VETRATA. - Anticipazioni di quella specie di musaico trasparente che è la vetrata furono le chiusure delle finestre basilicali nei secc. IV e V, formate di riquadri geometrici di selenite e graticci (si vedano gli esemplari di S. Sabina a Roma).
Verso la fine del sec. X s'impiegarono i V. con sostegni metallici e incorniciature di piombo. Il V. colorato in pasta veniva tagliato con ferro rovente; i disegni e i chiaroscuri si eseguivano con ossido di rame a tratti neri ed erano fissati mediante successive cotture. Fra i co-
cui Michelino da Besozzo, gli Zavattari, Paolino da Montorfano, Stefano da Pandino, rivaleggiano con i maestri francesi e tedeschi, eredi della tradizione gotica, e così dicasi di quel fra' Bartolomeo di Pietro al quale si deve l'immenso finestrone del coro di S. Domenico a Perugia (1441); ma in seguito si vede a Bologna rifulgere un nuovo cromatismo con le vetrate di S. Petronio, su cartoni di Michele di Matteo di Panzano e di Lorenzo Costa, e di S. Giovanni in Monte, su disegni di Francesco del Cossa. E nella seconda fase dei lavori per il duomo di Milano, fin verso il 1515, il realismo classicheggiante s'impone con Niccolò da Varallo, Cristoforo De Mottis e Antonio da Pandino, operante anche nella certosa di Pavia. Su tutti i maestri del Cinquecento eccelse però, con ampiezza stilistica, desunta da Raffaello e da Michelangelo, e con grande ricchezza di sfumature cromatiche simulanti la pittura da cavalletto, il monaco domenicano Guglielmo di Marcillat, oriundo del Berry. A lui si devono le vetrate di S. Maria del Popolo a Roma (1509 ca.), con predominio di chiaroscuro grigio, ed altre opere a Cortona e soprattutto ad Arezzo, nel Duomo, con vivaci tonalità cremisi, giallo cromo, verde d'acqua e azzurro cinerognolo (1519 e sgg.). Il Marcillat fondò in Toscana una vera scuola, costituita oltre che dal suo erede Pastorino da Siena, che eseguì il grande rosone nella facciata di quel Duomo, su disegno di Perin del Vaga, Stagio Sassoli e Lorenzo Borro d'Arezzo e i cortonesi Maso Porro e Michelangelo Urbani. Nella prima metà del sec. XVI vennero molto apprezzate a Firenze le opere dipinte a grottesche da Giovanni da Udine per la Biblioteca Laurenziana, e allo stesso scolaro di Raffaello si attribuiscono le otto vetrate, ad arabeschi su fondo bianco, nella certosa di Ema (1520), ricche di tonalità delicatissime. Mentre in Italia il gusto manieristico e quello barocco furono esiziali per la pratica di quest'arte, in Germania essa proseguì durante il Seicento anche nell'edilizia privata, con abbondante impiego di « grisailles », elementi araldici e festoni di fiori e frutti. Come nelle altre manifestazioni ornamentali, l'Ottocento europeo esercitò nella ripresa delle vetrate la pedantesca riproduzione dell'antico finché William Morris attuava, in piena fioritura preraffallita, una nuova sintesi di linee e colori con le vetrate nella cappella del Jesus College di Cambridge, su disegni del pittore Burne Jones. Successivamente si ebbero caratteristiche vetrate soprattutto in Francia ed Inghilterra nello stile liberty o floreale, fin quando nei primi decenni di questo secolo il ripristino degli antichi principi, che assicuravano alla vetrata la sua funzione luminosa con la purezza delle colorazioni, infuse una nuova originalità di concezioni e di effetti vis