ROMANICA, ARTE. - Si indica con il termine «romanico» quel particolare momento della cultura artistica europea, compreso fra i secc. XI-XII, che si pone OTTONIANA, ARTE (v.) e delle CAROLINGIA, ARTE (v.) da un lato e GOTICA, ARTE (v.) dall'altro.
Esso è collegato al particolare fervore di vita, tipico di quella età per tutta Europa. Allora con l'intensificarsi degli scambi commerciali e spirituali avviene anche nei campi dell'arte un intreccio più intimo e complesso sia dei temi e dei motivi che erano stati tramandati dall'antichità classica, sia degli apporti orientali, fossero essi bizantini, arabi o sassanidi. La cultura, il sentimento e il culto della bellezza si diffondono ovunque mentre l'arte, che è intesa soprattutto quale espressione di originalità, è come potenziata da un nuovo spirito naturalistico. Questo d'altro canto non s'oppone, anzi favorisce l'internazionalizzarsi della cultura per cui le varie sue correnti che percorrono le stesse vie dei mercanti e dei pellegrini spesso si intrecciano in quasi imprevedibili incontri. Si generano allora nuovi centri vitali di confluenza e diffusione che a loro volta, arricchiti di nuovi apporti, assumono, nel vario atteggiarsi del gusto, nuova forza d'espansione; si determinano così correnti capaci d'abbattere o superare di colpo quanto spesso nei modi espressivi tradizionali rappresentava soltanto il peso di una consuetudine. Ed è in questo intenso scambievole moto, in questa calorosa vita culturale che non conosce barriere di confini fra nazione e nazione, in questa concordia degli spiriti evidente nelle uguali mete che vengono perseguite, che si individua uno dei più felici momenti della vita della grande nazione europea. Non è

(fot. Bildarchiv d. Ö. Nationalbibliothra)
Malgrado ciò, quanto più si indaghino e si approfondiscano i problemi, quella intensa vita spirituale e culturale apparirà determinata e guidata da una logica evolutiva molto chiara e consequenziale. Tuttavia nelle manifestazioni artistiche del periodo romanico è assolutamente vana qualsiasi discussione di priorità a fondo sciovinistico più o meno palese. È sempre questione di potenza e felicità espressiva, di compiuta realizzazione in forma di bellezza di quegli spiriti vitali che nel periodo romanico scuotono le coscienze e che dapprima con moti un po' confusi e vaghi, poi con passo più agile e indirizzo più preciso si orientano a determinare nel nord Europa le leggi dell'arte gotica; qui in Italia le forme che s'illumineranno di nuova bellezza durante il Rinascimento. In tale senso la Francia e l'Italia furono i centri più vivi ed interessanti. In Francia infatti quei nuovi spiriti vitali sembrano essere più forti che altrove, determinati anche, con l'avvento dei Capetingi (987), dal sorgere della feudalità nata dalla disgregazione dell'amministrazione carolingia. È il tempo in cui i pellegrinaggi in Terra Santa prima e quindi le Crociate rivelano agli occhi di tanti Francesi gli splendori del mondo d'Oriente. Quando quei Francesi tornano in patria sentono il bisogno di rinnovare la loro stessa vita; si ricostruiscono città, sorgono castelli, chiese, e soprattutto monasteri. E mentre nelle forme architettoniche appaiono di frequente reminiscenze di quanto era stato visto in Siria ed in Asia Minore, i poeti narrano storie meravigliose che hanno per sfondo miraggi

(da Trésors d'art du moyen âge en Italie, Parigi 1898, tau. 69)
Nel campo dell'architettura si assiste ad una definizione e quindi allo sviluppo di alcuni temi del periodo carolingio fondati sulla tradizione del classicismo romano. Ciò soprattutto per quanto si riferisce alla tecnica costruttiva, al modo cioè di costruire pilastri, volte, arcate ecc. Insieme si applicano, specialmente per ciò che si riferisce alla decorazione, elementi sia tratti dall'antico sia bizantini ed irano-siriaci; questi ultimi, penetrati in Francia soprattutto dalla Spagna. Così dalla Catalogna giunse in Francia certo modo orientale di girar volte come quella della chiesa di S. Filiberto di Tournus. I caratteri essenziali del gusto architettonico romanico francese si rivelano atteggiati diversamente a seconda delle regioni, anche se è costante un senso di austera greve imponenza ed estremamente diffuso l'uso di girare volte su pilastri, specie nelle navate laterali. Così in Normandia, nell'antica diruta chiesa abbaziale di Jumièges, in quella della Trinità e nel S. Stefano a Caen. Nel Poitou invece gli edifici hanno un tono più raccolto e così la chiesa di Notre-Dame e quella di S. Ilario di Poitiers, questa ultima con sette navate e cinque cupole. Contemporaneamente, nella Borgogna, la grande scuola architettonica affermatasi nelle gigantesche strutture dell'antica abbazia di Cluny annuncia nelle linee estremamente slanciate delle navate mediane l'avanzare del gusto gotico. Allora nell'Alvernia l'impiego di pietre colorate rosse, bianche e nere dava un tono del tutto particolare, spesso festoso alle costruzioni. Così in Notre-Dame di Clermont, in Notre-Dame du Puy, nel S. Paolo
d'Issoire. Senza dubbio, specie nella seconda metà del sec. XI e nella prima metà del sec. XII, la Francia fu il centro architettonico più vivo di tutta Europa. Ciò anche se, per alcuni suoi aspetti, la Spagna, la Catalogna soprattutto, sembra precederla nel tempo. Invece in Inghilterra presto si acclimatavano le forme della Normandia quasi accentuando i loro iniziali caratteri. Più strettamente legata nei suoi complessi austeri organismi architettonici che hanno modi tipicamente romanici, ed era naturale che così fosse ove si pensi alla potenza ed al valore dell'arte ottoniana, fu l'architettura germanica specie nella regione renana: le cattedrali di Magonza, di Spira e di Worms ne sono i tipici esempi. Per alcuni aspetti esse ricordano anche la contemporanea architettura lombarda.
Evoluzione simile ebbe la plastica dell'età romanica anche nel senso di un simile prevalere per qualità delle opere francesi su quelle delle altre regioni settentrionali di Europa. Invero durante il sec. XI, sebbene la produzione fosse abbastanza abbondante, si direbbe che i maestri di scalpello provassero fatica ad enucleare dal marmo le forme umane ancora improntate ad ingenuità e rudezza. Ma il senso compositivo è già armonioso e la scultura, che ha compiti eminentemente decorativi, a questi subordina qualsiasi intento di riproduzione naturalistica anche nelle rappresentazioni ove sono narrati fatti della Bibbia e del Nuovo Testamento. Ma nel sec. XII le forme plastiche che già aderivano nelle diverse regioni francesi al gusto e allo spirito delle architetture - e si pensi al Cristo in Gloria che decora il deambulatorio absidale del St-Sernin di Tolosa e alle altre sculture di quella chiesa, come alle sculture del chiostro della Badia e del S. Pietro di Moissac o a quelle di Notre-Dame la Grande di Poitiers e del portale di St-Trophinae di Arles o di quello della cattedrale di Chartres - inclinano sempre più alle eleganze, alle salienze, agli slanci, alla spiritualità delle forme gotiche. Allora nei mostri antropomorfi dei doccioni, nei draghi che s'inseguono su per le facciate delle cattedrali, nel minuto lavoro d'intaglio di fregi e cornici a motivi vegetali, ma spesso animati da una vivacissima forma, è anche chiaro il gusto tutto romanico per il complesso giuoco del porsi a superare problemi irti di difficoltà tecniche, ma più forse quello di risolvere come immagine ciò che fino allora era stato oggetto di antichissimi barbarici terrori. Anche in Inghilterra come in Spagna la scultura dell'età romanica, a parte lo sviluppo di qualche elemento ormai tradizionale delle regioni, è in massima parte tributaria del diffondersi del gusto plastico francese. Per alcuni aspetti lo stesso può dirsi della Germania. Qui tuttavia alcune opere, come le porte lignee della chiesa di S. Maria del Campidoglio di Colonia, testimoniano che per la scultura in legno la Germania inizialmente non fu certo in ritardo anche

(fot. Orlandini)
Anche per la pittura, ciò che fu fatto nelle regioni europee, a settentrione delle Alpi ed in Spagna, sembra più che altro il logico preludio allo sviluppo delle forme gotiche. Le pitture che rivestivano interi ambienti e che per una serie di eventi sono in minima parte giunti fino a noi erano, specie nel sec. XI, dipinti a tinte piatte ed unite in un numero molto limitato di colori distribuiti entro campi ben definiti da precisi contorni. In tali pitture spessissimo il fondamento, e non solo iconografico, sono le miniature, fossero esse di provenienza orientale o derivassero dai maggiori centri di produzione carolingia o ottoniana. In Spagna le pitture di Tahul ora nel Museo di Barcellona, in Francia quelle della chiesa abbaziale di St-Savin (Vienne), in Germania quanto rimane di antiche pitture nelle chiese della Renania testimoniano la medesima tendenza a ridurre ogni espressione entro un ritmo narrativo, entro un arabesco che presto, nella seconda metà del sec. XII, s'annuncerà dei nuovi spiriti del gusto gotico. La civiltà figurativa italiana, pur mantenendo nei secoli dell'alto medioevo un suo logico modo di evolversi ed una sua individuale intonazione, si era venuta principalmente configurando a seconda dei contributi che ad essa civiltà avevano portato le varie culture contemporanee, fossero esse di impronta bizantina, barbarica o carolingia, con le quali era venuta a contatto. Giunti tuttavia al sec. XI, tale civiltà figurativa, pur non rinunciando affatto all'apporto di ogni nuovo elemento che potesse rappresentare un suo arricchimento, assume anche rispetto a quanto si faceva nelle altre regioni di Europa, nuova indipendenza. Allora infatti in Italia (v. ITALIA, VI. Arte, 3) mentre le forme architettoniche lentamente per secoli depresse si riunivano nella quasi improvvisa e diffusa ripresa attività edilizia, pittura e scultura, divenute pur esse attivissime, assumevano intonazioni decisamente nuove e sempre più aderenti, nei modi diretti dell'espressione, al carattere ed al temperamento degli Italiani.
In architettura allora in Italia si possono individuare due distinte correnti. Le regioni della pianura padana
(il Piemonte, la Lombardia, parte del Veneto, l'Emilia) come, per molti aspetti, le regioni a oriente dell'Appennino, partecipano, per quanto con accenti e spiriti diversi, agli stessi orientamenti architettonici che sono propri delle regioni del centro Europa; mentre le regioni che s'affacciano sul Tirreno, specie la Campania, gran parte del Lazio e della Toscana rielaborano, con nuova mentalità e nuovo spirito chiarificatore, alcune forme che scaturivano dall'intimo della tradizione classica spesso umiliata e tuttavia mai spenta nei secoli immediatamente precedenti. Così, mentre nelle regioni settentrionali e in quelle del versante adriatico si manifesta l'uso o l'aspirazione costante di elevare edifici complessi con pilastri su cui s'impostano volte costolonate, logge e matronei, che sottolineano, in un complesso giuoco d'ombre e luci, i nuovi valori di spazio architettonico, allora in via di definizione appunto nel cuore d'Europa, nelle regioni del versante tirreno prevale, con l'amore per le chiare armonie di colonne e archi e trabeazioni inseguentesi verso le absidi alte e luminose, quello delle ampie liscie pareti, ove pittori, intarsiatori, musacisti distendono le loro belle fantasie cromatiche. Ma insieme a queste due tendenze, talvolta fusa con esse, talvolta pura con indipendenza di forme e d'accenti, specie nei centri maggiori delle coste, nelle città marinare, ecco affermarsi ancora, e con straordinaria ricchezza di motivi, anche l'arte d'Oriente nelle sue varie gradazioni. Così in Sicilia, in Puglia, in Campania, a Pisa e soprattutto a Venezia in quel prodigio che è la basilica di S. Marco.
Non meno vivace e mosso è il profilo dell'attività scultorea. In essa si assiste dapprima come ad un'approfondita chiarificazione e distinzione degli schemi decorativi dell'alto medioevo poi, anche per la progressiva eliminazione della vecchia simbologia, si giunge ad una visione concreta della realtà per cui la figura umana come nuova espressione di bellezza si libera intera dal marmo.
Viligelmo (v.) agli inizi del sec. XII, Antelami (v.) e il maestro dei Mesi della cattedrale di Ferrara testimoniano allora l'intensa vitalità della


Movimenti analoghi avvenivano nel campo dell'attività pittorica. Anche qui i problemi che sorgono, per chi voglia tracciare uno schema quanto più possibile chiaro di quella vicenda, sono infiniti ed estremamente complessi. Che un numero veramente infinito di affreschi, musaici, tavole dipinte testimonia la vivacità e ricchezza di una produzione spesso di qualità altissima. Sono tali e tante quelle testimonianze che si direbbe come fra il sec. XI e il XIII il rivestire di vivaci colori pareti di chiese e palazzi e perfino grotte, fosse divenuta pratica comune per gli Italiani. Un paese di pittori, allora l'Italia, di pittori che sapevano narrare con vivacità d'accenti e chiarezza, storie e miracoli di santi ed anche le azioni e le attività umane, in composizioni ove la figura umana, motivo essenziale della rappresentazione, s'atteggiava con immediatezza espressiva, spontanea e sapientissima insieme. Naturalmente allora nella pittura italiana, come nella contemporanea architettura e scultura, hanno spesso volte valore essenziale gli elementi delle culture precedenti e contem-
porance, sia orientali che nordiche, ma è pur vero che quegli stessi elementi che talora sembrano dominarvi, nell'atto stesso in cui vengono assunti dagli Italiani per narrare con vivacità e chiarezza, mutano di intonazione, si fanno aderenti essi stessi alla mentalità di chi con essi si esprime con spontaneità completa. Appare allora evidente come l'atteggiarsi delle varie correnti pittoriche dell'età romanica abbia in Italia il valore e l'importanza che ebbe nel campo letterario il « dolce stil novo », per cui proprio da forme dialettali doveva scaturire la nuova lingua di Dante.
Pietro Cavallini, Duccio di Buoninsegna, Cenni di Pepi detto Cimabue sono le tre formidabili individualità che concludono il grande ciclo della pittura romanica in Italia. Conchiudono un'epoca ma ne annunciano anche una nuova. E le loro gigantesche figure dominano allora il grande ciclo dell'arte quali quelle dei veri patriarchi di quella moderna pittura che riconosce in Giotto il suo primo maestro. - Vedi tavv. LXXIX-LXXXII.