla corte di Enrico IV e di Maria de' Medici, fu il riformatore rigoroso e pertinese che si imponeva nell'arte del venseggiare. Disse Boileau di lui: «Enfin Malherbe vint...», a significare la necessità della sua riforma, basata sulla chiarezza del pensiero, sulla semplicità della forma e sulla purezza della lingua. L'irico razionale e poco dotato di immaginazione, Malherbe
lasciò, fra tante odi, stanze, sonetti ed epigrammi, qualche autentico capolavoro di poesia, come le Stances à Du Perier (1601) e la famosa Ode sur la mort de Henri IV.
Questo suo lavoro di epurazione e di chiarificazione viene continuato dalla Société polie, dall'Hôtel de Rambouillet a infine, con maggior rigore scientifico, dall'Académie Française, fondata da Richelieu nel 1635. Se la Société polie ebbe un carattere mondano e aristocratico, e uno squisito carattere di critica federaria e del costume l'Hôtel de Rambouillet (aperto ai suoi amici da Catherine de Vivonne, perché si radunassero a discutere), spettò all'Académie il singolare compito di dirigere, attraverso le lettere, l'opinione pubblica e di farla confluire nel dominio della letteratura. Compito dunque davvero storico, che ebbe come prima tappa la compilazione del Dizionario francese, edito nel 1694. Fuori dei salons e dell'Académie, si agitano per proprio conto i seguaci delle varie scuole e dottrine religiose. Fra questi i più ardenti furono i gianseri, che si radunarono nella famosa abbazia di Port-Royal. È in quel tempo che Blaise Pascal, genio precocissimo delle matematiche, n. a Clermont-Ferrand nel 1623, per difendere i suoi amici di Port-Royal, presso i quali si era ritirato a meditare sul problema religioso, pubblica sotto pseudonimo le lettere Provinciales contro i Gesuiti, una delle opere più tormentate della letteratura cristiana; medita poi intorno ad una Apologie de la religion chrétienne per la quale raccoglie un materiale immenso; sono le note, gli appunti e le meditazioni, conosciute dopo la sua morte sotto il titolo Pensées, autentico capolavoro della prosa francese, dove si ritrova accanto allo spirito agostiniano uno dei maggiori sforzi fatti da un'anima moderna nel cercare in sé e nell'universo la Verità pacificatrice.
Tra la prima e la seconda metà del secolo grandeggia l'opera drammatica di Pierre Corneille, di Rouen (1608-84). A lui si deve indubbiamente la scoperta e la consacrazione del teatro come grande genere letterario e sociale. Per quasi cinquant'anni egli impone, con la chiarezza dello stile e la forza del verso, una serie di tragedie in cui alle passioni rappresentate una straordinaria verità poetica e una precisa coscienza morale danno sublimità di accenti umani. Dal Cid (1636), suo capolavoro, all'Horace e al Cinna (1640), dal Polynorrho martyr, che conclude magnificamente questo ciclo romano e cristiano (1642), al Rodogune (1644) e all'Oedipé (1650), il dramma degli eroi corneliani, ognuno partecipe di un fato e ognuno allo stesso tempo signore della propria volontà, si inserisce come un momento indimenticabile nella storia del teatro universale. Si ricorderà altresì di Corneille la grande traduzione in versi dell'Imitation de Jésus-Christ, per la quale egli impiegò sei anni di lavoro.
La seconda metà del secolo raccoglie i frutti meravigliosi della prima, superandola, in certo senso, in perfezione formale. Luigi XIV attira alla corte i maggiori geni del tempo, li protegge, non cessando mai di fornir loro occasioni e pretesti per nuovi capolavori; e mentre architetti famosi innalzano per lui Versailles, e pittori e scultori di talento ne adorano le sale e i giardini. Boileau, Molière, Racine celebrano letterariamente la sua gloria. Prima di trattare di costoro, converrà accennare all'opera singolare di due scrittori diversi da essi, benché molto legati allo spirito del tempo: La Rochefoucauld e La Fontaine. Ambedue menarono una vita molto agitata, e si consolarono poi al fuoco della meditazione e della poesia. Di La Rochefoucauld (1613-80) sono rimaste famose la Réflexieux o Seuternes et maximes morales, apparse nel 1685, scritte in uno stile tensissimo, e dedicate ai più svariati problemi morali, «una delle opere che più contribuirono a formare il gusto nazionale e a dargli un carattere di perspicuità e di precisione» (Voltaire). La Fontaine (1621-95) creò con le sue Fables, più che con i suoi Contes et nouvelles, un genere raro e prezioso di poesia tra malinconica e sorridente, nella quale, dietro la parola degli animali (ad ognuno dei quali è conservato il carattere vero o tradizionale) si scorge la parola dell'uomo che a volta a volta irride e rimpiange, bonariamente, costumi e situazioni di ogni tempo. La favola così non è più un divertimento o una
innocua finzione, ma, come dice lo stesso autore, « un dramma dai cento diversi atti, che ha per scena l'universo ».
Di fronte ad un poeta ingenuo e cordiale come La Fontaine, si erge un teorico acuto ed illuminato come Boileau. Poeta e critico, ha tracciato nell'Art poétique (1674) la legislazione più felice dello spirito classico. Gli si riconosce il torto di aver misconosciuto la vecchia poesia nazionale e di aver disprezzato i predecessori di Malherbe; ma nessuno, in un'epoca così vasta e complessa come la sua, fu più fine giudice del bello, più severo nel combattere l'affettazione o l'enfasi, l'erudizione pedantesca, la falsa poesia e il preziosismo, in una parola tutto ciò che allontana dall'umanità e dalla ragione. Nell'Art poétique si riflettono i valori più puri del siècle d'or, e quindi la poesia di Molière e di Racine. Jean-Baptiste Poquelin (1622-73) detto Molière, parigino, vissuto dal 1658 fino alla morte alla corte del « re sole », trascina sulle scene nel modo più imparaggibile gli uomini e i costumi del suo secolo, ora assecondandone il giuoco, ora dipingendoli con amara verità, e sempre rimanendo fedele, pur nel comico abbandono, ai suoi canoni artistici, alla sua idee e alla sua morale. Della trenta commedie che ha lasciato, alcune (Le bourgeois gentilhomme, Les fourberies de Scapin, Le malade imaginaire, ecc.) sono commedie di intrigo; altre (Les précieuses ridicules, L'école des femmes, L'école des maris, Les femmes savantes, ecc.) sono commedie di costume; e infine, altre ancora, veramente immortali (Le misanthrope, Le tarnée, L'avare, ecc.), si devono considerare commedie di carattere. Perfetto nella tecnica della rappresentazione, purissimo e vario nella lingua, irresistibile nella caricatura o nella buffoneria, Molière rimane, come dissero i suoi contemporanei, contro i quali non poco egli dovette combattere per imporre la sua arte, un contemplatore e un pittore della natura umana; fuori del suo secolo egli è un poeta tra i più genuini e sorridenti, e anche una guida inimitabile nel nostro bisogno di capire la vita. « Ogni uomo che sappia leggere è un lettore di Molière » (Sainte-Beuve).
Molière si affermò nel comico, come Racine nel tragico; ma mentre la tradizione e gli esempi della commedia erano in Francia poverissimi e medineri o di derivazione straniera, la tragedia aveva avuto di recente un poeta della forza di Corneille. Lo sforzo che fa Racine è di trovare, accanto a Corneille, un posto degno nella comprensione e nell'ammirazione del pubblico. Proveniente da Port-Royal, Jean Racine (1639-99), portò nel teatro la sua energia passionale, il gusto infallibile di un'arte tormentata ed umana, quanto quella di Corneille era stata sovrumana ed eroica; e vinse la sua battaglia, come, nella tragedia greca, Euripide finì per porsi accanto a Sofocle. Opere come Andromaque (1667), Britannicus (1669), Bajanet (1672), Mithridate (1673), Iphigénie (1674) e Phèdre (1677), suscitarono di volta in volta i commenti più disparati; ma la Phèdre cadde; per dodici anni, Racine, addolorato, tacque; poi tornando al teatro, più forte dopo lunghe meditazioni religiose, impose, questa volta in modo incontrastato, la semplicità e la grandezza degli ultimi capolavori (Esther e Athalie). Dopo Racine sembra che l'arte drammatica si esaurisca, e difatti si accompiata dalle scene francesi, per ritornarvi, dopo la pausa dell'Illuminismo, nell'epoca romantica. Il posto del teatro è tenuto, come si vedrà, dal romanzo. Nel Seicento questo genere viene coltivato, anche sotto forma epistolare, con varia fortuna; ad imporlo, per la prima volta, all'ammirazione dei contemporanei e dei posteri, con la Princesse de Clèves, fu Madame de La Fayette (1634-93); seguirono le Histoire e Contes du temps passé del Perrault, e molti altri romanzi, ben inferiori però all'eccellenza stilistica e psicologica della Princesse.
Vicina, come spirito, al romanzo e alla novella, è la letteratura epistolare, che tocca vette non più raggiunte in seguito, nell'arte di Madame de Sévigné (1626-96), autrice di una raccolta di Lettres, dove si specchia in modo mirabile l'educazione e la cultura del tempo: inferiori letterariamente sono le Lettres, i Mémoires e gli
Entretiens sur l'éducation des filles di Madame de Maintenon; ma eccellenti i Mémoires di Saint-Simon, pur nella trasandatezza della forma, e quelli del card. de Retz, esempi folici di un genere, fra storico e documentario, che avrà grandi sviluppi nella letteratura francese. Quest'epoca, di così vasta proporzioni letterarie e artistiche, non poteva non trovare nell'eloquenza la sua palestra più opportuna. Trionfarono gli oratori sacri, e fra tutti Jacques Bénigne Bossuet (1627-1704), n. a Dijon e vissuto a Parigi, non lontano dalla corte, dove fu chiamato più tardi ad educare il Delfino. Predicatore, storico, polemista ardentissimo, l'« aquila di Meaux », come fu chiamato dal vescovo ottenuto cela, fu un maestro imparaggabile, sia per la bellezza e la sublimità dello stile, che per la profondità del pensiero e la perfetta conoscenza del cuore umano. Le sue Druisons funèbres (di Henriette de France, di Anne de Gonzague, di Louis de Bourbon, del Principe di Condé), hanno tutti i caratteri delle grandi opere di poesia, per lo slancio emotivo e la disciplina dello stile; come il Discours sur l'histoire universelle e il Traité de la connaissance de Dieu, occupano un posto unico non solo nella storiografia e nella trattatistica religiosa, ma nella prosa francese. Più debole, ma dotato di un'intelligenza sottile ed innovatrice, François de Salignac de la Mothe-Fénelon (1651-1715), di Cambrai, vescovo, teologo, oratore e filosofo, si può considerare appartenente ad un'epoca diversa, per il carattere pratico impresso alle idee e per l'inquietudine dello spirito. Le Fables, i Dialogues des morts, e specialmente le famose Aventures de l'élévaque (1669), che contengono molte allusioni e critiche al regno di Luigi XIV, segnano compiutamente lo sviluppo delle sue teorie pedagogiche, sulle quali si formarono molte generazioni di educatori; ma gli scritti religiosi, le lettere, i dialoghi filosofici e letterari rivelano l'aspetto complesso della sua personalità (la sua parziale adesione al quietismo recò la condanna dell'Exploitation des maximes des saints). A completare il vasto quadro dell'attività moralistica e letteraria di questa metà del secolo, basterà accennare all'opera di Jean de la Bruyère, parigino (1645-1696), scrittore incisivo e penetrante, che alla traduzione dei Caractères de Théophraste aggiunse la pittura di « caratteri » del suo tempo, in una lingua varia, precisa e mordente, che annuncia già il Settecento. Il « secolo d'oro » non poteva avere una conclusione letteraria più classica e tipicamente francese.
IV. IL SETTECENTO
Annunciata da una Querelle, rimasta famosa, fra gli antichi e i moderni, alla quale presero parte, a favore dei moderni, Perrault, Lamotte-Houdar e Fontenelle; e Racine e Boileau a favore degli antichi, l'« età dei lumi » — come fu chiamato il Settecento — accentrò il gusto e lo spirito letterario non più sulla nozione e l'esperienza della verità e della bellezza, ma su quelle dell'utile. Quasi tutti gli scrittori di quest'epoca, i quali cominciano a disertare le corti per radunarsi nel salons, da cui vengono quasi soggiogati, intendono riformare con le loro opere la società. Buona parte di essi, fiduciosi nella ragione e nel progresso, si propone, scrivendo, finì più o meno pratici. Per conseguenza, l'originalità del secolo è nelle opere storiche, scientifiche, giuridiche e di polemica sociale; la religione è trascurata dalle classi più elevate e diviene oggetto di polemica in quelle intellettuali; e se verso la fine del secolo scoppia la Rivoluzione, per gli spiriti geniali del tempo essa è già fatta e scontata venti, trenta, quarant'anni prima, in senso morale e culturale. In quest'atmosfera di ricerca e di attesa, la prima volontà del poeta è quella di servire a qualcosa; e perciò la lirica decade, senza d'altronde perdere il gusto tradizionale della forma; acquista però il sentimento della natura e una certa grazia e leggerezza bucolica; mentre si fa via via più precisa l'influenza dello spirito inglese. I nomi dei poeti delSettecento sono quasi dimenticati, tranne quello di Voltaire, che però si impose nel genere epico, didattico e satirico; e quello di André Chénier (1762-1794), che grandeggia sulla fine del secolo, solitario. Si accennava di sfuggita ai due aspetti della sua poesia: l'ispirazione classica e il sentimento pre-romantico. A questo genio maturo, stroncato dalla Rivoluzione, guarderanno più tardi diverso generazioni di poeti francesi, amministrate dei nuovi ritmi, della ricchezza di simboli ed immagini e dell'inquieta sensibilità dell'autore delle Élégies e dei Jaubes.
Col nome di Chénier si è toccato l'estremo di un'epoca anche cronologicamente. Rifacendosi alle sue origini, ci si trova di fronte l'opera di Montesquieu. Le sue Lettres Persones (1721) fanno scattire alle radici lo spirito filosofico ed enciclopedico, il nuovo soffio di libertà che è succeduto allo spirito classico. La satira delle istituzioni vi si alterna con quella dei principi morali e religiosi; ma l'originalità dell'assunto e la lucidità delle idee non deve fare dimenticare l'influenza negativa che queste teorie abbero sulla coscienza religiosa di tutto il secolo, incoraggiando lo scetticismo e il materialismo già prossimi ad accamparsi in ogni settore culturale. Meglio si rivelano le qualità storiche e di osservazione di Montesquieu, che nella vita (1698-1755) fu un magistrato preciso e scrupoloso, nelle Considérations sur les causes de la grandeur et de la décadence des Romains (1744) e specialmente nell'Esprit des lois (1748), dove per la prima volta si afferma il principio della divisione dei poteri. Lo spirito rivoluzionario di Montesquieu viene assunto, arricchito, e in un certo senso ingigantito, dall'opera vasta, ardita e curiosa di François-Marie Arouet, detto Voltaire, il genio certamente più settecentesco che abbia avuto la Francia. Nato a Parigi nel 1691, dopo una educazione contraddittoria, si dette alla satira politica e al teatro; visitò l'Inghilterra, la Prussia, dove fu accolto da Federico II, e si fermò infine, all'apice della sua gloria, a Ferney, nei pressi di Ginevra, non cessando mai di scrivere e di interessarsi ai problemi e ai fatti più significativi del tempo. Morì a Parigi nel 1758. Non c'è genere letterario che Voltaire non abbia coltivato: la tragedia (Zaïre, Mérope), la storia (Histoire de Charles XII, Le siècle de Louis XIV), il romanzo a la novella (Candide, Zadig, Micronégas, ecc.), la critica (Le temple du goût), l'epica (La Henriade, Poème de Fontenoy), la lirica, soprattutto la filosofia (Lettres philosophiques, Dictionnaire philosophique, Essai sur les moeurs, ecc.), sprigionando sempre dai suoi scritti, assieme all'irreligiosità divenuta poi proverbiale, le più svariate idee, i richiami culturali e sociali più impensati. Ambizioso, pieno di vanità, superficiale per tre quarti della sua opera, resterà di Voltaire, però, la chiarezza penetrante dello stile, che non ha eguallì nel suo tempo.
Ad accrescere l'influenza dei nuovi principi, e a render popolari queste teorie, non mancò un'opera corale: L'Encyclopédie a Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers (i cui primi volumi apparvero nel 1751). Vi si accinsero a dirigerla D'Alembert e Diderot, coadiuvati da Montesquieu, Voltaire e Rousseau e da altri famosi scrittori, Buffon, Condorcet, Condillac, Helvétius, D'Holbach, Turgot, Necker, Marmontel. Vera macchina da guerra al servizio delle dottrine filosofiche del Settecento, come fu definita, malgrado le esagerazioni, il fanatismo materialistico a gli errori dottrinali, l'Encyclopédie portò tuttavia notevoli benefici alla conoscenza scientifica, e non può essere trascurata nella storia del pensiero umano. Nello stesso periodo, però, rimase nell'ombra, ed è doveroso oggi metterlo alla luce, quel grandioso insieme di richteriche storiche, condotte dai Benedettini della Congregazione di S. Mauro, che va sotto il nome di Histoire littéraire de la France.
Accomunando all'Encyclopédie, si sono ricordati Rousseau e Diderot. Sono forse questi gli scrittori più singolari e genuini del secolo; essi acquistano alla letteratura francese nuove dimensioni logiche e fantastiche, di cui occorre tener conto, anche se non si potrà non
sottolineare, specialmente per l'opera di Diderot, lo spirito scettico e irreligioso che sta alla base del suo travaglio letterario. Del due, Rousseau è certamente il più tormentato. Nato a Ginevra (1712-78) e dotato di un temperamento fantastico e sognatore, proclive alle utopie, Jean-Jacques Rousseau condusse senza dubbio una vita agitata; quest'inquietudine si tradusse in gran parte delle opere, nelle quali egli propugnò, come è noto, il ritorno allo stato di natura, e riconobbe nella Natura la sola divinità cui obbedire. Sogliono essere isolate nella sua produzione le opere pedagogiche, Julie ou la Nouvelle Héloïse (1761) e l'Émile (1763); ma a parte l'originalità degli spunti di pensiero, gli aspetti della sua arte equalità, e tutta dettata dal sentimento, si ritrovano più abbondantemente nelle Confessions a soprattutto nelle Rêveries d'un promeneur solitaire, appartenenti agli ultimi anni della sua vita a cui guardarono più tardi i romantici come a libri precorritori del loro gusto. Di Denis Diderot, nato a Langres (1713-84), si ricorderanno i romanzi (Jacques le fataliste, La religieuse), qualche satira riuscita (Le neveu de Rameau), i drammi (Le fils naturel, Le père de famille), dove il gusto del paradosso, l'eleganza delle idee, l'acutezza dell'analisi si fanno ammirare, anche quando sono fine a se stessi; ma è forse nella vasta Correspondance che si ritrova per intero quest'uomo, complesso e semplice ad un tempo, appassionato sognatore e freddo realista, critico cui si devono importanti scoperte nel campo della pittura, della musica e del teatro.
Su un piano di ingenuità e di abbandono naturalistico, qualunque opera di Voltaire, di Rousseau e di Diderot viene superata dal romanzo Poul et Virginie (1787) di Bernardin de Saint-Pierre (1737-1814), che per primo farà risuonare nella narrativa francese la nota esotica. Ma non è il solo capolavoro del romanzo francese del Settecento. Quando esso non si consacra, come troppo spesso accade, alla descrizione di intrighi o di frivolezze, quando non si abbandona ad un'ambigua analisi della società (come Les liaisons dangereuses di Laclos) o quando infine non giunge al sadismo, come nell'opera del famigerato marchese de Sade, il romanzo dell'epoca esprime, talora con curiosa anticipazione, taluni stati d'animo che si ritroveranno nel romanticismo e nel naturalismo del sec. XIX. Per fare qualche esempio, si accennerà alla Manon Lescaut dell'abate Prévost, all'Obermann di Sénancour (già, però, esorbitante dal '700), ai racconti di Marivaux, al Gil Blas di Le Sage (1712). Sia Marivaux che Le Sage hanno anche un posto raggiungibile nella produzione drammatica di questo secolo. Marivaux (1688-1763), che fu creatore di molte commedie fortunate (La surprise de l'amour, Le jeu de l'amour et du hasard, Les serments indirects, ecc.), condotte con sottigliezza e delicato fervore, a Le Sage, che porta in Turcoret molto dello spirito spagnolo, annunciano l'arte spigliata di un genio comico come Beaumarchais (1742-99). Le barbier de Séville e Le mariage de Figaro, commedie satiricamente, ma anche poeticamente felici, fruttarono al loro autore un immenso successo. Esse sono tuttora una chiave per capire lo spirito del tempo e quello slancio riformatore che non mancò a nessuno scrittore francese prima a durante la Rivoluzione.
Gli aspetti drammatici della vita e della società della Francia, si ritrovano, però, più che nel teatro, nell'arte oratoria, che in questo periodo toccò qualche volta le vette della grande eloquenza. Le toccò certamente con Mirabeau. La parola di Mirabeau è colorita e veemente ed attinge il suo colore e la sua forza alle cose da dire, a differenza di quella dei suoi predecessori eccenteschi, umanistici ed enfatici. Ancora oggi la si ammira nelle pagine sul Droit de paix et de guerre, sulla Sanction royale, ecc. Contro il Mirabeau tutto, talvolta con successo, l'abate Maury, grande difensore degli interessi della monarchia e dei diritti della Chiesa. Famosi oratori vede però tutta quest'epoca: Vergniaud, Danton, Robespierre, Cazalas, Barnave, che trascinarono uomini e folle.
Chiusi nel silenzio delle biblioteche, ma non meno importanti storicamente, sono i trentasei volumi dell'Histoire naturelle di Buffon (1707-88), consacrati all'osservazione dei fatti e all'analisi delle esperienze na-
turali, che rappresentano indubbiamente il più grande sforzo fatto da uno scrittore francese, dopo l'Umanesimo, per ricondurre all'unità del pensiero e all'entusiasmo vivificante della poesia l'arida materia della scienza. Sono forse il messaggio più alto e maestoso del pensiero settecentesco.
V. L'OTTOCENTO
Nel passaggio dal Sette all'Ottocento, devono tenersi presenti molte condizioni e stati d'animo storici, che influenzeranno il pensiero e la fantasia degli scrittori: il declino del materialismo e del cosmopolitismo settecentesco, l'esperienza delle utopie sociali e della Rivoluzione, l'attrazione verso problemi morali e religiosi, lo spirito nazionale, l'individualismo borghese. Individualismo, religiosità e storicismo contraddistinguono la nuova letteratura, anche senza tener conto degli elementi pratici dovuti alle scuole e all'influenza dei grandi spiriti. Quando si parla di romanticismo, si toccano gli estremi di questo rinnovamento interiore, che s'effettua in tutta l'Europa, ma parte sostanzialmente dalla F. con l'opera di Chateaubriand e di Madame de Staël. « Cessate di guardare alla Grecia e a Roma » dice quest'ultima agli scrittori del suo tempo - cercate le fonti di ispirazione nella storia nazionale, nelle vostre tradizioni, nelle vostre leggende. Ispiratevi alla religione, affinché la vostra arte acquisti in profondità e in sensibilità ». Ben al corrente dello sviluppo della filosofia e dell'arte tedesca, Madame de Staël (1766-1817) ne volgarizzò lo spirito nel quattro libri De l'Allemagne (1820), concludendo con l'affermare la supremazia dell'ispirazione sulle regole, del sentimento sulla ragione, dell'individualismo e della libertà sull'autorità. Nemico di Napoleone, oltre alla Staël, fu anche François-René de Chateaubriand (1768-1848) nato a Saint-Malo, che in gioventù si spinse fino in America, visse poi in patria i primi anni della Rivoluzione, sino a quando, emigrato a Londra e già in preda ad una crisi spirituale, non decise di darsi tutto alla causa della restaurazione. Morì a Parigi dopo essere stato ambasciatore e ministro degli Esteri sotto i Borboni. L'opera sua, appassionata, immaginosa, eloquente, dotata di potenza descrittiva e di musicalità, fu spesa nell'apologia del cristianesimo (Le génie du christianisme, 1802), interpretato con rara efficacia letteraria, e nell'illustrazione romanzesca (Atala, René) di alcuni passi del libro. Il successo di queste opere fu enorme (René ebbe tanti ammiratori ed imitatori quanto il Werther di Goethe), ma ancora più rivelatrici della coscienza religiosa di Chateaubriand sono i volumi che seguirono, Les martyrs (1809), Itinéraire de Paris a Jérusalem, e infine il capolavoro, Mémoires d'outre-tombe, uscito postumo, dove si rivela l'anima di questo genio inquieto e tenace, vero rinnovatore del gusto estetico e del sentimento storico e religioso.Trascurando i difensori dell'autorità, Louis de Bonald, Joseph de Maistre (vigoroso e severo autore delle Soirées de Saint-Pétersbourg e dell'Histoire de l'Église gallicane) e Xavier de Maistre (cui si deve il brillante Voyage autour de ma chambre et Le lépreux de la cité d'Aoste) e venendo ai romantici, si può distribuire il loro movimento in due cenacoli: il primo, detto dell'Arsenal tra il 1823-24, e il secondo, intorno ad Hugo, nel 1828. È in quest'ultimo, però, che si combatte a fondo la battaglia contro i classicisti, i quali, dopo il 1830, spariscono dalla scena letteraria. Lo spirito romantico si diffonde allora in Francia, con l'opera di Lamartine, Hugo, de Vigny, Musset, George Sand, Balzac, e Dumas padre, mentre appartato rimane Stendhal, le cui opere narrative non verranno apprezzate che molto più tardi. Con il romanticismo entrò l'inquie-
tudine nella letteratura francese, e la spinta primitiva, anche senza esaurirsi, deviò verso nuovi aspetti, a distanza di appena vent'anni dalla sua affermazione. Alla metà del secolo, già si assiste, con il Parnasse e il romanzo realista, ad un ripiegamento del romanticismo sui propri motivi, e quindi alla liquidazione del movimento.
Esso viene illustrato, però, fin dal nascere, da Victor Hugo, nato a Besançon (1802-85), che lasciò orme indimenticabili nella lirica, nel teatro e nel romanzo. Dalle Odes et ballades (1826) ai drammi Cromwell (1827), Hernand (1829), Le roi s'amuse (1832) e Ray Blas (1838), ai romanzi Notre-Dame de Paris (1831) e Les misérables (1862), si può seguire il flusso continuo della fantasia di Hugo, ora animata dalla leggenda, ora dalle idee politiche, ora dalle storie, ora dal fermento sentimentale dell'autore, ma forse, più che ai drammi e ai romanzi, per comprenderla appieno, occorre rivolgersi alle migliori opere liriche: Les feuilles d'automne (1831), Les voix intérieures, Les châtiments (1833), la Légende de siècles (1859). Ispirazione e ricchezza di sentimento non mancano neanche ad Alphonse Lamartine (1799-1869), nato a Mâcon, tipico esponente del romanticismo della prima maniera, che cantò con profonda e dolce malinconia le ebbrezze dell'amore ideale, della natura e di Dio, nelle Premières méditations (1820) e nelle Nouvelles méditations (1823); si analizzò con ardore nel romanzo Graziella (1851), e infine toccò temi filosofici e religiosi in Jocelyn e in La chute d'un ange, ma con minore risultato artistico. A questa vena morale e religiosa doveva obbedire anche la poesia di Alfred de Vigny (1797-1863), nato a Loches da nobile famiglia, a cui la critica, che poco le conobbe nel suo tempo, guarda oggi come al poeta più significativo e completo della prima stagione romantica. È una poesia di idee, ricca, profonda e dotata di uno slancio morale e religioso (vedi la raccolta postuma dei Destinées, o anche i Poèmes antiques et modernes, 1825), che talvolta diviene disperato o rassegnato, tanta è la solitudine da cui parte e a cui arriva. Altra natura è quella di Alfred de Musset (1810-57), parigino, autore, oltre che di versi famosi al suo tempo, di squisite composizioni teatrali (Fantasia, On ne badine pas mers l'imoue, ecc.) e di singolari Confessions d'un enfant du siècle (1836) dove viene descritto, attraverso vicende di passione e di sogno, il cosiddetto mal du siècle. De Musset è, certo, fra tutti, il poeta che all'amore, alla malinconia e alla morte si è avvicinato con più passione, ma non con quella forza morale che talvolta Hugo e Vigny hanno fatto sentire. La poesia di questo tempo ha tutto un colore melancólico e ebbro, e perciò si rischia di confonderla in una sola vaga latitudine. Alcuni poeti (come Gérard de Nerval e Maurice de Guérin) però tendono, sia pure in modo incerto, lo sguardo al futuro, e saranno perciò apprezzati e parecchi anni di distanza.
Il caso di Stendhal è singolare: vissuto in piena età romantica (1783-1842), egli ebbe pochi e non felici contatti con i miliony letterari francesi, preferendo alla sua patria, e soprattutto alla sua città (Grenoble), l'Italia, dove, dopo alterne vicende insieme politiche e letterarie, finì per trasferirsi. È uno scrittore ricco di slanci e di passioni, celate in uno stile freddo, da cancellieria, come fu detto; e perciò i suoi romanzi (Le Rouge et Noir, La Chartreuse de Parme, ecc.), pur così preghi di psicologia romantica, si affacciano ad un'altra età: il realismo. Lo scrittore più rappresentativo del primo Ottocento rimane Honoré de Balzac (1799-1850), fecondissimo romanziere (si ricordano Eugénie Grandet, Le père Gariot, César Biroiteau) dall'immaginazione viva e potente, dall'impareggiabile arte caricaturale, nella quale vibra sempre una grande conoscenza della vita. Balzac si può considerare tanto romantico, quanto realista: egli però appartiene, in ogni caso, alla grande famiglia dei creatori di caratteri, e perciò ha un posto di prim'ordine nella letteratura francese del secolo scorso.
Il passo più risoluto tra la prima e la seconda metà dell'Ottocento vien fatto dalla poesia. Tra il Parnasse, cui è legato specialmente il nome di Leconte de Lisle (1818-94), dove fu adottato il principio dell'arte per l'arte
e decretate l'impersonalità e l'impassibilità del poeta, e Charles Baudelaire, porigine (1841-67), sono molti i legami e le affinità; ma il genio di Baudelaire (Fleurs du mal, 1857), superò i caratteri della scuola, situandosi in una zona personalissima: la sua poesia, essenzialmente cristiana, anche quando affonda le sue radici nel male e nel disordine, è forse la più plastica, la più pura e musicale di tutto il secolo. Il problema della creazione artistica, per Baudelaire, non è solo un problema di lacrime, come in tanti romantici, o di impassibilità, o di tecnica letteraria, ma di coscienza e di profondo dibattito interiore. Più costante nell'assolvere il proprio cuore e descriverne i mutevoli palpiti, ma talvolta artificioso, è Paul Verlaine (1844-96), che ha al suo attivo una vasta produzione lirica (Poèmes returningus, Fête: galantes, La bonne chanson, Sagesse, ecc.), e al cui nome è legata la nascita del Symbolisme, il secondo grande movimento della poesia di quest'epoca. A Verlaine s'accompagnò, per brevi ma intensissime vicende umane e letterarie, Arthur Rimbaud (1857-91), a cui molti critici hanno riconosciuto un'anima di veggente. La poesia in Rimbaud si fa bruciante espressione di vita e di verità, e s'innalza ad altezze incredibili; ma con risolutezza il poeta l'abbandona, a soli vent'anni, fuggendo in Africa, e abbandonandosi al suo destino di meteoro. Sarà, infine, Mallarmé (1842-98) a riproporsi lo stesso slancio, freddamente, ermeticamente, con una rassolutezza e un fervore che non hanno eguali nella nostra epoca. Il simbolismo per lui è diventato qualcosa di più di una scuola letteraria: un modo di concepire la poesia, dal quale poco si discosteranno i poeti del nostro secolo, in Francia e altrove.
Il romanzo, sulle orme del realismo balzachiano, rascata molti pericoli, per l'attitudine prevalente a descrivere la realtà senza dominarla dall'interno, ma si salva con l'opera di Flaubert e di Maupassant, e parzialmente con quella di Zola, dei Goncourt e di Daudet. In questi il romanzo non è soltanto, anche forse quando vuol essere, «una rappresentazione della natura e di noi stessi in vista del perfezionamento fisico e morale della nostra specie», secondo l'espressione di Prudhon; in Flaubert (1821-80), come era stato, prima del naturalismo, in Mérimée, scrittore sobrio, preciso, attento, l'arte del narrare diventa ricerca interiore secondo un metodo di realismo integrale, ma non per questo meno artistico ed efficace. La serenità di Flaubert ottenuta a prezzo di tanti sacrifici di stile, diventa impassibilità in troppo opere di Emile Zola, battagliero teorico della scuola naturalistica (nella serie dei Rougon-Macquart, definita da J. Lemaitre «un'epoca pessimista dell'animalità umana», il suo metodo confina con quello caro alla scienza positivistica) e senza dubbio migliore scrittore nei racconti a sfondo fantastico (cf. Le rêve). In Daudet (1840-97), prevale la vena impressionistica e comica: essa dà un capolavoro di umanità come Tartarin de Tarascon; in Maupassant (autore del famoso Boule de suif, di Bel Ami e di Pierre et Jouy, ecc.) quella psicologica e passionale, con risultati talora sorprendenti di colore e di stile. Cari alle generazioni tra l'80 e il principio del Novecento furono inoltre i romanzi di Pierre Loti e di Paul Bourget, i primi di ambiente esotico, i secondi ricchi di penetranti analisi psicologiche, di carattere anti-materialistico. Scrittore tormentato, e infine liberato dalla fede, è Huysmans nel quale si ritrova tutte l'inquietudine di quest'epoca di trapasso, che dalle ultime propaggini romantiche, attraverso il naturalismo e il positivismo, dovrà sboccare nell'idealismo dei primi anni del Novecento.
Certamente è la letteratura narrativa della seconda parte dell'Ottocento il settore più ibrido e inquieto. Gli storici, i filosofi, i critici, gli oratori, a infine i drammaturghi, che rinnovano e approfondiscono gli schemi già forniti a sufficienza dal Settecento, si giovano a volta a volta delle mutate prospettive del costume e del pensiero, spesso anticipandole con balenante scutezza. Fra gli storici, possiamo distinguere una scuola pittoresca e descrittiva, che fa capo al Thierry (1795-1856) e al Michelet (1798-1874), una scuola filosofica, rappresentata dal Guizot (1787-1874), dal Mignet, dal Taine, autore delle fa-
mose Origines de la France contemporaine, e infine dal Renan, di cui sono noti gli studi sull'ebraismo e sul cristianesimo. Vero storico moderno, accurato nell'indagine e imparziale nel giudizio, è Adolphe Thiers (1797-1877), il cui nome è legato ad un'ottima storia della Rivoluzione Francese. Alla critica letteraria doveva consacrare il meglio della sua attività il più acuto, forse, fra i letterati dell'epoca romantica: Charles-Augustin de Sainte-Beuve (1804-69), cui si devono magistrali e coloriti ritratti di scrittori, e i giudizi più sagaci sulla produzione letteraria del tempo. In questo settore, inaugurato da Chateaubriand, da Madame de Staël, riuscirono ad affermarsi il Girardin, il Nisard, il Taine, e in un secondo tempo, il Paris, il Claretie, il Brunetière, il Lemaitre e il Faguer.
Conservano ancora il prestigio, che il tempo non ha indebolito, della verità poetica e della fantasia, taluni autori drammatici, che suscitarono, al loro tempo, entusiastici consensi: si allude qui a Eugène Scribe, autore di vaudevilles e di sottili commedie, a Emile Augier, a Dumas figlio, a Victorian Sardou, e a Edmond Rostand, autore del celebre Cyrano de Bergerac. Con Henry Becque, verso la fine del secolo, il teatro assume la sua funzione di critica dei costumi.
VI. IL NOVECENTO
I primi cinquant'anni di questo secolo vedono, oltre il perpetuarsi di molti modelli e il diluirsi di taluni stati d'animo tipicamente ottocenteschi, il pullulare di scuole letterarie completamente diverse nello spirito e nelle forme. La F, non perde la sua funzione di fucina di novità e di nuovi tentativi tecnici e spirituali. E se è troppo presto per dare un giudizio di insieme sulla produzione letteraria corrente, alcune figure più cipiche già indicano, attraverso la varietà d'espressioni e l'originalità del lavoro creativo, i limiti dell'epoca, consumata da un travaglio formale, quale nessun secolo ebbe, e nello stesso tempo ebbra di chiarificazione in ogni senso e direzione della vita spirituale. La poesia, dopo le gelide e segrete difficoltà a cui l'aveva spinta il genio di Mallarmé, prende slanci e colore metafisici nell'opera di Paul Valéry (1871-1945), s'incanta nei ritmi delicati ed elegiaci di Francis Jammes (1868-1938), rompe in forme dionisiache e mistiche, d'una colorita drammaticità, in Paul Claudel (n. nel 1868), uno dei maggiori poeti cattolici del Novecento, per sfociare nell'irrazionalità del movimento surrealista, in cui oggi si trova impigliata. Al romanzo e alla prosa d'idee legano il fascino della loro ricca personalità scrittori diversi e per tanti aspetti contrastanti, ieri Anatole France e Maurice Barrès, oggi o appena ieri, André Gide e Marcel Proust. Gide e Proust sono forse i maestri meno effimeri di tutta quest'epoca travagliata e divisa, che ha già visto guerre, smarrimenti, delusioni, in ogni anima europea e soprattutto nella sensibile anima francese, così pronta a svelarsi e ad interrogarsi nel profondo. Ricercatore fanatico della verità, dovunque essa si trovi, capzioso e mordente, ma sempre instancabile nel propri tentativi, Gide può essere preso a simbolo di tutta la letteratura d'oggi, come Proust può essere considerato lo storico delle supreme illusioni della poesia: ricercare con l'arte il tempo perduto. Accanto a loro, ma non sempre vicini nello spirito, vanno considerati i romanzieri Giraudoux e Mauriac (quest'ultimo singolarmente impegnato nel problema religioso), Daniel-Rops e Bernanos, i poeti Apollinaire e Jacob, mentre a mano a mano si perdono nel ricordo delle cronache letterarie i fautori e i discepoli dei vari movimenti e dei vari indirizzi, che non finiscono di apparire e di scomparire nella nostra epoca. Alla letteratura francese che ha così mirabil-mente interpretato in passato le maggiori esigenze dello spirito, non escluse quelle dello spirito religioso, sono indubbiamente legate molte delle nostre attuali speranze di un rinnovamento completo della civiltà occidentale.
caise des origines à 1900, 10 voll., ivi 1905-1948; G. Lanson, Hist. de la litt. française, ivi 1914; J. Bédier e P. Hasard, Hist. de la litt. française, ivi 1923; E. Faguet, Hist. de la poésie française de la Renaissance au Romanticisme, ivi 1923-36; L. Dubach, Hist. générale illustrée du théâtre, ivi 1931-33; J. Calvet ed altri, Hist. de la litt. française, ivi 1931-46; P. Van Tieghem, Hist. litt. de l'Europe et de l'Amérique, Parigi 1941; id., Hist. de la litt. française, ivi 1949. - Si vedano per il medioevo: J. Anglade, Hist. sommaire de la litt. au moyen âge, ivi 1921; G. Paris, Equisse historique de la litt. française au moyen âge 4e ed., ivi 1926. - Per il Rinascimento: J. Placard, La renaissance des lettres en France de Louis XII à Henry IV, ivi 1925;

IV. ARTE.
I. ARTE ROMANICA (ARCHITETTURA E SCULTURA)
Le prime manifestazioni dell'arte francese, dopo la caduta del dominio romano, non sono autonome. I Visigoti (a sud), i Burgundi (a est), i Franchi (a nord) non determinarono il nascere di una nuova grande arte monumentale, che non sorse neppure con l'avvento di Clodoveo (482) e della dinastia merovingia e la conseguente unificazione dei popoli della Gallia. Il gusto tuttavia si esplicò particolarmente nell'oreficeria in cui ricorrono motivi derivati dall'Oriente interpretati con spirito originale (v. BARBARICA ARTE). Anche le architetture di cui sono rimasti esigui resti dichiarano una dipendenza dai monumenti bizantini (p. es., St-Pierre di Vienna [Isère]). Caduti i Merovingi, allo sconvolgimento politico seguì la decadenza dell'arte fin quando Carlomagno si riallacciò alle tradizioni artistiche trasmesse dall'antichità viste attraverso Bisanzio e l'Oriente cristiano. Le prime manifestazioni di un'architettura francese, in cui sonogià contenuti quei fermenti che matureranno nell'arte romanica, si incontrano proprio in quello che fu detto Rinascimento carolingio (v. ARTE). E non si tratta solo della comparsa di alcuni determinati elementi struttivi ma del valore che assumono i vari elementi formali dell'architettura. Così, più che nella Cappella Palatina di Aquiegrame (consacrata nell'805) riecheggiante il S. Vitale di Ravenna, elementi nuovi sono nella piccola chiesa di Germigny-
des-Près, nel St-Philbert di Grandieu (Loire), a Cravant (Indre-et-Loire), a Jumièges (940): compaiono le absidi fiancheggiate da absidiole, le torri-lanterna, i pilastri. Degli affreschie dei musaici che decorano le pareti non sono giunti che esigui resti (p. es., Martirio di s. Stefano, IX sec., a St-Pantaléon-les-Autun). Povera e rozza fu allora la scultura; miniatura (v.) gli smalti (v.), le oreficerie (v.), gli svori (v.) in cui si ritrova
FRANCIA - Portale della chiesa di St-Seurin (1260) - Bordeaux.
il gusto classico delle composizioni e del rilievo con delicata e minuziosa fattura.
La prima grande espressione dell'arte francese dopo la carolingia è quella romanica (v. ABBAZIA; ROMANICA ARTE). Nacque sul volgere del sec. x ed ebbe grande impulso dalla civiltà monastica e si giovò di molti motivi derivati dall'arte classica e da quella bizantina, ma tutti rielaborati e ricreati sì che si può parlare di una vera conquista di nuovi mezzi espressivi. La grande novità dell'architettura romanica fu l'uso di coprire gli edifici con volte, donde conseguì il rinnovamento delle strutture. Tuttavia l'architettura romanica francese non ebbe carattere unitario e le varie regioni l'improntarono del proprio gusto, e dello spirito della propria cultura. Una delle chiese più antiche è quella di Jumièges (Normandia, 1640-67) coperta con volte solo nelle navate minori, come pure il St-Etienne di Caen. Il sec. xii segnò il pieno sviluppo dell'arte romanica con la Cluny (v.), donde derivò tutta una serie di chiese (v. ARTE; PARAY-LE-MONIAL, SANTUARIO DI; Vézelay; Avallon). Nell'Alvernia l'organismo romanico ebbe particolare complessità e vigore: si ebbero chiese con tribune con la volta a quarto di cilindro nelle navate laterali, absidi minori e la torre che s'innalza dalla crociera centrale (Notre-Dame-du-Port a Clermont-Ferrand; chiese di St-Neumire; Orcival). La Linguadoca accolse i caratteri dell'Alvernia conferendo una particolare fisionomia per l'impiego del mattone (St-Saturnin di Tolosa). Nella Provenza si preferì la pianta a una navata (Digne; Notre-Dame-de-Dome ad Avignana). La ricchezza di resti classici ha conferito un aspetto singolare alle chiese provenzali in cui frammenti di marmi antichi, fregi e colonne sono accostati alle decorazioni romaniche. Nel Poitou le chiese hanno navate di uguale altezza, con volte a botte (Notre-Dame-la-grande di Poitiers, St-Savin-sur-Gartempe, Vienne). Nella Normandia le facciate sono caratterizzate da alte torri (Trinitè et St-
Etienne di Caen). Nel Périgord è molto importante la presenza della cupola sentita come compiuta armonia geometrica pura senza decorazioni (St-Front di Périgueux). Il rinascero dell'architettura segnò il risorgere della decorazione plastica che all'architettura stessa è ormai strettamente coordinata. I portali e i capitelli accolgono le più varie figurazioni che pur nelle differenziazioni impresse dalla varie scuole (poiché ancora non si può parlare di personalità) regionali sono unite da certi comuni caratteri: soprattutto, risveglio della coscienza plastica che fa ritrovare la forma umana, ed esigenza di esprimere la vita interiore. Ne derivano la sintesi figurativa e la potenza espressiva che irrompono dalla stilizzazione formale. L'ornamentazione che germogli rigogliosa abbandonò il vecchio repertorio creando motivi nuovi: al posto di quelli geometrici fiorirono quelli zoomorfi spesso con significato allegorico. Il nuovo linguaggio rimase sostanzialmente comune a tutta la plastica romanica: dalle figure lunghe e piatte degli scultori borgognoni a quelle robuste della Linguadaca, a quelle soffuse di valori pittorici del Poitou. Il repertorio iconografico è quello fornito dalle miniature e dagli avori bizantini; attingendo a questo mondo gli scultori romanici vogliono infondergli vita, e sconvolgono in gesti tumultuosi le ierariche figure e le contorcono per vincere la rigidità, con violente espressività (Cristo del St-Pierre di Moissac; Profeti di Souillac, in Dordogne; Cristo in un timpano di Vézelay; il Giudizio di Autun di impressionante drammaticità; il Cristo del timpano della St-Foi di Conques).
II. ARTE GOTICA
Il medioevo chiamò «opus francigenum», specificandone così inequivocabilmente l'origine, quell'architettura che il Rinascimento con malinteso significato dispregiativo chiamò gotica (v. GOTICA ARTE). La conquista romanica della volta trovò nell'architettura gotica il suo completamento e la sua conclusione. I primi esempi cominciano alla metà del sec. XII nell'Ile-de-France e le sue conseguenze giungono fino alla metà del sec. XVI. L'arco a sesto acuto, la crociera ogivale, l'arco rampante sono gli elementi struttivi della nuova architettura;

Il primo grande edificio che inaugura il nuovo gusto è St-Denis, alla cui costruzione l'abate Suger chiamò nel 1132 architetti da tutta la F.; poco dopo seguì in tutte le regioni una mirabile fioritura: Noyon, Senlis, St-Remi di Reims e infine Notre-Dame di Parigi (1163-82) conclude questo primo periodo dell'arte gotica in cui predomina l'essenzialità della struttura. Dal XIII al XIV sec. gli architetti procedono verso un maggiore alleggerimento della costruzione e verso un arricchimento delle ornamentazioni: si moltiplicano le guglie, i pinnacoli, le cornici degli immensi portali che si rivestono di sculture, le trine marmoree dei rosoni e delle ampie finestre (p. es., la ricostruita Notre-Dame di Chartres [1198-1260], le cattedrali di Reims, Amiens [1220-88], Beauvais, Strasburgo, Metz). Gli architetti che impongono il proprio stile sono J. de Chelles, autore del transetto di Notre-Dame di Parigi, e Pierre de Montreuil, architetto di St-Germain-des-Prés, che completò la crociera sud di Notre-Dame. Sotto il loro influsso fu costruita la Ste-Chapelle (1240-48) in cui la liberazione della massa della parete è portata alle estreme conseguenze; la cattedrale di Troyes, la facciata di quella di Strasburgo. Nel mezzogiorno dominò J. Dechamps (cattedrali di Clermont-Ferrand, Narbonne e Limoges). Dopo queste supreme conquiste il gusto per l'eccessiva ornamentazione portò al disfacimento della compattezza struttura, al virtuosiamo decorativo trito ed esuberante (facciata della cattedrale di Rouen, St-Jacques di Dieppe, cattedrali di Evreux, di Nantes).
III. SCULTURA
La liberazione dal pittoricismo e la conquista di un'organicità puramente plastica fu la grande innovazione degli scultori del periodo gotico. Si rinnovarono anche le fonti iconografiche.
(per cortesia di mont. G. Pollaux)
Le più antiche testimonianze della scultura gotica si possono indicare nel portale di St-Denis (1140 ca.) con figure addossate alle colonne e lungo i risaliti della lunetta. Subito dopo Chartres divenne la scuola della plastica francese con lo stupendo « portale dei re » (1150 ca.) seguito da quello di Ste-Anne a Notre-Dame di Parigi; e poi Etampes, Angers, Le Mans, Amiens, Reims. Ma contemporaneamente all'evoluzione dell'architettura, anche la semplicità plastica fin dalla metà del XIII sec. cede alla ricerca di effetti pittorici, dal portico e portale sud e nord di Chartres con figure di un modellato assai morbido ma ancora solenni, si giunge a immagini più vive negli atteggiamenti, più mosse quali la regina Saba, il famoso Angelo detto il « Sorriso » di Reims, la Vergine col Bombino di Notre-Dame di Parigi. Questa grazia raffinata finisce per cadere nel manierismo lezioso, mentre dall'intento di rinnovamento nasce la ricerca realistica. Questa trova campo specialmente nel ritratto di cui restano esempi notevoli (Carlo V, Giovanna di Borbone, al Louvre). Nel sec. XV la maggiore personalità è Claus Sluter che con la tomba di Filippo l'Ardito e di Giovanni senza Paura (Museo di Digione) lascia il modello del monumento funerario realistico. Contemporaneamente, ad opera di Michel Colombes nasce la reazione che non crea peraltro un nuovo linguaggio, ma rievoca la delicatezza del modellato gotico senza riviverne il lirismo (sculture della cattedrale di Nantes; bassorilievo con s. Giorgio e il drago al Louvre). G. Regnault e G. Chaleveu diffusero la maniera e il gusto del Colombes per i grandi gruppi sacri.
Se la cattedrale fu la massima espressione dell'architettura del medioevo non si può dimenticare che contemporaneamente la società feudale costruiva i suoi castelli di cui, nella maggior parte, non son giunti che i ruderi. Lo schema rimasto sostanzialmente immutato consisteva in una compatta costruzione con muro di cinta fiancheggiato da poderose torri. Primo esempio fu il Chateau-Gaillard (Normandia) costruito da Riccardo Cuor di Leone; poco dopo Filippo Augusto fece costruire il Louvre. Nel sec. XIII sorse quello di Vincennes. Nel sec. XIV ebbe particolare Avignone (v.) e furono celebri i castelli di Carlo V e dei fratelli, i duchi di Berry, Borgogna e Orléans. Frattanto
si fissavano i tipi dell'architettura civile (Palazzo di Cluny, a Parigi; Palazzo di Giustizia di Rouen; Palazzo comunale di St-Quentin) che dovevano permanere a lungo. Infatti il gotico non si esaurì completamente neanche quando nel sec. XV-XVI la F. conobbe il Rinascimento italiano che influì specialmente sulla pittura e sulla scultura. Il gusto gotico, nell'estrema espressione del « flamboyant » persistette soprattutto nell'architettura sacra in cui spesso si unì a motivi rinascimentali (St-Pierre di Caen; St-Eustace e St-Etienne-du-Mont a Parigi), e sopravvisse nei castelli: il castello di Chantilly, quelli di Plessis-les-Tours, di Perpignan, di Blois, ripetono il tipo di castello medievale rimodernato dall'introduzione di elementi decorativi italiani.
IV. LA PITTURA DALL'ETÀ ROMANICA AL SEC. XV. - Anche per la pittura, l'abbazia di Cluny fu uno dei centri più importanti di diffusione. Uno dei più interessanti complessi pittorici del gruppo borgognone è nella cappella di Berzé-la-Ville (Mortirio di s. Lorenzo): la pittura rivaleggia con il musaico nel rendimento di preziosi effetti decorativi; le figure astratte e solenni negli abiti
suntuosi palesano una perfetta aderenza a modelli bizantini. Nell'ambiente artistico che maturò nel Poitou e nel Berry la pittura è più leggera e spontanea; rimane nulla tradizione popolare derivata dall'arte carolingia. Predominano toni chiari, le vesti sono drapreggiate da pieghe larghe e sciolte. Il Mosè con le tavole della Legge (chiesa di St-Savin-sur-Gartempe) e il Costantino del battistero di Poitiers, si possono considerare primi esempi di un'arte veramente « francese ». Per la sua umanità l'arte del Poitou ebbe larga espansione: a St-Gilles-de-Montoire (Loire), a St-Jacques-des-Guérets (Loire), a Laget (Touraine), ecc. e a Tavant (Indre-et-Loire) dove la Discesa di Cristo al limbo raggiunse effetti altamente drammatici; e ancora nel Berry (chiesa di Vicq), nel Maine (Château-Gontier) dove ebbe vita assai rigogliosa.
Anche nell'epoca del gotico, quando nelle chiese è ridotta a un ruolo secondario, la pittura trova ancora pieno svolgimento nei castelli, dove si adegua a un gusto particolarmente raffinato, aristocratico. Narrando la vita di illustri personaggi (Socie di Cesare nel Castello di Vaudreuil), o celebrando avvenimenti contemporanei (Spedizione del Francesi in Sicilia, al Castello di Confluus), o allegorie (basti citare la ripetutissima Fontana di giovinezza); a soggetti ispirati dalla letteratura e particolarmente dai poemi cavallereschi (Castello di Estampes). E infine cominciò la grande voga degli arazzi (v.), il cui carattere illustrativo a narrativo influì anche sulla pittura murale: cominciò il gusto per le scenette di caccia o di pesca, su uno sfondo di fiorita verzuca; fiabeschi giardini in cui si muovono con grazia personaggi gracili e delicati, vestiti con raffinata, araldica eleganza (Palazzo dei Papi ad Avignone, Castello di Sorgues). Purtroppo sono rimasti solo pochi esempi frammentari di quest'arte pervasa da un'eleganza e un lusso che non rimane solo elemento di gusto ma si identifica con la forma artistica.
Nelle cattedrali gotiche, con le pareti aperte dalle grandi finestre, la pittura esigata in limitati spazi ha ormai funzione essenzialmente ornamentale. Ormai finisce con lo spostare i suoi interessi in un'altra tecnica, vetrata (v.). La vetrata, con la luminosità esaltata dall'accostamento dei colori complementari, ha una funzione vitale nell'architettura gotica; mai, forse, come in quel momento architettura e decorazione sono state così strettamente legate. Sorta a St-Denis, la vetrata si sviluppò a Chartres che fu di scuola alle altre cattedrali nella prima metà del XIII sec. Verso il 1250, Parigi divenne il centro di questa nuova espressione artistica che raggiunse le sue espressioni più alte nella Ste-Chapelle e a Notre-Dame, nelle cattedrale di Angers, St-Etienne di Auxerre, cattedrale di Poitiers ecc., e, nel sec. XIV, a St-Pierre a Chartres, cattedrale di Evreux, cattedrale di Rouen, ecc.
Alla fine del xiv sec. Parigi prende un posto importante nella storia della pittura francese. Nella città già celebre per i suoi avori, le sue miniature e per gli arazzi di cui insieme con Arras deteneva il monopolio, si forma una scuola da cui emergono le prime personalità. Caratteri della scuola di Parigi sono l'autezza del disegno, la chiarezza della composizione, l'allungamento elegante delle figure sottili che sul fondo oro si ritagliano con un pallore d'avorio. Anche nelle scene sacre compaiono spesso questi personaggi che portano l'eco del raffinato mondo della corte (p. es., dittico di Riccardo II con la Vergine e il Bambino tra un coro d'angeli, attribuito ad Andrea Beauneveu [ca. 1390,
Londra, National Gallery]; ritratto di Giovanni il Buono, attribuito a Gérard d'Orléans [ca. 1360, Parigi, Petit Palais] dipinto con una libertà che raggiunge anche attraverso il crudo realismo fisionomico del netto profilo una sottile caratterizzazione spirituale).
L'arte della scuola di Parigi si diffuse nelle province. Un carattere particolare assunse nel ducato di Borgogna dove dal contatto con altri linguaggi artistici (italiano e fiammingo) dette origine alla cosiddetta arte franco-fiamminga caratterizzata dal gusto per gli sfondi architettonici e per la caratterizzazione a volte brutalmente restituire dei personaggi. Maloual e Bellechose (Retable di St-Denis, Louvre), M. Broederlam (Episodi della vita della Vergine, a Digione, 1394-99), G. Beaumetz sono gli artisti che divulgano questo gusto. Altre contro importante fu Avignone, dove dall'incontro dell'arte italiana con quella di Parigi nacque un nuovo gusto (p. es., Retable di Touzon; trittico del Museo di Angers) che si diffuse anche nell'alto Piemonte (castelli di Fenis e di Mante).
La scuola di Parigi decadde in forme manieristiche che nel sec. xiv, mentre andava sviluppandosi l'arte fiamminga, di cui la pittura francese accolse le innovazioni tecniche e formali, attraverso questa contaminazione ritrovano la loro originalità che si manifestò con una riconquista della monumentalità. I principali centri furono la Provenza e la valle della Loira. Gli artisti di Aix ed Avignone si affrancano dalle influenze dell'arte senese e catalana e creano un nuovo linguaggio improntato ad una monumentalità interiore, ad un modellato plastico, od a tonalità chiare e calde. Finalmente le grandi composizioni hanno una vita propria e non sono più miniature ingrandite. Esempi: quadro dell'Annunciazione della chiesa della Maddalena di Aix (1412 ca.), al cui autore sconosciuto è stata riconosciuta una vera personalità artistica (Maestro dell'Annunciazione di Aix); l'anonima Pietà di Villeneuve-les-Avignon (Parigi, Petit Palais), l'Incoronazione di E. Charonton (1453, Villeneuve-les-Avignon), la Vergine della Misericordia di Charonton e P. Villate (Museo di Chantilly).
Importanza capitale per la storia dell'arte francese assunse la vallata della Loira dove si affermò la personalità più interessante di questo periodo, J. Fouquet (1425-1480 ca.). Dopo un breve soggiorno in Italia (dipinse il

(Int. Nuusieris)
V. IL RINASCIMENTO E L'INFLUENZA ITALIANA NELLA ARCHITETTURA E NELLA SCULTURA
Il gusto del Rinascimento italiano penetra in F. con opere italiane (tomba di Luigi XII e Anna di Breugna di Antonio e Giovanni del Giusto; sepolcro di Robert Lannoy e Folleville, di Antonio della Porta, ecc.) o con gli artisti stessi (frequentarissimo fu l'atelier di G. Mazzoni a Parigi); finché Francesco I introdusse ufficialmente l'arte italiana chiamando prima Leonardo e Andrea del Sarto, poi il Primaticcio e il Rosso con i loro collaboratori al Castello di Fontainebleau: da allora per più di un secolo l'arte francese fu orientata verso modelli italiani. Il monumento in cui si assomma il nuovo gusto architettonico è il Louvre, di cui P. Lescaut iniziò la ricostruzione (1547) dopo aver demolito il vecchio edificio di Filippo Augusto, trasformato da Carlo V. ■ Lescaut ideò un immenso palazzo a quattro ali attorno a un cortile centrale. Poté portare a compimento solo l'ala occi-dentale e il lato contiguo dell'ala meridionale, ma la sua opera fu fondamentale ed ebbe una caratterizzazione tale che ad essa si sentirono legati gli artisti che nel secolo successivo proseguirono l'opera. Da questo momento, gli ordini, i frontoni gli altri elementi che il Lescaut derivò dal Rinascimento italiano entrano a far parte del linguaggio francese e sollecitano nuove ricerche: G. Bullant nel Palazzo d'Ecouin adottò per la prima volta l'ordine unico; alle Tuileries e a Fontainebleau F. Delorme ricercò ugualmente la purezza delle forme classicheggianti d'origine italiana.
La scultura, in second'ordine, espresse gli stessi ideali. Due personalità dominarono quel periodo: J. Gujon, ricercatore di ritmi fluenti e di preziose finezze di modellato (sculture al Louvre; la Fontana degli Innocenti, 1549, a Parigi; Diana e busto di Enrico III, al Louvre); G. Pilon, di una maniera più spontanea a naturalistica (tomba del cancelliere di Birague; sepolcro di Enrico III, al Louvre).
In questo periodo nasce l'arte classica francese che trova la sua massima espressione nel 600.
L'architettura particolarmente è dominata dall'italianismo, cui è informato il vasto rinnovamento edilizio della Parigi di Enrico IV. Sorgono le chiese coronate dalla cupola (chiesa della Sorbona, di Val-de-Grâce, del Collegio delle quattro Nazioni); palazzi con giardini popolati di statue (Maria de' Medici fece ampliare e trasformare il Lussemburgo ad imitazione di Palazzo Pitti, da S. de Brosse); e nasce il gusto italiano della glorificazione della vita di alti personaggi per mezzo della statuaria funebre (Chantilly: tomba di Enrico Condé del Sarrasin; a Moulins, tomba del Montmorency di F. Auguier). L'invito a Parigi del Bernini (1665) per proseguire la costruzione del Louvre è un indice dell'orientamento del gusto verso l'arte italiana; ma contemporaneamente, l'insuccesso del Bernini ne è una prova, sboccia l'arte classica francese che si giova degli elementi italiani solo come reminiscenza: F. Mansart (1598-1666) che s'impose per il senso delle proporzioni e per la sobrietà (chiesa della Visitazione; Palazzo Vrilliere; chiesa dei Minimi; progetto di Val-de-Grâce a Parigi; Castello di Blois; Castello di Maisons), il pronipote J. H. Mansart (1646-1708) che lasciò il suo capolavoro nel piccolo Trianon di Versailles; L. Le Vau (1612 ca.-1670) che viaggiò anche in Italia (Palazzo Lambert, Collegio Mazzarino a Parigi; Castello di Vaux); A. Le Notre (1673-1700), uno dei principali architetti di giardini (suo capolavoro il parco di Versailles); Le Mercier; C. Perrault, che proseguì la costruzione del Louvre, furono le personalità dominanti di questo periodo. Tutti lasciarono la loro impronta al Louvre e nel monumento che segnò l'espressione massima dell'arte e del gusto di quel periodo, Versailles, dove architettura, statue, giardini, fontane, ricchezza d'acqua, concorrono alla composizione di un fastoso complesso scenografico. Gli elementi desunti dall'arte italiana sono ormai vissuti con uno spirito autonomo che impronta di una particolare caratteristica l'architettura francese: nata dall'incontro con il Rinascimento italiano, prese da quello la grandezza ma non l'intima grandiosità; la nobiltà ma non la monumentalità (p. es., il colonnato di Perrault al Louvre). Questo carattere ha anche la scultura che segue l'architettura, ancora una volta in tono minore. A. Coysevox (Duchessa di Borgogna, 1712), Girardon (Bagno delle vinfe), J. B. Lemoyne, J. B. Pigalle si affrancano poco a poco dai motivi italiani, fino a E. Bouchardon che preannuncia Clodion.
VI. LA PITTURA NEL SEC. XVI E L'INFLUENZA ITALIANA. - Con il regno di Francesco I l'influenza dell'arte italiana entrò anche nella pittura. I maestri francesi di questo periodo guardano al Moroni e al Bronzino per l'impianto dei personaggi sentito in rapporto alla caratterizzazione. Le personalità dominanti sono Janet a François Clouet. Di Janet (1475-1540) il ritratto di Francesco I (Parigi, Petit Palais) vera glorificazione della dignità sovrana, il ritratto del delfino Francesco (Museo di Anversa), il Francesco I degli Uffizi sono opere che fecero scuola; così pure alcune di François: il ritratto
di Jean Babou, quello firmato e datato di Pierre Quet (1562, Louvre), quelli di Francesco di Lorena, di Claude de Baune (pure al Louvre), di Elisabetta di Valois (Toledo). Ma è da queste opere stesse che nasce la decadenza del ritratto per il fatto che era sentito come «genere», e quindi legato a una formula che diventa presto moda e retorica.
Contemporaneamente a questa ritratristica ufficiale nasce il gusto che, benché generato direttamente dall'influsso di artisti italiani, si afferma con caratteri di originalità e indipendenza; è quello della scuola di Fontainebleau, formata dagli artisti francesi che collaborano con il Rosso e con il Primaticcio e poi con Niccolò dell'Abate alla decorazione del castello di Francesco I. Questi manieristi portarono nell'ambiente francese i principi teorici del Rinascimento italiano: l'anatomia, il disegno, la prospettiva, i trattati di Vitruvio, e naturalmente la conoscenza del mondo classico. La scuola di Fontainebleau è caratterizzata da ricchezza decorativa ed estrema affettata eleganza. Gli eroi del mondo classico divennero personaggi di corte delicatamente galanti e preziosi; è da questo ambiente che nasce quell'epicureismo aristocratico che si ritroverà più tardi in Boucher, Fragonard e perfino in Ingres. La maggiore personalità della scuola di Fontainebleau fu Jean Cousin (1490-1561). Il Primaticcio morì nel 1570 e Niccolò dell'Abate l'anno successivo; ma la scuola di Fontainebleau ebbe vita e risonanza fino ai primi tempi del XVII sec., e la sua opera fu proseguita dalla seconda scuola di Fontainebleau con Dubreuil (1561-1602), M. Fréminet (1567-1619), J. Cousin figlio (ca. 1522-92), A. Dubois (1543-1614), che decorò la Galleria di Diana a Fontainebleau (distruita sotto l'Impero). Ma ormai la scuola, pur conservando il gusto per le decorazioni fastose, aveva perduto la delicata eleganza e raffinatezza e ogni spontaneità (p. es., Giudizio finale di J. Cousin figlio, al Louvre).

VII. IL SECENTO ■ LA PITTURA CLASSICA
Si suole chiamare età classica della pittura francese quella del rinnovamento operato dalle grandi personalità attraverso cui la pittura francese assume una fisionomia autonoma, indipendente dal gusto del barocco trionfante in Italia e diffuso in molti paesi europei. Centro in cui confluisce questo profondo rinnovamento è Parigi, dove il mecenatismo di Luigi XIII prima ■ poi della corte del Re Sole favorisce la produzione artistica. Ma al principio del secolo, esauritosi in un'ultima stanca eco il linguaggio della scuola di Fontainebleau, la pittura francese è ancora dominata dall'influsso italiano per mezzo dei tre pittori che avevano maggior credito: Valentin, Vignon, Vouet.Caravaggesco fu Valentin (1591-1634) che dal 1614 alla morte visse a Roma (Concerto, al Petit Palais, Giuditta del Museo di Tolosa, il Baro del Museo di Dresda che fu perfino attribuito al Caravaggio). Parigi fu dominata in questo periodo da S. Vouet (1590-1649). La sua produzione fu abbondantissimo; esegui grandi opere decorative (al Louvre, al Lussemburgo, al distrutto Hôtel-de-Bullions, ecc.) molti quadri per chiese (Presentazione al Tempio, al Louvre; Martirio di s. Eustacchio, nella omonima chiesa parigina; S. Carlo Borromeo, al Museo di Bruxelles) e ritratti (Luigi XIII con le figure simboliche della Francia e Navarra, al Louvre). Ebbe scioltezza di narrazione, virtuosismo di effetti pittorici, nobiltà di composizione, ma non si liberò mai dall'esteriorità accademica.
Artisti isolati, che non lasciarono scuola, furono i fratelli Antonio (1588-1648), Luigi (1593-1615) e Matteo (1607-ca. 1677) Le Nain che nobilitarono, spiritualizzandola, la «bambocciata», il quadretto di genere popolare e umoristico. Nati a Lione, quindi fin dalla fanciullezza a contatto con l'arte fiamminga, i Le Nain lavorarono probabilmente in collaborazione (infatti le loro opere sono firmate con il solo cognome). Tuttavia la critica ha distinto le tre personalità ritrovando in Antonio un maggior gusto fiammingheggiante per il racconto (Riunione di famiglia, al Petit Palais), in Luigi un fare ampio ■ vigoroso (Famiglia di contadini, al Petit Palais), in Matteo un più corrente manierismo (I giunocatori di tric-trac, al Petit Palais). Sorprende nelle opere dei Le Nain l'immobilità assoluta dei personaggi fermati — anche nei gesti in movimento — in un'atmosfera calma, quasi rarefatta.
La tradizione del ritratto, ridotto alla costrizione entro formale ormai stanche, è rinnovata da F. di Champaigne (1602-74). Nato e vissuto a Bruxelles fino a 19 anni, apprese dai fiamminghi il gusto del colore; poi studiò gli italiani. Questi elementi ricreò con uno stile personale rigoroso, austero mentre del personaggio sono rilevate insieme la verità fisica e spirituale, e in funzione di questa verità sono sentiti anche il costume e l'ambiente. La Champaigne con la sua vasta opera (p. es., Luigi XIII coronato dalla Vittoria, lo stupendo Richelieu, il Presidente di Mesme, il doppio ritratto della Madre superiore Caterina Arnauld con suor Caterina di S. Susanna in cui la penetrazione psicologica è così sottile che il reale è trasfigurato in ideale) ha segnato la rinascita classica dell'arte francese. Il classicismo ebbe un altro rappresentante in Eustache Le Sueur (1617-55). Dopo aver studiato ■ copiato Vouet cominciò a studiare attraverso stampe e disegni Raffaello; ne ricavò un fare accademico, un po' teatrale, un'esteriorità accentuata dalla ricerca di effetti emotivi che solo raramente è corretta da una certa castigatezza del disegno, dall'impianto prospettico e dalla sobrietà degli effetti del colore (Morte di s. Bruno, Cristo porta croce, Messa di s. Martino).
La più alta espressione dell'arte francese di questo periodo è raggiunta da due pittori che operarono a vissers ■ Roma: Nicola Poussin ■ Claudio di Lorena (v. LORENESS). Essi estraendosi sostanzialmente dall'arte italiana contemporanea studiarono il paesaggio e le rovine classiche e questo mondo espressero, rivissuto e ricreato. Il due maestri esercitarono un influsso decisivo sulla pit-

VIII. L'ACCADEMIA
L'età di Luigi XIV è dominata da Charles Le Brun (1619-90) con la sua vasta produzione e la fondazione dell'Accademia reale di pittura e scultura (1647). Agli inizi l'Accademia voleva essere solo una riunione di artisti desiderosi di perfezionarsi con la discussione e lo studio di problemi di comune interesse, ma purtroppo finì con l'elaborare una dottrina, che fu quella di Le Brun, alla quale gli altri si uniformarono. Le Brun, che aveva studiato in Italia, ricavò dalle opere di Raffaello ■ dei Bolognesi un forte influsso che è fondamentale nel suo gusto (Maddalena, Adorazione dei pastori, Caccia di Meleagro al Louvre; grandi decorazioni ■ Versailles con allegorie glorificanti il regno del Re Sole; cartoni per arazzi). Nei ritratti, in cui la ricerca psicologica frena la facile esuberanza dell'artista, il suo stile è più rigoroso (Seguier, al Louvre).Le Brun dominò per trent'anni la pittura francese e trovò nell'Accademia facili collaboratori e seguaci. Tuttavia opposizioni al gusto da lui diffuso sonoro nell'Accademia stessa. Importante fu la lunga polemica (1668-90) sulla preminenza del disegno o del colore che mise di fronte i seguaci di Le Brun e quelli del Rubens.
Non è da considerare un oppositore del Le Brun Pierre Mignard (1612-95) perché in realtà ne fu solo nemico personale, mentre la sua espressione artistica ■ affine a quella del Le Brun, pur non avendone il vigore

Rinnovatore del gusto e della tavolozza francese fu A. Watteau (1684-1721), che rivisse e rivoluzionò ogni ammaestramento desunto dalla scuola del Rubens ■ dallo studio delle opere di Tiziano, formandosi uno stile assolutamente indipendente e personale.
La pittura di Watteau fu di capitale importanza per il successivo sviluppo dell'arte francese, ma non ebbe un'eco immediata; più che allievi ebbe imitatori che ne appresero esteriormente la lezione. Lancret (1690-1743), che fu il più dotato, ha delicato senso del colore ma le sue Feste galanti adattano in un lezioso realismo il lirismo di Watteau. Agli artisti dell'età di Luigi XV non rimase che la grande risorsa della loro abilità di mestiere: tecnica sicura, correttezza del disegno, conoscenza delle possibilità del colore. Questi caratteri sono comuni a numerosi artisti che non escono dalla mediocrità: lo stesso Nattier (1685-1766) con i suoi ritratti mondani della corte (Museo di Stoccolma: La duchessa di Chartres come Ebe) ripete con
delicata virtuosismo cromatico una stessa formula infredita, che mantiene un tono di freschezza spontanea, tuttavia, nella pittura di F. Boucher (1703-70), la quale ebbe pur essa grande influenza sul gusto francese. Suo unico grande allievo fu J. H. Fragonard (1734-1886) che agli insegnamenti del maestro unì quelli derivatigli dal suo soggiorno a Roma dove studiò profondamente Pietro da Cortona.
Il 1737 è una data importante nella storia della pittura francese: è quella dell'istituzione dei Salons. L'arte figurativa viene a contatto direttamente con il pubblico in cui si diffonde il gusto per le opere d'arte; e dai Salons ormai esce la fama degli artisti: Chardin, Greuze, lo stesso Fragonard, Vernet. J. B. S. Chardin (1699-1769) presenta particolare interesse per lo spirito moderno con cui si ispirò a soggetti dell'intimità domestica: il suo mondo è quello modesto e semplice della sua casa. Il pericolo di cadere nella retorica, nella scenetta di genere, è superato dalla purezza dello stile. L'emozione evocata dal suo mondo pittorico è, più che espressa, suggerita dallo stesso disegno sobrio e acuto e dal colore puro, modulato in tonalità delicate con tocco leggero. J. Vernet (1714-70) rende il cielo e la luce dei suoi paesaggi con una delicatezza di tono che prelude ■ Corot. Ma prima che il senso del colore maturasse nelle più alte soluzioni, l'arte francese doveva passare per un'esperienza che coinvolse tutta l'Europa: il neoclassicismo.
IX. ARCHITETTURA E SCULTURA NEOCLASSICA
In pieno '700, mentre poca fortuna aveva avuto il barocco e ancor meno il roccocò (v.) che fu limitato alle decorazioni degli interni ■ ai mobili, maturò il gusto per l'antica arte classica (v. ARTE). L'architettura aderì subito al nuovo gusto, ma proprio per la facilità di trovare modelli immediati non seppe dalla grandiosa purezza delle forme classiche ricavare l'espressione dell'intima monumentalità. Il Pantheon di Parigi, di G. Soufflot (1705-80) ovviamente ispirato al Pantheon di Roma, segna l'inizio di tutta una serie di monumenti del genere. Fu soprattutto l'età napoleonica che accentrò, specialmente in Parigi, il trionfo del neoclassicismo. La personalità più notevole fu Chalgrin (1739-1811) che trasse idee nuove dall'elaborazione di monumenti classici (Parigi, Arc de l'Etoile). Ma altri architetti quali Vignon (chiesa della Maddalena), Brogniat (la Borsa), Bélanger, gli stessi Percier e Fontaine, architetti ufficiali di Napoleone (Arco del Carrousel), fecero opera di stanca copia da motivi classici, senza animarli di vita autonoma. Il fenomeno più importante dell'età neoclassica fu il sorgere dei problemi urbanistici di cui si ebbe la prima realizzazione nella Piazza della Concordia a Parigi (1757) di J. Gabriel. Questi fu architetto anche del Castello di Compiègne ■ del teatro di Versailles (1770). L'infatuazione neoclassica toccò scarsamente l'architettura religiosa che ripiegò nell'imitazione di schemi basilicali.La scultura, presto dominata dall'influenza italiana del Canova, ebbe la personalità più notevole in H. Houdon (1741-1828) i cui numerosi busti, ispirati alla ritrattistica romana, le statue a soggetto sono vivificati con fine sensibilità (Petit Palais: Voltaire; Lo scorticato; Giordano Bruno; Roma, chiesa di S. Maria degli Angeli: S. Bruno). Tra gli scultori che lavorano nella sua orbita (A. Pajou: busti di Descartes, di Bossuet, di Pascal; F. Leconte; David d'Angers: frontone del Pantheon) emerse il Clodion (1738-1814) che specialmente nei piccoli bronzi, nelle terrecotte o nei vibranti bassorilichi superò la convenzionalità con una vivace freschezza del modellato (Louvre: Cleopatra).
X. PITTURA NEOCLASSICA E CLASSICA
Il neoclassicismo francese ebbe la sua espressione più importante - anche per i riflessi che ebbe nell'arte europea - nella pittura dominata da J. L. David (v.). L'influenza esercitata da David fu enorme; dalla sua scuola uscirono A. Gros (esaltatore dell'epopea napoleonica), Girodet, Gérard (tipici rappresentanti del gusto «impero») mentre il verbo neoclassico si diffondeva in tutta Europa. Le prime opposizioni al predominio del gusto di David nacquero nello stesso suo atelier dove J. A. INGRES, JEAN-AUGUSTE-DOMINIQUE (v.) silevà ad affermare la libertà pittorica contro ogni costrizione programmatica.
XI. ROMANTICISMO
1. Pittura. - La vera reazione al neoclassicismo e insieme al classicismo fu quella che si affermò con il nome di romanticismo. La Zattera della Medusa (Louvre) che J. L. A. Géricault (1791-1824) espose al Salon del 1819 sembrò lanciato il programma del nuovo indirizzo. Il soggetto, derivato dal drammatico particolare di un naufragio che commosse l'opinione pubblica, è realizzato con una pittura così ricca di effetti di puro colore e con una potenza di stile che innalzano il realismo da un piano umano a un significato eroico. Ma fu un letterato, il Baudelaire, che per primo esamina criticamente l'opera della personalità più significativa del movimento romantico, DELACROIX, EUGÈNE (v.), e in un celebre saggio (L'oeuvre et la vie d'Eugène Delacroix) sintetizza l'estetica romantica: la libertà della fantasia dell'artista e la spiritualità dell'arte.Fuori dell'ambiente romantico, ma lontano anche nello spirito da quello dei cosiddetti realisti, è l'opera di H. Daumier (1808-79) che rivolgendo l'attenzione alla vita quotidiana mette in rilievo le tristezze, i vizi o le debolezze dell'umanità cogliendo le sfumature di un gesto o di un atteggiamento. La realtà è ironicamente trasfigurata e ogni elemento è deformato per la rivelazione del significato vero dei suoi soggetti.
2. Architettura e scultura. - Il romanticismo non ebbe espressione architettonica originale. Il gusto per il medioevo, che aveva portato a una rivalutazione critica del gotico (nel 1823 era stata fondata la «Société des antiquaires de Normandie» e nel 1837 la «Commission des monuments gothiques») si risolse in pratica nella banale imitazione di quei monumenti. Architetto tipicamente rappresentativo di questo gusto è il Viollet-le-Duc (1814-79) che si dedicò specialmente al restauro delle grandi cattedrali e dei castelli. Purtroppo questi
restauro si risolsero spesso in integrali rifacimenti che livellando a formale schematiche l'architettura ne hanno distrutto la verità artistica (p. es., Castello di Pierrefonds). All'imitazione del romanico e del gotico seguì quella del bizantino e del Rinascimento, e gli elementi di quei diversi linguaggi espressivi vennero adoperati con una continua contaminazione. Ne derivò un gusto eclettico che del resto - salvo caratteristiche ambientali - fu comune a tutta l'Europa per un cinquantennio. Da questo gusto Parigi ebbe un nuovo volto, che è quello che tuttora la caratterizza per l'attuazione di un completo e organico piano regolatore su progetto di G. E. Haussmann, prefetto di Napoleone III. L'architettura, pomposa e carica, fu tuttavia improntata da un suo gusto particolare ed ebbe i suoi monumenti maggiori nell'Opera di C. Garner (1861) e nel Nuovo Louvre di Lefuel (1852-57).
La scultura seguì in tono minore la pittura. La maggiore personalità nell'ambiente romanico fu F. Rude, di cui l'opera più rappresentativa è il grande bassorilievo dell'Arc de l'Etoile (Parigi, 1833-56) La partenza dei volontari del 1792 condotta con fresco entusiasmo da giustificare la denominazione popolare di «la marsigliese». Barye, appassionato della pittura di Géricault, nobilita con profonda emotività i suoi bronzi di animali. Un profondo influsso di Rude fu sentito agli inizi da J. B. Carpeaux (1827-75) che si volse poi a ricerche veristiche.
XII. DAL ROMANTICISMO ALL'IMPRESSIONISMO
Il romanticismo giunge ad esaurimento verso la metà del sec. XIX. Si suol porre come limite tra il romanticismo e il nuovo gusto il 1848: è ovvio che tale divisione è convenzionale, ma è innegabile che da quell'anno di profondi rivolgimenti in tutta l'Europa la vita uscì mutata; le nuove ideologie sociali attrassero l'attenzione degli artisti. Al soggetto storico, all'esaltazione dell'epoca napoleonica o alla retorica dell'ispirazione letteraria si sostituì l'umanità di operai e contadini, di gente modesta; la vita contemporanea prese il posto di quella rievocata. Nacque così il realismo, che prese l'avvio da G. Courbet (1819-77), trionfatore al Salon del 1850 con il Funerale ad Oruaux. Lo stile di Courbet, caratterizzato da eccellenti qualità di disegno, gusto per la bella materia pittorica, per il colore che si modula in delicate variazioni di toni e in brillanti effetti di luci (Parigi, Jeu-de-Paume: Le ragazze delle rive della Senna; Gli spaccapietre; L'atelier) fece scuola; ma ben presto alla retorica letteraria si sostituì quella demagogica. Un posto a parte nel realismo spetta a J. F. Millet (1814-75): nei temi tratti dalla vita quotidiana porta un'analisi paziente e meditata che si traduce in una staticità monumentale (Parigi, Jeu-de-Paume: I mietitori). Ma il minuto esame e la ricerca psicologica lo portano talvolta a effetti sentimentali (L'Angelus; La guardiana di pecore).In pieno realismo operò con spirito romantico e riconquistando il gusto pittorico un gruppo di artisti accentrati attorno a Th. Rousseau (1812-67) in quella che fu detta la scuola di Barbizon. Questi pittori si dedicarono esclusivamente al passaggio che volevano rinnovare dalle formole della tradizione anglo-olandese e neoclassica francese.
Né al romanticismo né al realismo appartiene l'opera della grande personalità di C. Corot (v.). La sua pittura preannuncia per la visione soggettiva e rapidamente fissata della mobilità delle cose il movimento che ruppe tutti i punti di contatto con la tradizione e dal quale nacque l'arte moderna: l'impressionismo (v.).
XIII. DALL'IMPRESSIONISMO ALLA PITTURA CONTEMPORANEA
Il movimento, che in origine accolse un piccolo gruppo di artisti indipendenti, che esposero di fuori dei Salons ufficiali, derivò il nome da un quadro di Monet, Impressioni; ma l'opera che proclamò clamorosamente il nuovo verbo artistico fu il Déjeuner sur l'herbe di Manet, esposta al Salon des refusés del 1865. Opera rivoluzionaria non solo nella scelta del soggetto, ma nella «pittura» che non rispettava più tradizionali canoni: i distacchi dei colori sono netti, senza passaggi intermedi e senza chiaroscuro. Al di sopra delle esigenze della prospettiva, del modellato e della composizione e di tutti gli elementi
(per cartesia delle dott. E. Gerlini)

V. Van Gogh (1853-90) con la sua forma frantumata e la pennellata dura e abbagliante apre la via all'espressionismo.
Così, ancor prima della fine del secolo, l'impressionismo si esaurisce e con esso i suoi più vicini derivati, divisionismo (v.) di Seurat (1859-91) basato sulle possibilità di vibrazioni del colore con l'accostamento dei complementari e il «pointillisme», o neoimpressionismo
di Signac. Dal rinnovamento di Van Gogh partì Matisse, che volendo liberarsi completamente dalla fedeltà al dato obbiettivo, mosse a un'accentuata semplificazione delle forme che vivono per la contrapposizione netta di violente tinte piatte: ne nacque il «fauvisme», così detto per la foga della semplificazione e l'entusiasmo - che generò una vasta corrente di gusto - per l'arte negra, che si impose all'attenzione con il Salon del 1905 (Dersin, Wlamink, Marquet, Dufy) affermazione del «fauvisme» e di personalità artistiche dei nostri giorni. Dall'esigenza fauvista di «pittura pura» ebbe origine il cubismo di Braque che d'altra parte trova fondamento nella fede geometrica di Cézanne: «traiter la nature per le cylindre, la sphère, le cene». Un aspetto particolare ha il cubismo di Utrillo risolto in una personalissima poetica «d'istinto». Dal principio del cubismo espresso da Apollinaire che il soggetto non conta, o, se conta è per i saltuari suggerimenti di forma e di colore ch'esso può dare, uscì l'estrema conseguenza della pittura pura, quella che con la convenzionale denominazione di astrattismo è ancora nel vivo della polemica contemporanea. L'essenza ne è indicata dalla personalità che ne è tuttora la più rappresentativa, Picasso «comme la peinture possède sa beauté propre, on peut créer une beauté abstraite pour qu'elle demeure picturale». Accanto all'astrattismo sono l'espressionismo di Rouault, che nella violenta esaltazione del colore lirizza il sentimento umano; e l'arte «fantastica» di Chagall; surrealismo (v.) che ricerca per tante vie quante sono le personalità di dare espressione artistica al mondo del subcosciente, al pensiero puro (Tanguy; Dali).
XIV. L'ARCHITETTURA E LA SCULTURA DALLA METÀ DEL SEC. XIX. - L'impressionismo che per sua natura era un movimento pittorico non trovò una corrispondente rivoluzione nel campo dell'architettura. Rimangono nel campo dell'ingegneria, quindi della pura tecnica, e non dell'architettura (cioè dell'arte) i tentativi delle Halles di Parigi (v. Baltard, 1851-59) e della Torre Eiffel (1889) in cui al rinnovamento del materiale da costruzione - il ferro - non segua il rinnovamento del linguaggio artistico. E neppure raggiunse rigore di stile lo sfrondamento dell'ornamentazione derivato, poco dopo, dall'uso del cemento. Le nuove soluzioni architettoniche che maturarono
(da L. II, Labande, Les primitifs français, II, Marsiglia 1838)
FRANCIA - S. Giovanni Evangelista a Efeso. Tavola provenzale (sec. XV) - Marsiglia, collezione Bernard.

La scultura aderì al gusto impressionistico con A. Rodin (1840-1917). Il suo stile è già chiaramente espresso nell'opera con la quale si affermò: L'uomo del naso spezzato (1864; Parigi, Museo Rodin), in cui il realismo è superato dal senso di dramma suggerito da un chiaroscuro pittorico, che tuttavia non sacrifica l'energia plastica.
Al superamento dell'impressionismo anche nella scultura fu fondamentale l'opera di Renoir (vi si dedicò tardi, dopo il 1890) che portò il senso di solidificazione della forma. E subito dopo furono gli stessi allievi a staccarsi dal quel gusto. Bourdelle (1861-1929) ricercò la bellezza e la monumentalità dell'arte arcaica, ma in fondo a questa voluta semplificazione formale affiora talvolta l'eccademia. A. Maillol raggiunge una monumentalità più spontanea, con larghe masse equilibrate da un ritmo calmo e composto. Dal suo stile la scultura contemporanea francese è tuttora influenzata. Tanto che possono apparire manifestazioni sporadiche quelle aderenti attuali espressioni della pittura, dal cubismo all'espressionismo all'astrattismo (quando non sonò gli stessi pittori, come Matisse, Picasso, che modellano sculture): R. Duchamps Villon, H. Laurens, e lo stesso Derain, p. es., trasportano nella scultura il verbo picassiano. In realtà, dall'impressionismo in poi l'arte francese ha avuto un ruolo d'importanza mondiale, ma è con la pittura che ha realizzato ogni esigenza del divenire artistico.
Elsa Gerlini
Senza voler risalire al Concordato del 1516 e senza parlare della crisi rivoluzionaria del 1789, occorre
tuttavia ricordare brevemente l'unione ufficiale che si era stabilita tra Chiesa e Stato con il Concordato del 1801, gli articoli organici e la legislazione imperiale. Nonostante numerosi incidenti, il Concordato diede per 80 anni una pace relativa alla Chiesa. Ma fin dal 1880, essa perse a poco a poco i suoi vantaggi. Inoltre, con la legge sulle associazioni del 1º luglio 1901 che decideva lo scioglimento delle Congregazioni, la controversia sulla formula di nominare dei vescovi, la legge del 7 luglio 1904 sopprimente l'insegnamento congreganista, e il richiamo dell'ambasciatore francese presso la S. Sede, nonostante la sussistenza del Concordato, la separazione era di fatto compiuta.
Essa fu decisa in diritto con la legge del 9 dic. 1905. L'art. 2 pose il principio che «la Repubblica non riconosce alcun culto». Ma se la Repubblica non riconosciva alcuna religione, essa tuttavia assicurava la libertà di coscienza: la legge dichiarava di garantire il libero esercizio dei culti. I beni ecclesiastici dovevano essere trasferiti alle associazioni che si sarebbero formate legalmente conformandosi alle regole di organizzazione generale del culto. Tali erano i principi essenziali della legge di separazione. La Chiesa era libera, ma impoverita e minacciata da una spogliazione totale, se non costituiva le associazioni previste. Ora, tali associazioni minacciavano l'ordine costituzionale della Chiesa.
Anche i principi posti dalla legge del 1905 furono condannati da Roma. L'11 febbr. 1906 l'encicl. Vehementer Not protestava contro la rottura del Concordato e dimostrava l'incompatibilità tra le «associazioni cultuali» e la Chiesa. Il 10 ag. 1906 l'encicl. Gravissimo officii condannava qualunque formula di associazione culturale. Di fronte alla resistenza della Chiesa intervenne una nuova legge, del 2 genn. 1907, che lasciava gli edifici sacri a disposizione dei cattolici e ne accordava l'uso gratuito non solo alle associazioni cultuali ma anche a quelle di diritto comune e ai ministri di culto. Apparvero nuove difficoltà, e il Consiglio di Stato, giudice sovrano delle questioni amministrative, dovette risolvere tutti i problemi. Sotto la sua influenza le relazioni tra Chiesa e Stato, da una ostilità dichiarata si trasformarono a poco a poco in un tacito accordo. Se si vuol riassumere in poche parole tutto il periodo dal 1801 ai nostri giorni, occorre riprendere la formula del prof. Le Bras: si è passati dai concordati alla separazione e dalla separazione alla concordia.
L'evoluzione liberale del regime è caratterizzata da una riconciliazione tra Chiesa e Stato e da una intesa tra le due autorità. Questa riconciliazione data dalla ripresa delle relazioni diplomatiche con il Vaticano. Un ambasciatore venne nominato il 21 maggio 1921. I rappresentanti francesi a Roma cercarono di ottenere la soppressione dell'interdetto pronunciato da Pio X contro le associazioni cultuali. Una commissione di giureconsulti francesi approvò i progetti di statuti di associazioni diocesane che non erano contrari alla legislazione francese ed erano nello stesso tempo conformi alla costituzione della Chiesa cattolica. L'encicl. Maximum gravissimumque del 18 genn. 1921 autorizzò la loro costituzione. Queste, le principali tappe della riconciliazione. Ma l'intesa che si è stabilita è frutto delle decisioni prese dal Consiglio di Stato di cui si può ben dire che è stato ed è «il regolatore della vita parrocchiale».
Che si tratti di edifici religiosi o della situazione dei ministri di culto o dell'organizzazione di cerimonie, è il Consiglio di Stato che ha permesso l'evoluzione liberale dello spirito pubblico. Alle chiese parrocchiali, che la legge del 2 genn. 1907 aveva dichiarato essere destinate all'esercizio del culto, il Consiglio di Stato aggiunse le cappelle, i monumenti religiosi, che sfuggono a qualunque influenza di potere civile. Nessuna alienazione di edificio può intervenire senza decreto legislativo; nessuna demolizione salvo in caso di pericolo imminente; nessuna modifica dei luoghi. La legge del 13 apr. 1908 permette allo Stato, ai dipartimenti e ai comuni di assumersi le spese necessarie per il mantenimento e la con-
servazione degli edifici di culto. Nel decreto assai importante « Canonico Vaucanu », del 26 ott. 1946, il Consiglio di Stato impone ai comuni l'obbligo di accettare la partecipazione dei fedeli alla riparazione della Chiesa. Se il comune rifiuta esso avrà a suo carico le conseguenze di questo rifiuto.
Per quanto concerne i ministri di culto, il Consiglio di Stato subordina i fedeli al pastore. Egli riconosce come pastore solamente l'accreditato dal vescovo. Nelle questioni tra il sacerdote inviato di un'associazione culturale e il sacerdote in comunismo con Roma, esso ha sempre considerato il secondo come il solo legittimo. Così, è assicurata l'unità organica del cattolicesimo. Il Consiglio di Stato ha anche permesso le questure nelle chiese. Ha permesso ai comuni di concedere uno stipendio ai curati in quanto guardiani della chiesa.
Quanto alle manifestazioni esteriori del culto e in particolare alle processioni, il Consiglio di Stato ha voluto conciliare il rispetto della libertà del culto e il mantenimento dell'ordine pubblico. Sin dal 1926, la giurisprudenza del Consiglio di Stato diviene energica e costante sia per le processioni che per i piccoli cortei. È annullata ogni interdizione di corteo tradizionale purché non sia giustificata dall'ordine pubblico. Il Consiglio di Stato autorizza i sacerdoti e portare il Vistico « nelle condizioni consacrate dalle abitudini e dalle tradizioni locali ». Ma si mostra severo per le interdizioni contro le Messe in pubblico. Con decreto del 5 marzo 1948 esso ha giudicato illegale l'interdizione portata da un prefetto quando né la tranquillità né la sicurezza pubblica erano minacciate. La legge del 1905 dichiarava che la Repubblica non riconosceva alcun culto, ma anche che la Repubblica assicurava la libertà di coscienza. Il Consiglio di Stato ha voluto applicare questo principio nello stesso modo in cui ha accettato il rispetto scrupoloso del diritto canonico. Persone, cose, atti sacri, egli accetta tutte le definizioni e le prescrizioni del Corpus medievale e del codice che lo ha sostituito nel 1918. Questa accettazione di diritto canonico è esatta almeno per l'esercizio della libertà di coscienza che suppone per colui che professa la religione cattolica, l'adozione di tutte le regole della Chiesa romana.
BIBL. E. Lecanuet, L'Église de France sous la IIIème République, 2 voll., Parigi 1906-10; G. Le Bras, Trente ans de séparation, in Chiesa e Stato (Publicazioni dell'Università catt. del S. Cicero, 2ª serie, Scieque giuridiche, 66), Milano 1930, pp. 427-63; A. Rivet, Traité des Congrégations religieuses, Parigi 1944; L. Cruzeil, Quarante ans de séparation (1905-45), ivi 1946; Le Conseil d'Etat régulateur de la vie paroissiale, in Etudes et documents, Revue annuelle du Conseil d'Etat, Parigi 1950; P. Arrighi, Les ministres du culte catholique au regard de la législation de la sécurité sociale, in Recueil Dalloz, 1950, p. 81. Pasquale Arrighi
VI. ORDINAMENTO SCOLASTICO.
Talleyrand propose nell'a. 1790 l'istituzione in ogni comune d'una scuola elementare a in ogni distretto d'un liceo; Condorcet riorganizzò negli sa. 1806-1808 tutte le scuole, attenendosi alla massima che spetta soltanto allo Stato il diritto dell'educazione del popolo; Guizot istituì nell'a. 1833 in ogni dipartimento un seminario per i maestri; Falloux riconobbe nell'a. 1850 che spetta anche alla Chiesa cattolica il diritto di insegnamento. Questo diritto venne annullato nell'a. 1882 da Jules Ferry, il quale dichiarò che la istruzione deve essere considerata come base dalla Repubblica e come tale deve essere obbligatoria, libera, gratuita ed aconfessionale.
La morale laica doveva prendere il posto dell'insegnamento religioso, che veniva così spostato nelle chiese, dove fu impartito nei giovedì, dichiarati giorni di vacanza.
La Chiesa istituì dei consigli di famiglia, ai quali spettò il compito di badare che non si offendesse il sentimento religioso dei loro figli nella scuola non confessionale, in quanto la legge di J. Ferry diede il diritto al reclamo da parte dei consigli di famiglia contro le offese del sentimento religioso.
Combes e Briand raggiunsero negli sa. 1904-1905 la esclusione completa del clero dalle scuole, la sospensione di qualsiasi forma di sovvenzioni da parte dello Stato alle scuole private, comprese le cattoliche, e la proibizione delle scuole private, comprese le cattoliche, nelle province d'Alsazia-Lorena. La onciel. Maximum gravissimumque portò una certa distensione nel campo scolastico e l'a. 1920 segnò un rifiorito delle scuole cattoliche. Il decreto ministeriale del 15 apr. 1948 sottolinea l'educazione professionale. Il sistema scolastico francese comprende 2869 écoles maternelles, 68.015 écoles primaires inférieures ed écoles primaires supérieures, 198 écoles d'enseignement secondaire, divise in l'ecole et collèges, 195 écoles normales, écoles pratiques de commerce et d'industrie e varie scuole professionali normali e serali. Le università sono le seguenti: Montpellier (1125), Parigi (1150), Angers (1220), Tolosa (1230), Gray (1287), Orléans (1260), Avignone (1303), Cahors (1332), Grenoble (1339), Orange (1365), Aix (1400), Dôle (1422), Poitiers (1431), Nantes (1460), Bourges (1464), Caen (1421-72), Perpignan (1349), Valence (1459), Bordeaux (1441), Besançon (1485), Douai (1530), Lilla (1530), Nancy (1572), Pont-à-Mousson (1572), Reims (1550), Pau (1722), Rennes (1735), Digione (1772), Lione (1808) e Clermont-Ferrand (1808).
Quanto alla libertà d'insegnamento, l'Assemblea costituente, il 9 ag. 1946, si rifiutò di normarla nel preambolo della Costituzione. Non è più quindi uno dei principi della nuova Costituzione del 1946, e, se non si può dire soppressa, rimane però solo nell'ambito delle leggi ordinarie. Naturalmente i vescovi hanno protestato e agito mediante comitati e memoriali. Una deliberazione del Consiglio di Stato del 3 giugno 1949 e un decreto stabilito su deliberazione dello stesso (13 apr. 1950), ommettono che siano distribuiti aiuti in danaro anche agli allievi delle scuole private; e che questi devono poter avere gli stessi vantaggi degli alunni delle scuole pubbliche. Per la protezione e difesa dell'insegnamento libero la gerarchia ecclesiastica ha dato origine e varie associazioni e sindacati ausiliari, p. es., la Fédération des omicoles des nations élèves de l'enseignement catholique de France; la Alliance des nations d'éducation catholiques; il Syndicat des chefs d'établissements d'enseignement livre, ecc.
I cattolici francesi mantengono a proprie spese numerose scuola d'ogni grado e università: l'Institut catholique a Parigi e le Università di Angers (1875), Lilla (1875), Lione (1875) e Tolosa.
L'educazione del clero cattolico si svolge in 37 scuole preparatorie, nei 132 seminari minori, in 34 collegi, nei 96 seminari maggiori e in 3 seminari detti Seminaria plena. - Vedi tavv. CVII-CXI.