ROMANIA

ROMANIA. — È il più meridionale degli Stati danubiano-carpatici, ed il più orientale fra i neolitini; chiuso fra Ungheresi e Slavi, al limite verso il mondo balcanico e quello russo. La guerra del 1915-1918 lo raddoppiò in confronto al 1914 (295.000 kmq.), quella del 1939-45 lo ridusse a 238.000 kmq., mutilando della Bessarabia, della Bucovina settentrionale (cedute all'U.R.S.S.) e della Dobrugia meridionale (ceduta alla Bulgaria). Dal dic. 1947, poi, la R., divenuta una « Repubblica popolare », entrava nell'orbita del comunismo sovietico.

I. GEOGRAFIA

Il territorio della R. ha forma quasi circolare, delimitato per largo tratto da fiumi (Danubio e Prut) e per il resto da confini convenzionali, che fra Banato e Maramures lo dividono da Jugoslavia e Ungheria. Il paesaggio è vario, alternando più (Valacchia) o meno (Banato) estese pianure con zone collinari (Transilvania, Moldavia) e montane (Carpazi, Alpi Transilvaniche); unico sbocco

ROMANIA - 1) Confine di Stato attuale; 2) confine di Stato 1939; 3) confine di cicloscrizione ecclesiastica di rito latino; 4) confine di circoscrizione ecclesiastica di rito rumeno; 5) ferrovie.

del pur ampio territorio è il breve litorale sul Mar Nero a S. della foce del Danubio. Sebbene paese prevalentemente agricolo - oltre 2/3 della popolazione vive del lavoro dei campi, che assicura, fra l'altro, un'eccedenza cospicua di cereali (frumento) per le esportazioni - la R. ha mirato a irrobustire la propria economia sfruttando le copiose risorse minerarie di cui dispone, suscettibili di imprimere un decisivo impulso al suo sviluppo industriale. Più che i combustibili fossili (ligniti) ed il minerale di ferro (Banato, Transilvania), le han giovato i giacimenti petroliferi di cui son ricchi i Carpazi e le Alpi Transilvaniche, i maggiori d'Europa, che, insieme con l'abbondanza del metano, le hanno garantito larga disponibilità di forza motrice e favorevole sviluppo di scambi. L'industria registra negli ultimi anni progressi in molti rami, soprattutto nei tessuti, nelle meccaniche, nelle molitorie, e in quella della carta.

La popolazione, oggi abbastanza omogenea (80% di Romeni, con minoranze di Ungheresi, Tedeschi ed Ebrei), è assai variamente distribuita (densità minime in Dobrugia, massime in Valacchia). Delle città, molte delle quali conservano carattere rurale, meno una dicemia toccano o superano i 100 mila ab. (Claudiopoli, o Cluj, Iasi, Timișoara, Ploesti, Brăila, Galați, Gran Varadino, Oradea Mare), mentre più di un milione ne conta ormai București (Bucarest), la capitale.

BIBL.: R. Riccardi, La R., Roma 1924; S. Mehedinți, La pays et le peuple roumain, Bucarest 1929; V. Mihăilescu, La geografie fisica, 1936; M. Ruffini, La R., Milano 1939; C. Kormos, R., Cambrige 1944.

II. STORIA CIVILE

Il territorio dell'odierna R., in particolare la Transilvania, costituì nel sec. I a. C. il centro del Regno di Buebesta, che era riuscito ad unificare le diverse tribù e genti dacie sotto il suo scettro. Alla morte di questo sovrano, avvenuta a torno alla metà del secolo, la formazione statale si sfasciò, ma nel corso del sec. I d. C. Decebalo riuscì nuovamente a costituire in Dacia, a nord del Danubio, un potente Stato, che diede ai Romani molto filo da torcere.

Ai tempi dell'imperatore Domiziano, Roma, pur di evitare le scorrerie dei Daci nei territori da essa occupati, si obbligò al pagamento di un tributo annuo, tributo che in seguito fu sdegnosamente rifiutato da Traiano. Costui anzi, nel 101 d. C., iniziò una guerra contro Decebalo, attraversò il Danubio, costrinse il Re alla pace e ridusse praticamente la Dacia ad un protettorato romano. Quattro anni dopo, Decebalo, desideroso di sottrarsi al giogo romano, si ribellò, ma la sua tentata defezione fu sanguinosamente repressa ed egli stesso, fatto prigioniero, si suicidò, preferendo la morte alla prospettiva di essere oggetto di dileggio a Roma, durante il trionfo imperiale. La Dacia, ridotta a provincia dell'Impero, divenne un importante bastione militare per la difesa delle posizioni romane nei Balcani e fu intensamente colonizzata. Di fronte alla pressione delle popolazioni barbariche Aureliano decise tuttavia nel 271 Dacia (v.), i cui abitanti, in buona parte, si trasferirono a sud del Danubio, probabilmente in regioni dell'odierna Serbia. Da allora fino al sec. XIII, allorché i documenti storici parlano dell'esistenza di una popolazione

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di circoscrizione ecclesiastica di rito rumeno; 5) ferrovie.

valacca o romena, si hanno solo scarse notizie sulla continuità etnica e sulle vicende dei Daco-Romeni. La mancanza di fonti e di dati validi per la ricostruzione della storia romena in quel periodo ha favorito interpretazioni disparate, non sempre caratterizzate da una rigorosa serietà scientifica, ma tendenti piuttosto a costituire pezze d'appoggio giuridico-storiche alle velleità politiche di singoli nazionalismi. La polemica romeno-magiana per la Transilvania ha condotto appunto alla formulazione di due ipotesi, diametralmente opposte, per risolvere l'enigma della continuità storica o meno dei Daco-Romeni durante l'alto medioevo. Gli storici romeni, che considerano la Transilvania la culla della loro gente, sostengono infatti di discendere direttamente dai Daco-Romani, poiché il trapiantamento a sud del Danubio ai tempi di Aureliano sarebbe stato, secondo questi studiosi, solamente parziale e non totale, e molti coloni, rifugiatisi nelle valli dei Carpazi, durante le invasioni di Goti, Avari, Bulgari ed altre genti, avrebbero garantito la continuità etnica di romena fino al sec. XIII, allorché essi stessi ridiscussero nelle pianure ed assunsero il nome di Valacchi; gli storici ungheresi invece replicano che l'abbandono della Dacia transdanubiana fu totale, che la stessa romanizzazione della provincia fu irrilevante, che la colonizzazione era stata affidata in massima parte ad elementi non italici, e che la persistenza di molti termini slavi nell'attuale lingua romena dimostrerebbe che i Romeni dovrebbero discendere dai Romeni balcanici della Dacia cisdanubiana, giunti in Transilvania nel basso medioevo. Queste, in succinto, le rispettive posizioni degli storici romeni e magiari, gli uni e gli altri guidati nelle loro ricostruzioni dalla volontà di affermare il diritto del proprio paese al possesso della Transilvania: i Romeni attraverso la dimostrazione di una supposta continuità etnico-storica della loro nazione fin dai tempi di Roma imperiale; gli Ungheresi, mediante le prove di una assai tarda immigrazione degli antenati degli odierni Romeni, posteriore all'occupazione del paese da parte dei Magiari.

Le prime notizie storiche sui viviovati di Valacchia e di Moldavia, costituiti al di là dei Carpazi dietro iniziativa di nobili romeni, desiderosi di sottrarsi alla sovranità dei re d'Ungheria ed alla conversione alla fede cattolica (i Romeni erano "ortodossi"), fissano la genesi del principato di Valacchia al sec. XIII e di quello di Moldavia intorno alla metà del XIV, quando Bogdan, rivoltato contro Luigi il grande d'Angiò, re d'Ungheria, attraversati i Carpazi, fondò appunto nella pianura della Moldava il nuovo principato indipendente. Le vicende dei due viviovati sono in seguito strettamente legate a quelle degli Stati vicini: dell'Ungheria, della Polonia e della Turchia. La Valacchia, dapprima in rapporti di vassallaggio verso la corona di S. Stefano, in un solo secolo, il XIV, si trovò sottoposta, alternativamente, ora alla sovranità di uno, ora di un altro dei suddetti tre Stati. Nel sec. XV vi divenne quindi preponderante la sovranità turca, che vi si affermò in modo chiaro ed esplicito dopo la battaglia di Mohács del 1526. La Moldavia, nello stesso periodo, riconobbe invece l'alta sovranità polacca, ma anch'essa fu costretta, dopo Mohács, al pagamento di un tributo annuale al sultano, che nella seconda metà del sec. XVI rafforzò anche in questo viviovato sensibilmente il proprio dominio. Verso la fine del sec. XVI l'elezione a viviovato di Valacchia di Michele il Bravo nel 1593 segnò per alcuni anni una schiarita sullo sfondo della lunga notte della dominazione turca. Questo principe, guidato forse nei suoi complessi disegni politici più dall'ambizione che da un vivo sentimento di indignazione verso le spoliazioni operate dagli esattori fiscali del sultano, dopo essersi accordato con il viviovato di Moldavia, dietro un segnale convenuto, fece massacrare tutti i Turchi, residenti nei due principati. Occupò quindi la Dobrugia e per fronteggiare con successo i tentativi ottomani di riconquista riconobbe l'alta sovranità di Sigismondo Báthory, principe di Transilvania.

In seguito riuscì egli stesso ad ottenere il titolo di principe di Transilvania e conquistò anche la Moldavia. La sua improvvisa fortuna politica mise tuttavia in allarme il generale asburgico Basta, che il 19 ag. 1601 lo fece uccidere. La scomparsa di Michele il Bravo, che per primo aveva costituito in unità territoriale le regioni (Transilvania, Valacchia, Moldavia, Dobrugia, Bucovina e Bessarabia, queste due ultime allora parte integrante della Moldavia) della R. segnò l'inizio del periodo più triste del dominio ottomano. Fino ad allora i principati avevano infatti goduto di una certa, sebbene assai vaga, indipendenza interna, garantita dall'elezione di principi autoctoni. Dal sec. XVII in poi i viviovati divennero supini strumenti dei sultani, che li nominavano e destituivano a loro bene neplacito. Costretti, pur di conservare la loro carica, a mantenere relazioni con influenti cortigiani di Costantinopoli, i quali si facevano pagare ad assai caro prezzo la loro benevolenza e le loro intercessioni presso la corte ottomana, i viviovati, per far fronte ai loro impegni finanziari verso costoro, introdussero nei principati un fiscalismo sempre più gravoso. Qualsiasi tentativo di politica indipendente era ormai a priori reso impossibile. Tuttavia tanto in Moldavia quanto in Valacchia la dignità principesca continuò ad essere ricoperta da nobili indigeni. Dalla seconda metà del sec. XVII crebbe però sempre più l'influenza greca ed un poco alla volta i viviovati stessi divennero appannaggio del maggiore offerente. Così ex consiglieri diplomatici ed interpreti greci dei sultani, agli inizi del sec. XVIII, si insediarono stabilmente nei due principati: i Moldavi ed i Valacchi non ebbero neppure più la magra consolazione di essere sfruttati da viviovati autoctoni. Questo cosiddetto periodo dei Fanarioti (da Phanr = quartiere diplomatico di Costantinopoli) si protrasse fino al 1821. In Valacchia 23 ed in Moldavia 24 principi si succedettero l'uno dopo l'altro; qualcuno governò a varie riprese e passò con disinvolta indifferenza ad amministrare or l'uno or l'altro viviovato. Non mancarono tra di essi anche uomini di valore, colti ed intelligenti, ma nulla poterono contro l'oni-potenza dei sultani. Il regime fanariota cessò appena nel 1822, quando i Turchi, in seguito all'atteggiamento assunto dai viviovati a favore del movimento filelienico di Alessandro Ypsilanti, si decisero a conferire nuovamente il governo dei due principati a viviovati autoctoni. Intanto in Transilvania, sotto l'influsso del risveglio nazionale ungherese e tedesco, anche i Romeni avevano cominciato nel corso del sec. XVIII ad acquistare coscienza della loro individualità nazionale e nel 1791 si erano rivolti alla Dieta regionale, perché, accanto a quelle magiara e sassone, fosse riconosciuta pure ad essi la qualifica di nazione. Questa richiesta, esposta nel Supplex libellus Valachorum, non fu tuttavia esaudita. Nel 1829, con la Pace di Adrianopoli, i due principati, pur continuando ad essere tributari del sultano, furono sottoposti al protettorato russo, rimasto in vigore fino al 1856. In quest'ultimo anno il Trattato di Parigi sostituì al protettorato russo una garanzia collettiva delle grandi potenze europee, una commissione delle quali residente a Bucarest procedette alla revisione delle leggi in vigore nel due principat

i. Dietro il voto delle assemblee dei due viviovati, costituite in virtù del Trattato di Parigi, Alessandro Cuza fu eletto nel genn

febbr. 1859 principe di Moldavia e di Valacchia. Così l'unione dei due viviovati, riconosciuta nel 1861 dalle grandi potenze, fu un fatto compiuto. Cuza rimase al potere fino al 1866, quando dovette abdicare in seguito ad una congiura. La sua politica, francamente liberale, fu caratterizzata soprattutto dalla legge sulla riforma agraria, con la quale venne abolita la servitù della gleba. In sua vece fu eletto Carlo di Hohenzollern-Sigmaringen, il quale regnò come Carlo I fino al 1914 e sotto il cui lungo principato si procedette il 25 marzo 1881 alla proclamazione del Regno di R., costituito in quell'epoca, oltre che dalla Valacchia e dalla Moldavia, anche dalla Dobrugia settentrionale (la Bucovina e la Bessarabia, rispettivamente nel 1774 e nel 1812, erano state incorporate nell'Austria e nella Russia). Durante la prima guerra mondiale la R. si mantenne dapprima neutrale; entrata quindi nell'ag. 1916 in guerra a fianco dell'Intesa fu rapidamente occupata dagli Imperi Centrali e costretta a cedere la Dobrugia meridionale, conquistata durante la seconda guerra balcanica del 1913, alla Bulgaria. Il crollo dell'Austria-

pero Romano, Dacia (v.). I Romeni del nord, nel medioevo, sono ancora in contatto con gli « Olahi Romani » e con i monasteri di Mitrovita, l'antica Sirmium capitale dell'Illyicum, patria di s. Demetrio (« Dmitrovita »), il grande Santo dei Romeni e di tutti i Balcani.

Il contatto della Dacia con il mondo cristiano non poté certo essere interrotto dalle invasioni. Sulla riva destra del Danubio c'era una serie di vescovi latini. I barbari fecero le solite incursioni nell'Impero; le legioni – di Costantino e di Giustiniano – ripassarono il fiume per inseguirli. Specialmente i Goti, gli Slavi e gli Avari trascinarono con loro molti prigionieri, fra i quali non pochi cristiani, forse anche sacerdoti. I Goti, padroni allora anche dei futuri paesi romeni, hanno avuto martiri nella futura Valacchia e vescovi: il famoso Ulfila (m. nel 391) predicava anche in latino.

In Transilvania si ritrovano iscrizioni cristiane (Zenovius) posteriori a Costantino e sul principio del sec. V. Il cristianesimo dei Romeni, anteriore a quello degli Slavi e senza dipendenza speciale da quello greco, spunta direttamente dal cristianesimo dei Balcani nel loro periodo latino. Sembra che, lontane da Roma e dipendenti da Bisanzio, le popolazioni romanizzate dei Balcani e del Danubio – per le quali i Bizantini, i « Romei », adottarono il nome di Valacchi e che gli Slavi avevano ricevuto dai Germani (Valacchi = Welsh, Welsch, Wallon, ecc.) – abbiano perso, insieme alle antiche città vescovili distrutte dai barbari, anche il clero latino ed accettato la liturgia greca, specialmente dopo che l'Illirico orientale passò sotto il patriarcato di Costantinopoli (732). Con la conversione dei Bulgari e la loro sottomissione al patriarca greco (870), i Romeni, i quali anche politicamente dipendevano da loro, dovettero accettare finalmente il rito slavo. Solo agli inizi del sec. XVIII fu loro possibile introdurre definitivamente la lingua romena nelle chiese. Nel 1860 l'alfabeto latino sostituì quello cirillico.

Dopo la terribile sconfitta dei Bulgari, Basilio II mise tutti i Romeni del suo Impero sotto l'arcivescovo a allora di gerarchia greca – di Ocrida (1018). Quasi subito dopo si trova un vescovo proprio dei Romeni (τῦν Βλαχῶν) in un luogo di ubicazione incerta, Vranontis. Lo scisma greco del 1054 implicò anche i Romeni, causa la posizione geografica e le circostanze politiche, nel campo bizantino. L'unione con Roma, fatta dal grande « imperatore » Ionitza (v. Macedonia) nel 1204 per i suoi sudditi romeni e bulgari, venne spezzata nel 1235 da suo nipote Giovanni Asen II.
A nord del Danubio, prima della fondazione dei principati, i Romeni avevano solamente chiese di legno ed il clero era costituito soltanto da preti di origine contadina, consacrati senza scelta da « gerarchi » più o meno canonici che vivevano nei monasteri (o venivano dalla Bulgaria) a guisa di quegli « pseudo-vescovi » di cui fa cenno un breve di Gregorio IX fin dall'inizio del sec. XIII (Iorga). I fondatori dei principati pensarono a dotare i nuovi paesi anche di una particolare organizzazione ecclesiastica.

Valacchia. – I Romeni di Valacchia si rivolgevano per i loro bisogni religiosi ai vescovi di Vidin, Silistra o Vicina. Il vescovo Iakint di quest'ultima sede fu richiesto dal principe Nicola Alexandru, figlio del « fondatore » Basarab, nel 1359, ed il patriarca di Costantinopoli glielo concesse quale metropolita di Valacchia o Ungrovalacchia, con residenza a Curtea de Argeș; la sede fu trasferita nel 1508 a Târgoviște e, verso la fine del sec. XVII, a Bucarest. Nel 1370 fu eretto un vescovo a Severin, trasferito in seguito a Râmnicu-Vâlcea. Un terzo vescovo venne fondato nel 1508 a Buzău. L'ultimo vescovo eretto in Valacchia (o Muntenia) fu quello del 1794 a Curtea de Argeș. Monasteri antichi: Vodita, Tismana (sec. XIV), Cozia, Cotmeana, Snagov, Glavacioc, Dealul, Brădet (1° metà del sec. XV).

Moldavia. – Ai tempi della fondazione di questo principato (1359), i Romeni moldavi si rivolgevano al metropolita di Halicz (Galizia) od al vescovo di Cetatea Albă, sul Mar Nero. Solo nel 1401 si ottenne il riconoscimento di un metropolita romeno, Iosif, con residenza

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(fot. Publifeta)
Romania - L'interno del magnifico castello di Sinaia.

a Succava, la capitale del paese. Nel 1564 la capitale e la metropolia si trasferirono a Iasi. I vescovati di Roman e Rădăuți furono fondati nel 1401 e 1402. Altri vescovati furono eretti a Huși (1595) e a Hotin (1713). La metropolia di Brăila o Proilavia (Valacchia), fondata verso la fine del sec. XVI per i cristiani delle «raia» turche, ogni tanto poneva la sua residenza a Galat, Ismail o Căușani (Moldavia) od anche a Dubăsari, al di là del Nistro; dopo il 1812 essa rimase metropolia solo di Brăila e Silistra e fu definitivamente soppressa nel 1829. Dopo l'anno, il vescovato di Rădăuți venne trasferito a Cernăuți (1781) ed elevato al rango di metropolia di Bucovina e Dalmazia (1873), mentre il vescovato di Hotin, prendendo residenza a Chișinău (Kishinev) in seguito all'anno, si fondò il vescovato di Bucovina (Bessarabia) alla Russia, diventò nel 1813 arcivescovo.

Monasteri antichi: Neamț (sec. XIV), Bistrița, Moldovita, Căpriana, Vărzărești, Horodnic, Humor (gili inizi del sec. XV), Putna, Volovăț, Voronet, Dobrovăț (fine sec. XV), Pobrata, Slatina, Sucevița (sec. XVI).

In Moldavia nel 1401 vennero trasportate le reliquie di S. Giovanni il Nuovo da Cetatea Albă a Suceava; nel 1641 il principe Vasile Lupu fece portare le reliquie di S. Paraskiva da Ismail a Iași.

Transilvania. — I Romei di Transilvania, culla dei due altri principi, rimasero sotto gli Ungheresi e non ebbero da principio gerarchia ecclesiastica ma ricorrevano sia a Halicz, sia ai vescovati di Bulgaria, poi a quelli di Serbia, Valacchia o Moldavia. Nei secc. XV-XVI si trovano sporadicamente vescovi a Hunedoara (Hunyade), Maramureș, Feleac, Geoagiu, Silvaș e Ineu. Stefano il Grande di Moldavia (1457-1504) volle per la Transilvania orientale un vescovato a Vad, i cui titolari venivano consacrati a Suceava e obbedivano al metropolia di Moldavia. Nel Trattato del 20 maggio 1595 tra Michele il Bravo di Valacchia e Sigismondo Báthory, fu deciso che tutti i Romei di Transilvania, sotto un proprio vescovo, dipendessero dal metropolia di Targoviste. Giovanni di Prislop fu il primo metropolia di tutti i Romei di Transilvania.

Dopo il 1700, quando la quasi totalità dei Romei transilvanici insieme col vescovo si riunì con Roma, gli «ortodossi» non uniti rimasero senza vescovi per più di sessanta anni e ne ebbero in seguito dai Serbi. Solo nel 1811 ricevettero di nuovo vescovi romeni. Sotto Andrei Șaguna il vescovato «ortodossi» di Transilvania acquistò nel 1863 il titolo di metropolia con residenza a Sibiu e come suffragano il vescovato di Caransebeș, allora creato, e quello più antico di Arad.

Monasteri antichi: Peri, Prislop (sec. XIV), Râmet, Geoagiu, Vad, Feleac, Hodoș-Bodrog (sec. XV). Nel sec. XIII (1216) le «metochie» dipendenti dal monastero palestinese e macedone di Beria toccano le regioni romene a Mitrovitza (Sirmium) e a Satmar.

Nel 1859, Valacchia e Moldavia formarono lo Stato di R. Gli ingenti beni terrieri dei monasteri furono confiscati nel 1863 dallo Stato. La legge di organizzazione ecclesiastica del 1872 stabiliva che i vescovi ed i metropoliti fossero eletti dal Parlamento e scelti soltanto fra i Romei. Nel 1884 fu eretta la Facoltà di teologia presso l'Università di Bucarest. Il vescovato, fondato nel 1864 a Ismail, fu trasferito a Galat, nel 1878 in seguito alla cessione della Bessarabia meridionale alla Russia. Il «tomos» patriarcale del 25 apr. 1885 concedeva alla Chiesa romena l'autocefalia.

Dopo la prima guerra mondiale, la Transilvania — con le appendici ad ovest (parte del Banato, ecc.) e con il Maramureș al nord — la Bessarabia e la Bucovina vennero incorporate alla R. L'organizzazione dell'intera Chiesa «ortodossa» romena fu allora unificata sulla base dello Statuto di Saguna (1925). Furono eretti nuovi vescovati a Oradea, Cluj, Satu-Mare (con il titolo di Maramureș), Hotin, Costanța, Cetatea Albă, Timișoara, e un vescovato militare ad Alba Julia; il vescovato di R. Vâlcea fu promosso metropolia di Oltenia mentre la sede metropolitana di Bucarest diventò, nel 1925, patriarcato. Fu creata un'altra Facoltà di teologia a Chișinău (Bessarabia). A Cernauti in Bucovina ne esisteva una sin dai tempi del dominio austriaco. In Transilvania, oltre all'Accademia teologica di Sibiu, furono fondate altre tre ad Arad, Oradea e Cluj.

Cattolici. — Dopo la fondazione dei principi, si incontra un numero esiguo di cattolici nelle principali città della Valacchia: Argeș, Câmpulung, Târgoviște. Più numerosi sono invece nella Moldavia, dove la loro massa — formata dai «Cianăi», popolazione forse umana magiarizzata e poi romenizzata — vive anche in campagna, specie nei distretti di Roman e Bacău; al principio di questo secolo ce n'erano ca. 80 mila. In Transilvania l'elemento cattolico era rappresentato da Ungheresi, Szekler e Sassoni ivi abitanti. Quando la maggioranza di costoro passò al protestantesimo, il principale sostegno della Chiesa cattolica furono i «Suabi», coloni tedeschi dell'epoca austriaca.

La prima attività missionaria cattolica conosciuta nei principi è quella svolta dai predicatori domenicani dopo il 1222 per la conversione dei Cumani. Il vescovo Teodorico, istallato nel 1227 a Milcov, dipendeva direttamente da Roma. Con l'invasione mongolica del 1241 il vescovato sparì, e sussistò solo quale titolo onorifico per ca. tre secoli. Altrettanto effimeri furono i vescovati di Severin — dove si trova un vescovo nel 1246 e un altro nel 1380 — di Siret (1370), di Argeș (1381) e di Baia (1413). Quello di Bacău funzionò ca. due secoli, sebbene i suoi titolari risiedessero per lo più in Polonia. Anche ad Akkerman (Cetatea Albă) si parla di un vescovo cattolico sotto Stefano il Grande fino alla conquista della città da parte dei Turchi (1484). La cura dei fedeli l'avevano dal sec. XVII in poi il vescovo di Nicolini, in Bulgaria, i visitatori ed i prefetti apostolici.

Il 27 apr. 1883 Leone XIII fondò il vescovato di Iași, con Giuseppe Camilli, e quello di Bucarest, con il vescovo Paoli.

Nel 1700, la quasi totalità dei Romei di Transilvania con a capo il proprio vescovo Atanasio si unì con Roma, conservando il rito orientale. La residenza vescovale si trasferì nel 1721 da Alba Julia a Făgăraș, poi, sotto Innocenzo Micu (Klein), a Blaj (1737), la quale città con le sue scuole doveva essere un focolare di rinascita nazionale per tutti i Romei. Il 6 giugno 1777 Pio VI creò per gli uniti un nuovo vescovato a Oradea. Pio IX eresse il 26 nov. 1853 altri due vescovati, a Gherla e a Lugoj, e li sottomise, assieme a quello di Oradea, al vescovato di Blaj, elevato nella stessa data ad arcivescovo o metro-polia con il titolo di Alba Iulia e Făgăraș.

In seguito al Concordato del 10 maggio 1927 — ratificato nel 1929 — tra la R. e la S. Sede, Pio XI, con la bolla Solemni conventione del 5 giugno 1930, creò il vescovato di Maramureș — con residenza a Baia Mare — sottomesso alla stessa metropolia, mentre il vescovato di Gherla si trasferiva a Cluj, capitale civile della Transilvania. Con la stessa bolla venne organizzata la Chiesa di rito latino, col sottomettere all'arcivescovo di Bucarest le diocesi latine di Alba Julia, Timișoara, Satu-Mare e Iași; per gli Armeni uniti veniva nominato un amministratore apostolico residente a Gherla (o a Bucarest) e dipendente direttamente da Roma.

Per ciò che riguarda gli Ordini religiosi, mentre per i Latini se ne hanno molti del loro rito, gli Uniti hanno solo i Basiliani (dal 1747) con i monasteri di Bixad, Moisei (1933), Nicula (1936) e Prislop; le suore di S. Maria di Blaj (1921); un ramo orientale fra gli Assunzionisti (1923) ed i Gesuiti (1927).

La statistica del 1930 trovava in R.: «ortodossi: 13.067.000 (72,2%); uniti cattolici: 1.350.000 (7,3%); latini cattolici: 1.200.000 (6,5%); calvinisti: 717.000 (3,9%); luterani: 360.000 (2,2%); israeliti: 984.000 (5,5%); musulmani: 234.000 (1,6%).

All’avvento del regime comunista, gli uniti avevano 5 diocesi, 1834 sacerdoti, 2588 chiese, 9 Ordini e congregazioni religiose, 28 case con 424 religiosi, 34 istituti di educazione con 6152 alunni, 220 associazioni di congregazioni mariane con 24.600 aderenti, 20 periodici con 252.000 copie.

I latini: 5 diocesi, 1086 sacerdoti, 1220 chiese, 22 Ordini e congregazioni religiose, 158 case con 160 religiosi, 126 scuole e istituti di educazione con 31.606 alunni, 120 associazioni di congregazioni mariane con 6000 aderenti, 1 quotidiano con 35.000 copie e 23 periodici con 338.000 copie (Esposizione Vaticana 1950, sez. Attività cattolica).

Bibl.: I. Georgescu, Roumanie, Etat religieux, Parigi 1938; N. Iorga, Istoria bisericii romane, 2 voll., Bucarest 1935-42; Statistica con centri storici della gerarchia e dei fedeli di rito orientale, Città del Vaticano 1932, pp. 152-68; A. Perugini, Concordata vigentia, Roma 1934, p. 142 segg.; G. De Vries, Persecuzioni e vicende religiose nella R. d’oggi, in Civ. Catt., 1952, 111, pp. 20 segg., 130 segg.; Pio XII, Entitata apostolica all’episcopato, al clero e al popolo della R., AAS, 34 (1952), p. 259 segg.

Pere Vàlimàreanu

IV. CONDIZIONE GIURIDICA DELLA CHIESA

Il primo atto ufficiale del nuovo regime comunista contro la Chiesa, preceduto da tutta una campagna di diffamazione sistematica, è stata la denunzia unilaterale del Concordato del 1927 (senza il previo avviso di sei mesi all’altra parte, secondo il disposto dell’art. 23), decisa dal Consiglio dei ministri il 17 luglio 1948 e resa di pubblica ragione il 19 seguente.

Tolto di mezzo lo strumento giuridico che costituiva, per la sua stessa natura, un ostacolo troppo appariscente ai piani persecutori contro la Chiesa, fu facile al governo procedere all’attuazione dei medesimi. Il 4 ag. 1948 il Monitorul Oficial pubblicava il decreto sul «Regime generale dei culti religiosi», che diede un colpo di incalcolabile gravità alla libertà religiosa in genere, ed in particolare all’organizzazione della Chiesa cattolica nella R. Basti ricordare l’art. 22 che regola l’erezione ed il funzionamento delle diocesi, ridotte da dieci a quattro, gli artt. 40 e 41, che attentano alla universalità della Chiesa in R. ed alla sua dipendenza dal Romano Pontifice, gli artt. 44-45, relativi alla formazione del clero, sottoposto ad un controllo statale talmente esteso da una successiva decisione del Ministero dei culti, emessa in data 13 nov. dello stesso anno, che l’autorità ecclesiastica non ritenne opportuno chiedere il permesso per l’apertura dell’unico seminario teologico previsto dalla legge. Violenta e radicale è stata la lotta contro le scuole cattoliche. Nel 1947 il Ministero dell’educazione nazionale, con il decreto 117, cominciò a togliere ai vescovi il diritto di nominare i professori in dette scuole, procedendo esso stesso alla nomina di elementi moralmente inadatti e spesso appartenenti ad altro credo religioso. S’impose inoltre l’uso di manuali scolastici, nei quali si riscontrano affermazioni in contrasto con la fede e la morale cattolica, e si rese obbligatorio nelle scuole cattoliche l’insegnamento marxista. Infine l’art. 27 della nuova Costituzione sancì la soppressione totale delle scuole confessionali.

Qualche mese più tardi, tale legge fondamentale era integrata e specificata con il decreto 175, il cui art. 10 è stata biliare che l’insegnamento «è organizzato esclusivamente dallo Stato sulla base d’unità di struttura» ed ha «carattere laico». L’art. 35 ribadisce che tutte le scuole confessionali e private di ogni categoria diventano scuole di Stato». Un altro decreto del 3 ag. 1948 dichiarava proprietà dello Stato «tutti i beni mobili ed immobili che hanno appartenuto alle Chiese, alle congregazioni, alle comunità religiose, alle associazioni private, con o senza scopo lucrativo... e che hanno servito al funzionamento delle scuole d’insegnamento, passate allo Stato, in conformità dell’art. 35 della legge sull’insegnamento pubblico». Superfluo dire che nelle scuole statali l’insegnamento è improntato al più crudo materialismo, né può pensarsi che possa costituire un antidoto a tanto veleno l’insegnamento religioso della scuola statale. Già nel 1948 nelle scuole medie era ridotto a metà il tempo ad esso destinato, e nelle due ultime classi delle scuole di questo tipo come in tutte quelle delle scuole industriali, tecniche e professionali, esso era totalmente escluso. Né migliore sorte ha avuto la stampa cattolica. Tutte le pubblicazioni periodiche sono state soppresse.

Particolarmente dolorosa è stata la sorte della Chiesa cattolica di rito greco, ufficialmente soppressa dal regime nell’art. 1948, con l’aperto favore dei prelati della Chiesa dissidente. I greco-cattolici erano ca. 1.500.000 raggruppati in sei circoscrizioni ecclesiastiche. Nel sett. il governo deponeva tutti i vescovi greco-uniti, eccetto mons. Hossu di Cluj. Poi si cominciarono a raccogliere con la frode ed il terrore, prima presso i sacerdoti dopo presso i fedeli, le firme per il passaggio «spontaneo» all’ortodossia. Il 21 ott., 250° anniversario dell’unione dei greci con la Chiesa cattolica, ad Alba Julia, metropoli grecounita, si celebrò il ritorno del popolo alla Chiesa ortodossa. I sei vescovi greco-uniti, che avevano riuscito ad capitanare o di seguire il loro gregge sulla strada dello scisma, furono arrestati ed internati in attesa di processo. Furono trasferite subito ai dissidenti quattro cattedrali cattolici, e venne sequestrata tutta una serie di ospedali cattolici. Il 2 dic., infine, sul Monitorul Oficial, un decreto del presidio della Grande assemblea nazionale dichiarava cessate le diocesi, le comunità religiose e tutte le altre istituzioni della Chiesa greco-cattolica, e ne incamerava i beni, salvo quelli delle parrocchie, attribuiti, con altri da precisarsi, alla Chiesa ortodossa.

La situazione dei cattolici di rito latino si faceva intanto sempre più grave. Nello stesso mese di sett. 1948, in applicazione dell’art. 22 del decreto sul «Regime generale dei culti religiosi», che riduceva le diocesi ad una per ogni 750.000 ab., un decreto fissava due sole circoscrizioni ecclesiastiche per il milione ca. dei cattolici latini. Tre delle cinque diocesi furono, perciò, arbitralmente soppresse, ed i relativi vescovi depositi. Nel gen. successivo il Ministero dei culti faceva un passo per tentare di ottenere dalla gerarchia cattolica un riconoscimento, almeno implicito, del fatto compiuto, subordinando cioè il pagamento degli stipendi al clero, che ne aveva diritto, alla presentazione dei nomi dei sacerdoti ripartiti nei due soli centri diocesani riconosciuti. Episcopato e clero, di fronte a tale esigenza, che significava riconoscere formalmente la riduzione del numero delle diocesi, decisero di rinunziare provvisoriamente agli stipendi, e furono respinte le somme che il governo aveva inviate egualmente, nella speranza che il clero non avrebbe accolto la proposta dei vescovi. Il 10 maggio seguente il governo decise di privare dello stipendio i due vescovi ancora riconosciuti e 135 sacerdoti. Nel giugno successivo i due vescovi furono tratti in arresto, sicché tutta la gerarchia cattolica di entrambi i riti in meno di un anno era stata eliminata.

Né sono mancati da parte del governo tentativi di dar vita a un movimento scismatico, che dovrebbe accettare lo Statuto del culto cattolico, condizione necessaria perché, a norma dell’art. 14 del decreto del 4 ag. 1948, la Chiesa possa continuare ad esistere giuridicamente. Esso è stato preparato del governo, che lo ha redatto dopo aver respinto quello presentato dai vescovi, prima, e dopo la loro deposizione, dai vicari generali, e nel quale si era cercato di salvare le esigenze del diritto divino ed ecclesiastico.

L’autorità ecclesiastica, però, ha sempre rifiutato di accettarlo, perché ciò equivarrebbe a sancire tutte le leggi antieclesiastiche e l’ingerenza del governo negli affari della Chiesa.

A girare tale ostacolo dovrebbe servire il cosiddetto Comitato cattolico d’azione, composto di sacerdoti filocomunisti, scomunicati, e lo Status catholicus Transilvaniae. Sorto nel sec. XVIII – il primo riconoscimento ufficiale lo ebbe nel 1653 – lo Status non era altro che

una rappresentanza dei cattolici nelle Diete, senza alcuna autonomia di fronte all'autorità ecclesiastica, con la quale doveva procedere d'accordo e in subordinazione per la protezione degli interessi dei cattolici della sola regione transilvanica. Oggi lo si vuole ripristinare conferendogli diritti che non ha mai avuti, estendendone la competenza all'intera Repubblica, e farne uno strumento per accettare tutte le richieste del governo e, anzitutto, lo Statuto ed un vicario da esso esclusivamente dipendente. In altri termini, lo Statuto redivivo dovrebbe avere il compito di reggere la Chiesa cattolica di R. indipendentemente dalla S. Sede, secondo lo spirito della risoluzione approvata al Congresso dello Statuto stesso a Cluj il 15 marzo 1951.

L'ultimo nunzio apostolico, mons. Andrea Cassulo, veniva richiamato dalla S. Sede come persona non più grata al nuovo regime, e sostituito nel febbr. 1947 con mons. Geraldo O'Hara, vescovo di Savannah-Atlanta negli Stati Uniti, in qualità di reggente della nunziatura apostolica di Bucarest. Il 4 luglio 1950 il Ministero degli esteri comunicava al reggente che la presenza del rappresentante pontificio e dei suoi collaboratori non era più desiderabile nella R., e si avvertivano i medesimi di lasciare la R. nel termine di tre giorni. Pietro Palazzini

V. RITO ROMENO

È il rito bizantino secondo l'uso della Chiesa "ortodossa" e della Chiesa cattolica in Romania. Oggi si celebra in lingua romena moderna, più latinizzata dai cattolici, più slavizzata dai dissidenti; manifesta particolarità nel calendario, nella musica sacra, nell'ornamento delle chiese, e in alcuni, relativamente pochi, testi e uffici liturgici, p. es., la proscomidia.

Dopo l'erezione dei principati di Valacchia e di Moldavia nel sec. XIV, comincia a organizzarsi una nuova Chiesa, il cui rito rimase per lungo tempo specialmente vicino a quello di Halicz e di Kiev, con il quale ultimo ebbe molti contatti nel sec. XVII. La lingua era quella slava ecclesiastica, finché l'introduzione della lingua romena nei libri liturgici, fatta in Transilvania sotto influsso protestantico dal diacono Coresio (Vangelario, 1561; Liturgicon e Salterio, 1570; Apostolos, 1588), non arrivò progressivamente al suo pieno effetto nel sec. XVIII. Il crescere di una propria civiltà rendeva il distacco dallo slavo sempre più marcato e l'influsso greco al tempo dei Fanarioti non poté farla deviare dal suo corso naturale. Soltanto nel sec. XIX, per merito specialmente della Chiesa unita di Blaj, si sostituì alla scrittura cirillica l'alfabeto latino nei libri liturgici romeni.

Le edizioni di questi libri sono numerose tanto presso i cattolici quanto presso i dissidenti.

BIBL.: R. Bousquet, Le roman, langue liturgique, in Echos d'Orient, 4 (1900), pp. 30-35; J. Marcu, Teologia pastorale, II: Liturgica, Blaj 1906; V. Mitrofanovici-T. Tarnavschi-N. Cotlarciuc, Liturgica bisericei ortodosse cururi universitarie, Centauri 1929.

VI. LETTERATURA

Determinata dal folklore, da correnti orientali (bizantina, slava) e occidentali (italiana, polacca, francese), nella sua aspirazione ad esprimere l'humanitas morale (rom. omenie), i legami dell'uomo con la natura e le vicende nazionali, la letteratura romena, popolare sino al sec. XV, poi eminentemente ecclesiastica e storica e, dall'Ottocento, informata ai generi e alle tendenze occidentali, si caratterizza per un evidente orientamento verso il realismo. Ostacolata nel suo sviluppo dallo slavismo, essa fu richiamata a significato e originalità dai promotori del classicismo (Cantemir, Odobescu, Pârvan), dai critici (Rusu, Kogalniceanu, Maiorescu, Ibrăileanu, Lovinescu) e dagli storici e filologi (Maior, Hasdeu, Iorga, Densusianu). La pubblicazione degli Elementa linguae Daco-Romanae sive Valachicar (1780) di Micu e Sincai e della grammatica romena (1787) di Văcărescu delimita due epoche letterarie: una antica, dominata dalla situazione geografica e politica del paese, nella quale si adopera l'alfabeto cirillico e soltanto sporadicamente il latino; una moderna, energicamente orientata verso la spiritualità latina e la cultura d'Occidente, nella quale l'alfabeto latino, introdotto a poco a poco, diventa ufficialmente obbligatorio (1860).

Le ricerche storiche e filologiche han precisato anche un periodo delle origini. I quattro dialetti (daco-romeno, aromeo, megleno-romeo ed istro-romeo), rimasti senza reciproci contatti dopo la loro separazione avvenuta prima del 1000, offrono non solo rischi dati linguistici ma anche arcaici elementi letterari per la ricostruzione del passato.

A cominciare dalle leggi in versi che cantavano gli Agatrisi dell'antica Transilvania (Aristotele, Problema, IX, 28), dalle probabili tracce che l'esule Ovidio (Ex Ponto, IV, 13) avrebbe impresso in alcuni conti popolari, dalle chartae (Marziale, IX, 35) e dal fungo (Dione Cassio, LXVIII, 8, 14-17) su cui il re Decebalo inviava i suoi messaggi latini ai Romani, lo studio dell'eta dei primordi deve chiarire il significato e la storicità di quella soave lirica folklorica chiamata doina (di origine dacica, secondo Cantemir e Hasdeu), lo sviluppo dei complessi sentimenti specifici dor (nostalgia, malinconia, desiderio, gioia; derivato dal lat. dolere) e urit (tedio, vuoto spirituale, angoscia; dal lat. horrescere), infine il valore delle iscrizioni latine e l'importanza degli scrittori della Dacia, Mesia Superiore e Inferiore e Pannonia per la cultura romena. S. Niceta, vescovo di Remesiana (365-420), insegna ai Daci e ai Bessi a laudare Christum corde Romano (s. Paolino da Nola), e nei suoi scritti mostra di tener conto del fattore estetico nell'educazione quando afferma che il canto penetrat animum, dum delectat. Significativa è l'origine latina della terminologia letteraria folklorica: viens o ghiers (melodia), cântec bătrân o bătrânesc (canto antico, avito), descântec (scongiuro), colindă o cârind (lauda di Natale), bocet (canto funebre), ecc. Il poemetto, noto sotto il nome di Miorita (L'agnellina), che ha rispondenze in aromeo (secondo Obodescu e Caracostea), canto dell'amor fati et artis, di una mesta rassegnata liricità, richiama i misteri antichi. Casualmente soltanto, Teofane Confessore del sec. VII dâ, per l'anno 587, la prima glossa romena: τόξαν, τόξαν, φράξις (torna nell'accezione locale, ancor viva, di «rovesciare»). Nonostante la pressione slava, la coscienza dell'origine romana permane nel popolo, devoto nel primo millennio all'imperatore bizantino o franco, e tenace nella sua legge e tradizione (lex romana, ius valachicum – legea româneasca). L'attestazione quattrocentesca, tuttora inedita, di Pietro Ranzano, è decisiva: Valacchi igitur se Italorum esse posteros affirmant. I transilvani Corvin (Huniae), che derivano il loro nome da Corvinus, accentuano il sentimento dell'origine che, tramite lo storico e poeta umanista Nicolaus Olahus (1493-1568), più tardi per opera di Grigore Ureche, Miron Costin – storici del Rinascimento – e degli illuministi Costantin Cantacuzino e Cantemir, e per mezzo della Scuola transilvana porta al Risorgimento moderno.

Età antica. – Si inizia con le traduzioni (gli Atti degli Apostoli ed i Salmi) del 400, conservate in copie del 500, ed è caratterizzata da un forte influsso slavo, «ortodoso», in conflitto con l'umanesimo venuto dall'Italia e dalla Polonia (cattolicesimo) o dalla Boemia (sussitismo). Al 1521 risale la prima lettera privata (l'epistola di Nacăşu). Gli inizi dell'attività tipografica presentano un interessante aspetto. Mentre i principi pubblicano i primi libri slavi (1508, 1510, 1512, 1545, 1547), i riformati della Transilvania stampano in romeno un catechismo luterano (1544, 1559), ed il diacono Coresi, parallelamente all'attività tipografica slava, rifà, per la propaganda luterana, secondo la parlata in uso tra Târgovişte e Braşov, le traduzioni religiose in circolazione e stampa a Braşov dieci libri in romeno (1557-83). Si pongono così le basi della lingua letteraria. Sono andati perduti gli annali scritti in romeno e si conservano quelli in slavo; come pure le Norme politiche di Neagoe Basarab (1512-21), iniziatore della cattedrale «Curtea» di Argeş (1517). È di quell'epoca il tragico poemetto popolare

Mesterul Manole (Mastro Manole), compilato su diversi spunti orali, che narra fantasticamente la costruzione della cattedrale di Neagoe e come proprio la moglie del capomastro venga fatalmente murata viva: simbolo del sacrificio umano per qualunque opera perfetta. Una rinascita latina tentano Despo Vodă (1561-63) e Petru Cercel (1583-85), quest'ultimo anche poeta in italiano (Unno a Dio), che vagheggiano di ricostituire l'antica Dacia, sogno realizzato per breve tempo da Michele il Bravo (1593-1601). Il Rinascimento, conseguenza di questo ideale e di questo momento culturale, è promosso dai voci di Vasile Lupu (1634-53) e Matei Basarab (1632-54). Il metropolita moldavo Varlaam Iotta contro il calvinismo (1645) e, nelle sue prediche (Carte românească de învățătură, 1643), contribuisce allo sviluppo letterario, mentre il metropolita transilvano Simion Stefan, nella prefazione al suo Noul Testament (1648), sostiene l'opportunità di preferire nel linguaggio scritto i vocaboli di uso generale e non soltanto regionale. A Govora (1640), Iași (1646) e Târgoviște (1652) si stampano codici di leggi tradotti dal greco e dall'italiano. Gli statisti Grigore Ureche (1590-1647) e Miron Costin (1633-91), più che cronisti, come essi modestamente si definiscono, sono autentici storici e memorialisti, formati nelle scuole gesuitiche della Polonia, che affermano con vigore la latinità del popolo romeno. Il metropolita Dosoftei (1624-93), mentre Iotta per l'introduzione della messa in romeno, con Psaltirea in versuri (1673) e Viața și petrecerea sfinților (1682-86) arricchisce sensibilmente la letteratura. Con le odi classicheggianti di Mihail Halici (1674), i canti amorosi di Nicola Petrova di Petrova e del sassone Valentin Franck von Franckenstein e il poemetto Viața lumii (La vita del mondo) di Costin, parallelamente ai canti religiosi calvinisti della Transilvania, i salmi dosofteiani palenano l'esigenza di una forma eletta e aderente al pittoresco locale. Il gesuita Gavril Ivol (1619-78) compone scritti filosofici in latino. Del francescano Ioan Kajoni Valachus de Kis-Kajon, che scrive in latino e magiaro, ci è rimasto il Codex Kájonii contenente anche versi romeni, tra cui Cântecul voivodesei Lupul (Il canto sulla principessa L.). A Roma nel 1677 appare, in caratteri latini, il catechismo cattolico tradotto in romeno dal vescovo Vito Piluzio. Il pereruditus moldavo Nicolae Milescu (1637-1708), traduttore del Vecchio Testamento, difende in latino i dogmi della Chiesa cattolica contro i calvinisti (1669) e narra il suo viaggio in Cina quale ambasciatore dello zar. La Bibbia di Şerban (1688) impone il romeno nella liturgia e completa l'unità della lingua letteraria. Nel tempo di Brâncoveanu (1688-1714), fautore dello stile architettonico che ne porta il nome, risorge l'Accademia fondata a Bucarest nel 1679 da Şerban, con insegnamento in greco e latino. Si accentuano le relazioni con l'Italia e si sente sempre più la necessità di affermare concretamente la coscienza ad un tempo romana e romena. Con Dimitrie Cantemir e Constantin Cantacuzino si apre l'epoca del primo illuminismo. Nel '60o, Miron Costin differenziava i concetti di realtà storica e fantasia; nel '70o, il razionalismo vuole dare coscienza alla realtà e realtà alla coscienza. Non basta sentirsi romani: bisogna comportarsi romanamente; non basta chiamarsi cristiani: occorre agire da cristiani e lottare solidalmente contro i pagani. Così si spiega come la politica di Brâncoveanu e Cantemir abbandoni gli Ottomani e si schierati dalla parte dell'Austria e della Russia e come la Chiesa transilvana si unisca a quella cattolica (1700) in nome della madre Roma. Dimitrie Cantemir (1674-1723), viviendo nella Moldavia (1710-11), poliglotta e poligrafo, osserva, anticipando in certo modo il Vico, che tutte le cose hanno una crescita (incrementum) e una decrescita (decrementum) predestinate da un ritmo universale, e che l'uomo, fatto a somiglianza di Dio, è creatore del suo mondo civile (culto, istituzioni, arte). La distinzione tra i fatti naturali (creazione di Dio) e quelli etici (opera umana), preconizzata già in Divanul sau gâlceava înțeleptului cu lumea (Il tribunale o la disputa del savio con il mondo, Iași 1698) – vero catechismo dell'illuminismo romeno – viene poi sviluppata in Istoria ieroglifică (ms. 1703), complesso memoriale trasfigurato, e nell'opera metafisica Sacro-

Kogălniceanu (1817-91): storico e novellista, uomo di Stato difensore dei contadini, raggruppa intorno alle sue riviste *Dacia literara* (1840) e *Propăşirea* (1844) i più insigni scrittori del tempo: Grigore Alexandrescu (1812-1885), favolista elegiaco, satirico, meditativo, di profonde intuizioni e musicali invenzioni espressive; lo storico Nicolae Bălcescu (1819-52), studioso di istituzioni sociali e biografo, lottatore per la libertà e l'unità nazionale, fervente condottiero della Rivoluzione muntena del 1848, evocatore delle gesta di Michele il Bravo; Costache Negruzzi (1806-68), creatore della moderna novella storica e sociale; Alceu Rusu (1817-59); primo critico moderno che valuta le bellezze liriche popolari e richiama l'attenzione dei latinisti sulle realtà del paese, la contemporaneità e il buon senso, opponendo alle loro astrazioni la viva arte popolare in cui trova un nascosto classicismo dacico; Vasile Alecsandri (1821-90), lirico dell'amore e della natura, bardo civile e nazionale, prosa e arguto, commediografo leggero e poeta drammatico, esperto nel trovare la parola adatta, la locuzione ed il giusto accordo sintattico, accanto alla propria creazione, eleva monumentale la sua collezione di *Poezii populare ale Românilor* (1852, 1866), compiuta con vigilato spirito estetico, sebbene vi abbia introdotto elementi ed elaborazioni personali; Ion Ghica (1816-97): statista ed economista convinto che attraverso la scienza e l'organizzazione può progredire la patria, è un memorialista incisivo ed evocatore. Personalità complesse sono le tre guide spirituali dell'Ottocento: l'archeologo e classicista Alexandru Odobescu (1834-95), il filologo Bogdan Petriceicu-Hasdeu (1836-1907) ed il critico e filosofo Titu Maiorescu (1840-1917). Odobescu riprende le idee di Cantemir e Rusu e, spiegando il classicismo etnico fondato sulla disciplina, attivita romana e sulla spirale dacica delle antiche terrecotte, sopravvive nelle decorativa rustica, postula un'originale creazione artistica aulica, sintesi di folklore e classicismo. Stilista di ampio respiro, Odobescu dà l'ultimo colpo alle esagerazioni glottologiche latinate annidate nell'Accademia Romena fondata nel 1867. Hasdeu, linguista, storico, novellista, drammaturgo, poeta, nota, nei fatti naturali ed umani, la legge che li muove, lo spirito che li vivifica, e rileva così una ignorata romanità ed umanità negli atti da altri giudicati barbari. Maiorescu si erge contro la produzione senza valore, contro la retorica vuota e l'ubrificatura di parole, promuovendo l'ideale dell'arte per l'arte, sotto la cui divisa fonda la società letteraria *Fumimea* (La giovinezza), con la rivista *Convorbiri literare* (1867-1944). Nell'atmosfera da loro creata sorge l'epoca aurea della letteratura romena, con Mihai Eminescu (1850-89), Ion Creangă (1835-1889), Ion L. Caragiale (1852-1912), membri della *Fumimea* e collaboratori di *Convorbiri literare*; introduce nella sua poesia pessimistica una visione drammatica e, nello stesso tempo, di religiosa contemplazione. In urto con l'instabile mondo cittadino, Creangă si rivolge a quello contadino della sua fanciullezza e vi scopre inesauribili energie morali ed estetiche, ricordi che fa oggetto della sua contemplazione. L'infanzia assume un decisivo significato per la formazione dell'uomo maturo, s'identifica con il villaggio e questo diventa l'espressione dell'origine-nariva vita romena. Il narratore non raccoglie, ma sceglie dati e momenti particolari della vita rustica nella loro genuina espressione purificata dal sovraccarico e dal regionale, condensati nelle locuzioni, molti proverbi strutture pietrificate, che formano la concisione e la classicità della sua arte. Il commediografo Caragiale riduce all'essenziale e potenzia al massimo le agitazioni di una incosciente borghesia in formazione, entrata in ridicolo contrasto con le istituzioni democratiche moderne. Gesti, parlata, istituti, ambienti sgorgano pittorescamente dai fatti e dal linguaggio dei suoi corposi eroi che perfino nel nome, come nelle memorie di Ghica, sventolano la bandiera del proprio destino: cittadini amanti della patria e del progresso, spinti però dall'ignoranza e da meschini interessi ad entusiasmarsi di forme vuote e di astrazioni, urtano goffamente contro la realtà. Il poeta e romanziere neoclassico Duiliu Zamfirescu (1858-1917) e il novellista rusticano Ion Slavici (1848-1925) accentuano le tinte realistiche sulla linea dei tre grandi creatori. L'epico ed idillico George Coşbuc (1866-1918) intuisce nello spirito etnico particolarità ed espressioni degne del classicismo antico. Insieme al poeta Alexandru Vlahuţă (1858-1919), nel 1901 egli fonda la rivista *Semănătorul* (Il seminatore) con cui inaugura un nuovo orientamento letterario, richiamando gli scrittori alla conoscenza della lingua e della tradizione rustica, allo spirito etnico e alla storia nazionale, direttiva dinamizzata dal critico Ilarie Chendi (1872-1913) e specialmente da Nicolae Iorga (1871-1940), umanista poligrafo e poliglotta, che postula la condanna delle mode estetiche di conio parigino e l'ispirazione alle contingenze etniche. La rivista *Viatra Românească* (La vita romena, 1906), diretta dal critico Garabet Ibrăileanu (1871-1936), accentua il principio del carattere nazionale e della selezione estetico-storica, costituendo la corrente popolarista. Espressioni di tali contingenze sono Octavian Goga (1881-1938), poeta delle sofferenze e delle energie contadine, dell'oppressione magiara e della prima guerra mondiale; Stefan O. Iosif (1875-1913), lirico patriarcale; il meditativo poeta Panait Cerna (1881-1913); Ion Alexandru Bratescu-Voinesti (1868-1946), conciso ed umanissimo novellista, psicologo di un delicato mondo borghese e della gente solitaria; Mihail Sadoveanu (n. nel 1886), novellista e romanziere dell'atavismo e delle elementari forze umane, cantore della natura. In antagonismo con il seminatorismo e il popolarismo, si manifesta la corrente urbanistica, modernista, informata al parnassianesimo e al simbolismo, capeggiata dall'acre poeta Alexandru Maedonski (1854-1920) e promossa dalla critica di Ovid Densuianu (1873-1938), glottologo e storico letterario, studioso di folklore, e dal critico impressionista e classicheggiante Eugen Lovinescu (1881-1943), con poeti quali i decadenti Stefan Petică (1877-1904) e Mihail Săulescu (1888-1926), l'elegante Dimitrie Anghel (1872-1914), l'erotico Ion Minulescu (1881-1944), il malinconico Gheorghe Bacovia (n. nel 1881), il cattolico Ion Raşcu (n. nel 1890), delicato poeta e sensibile critico. Nel ventennio dell'integrità nazionale e spirituale (1918-1940) – tra l'antagonismo della rivista modernista *Sbu-rătorul* (L'elfo, 1919) di Lovinescu, il popolarismo di Ibrăileanu, lo storicismo di Iorga, il tradizionalismo bizantinenggiante del pensierismo (promosso dalla rivista *Gândirea*, Il pensiero, 1921-44) di Nichifor Crainic (n. nel 1889) e Lucian Blaga (n. nel 1895) – si mette sempre più l'accento sull'umanismo etnico e sull'umanesimo, sulla stilistica popolare (Ibrăileanu, Leca Morariu) e sul classicismo (Stefan Bezdechi, Gheorghe Murnu, Nicolae Herescu, Dan Botta), interpretati nel senso cantemiriano e odobesciano dall'archeologo Vasile Pârvan (1882-1927). È un'epoca di folta efflorescenza letteraria: si impongono, anche all'attenzione mondiale, lirici quali il pluralista visionario Tudor Arghezi (n. nel 1880), il bucolico Ion Pillat (1891-1945), Aron Cotruş (n. nel 1891) poeta della sovranità operaia. Il mistico poeta saggista e drammaturgo Lucian Blaga, l'ermetico Ion Barbu (n. nel 1895), i narratori Liviu Rebreanu (1885-1944), Sadoveanu, Matei Caragiale (1885-1936), Gib Mihăescu (1894-1936), Cezar Petrescu (n. nel 1892), Ionel Teodoreanu (n. nel 1897), il commediografo George Ciprian, gli umoristi George Topîrceanu (1890-1937) e George Brăescu. Dal 1933 al 1948, tutte le varie correnti trovano un terreno d'intesa nella *Revista Fundațiilor Regale*. Dal 1940 e soprattutto dal 1944, quando l'oppressione sovietica impone principi tendenziosi ed estranei allo spirito nazionale (accettati da Sadoveanu, Beniuc, Camil Petrescu, Toma, ecc.), va spiegandosi una letteratura che trova profondi ed originali accenti nell'animo degli scrittori clandestini o esiliati (M. Eliade, B. Munteanu, N. Herescu, Al. Busuiocanu, P. Ciureanu, Al. Gregorian, Vintilă Horia, Caranică, Rossigno-Menchinelli, Const. Virgil-Gheorghiu, Posteuca, Stamatu, Baciu), tra cui domina la figura di Aron Cotruş, poeta anche in lingua spagnola.

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BIBL.:** repertori bibliografici: I. Bianu - N. Hodoş, *Bibliografia românească* (n. nel 1913), Bucarest 1903-12 (suppl. di. I. Bianu - D. Simonescu, 1913); Gh. Adamescu, *Contribuţiune la bibli. românească*, I-III, 1913-18, per i manoscritti: I. Bianu - R. Caracă, *Catalogul manuscripţilor româneşti*, I e II.
ivi 1907, 1913 (il III vol. a cura di J. Bianu - G. Nicolaissa, Craiova 1931); per le riviste: W. Hodos e Al. Sadi Ionescu, Publicaţiunile periodice româneşti, Bucarest 1913. Storie letterarie: N. Iorga, Istoria literaturii româneşti, Bucarest 1902, 2a ed., 2 voll., ivi 1925, 1935); id., Ist. lit. rom. în veacul al XIX-lea, 3 voll., Valenii-de-Munte 1907-1909; O. Denessianu, Literatura română modernă, 3 voll., Sibiu 1920-1933; G. Bogdan-Duică, Ist. lit. rom. mod., Cluj 1923; N. Cartojan, Breve storia della lettere, romena, Roma 1926; S. Puşcaru, Ist. lit. rom.: Epoca veche, Sibiu 1930; N. Iorga, Ist. lit. rom. contemporane, 2 voll., Bucarest 1934; E. Lovinescu, Ist. lit. rom. contemporane, 3 voll., ivi 1937; N. Cartojan, Ist. lit. rom. vechi, 3 voll., ivi 1940-45; id., Cărţile populare în literatura românească, 2 voll., ivi 1929-38; B. Munteanu, Littérature roumaine, Parigi 1938, trad. it., Bai 1947; D. Murăraşu, Ist. lit. rom., Bucarest 1940, 4a ed., ivi 1946; R. 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Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2009; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2010; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2011; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2012; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2013; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2014; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2015; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2016; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2017; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2018; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2019; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2020; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2021; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2022; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2023; V. I. 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Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2159; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2160; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2161; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2162; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2163; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2164; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2165; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2166; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2167; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2168; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2169; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2170; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2171; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2172; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2173; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2174; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2175; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2176; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2177; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2178; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2179; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2180; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2181; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2182; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2183; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2184; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2185; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2186; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 2187; V. I. Văcărescu, La poesia române contemporană, în Paris 218

senza alcun riguardo alla loro situazione economica e sociale. Ed è anche concessa la massima facilità a passare da un tipo di scuola all'altro; nonché assidua assistenza e larga previdenza per gli alunni poveri, lavoratori e figli di lavoratori. La realizzazione di questi programmi in- contra nella realtà quotidiana numerosi ostacoli.

Quanto ai vari tipi di liceo che seguono al ginnasio unico (teorico, amministrativo, tecnico, agrario, commer- ciale) gli alunni devono possibilmente essere orientati verso i tipi di indirizzo tecnico specializzato, per poter entro breve tempo formare i quadri del personale che dovrà promuovere l'industrializzazione del paese, soprat- tutto nel settore agricolo. Il tipo di liceo teorico, invece, fu abolito, perché «serve piuttosto agli sfruttatori e alla borghesia». Per questo la scuola deve mantenersi aderente alla vita quanto più è possibile, massime alla vita del lavoro. Donde il contatto degli alunni con le officine, le aziende agrari, i cantieri e il lavoro manuale obbligatorio. Somma importanza è data anche all'educazione fisica e civile. Ai licei fanno seguito due categorie di istituti: a) uni- versità e politecnici, della durata di 4-6 anni, che hanno il compito di preparare i quadri per il corpo didattico dell'insegnamento medio e specialmente i quadri supe- riori degli specialisti e ricercatori nei differenti rami della scienza, per l'insegnamento superiore. Il numero degli alunni è fissato anno per anno dal Consiglio dei ministri, secondo il criterio della necessità; b) istituti d'istruzione superiore, della durata di 3-4 anni, con il compito di ciecae i quadri superiori degli specialisti destinati alla produzione (ingegneri, agronomi, ecc.) o dei professori per l'insegnamento medio.

In grandi linee, l'ordinamento scolastico romeno odierno riproduce gli aspetti della scuola sovietica. Avver- sione alla tradizione classica; interpretazione della storia, della filosofia, della letteratura, della storia dell'arte se- condo i dettami del materialismo storico; tendenza a voler allacciare l'insegnamento con la «vita», il che si risolve spesso con la ricerca affannosa di immediati risultati pra- tici e con l'inserirsi, nei vari rami della cultura, dei pro- blemi del giorno. - Vedi tavv. LXXVII-LXXVIII.

Bun.: per il ginnasio unico in R. V. il decreto legge 1945, in Boll. di legislazione scolastica comparata, 5 (1947), pp. 202-15; per la riforma dell'insegnamento pubblico e la legge del 1948, ibid., 7 (1949), pp. 57-61.