FONTI DELLA MORALITÀ. - In senso generico si dicono talvolta f. della m. le cause remote e universali da cui dipende l'indole e la valutazione morale degli atti umani. Ma nei testi di teologia morale è invalso l'uso di chiamare f. della m. gli elementi prossimi e particolari che determinano concretamente il valore morale dei singoli atti umani, e dei quali perciò deve simultaneamente tener conto, per essere esauriente a definitivo, ogni giudizio intorno al valore morale d'un atto umano concreto. La teologia morale, dalla scolastica ad oggi (cf. I. Carton de Wiart, De normis moralitatis in actibus humanis, in Collectanea Mechliniensia, 8 [1934] pp. 553-57), li riduce a tre: l'oggetto, il fine, le circostanze. Questa classificazione non è arbitraria, ma si fonda sul dinamismo essenziale e sulla struttura dell'atto umano. La scolastica, considerando l'atto umano come una entità morale concreta, lo ha composto nei suoi elementi costitutivi morali, con lo stesso procedimento d'analisi metafisica impiegato per qualunque entità; perciò ha scorto in ogni atto umano una specie di sostrato morale sostanziale e lo ha distinto dalle sue modificazioni morali accidentali. Il sostrato morale sostanziale risulta a sua volta composto di due elementi, che stanno tra loro in rapporto di materia e forma o anche di mezzo e fine: il primo si chiama oggetto, il secondo fine, le modificazioni morali accidentali circostanze.
I. L'OGGETTO
È il termine immediato verso cui si porta ogni slancio affettivo o operativo della volontà. Lo si individua facilmente supponendo di far rispondere all'interrogativo «che cosa?» colui che dice «voglio» (oppure, «amo», «desidero» ecc.). Oggetto della volontà può essere quindi tutto ciò che riveste un carattere qualsiasi di realtà: sostanza, azione, passione, abito, ecc. come negli esempi: Voglio la gloria, essere rispettato, conoscere Dio, star tranquillo, ecc. dove le parole sottolineate rappresentano altrettanti diversi oggetti della volontà. In questa passa non solo il valore ontologico dei suoi oggetti, ma anche il loro valore morale. Perciò, isolando tra gli elementi, spesso complessi,che compongono un atto umano quello che funge da oggetto, si può pronunciare un primo sicuro giudizio sulla sua moralità sostanziale. È precisamente uno dei compiti essenziali della scienza morale quello di determinare e classificare gli atti umani dal punto di vista dal loro valore morale oggettivo. Le categorie più generali di questa classificazione sono: atti buoni, cattivi, indifferenti, migliori; buoni e cattivi intrinsecamente o estrinsecamente; cattivi gravemente o lievemente (peccato mortale o veniale).
II. IL FINE
È pure termine della volontà, ma in modo diverso dell'oggetto: questo è ciò che si vuole, quello invece ciò per cui si vuole. Quand'anche oggetto e fine concretamente coincidono, essi rappresentano due aspetti reali distinti verso cui la volontà si proietta fuori di sé. L'oggetto è al voluto o effettuato dalla volontà, ma in vista d'un termine ulteriore. L'oggetto è ciò verso cui la volontà tende, ma il fine è ciò che la volontà intende. Perciò la volontà si trova appagata non nell'oggetto, ma nel fine, il quale rappresenta il movente (motivo) della tendenza (intenzione) volitiva. Orbene il fine, essendo oggetto formale della volontà, comunica ad essa anche il proprio valore morale. In breve, la qualità morale delle azioni di un uomo si giudica non solo dal loro contenuto oggettivo, ma anche a soprattutto dalla qualità morale delle sue intenzioni, dei motivi per cui agisce, degli scopi che vuol raggiungere. L'uomo può con il medesimo atto perseguire più fini indipendenti tra loro, oppure complementari e subordinati come fine principale l'uno e secondario l'altro. In questi caso l'atto si considera come virtualmente molteplice e riceve il suo colore morale dal fine preponderante.III. LE CIRCOSTANZE
Ogni atto umano concreto procede necessariamente da un soggetto agente in determinate situazioni di tempo e di spazio; queste ed altre circostanze raggruppate nel noto verso « Quis quid ubi quibus auxiliis cur quomodo quando », possono conferire all'atto valori morali diversi, e precisamente far variare la specie teologica dell'atto, oppure aggiungere nuove specie morali o intensificare aggravando o diminuire quelle che già possiede in forza dell'oggetto e del fine. P. es., dalla circostanza quis (soggetto agente) può dipendere che un atto, buono nell'oggetto e nel fine, sia concretamente contrario, in modo grave o lieve, all'ordine morale; come nel caso di un coniuge che abbracci lo stato religioso, dissenziente l'altro coniuge.Occorre tener presente che, perché un atto si possa dire buono, è necessario che non presenti alcuna deformità morale né nell'oggetto, né nel fine, né nelle circostanze; basta invece che uno solo di questi tre elementi sia moralmente viziato, perché l'atto si possa dire cattivo. « Bonum ex integra causa, malum es quocumque defectu ». E poiché non è mai lecito compiere un atto concretamente cattivo, dal principio ora enunciato si ricava che non è mai lecito compiere per un fine buono un atto intrinsecamente cattivo nell'oggetto e nelle circostanze. Il fine non giustifica i mezzi; e neppure è lecito compiere atti buoni nell'oggetto e nelle circostanze per fini cattivi.
La notion d'intention dans l'oeuvre de si Thomas d'Agnis, in Revue des sciences philosophiques et théologiques, 19 (1930), pp. 445-53. Gaetano Corti