CAROLINGIA, ARTE. - Comprende l'arte dell'Europa occidentale sotto il regno dei Carolingi (751-911), specialmente l'arte della corte di Carlomagno (768-814) e dei suoi successori. Nasce spiritualmente nei centri culturali della corte imperiale, a Aquisgrana, a Ingelheim e a Nimega, ma si sviluppa nei grandi monasteri in relazioni dirette con la famiglia reale, come a St-Denis, Reims, Metz, Tours, St-Riquier, Lione, Echternach, Magonza, Fulda, Lorsch e Reichenau e presto si estende alla Svizzera (S. Gallo) e nell'Italia settentrionale (Milano). Roma e l'Italia centrale subiscono poco gli influssi di quest'arte. Questa fioritura artistica assume per molti aspetti un carattere rinascimentale dato dall'evidente influsso dei monumenti classici e paleocristiani. Il nuovo orientamento già si annuncia sotto Pipino, quando missionari anglo-sassoni in Germania, come s. Bonifacio, prendono sempre più contatto con Roma.
Ma forse più che questi legami spirituali, l'idea politica di Carlomagno, e in prima linea quella della «renovatio Romani Imperii», con la sua incoronazione a Roma (a. 800) annuncia anche mutamenti nel campo dell'arte. L'ideale di Carlomagno è Costantino il Grande. Insieme all'imperatore i consiglieri intimi, come Alcuino, Rabano Mauro, Eginardo o Angilberto secondano le nuove idee, come in politica, così negli studi umanistici e nell'arte.
Domina la forma classica, ma si sente chiaramente ancora una sopravvivenza dell'arte merovingia con influssi di diverse culture, specialmente dell'irlandese, della bizantina e qualche volta della musulmana.
L'imperatore non limita il proprio interesse alla nuova architettura, alla pittura o alle arti minori, egli domina anche lo spirito di questo movimento artistico.
Con lo sviluppo della vita politica e religiosa comincia anche una grande attività architettonica, specialmente

(fot. F. Behn)
In questo si sente il contatto con il mondo musulmano. Le fonti ci parlano dei grandiosi complessi dei nuovi monasteri; di quello di S. Gallo (820) è rimasta una vecchia pianta, e della disposizione delle chiese e degli edifici di Lorsch si può avere una chiara idea dagli ultimi scavi. Ma dell'architettura profana si conosce ben poco (es., la « casa di Rabano Mauro » a Winkel).
Le nuove chiese vengono costruite in varie forme. Così mentre si continua il vecchio tipo basilicale senza transetto proprio dell'epoca merovingica in alcuni casi si preferisce la basilica con transetto, cogliendone l'esempio nelle chiese romane del sec. IV, come a St-Denis (ca. 754-75), a Fulda (ca. 790-819), a Seligenstadt (ca. 831-40) o a Hersfeld (ca. 831-50). Talvolta, queste chiese hanno campanili isolati, come il S. Salvatore di Monte Cassino.
La separazione del clero, sempre in aumento nelle grandi abbazie, dai laici, porta a nuove esigenze nell'architettura; la costruzione si sviluppa verso l'ingresso in un corpo di fabbrica verso ovest (Westwerk), che servì forse anche come battistero. Così nella basilica oggi distrutta a Lorsch (ca. 774); ma l'esempio più grandioso si ebbe in St-Riquier a Centula (ca. 790-799), ricostruito da Angilberto, genero di Carlomagno. Le chiese di pianta poligonale derivano invece da prototipi bizantini; e l'esempio più bello è dato dalla cappella ottagona di Aquisgrana (ca. 790-805), che ricorda il S. Vitale di Ravenna.
Anche la decorazione plastica dei palazzi e delle chiese imita in gran parte le forme classiche quando addirittura non vengono impiegati nelle nuove costruzioni marmi antichi, capitelli e colonne che si trasportano da Roma e da Ravenna ad Aquisgrana, a Centula, a Werden, a Fulda, a Lorsch, a Hersfeld, a Ingelheim o a Nimega.
Si sa da una lettera di Eginardo che si copiavano i capitelli da modelli in avorio. Anche le transenne e le porte di bronzo nella cattedrale di Aquisgrana imitano le forme classiche.

(fot. Dekker)
(per cortesia di mons. A. P. Frutaz)
Anche della pittura monumentale si hanno molte memorie, ma ben poco è rimasto. Dei musaici è giunto fino a noi un solo esemplare a Germigny-des-Près (806) che ricorda prototipi orientali.
Dei musaici di Aquisgrana è rimasta memoria in alcuni disegni. Alcuni frammenti di affresco trovati a Lorsch (oggi a Darmstadt nel museo), lasciano intuire la bellezza delle pitture murali dell'età carolingia il cui sviluppo è poi documentato dagli affreschi di Mals (prima dell'a. 881) e di Münster (oggi a Zurigo, museo Nazionale).
I codici miniati permettono di studiare gli orientamenti delle diverse scuole. Vicino alla corte imperiale, forse nella stessa Aquisgrana, fiorisce la Schola palatina della quale è rimasto un gruppo di codici con miniature classicheggianti. Uno dei suoi prodotti più belli è l'Evangeliario dell'imperatore, oggi nel tesoro di Vienna. Un altro gruppo di codici miniati deriva da una scuola che trova i suoi prototipi nella pittura classica, ma ostenta anche influssi orientali. Il suo prodotto più significativo è il codice che Ada, forse sorella dell'imperatore, regalò a s. Massimino a Treviri (Treviri, biblioteca). Dalla « Schola palatina », deriva la scuola di Metz, fiorente specialmente sotto Luigi il Pio (m. nell'870) e quella di Reims. Un altro monastero molto legato alla corte e appoggiato specialmente da Carlo il Calvo è St-Denis. Molto vicina ai suoi prodotti è la splendida Bibbia di
S. Paolo (Roma), probabilmente scritta per Carlo il Grosso (ca. 880-88) da Ingolberto, che mostra un insieme di influssi delle diverse scuole di Metz, Reims, e Tours. La scuola di Fulda prende con s. Bonifacio contatto con l'Inghilterra, ma è molto influenzata, con Rabano Mauro, da Tours.
Nella zona orientale del regno si sviluppa la scuola di S. Gallo. In Italia le miniature delle scuole di Bobbio e di Ivrea, e qualche volta anche quelle di Montecassino, dimostrano nella fase più avanzata anche influssi di abbazie franconi.
Lo sviluppo delle arti minori, specialmente nel campo degli avori, segue una linea analoga. I primi lavori del tempo di Carlomagno mostrano infatti evidenti elementi classici e ugualmente gli avori della scuola di Ada. Anche la scuola di Metz inizialmente mostra molti elementi di gusto classico; così la legatura del Sacramentario di Drogone (826-55) a Parigi.
Anche nel campo dell'oreficeria si debbono lamentare perdite enormi. Tuttavia alcuni pezzi sono rimasti, e mostrano una evoluzione stilistica analoga a quella delle miniature e delle sculture in avorio.
L'altare di Volvinio a S. Ambrogio di Milano, dedicato verso l'835 dal vescovo Angilberto (824-66), è molto vicino alla scuola di St-Denis, ma fu lavorato sicuramente a Milano.
Anche per la glittica le fonti ricordano molti lavori eseguiti con pietre preziose o incise, ma sono pochi quelli giunti fino a noi. Anche in questo campo come in quello dei sigilli imperiali, furono ripresi lo stile e la tecnica classica o paleocristiana.
Quasi niente è rimasto di tante stoffe, che ornavano le pareti dei palazzi e delle chiese o servivano per il culto. Quello, che è rimasto, dimostra che i tessuti in seta erano in gran parte importati dall'oriente, ma talvolta provenivano anche dall'Italia.
Come in quello della politica così nel campo dell'arte durante il periodo carolingio, dopo la divisione dell'impero, è sempre più evidente una separazione fra i territori orientali e quelli occidental