ROMANIA

ROMANIA. - È il più meridionale degli Stati danubiano-carpatici, ed il più orientale fra i neolatini; chiuso fra Ungheresi e Slavi, al limite verso il mondo balcanico e quello russo. La guerra del 1915-1918 lo raddoppiò in confronto al 1914 (295.000 kmq.), quella del 1939-45 lo ridusse a 238.000 kmq., mutilandolo della Bessarabia, della Bucovina settentrionale (cedute all'U.R.S.S.) e della Dobrugia meridionale (ceduta alla Bulgaria). Dal dic. 1947, poi, la R., divenuta una « Repubblica popolare », entrava nell'orbita del comunismo sovietico.

I. GEOGRAFIA

Il territorio della R. ha forma quasi circolare, delimitato per largo tratto da fiumi (Danubio e Prut) e per il resto da confini convenzionali, che fra Banato e Maramures lo dividono da Jugoslavia e Ungheria. Il paesaggio è vario, alternando più (Valacchia) o meno (Banato) estese pianure con zone collinari (Transilvania, Moldavia) e montane (Carpazi, Alpi Transilvaniche); unico sbocco

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ROMANIA - 1) Confine di Stato attuale; 2) confine di Stato 1939; 3) confine di circoscrizione ecclesiastica di rito latino; 4) confine di circoscrizione ecclesiastica di rito rumeno; 5) ferrovie.
del pur ampio territorio è il breve litorale sul Mar Nero a S. della foce del Danubio. Sebbene paese prevalentemente agricolo - oltre 2/3 della popolazione vive del lavoro dei campi, che assicura, fra l'altro, un'eccedenza cospicua di cereali (frumento) per le esportazioni - la R. ha mirato a irrobustire la propria economia sfruttando le copiose risorse minerarie di cui dispone, suscettibili di imprimere un decisivo impulso al suo sviluppo industriale. Più che i combustibili fossili (ligniti) ed il minerale di ferro (Banato, Transilvania), le han giovato i giacimenti petroliferi di cui son ricchi i Carpazi e le Alpi Transilvaniche, i maggiori d'Europa, che, insieme con l'abbondanza del metano, le hanno garantito larga disponibilità di forza motrice e favorevole sviluppo di scambi. L'industria registra negli ultimi anni progressi in molti rami, soprattutto nei tessuti, nelle meccaniche, nelle molitorie, e in quella della carta.

La popolazione, oggi abbastanza omogenea (80% di Romeni, con minoranze di Ungheresi, Tedeschi ed Ebrei), è assai variamente distribuita (densità minime in Dobrugia, massime in Valacchia). Delle città, molte delle quali conservano carattere rurale, meno una diecina toccano o superano i 100 mila ab. (Claudiopoli, o Cluj, Iași, Timișoara, Ploești, Brăila, Galați, Gran Varadino od Oradea Mare), mentre più di un milione ne conta ormai București (Bucarest), la capitale.

BIBL.: R. Riccardi, La R., Roma 1924; S. Mehedinți, Le pays et le peuple romain, Bucarest 1929; V. Mihăilescu, R., geografie fizică, ivi 1936; M. Ruffini, La R., Milano 1939; C. Kormos, R., Cambridge 1944. Giuseppe Caraci

II. STORIA CIVILE

Il territorio dell'odierna R.,

in particolare la Transilvania, costituì nel sec. 1 a. C. il centro del Regno di Buerebista, che era riuscito ad unificare le diverse tribù e genti dacie sotto il suo scettro. Alla morte di questo sovrano, avvenuta attorno alla metà del secolo, la formazione statale si sfasciò, ma nel corso del sec. 1 d. C. Decebalo riuscì nuovamente a costituire in Dacia, a nord del Danubio, un potente Stato, che diede ai Romani molto filo da torcere

Ai tempi dell'imperatore Domiziano, Roma, pur di evitare le scorrerie dei Daci nei territori da essa occupati, si obbligò al pagamento di un tributo annuo, tributo che in seguito fu sdegnosamente rifiutato da Traiano. Costui anzi, nel 101 d. C., iniziò una guerra contro Decebalo, attraversò il Danubio, costrinse il Re alla pace e ridusse praticamente la Dacia ad un protettorato romano. Quattro anni dopo, Decebalo, desideroso di sottrarsi al giogo romano, si ribellò, ma la sua tentata defezione fu sanguinosamente repressa ed egli stesso, fatto prigioniero, si suicidò, preferendo la morte alla prospettiva di essere oggetto di dileggio a Roma, durante il trionfo imperiale. La Dacia, ridotta a provincia dell'Impero, divenne un importante bastione militare per la difesa delle posizioni romane nei Balcani e fu intensamente colonizzata. Di fronte alla pressione delle popolazioni barbariche Aureliano decise tuttavia nel 271 Dacia (v.), i cui abitanti, in buona parte, si trasferirono a sud del Danubio, probabilmente in regioni dell'odierna Serbia. Da allora fino al sec. XIII, allorché i documenti storici parlano dell'esistenza di una popolazione

« valacca » o romena, si hanno solo scarse notizie sulla continuità etnica e sulle vicende dei Daco-Romeni. La mancanza di fonti e di dati validi per la ricostruzione della storia romena in quel periodo ha favorito interpretazioni disparate, non sempre caratterizzate da una rigorosa serietà scientifica, ma tendenti piuttosto a costituire pezze d'appoggio giuridico-storiche alle velleità politiche di singoli nazionalismi. La polemica romena-magiara per la Transilvania ha condotto appunto alla formulazione di due ipotesi, diametralmente opposte, per risolvere l'enigma della continuità storica o meno dei Daco-Romeni durante l'alto medioevo. Gli storici romeni, che considerano la Transilvania la culla della loro gente, sostengono infatti di discendere direttamente dai Daco-Romani, poiché il trapiantamento a sud del Danubio ai tempi di Aureliano sarebbe stato, secondo questi studiosi, solamente parziale e non totale, e molti coloni, rifugiatisi nelle valli dei Carpazi, durante le invasioni di Goti, Avari, Bulgari ed altre genti, avrebbero garantito la continuità etnica daco-romena fino al sec. xiii, allorché essi stessi ridiscesero nelle pianure ed assunsero il nome di Valacchi; gli storici ungheresi invece replicano che l'abbandono della Dacia transdanubiana fu totale, che la stessa romanizzazione della provincia fu irrilevante, che la colonizzazione era stata affidata in massima parte ad elementi non italici, e che la persistenza di molti termini slavi nell'attuale lingua romena dimostrerebbe che i Romeni dovrebbero discendere dai Romeni balcanici della Dacia cisdanubiana, giunti in Transilvania nel basso medioevo. Queste, in succinto, le rispettive posizioni degli storici romeni e magiari, gli uni e gli altri guidati nelle loro ricostruzioni dalla volontà di affermare il diritto del proprio paese al possesso della Transilvania: i Romeni attraverso la dimostrazione di una supposta continuità etnico-storica della loro nazione fin dai tempi di Roma imperiale; gli Ungheresi, mediante le prove di una assai tarda immigrazione degli antenati degli odierni Romeni, posteriore all'occupazione del paese da parte dei Magiari.

Le prime notizie storiche sui voivodati di Valacchia e di Moldavia, costituitisi al di là dei Carpazi dietro iniziativa di nobili romeni, desiderosi di sottrarsi alla sovranità dei re d'Ungheria ed alla conversione alla fede cattolica (i Romeni erano « ortodossi »), fissano la genesi del principato di Valacchia al sec. xiii e di quello di Moldavia intorno alla metà del xiv, quando Bogdan, rivoltatosi contro Luigi il grande d'Angiò, re d'Ungheria, attraversati i Carpazi, fondò appunto nella pianura della Moldava il nuovo principato indipendente. Le vicende dei due voivodati sono in seguito strettamente legate a quelle degli Stati vicini: dell'Ungheria, della Polonia e della Turchia. La Valacchia, dapprima in rapporto di vassallaggio verso la corona di S. Stefano, in un solo secolo, il xiv, si trovò sottoposta, alternativamente, ora alla sovranità di uno, ora di un altro dei suddetti tre Stati. Nel sec. xv vi divenne quindi preponderante la sovranità turca, che vi si affermò in modo chiaro ed esplicito dopo la battaglia di Mohács del 1526. La Moldavia, nello stesso periodo, riconobbe invece l'alta sovranità polacca, ma anch'essa fu costretta, dopo Mohács, al pagamento di un tributo annuale al sultano, che nella seconda metà del sec. xvi rafforzò anche in questo voivodato sensibilmente il proprio dominio. Verso la fine del sec. xvi l'elezione a voivoda di Valacchia di Michele il Bravo nel 1593 segnò per alcuni anni una schiarita sullo sfondo della lunga notte della dominazione turca. Questo principe, guidato forse nei suoi complessi disegni politici più dall'ambizione che da un vivo sentimento di indignazione verso le spoliazioni operate dagli esattori fiscali del sultano, dopo essersi accordato con il voivoda di Moldavia, dietro un segnale convenuto, fece massacrare tutti i Turchi, residenti nei due principi. Occunò quindi la Dobruglia e per fronteggiare con successo i tentativi ottomani di riconquista riconobbe l'alta sovranità di Sigismondo Báthory, principe di Transilvania.

In seguito riuscì egli stesso ad ottenere il titolo di principe di Transilvania e conquistò anche la Moldavia. La sua improvvisa fortuna politica mise tuttavia in allarme il generale asburgico Basta, che il 19 ag. 1601

lo fece uccidere. La scomparsa di Michele il Bravo, che per primo aveva costituito in unità territoriale le regioni (Transilvania, Valacchia, Moldavia, Dobruglia, Bucovina e Bessarabia, queste due ultime allora parte integrante della Moldavia) della R. segnò l'inizio del periodo più triste del dominio ottomano. Fino ad allora i principi avevano infatti goduto di una certa, sebbene assai vaga, indipendenza interna, garantita dall'elezione di principi autoctoni. Dal sec. xvii in poi i voivodi divennero supini strumenti dei sultani, che li nominavano e destituivano a loro beneplacito. Costretti, pur di conservare la loro carica, a mantenere relazioni con influenti cortigiani di Costantinopoli, i quali si facevano pagare ad assai caro prezzo la loro benevolenza e le loro intercessioni presso la corte ottomana, i voivodi, per far fronte ai loro impegni finanziari verso costoro, introdussero nei principi un fiscalismo sempre più gravoso. Qualsiasi tentativo di politica indipendente era ormai a priori reso impossibile. Tuttavia tanto in Moldavia quanto in Valacchia la dignità principesca continuò ad essere ricoperta da nobili indigeni. Dalla seconda metà del sec. xvii crebbe però sempre più l'influenza greca ed un poco alla volta i voivodati stessi divennero appannaggio del maggiore offerente. Così ex consiglieri diplomatici ed interpreti greci dei sultani, agli inizi del sec. xviii, si insediarono stabilmente nei due principi: i Moldavi ed i Valacchi non ebbero neppure più la magra consolazione di essere sfruttati da voivodi autoctoni. Questo cosiddetto periodo dei Fanarioti (da Phanir = quartiere diplomatico di Costantinopoli) si protrasse fino al 1821. In Valacchia 23 ed in Moldavia 24 principi si succedettero l'uno dopo l'altro; qualcuno governò a varie riprese e passò con disinvolta indifferenza ad amministrare or l'uno or l'altro voivodato. Non mancarono tra di essi anche uomini di valore, colti ed intelligenti, ma nulla poterono contro l'onnipotenza dei sultani. Il regime fanariota cessò appena nel 1822, quando i Turchi, in seguito all'atteggiamento assunto dai voivodi a favore del movimento filenico di Alessandro Ypsilanti, si decisero a conferire nuovamente il governo dei due principi a voivodi autoctoni. Intanto in Transilvania, sotto l'influsso del risveglio nazionale ungherese e tedesco, anche i Romeni avevano cominciato nel corso del sec. xviii ad acquistare coscienza della loro individualità nazionale e nel 1791 si erano rivolti alla Dieta regionale, perché, accanto a quelle magiari e sassone, fosse riconosciuta pure ad essi la qualifica di « nazione ». Questa richiesta, esposta nel Supplex libellus Valacherum, non fu tuttavia esaudita. Nel 1829, con la Pace di Adrianopoli, i due principi, pur continuando ad essere tributari del sultano, furono sottoposti al protettorato russo, rimasto in vigore fino al 1856. In quest'ultimo anno il Trattato di Parigi sostituì al protettorato russo una garanzia collettiva delle grandi potenze europee, una commissione delle quali residente a Bucarest procedette alla revisione delle leggi in vigore nei due princip

i. Dietro il voto delle assemblee dei due voivodati, costituite in virtù del Trattato di Parigi, Alessandro Cuza fu eletto nel genn

febbr. 1859 principe di Moldavia e di Valacchia. Così l'unione dei due voivodati, riconosciuta nel 1861 dalle grandi potenze, fu un fatto compiuto. Cuza rimase al potere fino al 1866, quando dovette abdicare in seguito ad una congiura. La sua politica, francamente liberale, fu caratterizzata soprattutto dalla legge sulla riforma agraria, con la quale venne abolita la servitù della gleba. In sua vece fu eletto Carlo di Hohenzollern-Sigmaringen, il quale regnò come Carlo I fino al 1914 e sotto il cui lungo principato si procedette il 25 marzo 1881 alla proclamazione del Regno di R., costituito in quell'epoca, oltre che dalla Valacchia e dalla Moldavia, anche dalla Dobruglia settentrionale (la Bucovina e la Bessarabia, rispettivamente nel 1774 e nel 1812, erano state incorporate nell'Austria e nella Russia). Durante la prima guerra mondiale la R. si mantenne dapprima neutrale; entrata quindi nell'ag. 1916 in guerra a fianco dell'Intesa fu rapidamente occupata dagli Imperi Centrali e costretta a cedere la Dobruglia meridionale, conquistata durante la seconda guerra balcanica del 1913, alla Bulgaria. Il crollo dell'Austria-

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ROMANIA - L'interno del magnifico castello di Sinaia.
(fot. Publifoto)
Ungheria, della Germania e della Russia imperiale segnò la resurrezione della R.: nel corso del 1918 le Assemblee nazionali romene di Chisinau, Cernăuți ed Alba Iulia proclamarono rispettivamente l'unione della Bessarabia, della Bucovina e della Transilvania al Regno di R. Tra il 1920 ed il 1940 la politica interna romena fu caratterizzata da un completo fallimento del regime parlamentare e da una lotta continua tra i partiti, che determinò il rafforzamento di correnti totalitarie e razziste, la dittatura monarchica di re Carlo II, e dopo il 1940, quella militare del generale Antonescu.

Durante la seconda guerra mondiale la Russia approfittò dell'isolamento diplomatico romeno per farsi cedere nel giugno 1940 la Bessarabia e la Bucovina: la Bulgaria per acquistare la Dobrugia meridionale (21 ag. 1940); l'Ungheria per ottenere gran parte della Transilvania (30 ag. 1940). Entrato quindi in guerra contro la Russia nel 1941 a fianco della Germania, il nuovo re Michele, dopo il colpo di Stato del 23 ag. 1944, firmò l'armistizio con l'Unione Sovietica e si unì alla coalizione antitedesca. Il Trattato di pace restituì alla R. la Transilvania, ma non le altre regioni cedute nel 1940. Il 30 dic. 1947 fu proclamata la Repubblica popolare romena.

BIBL.: per fonti ed opere cf. M. Ruffini, Introduzione bibliogr. allo studio della R., in L'Europa orientale, 15 (1935), pp. 236-89; L. Makkai, L'historiogr. roumaine dans les dernières dizaines d'années, in Rev. d'hist. comparée, nuova serie, 1 (1945), pp. 459-504. Tra le storie generali si segnalano: N. Iorga, Stor. dei Romeni e della loro civiltà, trad. it., Milano 1928; R. W. Seton-Watson, A History of the Roumanians, Cambridge 1934 (trad. franc. Parigi 1937); A. Giannini, Le vicende della R. 1878-1940, Milano 1941; L. Galdi - L. Makkai ed altri, Gesch. der Rumänen, Budapest 1942. Sul periodo successivo alla prima guerra mondiale, cf. anon., Politics and political parties in Roumania, Londra 1936; R. W. Seton-Watson, The East European Revolution, ivi 1950, passim; E. D. Tappe, Roumania, in Central and South East Europe 1943-48, ed. di R. R. Betts, Londra 1950, pp. 1-24; H. L. Roberts, Rumania. Political Problems of an Agrarian State, Nuova Haven 1951. Silvio Furlani

III. STORIA ECCLESIASTICA

In R. il cristianesimo è penetrato dapprima nella parte danubiana dell'Im-

pero Romano, Dacia (v.). I Romeni del nord, nel medioevo, sono ancora in contatto con gli « Olahi Romani » e con i monasteri di Mitrovija, l'antica Sirmium capitale dell'Ilyricum, patria di s. Demetrio (« Dmitrovija »), il grande Santo dei Romeni e di tutti i Balcani.

Il contatto della Dacia con il mondo cristiano non poté certo essere interrotto dalle invasioni. Sulla riva destra del Danubio c'era una serie di vescovati latini. I barbari fecero le solite incursioni nell'Impero; le legioni - di Costantino e di Giustiniano - ripassarono il fiume per inseguirli. Specialmente i Goti, gli Slavi e gli Avari trascinarono con loro molti prigionieri, fra i quali non pochi cristiani, forse anche sacerdoti. I Goti, padroni allora anche dei futuri paesi romeni, hanno avuto martiri nella futura Valacchia e vescovi: il famoso Ulfila (m. nel 391) predicava anche in latino.

In Transilvania si ritrovano iscrizioni cristiane (Zenovius) posteriori a Costantino e sul principio del sec. V. Il cristianesimo dei Romeni, anteriore a quello degli Slavi e senza dipendenza speciale da quello greco, spunta direttamente dal cristianesimo dei Balcani nel loro periodo latino. Sembra che, lontane da Roma e dipendenti da Bisanzio, le popolazioni romanizzate dei Balcani e del Danubio - per le quali i Bizantini, i « Romei », adotta - non il nome di Valacchi e che gli Slavi avevano ricevuto dai Germani (Valacchi = Welsh, Welsch, Wallon, ecc.) - abbiano perso, insieme alle antiche città vescovili distrutte dai barbari, anche il clero latino ed accettato la liturgia greca, specialmente dopo che l'Illirico orientale passò sotto il patriarcato di Costantinopoli (732). Con la conversione dei Bulgari e la loro sottomissione al patriarca greco (870), i Romeni, i quali anche politicamente dipendevano da loro, dovettero accettare finalmente il rito slavo. Solo agli inizi del sec. XVIII fu loro possibile introdurre definitivamente la lingua romena nelle chiese. Nel 1860 l'alfabeto latino sostituì quello cirillico.

Dopo la terribile sconfitta dei Bulgari, Basilio II mise tutti i Romeni del suo Impero sotto l'arcivescovato - allora di gerarchia greca - di Ocrida (1018). Quasi subito dopo si trova un vescovo proprio dei Romeni (τῶν Βλαχῶν) in un luogo di ubicazione incerta, Vreanons. Lo scisma greco del 1054 implicò anche i Romeni, causa la posizione geografica e le circostanze politiche, nel campo bizantino. L'unione con Roma, fatta dal grande « imperatore » Ionitza (v. MACEDONIA) nel 1204 per i suoi sudditi romeni e bulgari, venne spezzata nel 1235 da suo nipote Giovanni Asen II.
A nord del Danubio, prima della fondazione dei principati, i Romeni avevano solamente chiese di legno ed il clero era costituito soltanto da preti di origine contadina, consacrati senza scelta da « gerarchi » più o meno canonici che vivevano nei monasteri (o venivano dalla Bulgaria) a guisa di quegli « pseudo-vescovi » di cui fa cenno un breve di Gregorio IX fin dall'inizio del sec. XIII (Iorga). I fondatori dei principati pensarono a dotare i nuovi paesi anche di una particolare organizzazione ecclesiastica.

Valacchia. - I Romeni di Valacchia si rivolgevano per i loro bisogni religiosi ai vescovi di Vidin, Silistra o Vicina. Il vescovo Iakint di quest'ultima sede fu richiesto dal principe Nicola Alexandru, figlio del « fondatore » Basarab, nel 1359, ed il patriarca di Costantinopoli glielo concesse quale metropolita di Valacchia o Ungrovalacchia, con residenza a Curtea de Argeș; la sede fu trasferita nel 1508 a Târgoviște e, verso la fine del sec. XVII, a Bucarest. Nel 1370 fu eretto un vescovato a Severin, trasferitosi in seguito a Râmnicu-Vâlcea. Un terzo vescovato venne fondato nel 1508 a Buzău. L'ultimo vescovato eretto in Valacchia (o Muntenia) fu quello del 1794 a Curtea de Argeș. Monasteri antichi: Vodița, Tismana (sec. XIV), Cozia, Cotmeana, Snagov, Glavacioc, Dealul, Brădet (1ª metà del sec. XV).

Moldavia. - Ai tempi della fondazione di questo principato (1359), i Romeni moldavi si rivolgevano al metropolita di Halicz (Galizia) od al vescovo di Cetatea Albă, sul Mar Nero. Solo nel 1401 si ottenne il riconoscimento di un metropolita romeno, Iosif, con residenza

a Suceava, la capitale del paese. Nel 1564 la capitale e la metropolia si trasferirono a Iași. I vescovati di Roman e Rădăuți furono fondati nel 1401 e 1402. Altri vescovati furono eretti a Huși (1595) e a Hotin (1713). La metropolia di Brăila o Proilavia (Valacchia), fondata verso la fine del sec. XVI per i cristiani delle « raià » turche, ogni tanto poneva la sua residenza a Galați, Ismail o Căușani (Moldavia) od anche a Dubăsari, al di là del Nistro; dopo il 1812 essa rimase metropolia solo di Brăila e Siliatra e fu definitivamente soppressa nel 1829. Dopo l'annessione della Moldavia nord-occidentale (Bucovina) all'Austria, il vescovato di Rădăuți venne trasferito a Cernăuți (1781) ed elevato al rango di metropolia di Bucovina e Dalmazia (1873), mentre il vescovato di Hotin, prendendo residenza a Chișinău (Kishinev) in seguito all'annessione della Moldavia orientale (Bessarabia) alla Russia, diventò nel 1813 arcivescovato.

Monasteri antichi: Ncamț (sec. XIV), Bistrița, Moldovița, Căpriana, Vărzărești, Horodnic, Humor (egli inizi del sec. XV), Putna, Volovaț, Voronet, Dobrovaț (fine sec. XV), Pobrata, Slatina, Sucevița (sec. XVI).

In Moldavia nel 1401 vennero trasportate le reliquie di s. Giovanni il Nuovo da Cetatea Albă a Suceava; nel 1641 il principe Vasile Lupu fece portare le reliquie di s. Parashiva da Ismail a Iași.

Transilvania. — I Romeni di Transilvania, culla dei due altri principati, rimasero sotto gli Ungheresi e non ebbero da principio gerarchia ecclesiastica ma ricorrevano sia a Halicz, sia ai vescovati di Bulgaria, poi a quelli di Serbia, Valacchia o Moldavia. Nei secc. XV-XVI si trovano sporadicamente vescovi a Hunedoara (Hunyade), Maramureș, Feleac, Geoagiu, Silvaș e Ineu. Stefano il Grande di Moldavia (1457-1504) volle per la Transilvania orientale un vescovato a Vad, i cui titolari venivano consacrati a Suceava e obbedivano al metropolita di Moldavia. Nel Trattato del 20 maggio 1595 tra Michele il Bravo di Valacchia e Sigismondo Báthory, fu deciso che tutti i Romeni di Transilvania, sotto un proprio vescovo, dipendessero dal metropolita di Targoviște. Giovanni di Prislop fu il primo metropolita di tutti i Romeni di Transilvania.

Dopo il 1700, quando la quasi totalità dei Romeni transilvani insieme col vescovo si riunì con Roma, gli « ortodossi » non uniti rimasero senza vescovi per più di sessanta anni e ne ebbero in seguito dai Serbi. Solo nel 1811 ricevettero di nuovo vescovi romeni. Sotto Andrei Șaguna il vescovato « ortodosso » di Transilvania acquistò nel 1863 il titolo di metropolia con residenza a Sibiu e come suffraganeò il vescovato di Caransebeș, allora creato, e quello più antico di Arad.

Monasteri antichi: Peri, Prislop (sec. XIV), Rămet, Geoagiu, Vad, Feleac, Hodeș-Bodrog (sec. XV). Nel sec. XIII (1216) le « metochie » dipendenti dal monastero palestinese e macedone di Beria toccano le regioni romene a Mitrovitza (Sirmium) e a Satmar.

Nel 1859, Valacchia e Moldavia formarono lo Stato di R. Gli ingenti beni terrieri dei monasteri furono confiscati nel 1863 dallo Stato. La legge di organizzazione ecclesiastica del 1872 stabiliva che i vescovi ed i metropoliti fossero eletti dal Parlamento e scelti soltanto fra i Romeni. Nel 1884 fu eretta la Facoltà di teologia presso l'Università di Bucarest. Il vescovato, fondato nel 1864 a Ismail, fu trasferito a Galați nel 1878 in seguito alla cessione della Bessarabia meridionale alla Russia. Il « tomos » patriarcale del 25 apr. 1885 concedeva alla Chiesa romena l'autocefalia.

Dopo la prima guerra mondiale, la Transilvania — con le appendici ad ovest (parte del Banato, ecc.) e con il Maramureș al nord — la Bessarabia e la Bucovina vennero incorporate alla R. L'organizzazione dell'intera Chiesa « ortodossa » romena fu allora unificata sulla base dello Statuto di Saguna (1925). Furono eretti nuovi vescovati a Oradea, Cluj, Satu-Mare (con il titolo di Maramureș), Hotin, Costanța, Cetatea Albă, Timișoara, e un vescovato militare ad Alba Julia; il vescovato di R. Vâlcea fu promosso metropolia di Oltenia mentre la

sede metropolitana di Bucarest diventò, nel 1925, patriarcato. Fu creata un'altra Facoltà di teologia a Chișinău (Bessarabia). A Cernauti in Bucovina ne esisteva una sin dai tempi del dominio austriaco. In Transilvania, oltre all'Accademia teologica di Sibiu, furono fondate altre tre ad Arad, Oradea e Cluj.

Cattolici. — Dopo la fondazione dei principati, si incontra un numero esiguo di cattolici nelle principali città della Valacchia: Argeș, Câmpulung, Târgoviște. Più numerosi sono invece nella Moldavia, dove la loro massa — formata dai « Ciangăi », popolazione forse cumana magiarizzata e poi romenizzata — vive anche in campagna, specie nei distretti di Roman e Bacău; al principio di questo secolo ce n'erano ca. 80 mila. In Transilvania l'elemento cattolico era rappresentato da Ungheresi, Szekler e Sassoni ivi abitanti. Quando la maggioranza di costoro passò al protestantesimo, il principale sostegno della Chiesa cattolica furono i « Suabi », coloni tedeschi dell'epoca austriaca.

La prima attività missionaria cattolica conosciuta nei principati è quella svolta dai predicatori domenicani dopo il 1222 per la conversione dei Cumani. Il vescovo Teodorico, istallatosi nel 1227 a Milcov, dipendeva direttamente da Roma. Con l'invasione mongolica del 1241 il vescovato sparì, e sussistè solo quale titolo onorifico per ca. tre secoli. Altrettanto effimeri furono i vescovati di Severin — dove si trova un vescovo nel 1246 e un altro nel 1380 — di Siret (1370), di Argeș (1381) e di Baia (1413). Quello di Bacău funzionò ca. due secoli, sebbene i suoi titolari risiedessero per lo più in Polonia. Anche ad Akkerman (Cetatea Albă) si parla di un vescovo cattolico sotto Stefano il Grande fino alla conquista della città da parte dei Turchi (1484). La cura dei fedeli l'avevano dal sec. XVII in poi il vescovo di Nicopoli, in Bulgaria, i visitatori ed i prefetti apostolici.

Il 27 apr. 1883 Leone XIII fondò il vescovato di Iași, con Giuseppe Camilli, e quello di Bucarest, con il vescovo Paoli.

Nel 1700, la quasi totalità dei Romeni di Transilvania con a capo il proprio vescovo Atanasio si unì con Roma, conservando il rito orientale. La residenza vescovile si trasferì nel 1721 da Alba Julia a Făgăraș, poi, sotto Innocenzo Micu (Klein), a Blaj (1737), la quale città con le sue scuole doveva essere un focolare di rinascita nazionale per tutti i Romeni. Il 6 giugno 1777 Pio VI creò per gli uniti un nuovo vescovato a Oradea. Pio IX eresse il 26 nov. 1853 altri due vescovati, a Gherla e a Lugoj, e li sottomise, assieme a quello di Oradea, al vescovato di Blaj, elevato nella stessa data ad arcivescovato o metropolia con il titolo di Alba Julia e Făgăraș.

In seguito al Concordato del 10 maggio 1927 — ratificato nel 1929 — tra la R. e la S. Sede, Pio XI, con la bolla Solenni conventione del 5 giugno 1930, creò il vescovato di Maramureș — con residenza a Baia Mare — sottomesso alla stessa metropolia, mentre il vescovato di Gherla si trasferiva a Cluj, capitale civile della Transilvania. Con la stessa bolla venne organizzata la Chiesa di rito latino, col sottomettere all'arcivescovato di Bucarest le diocesi latine di Alba Julia, Timișoara, Satu-Mare e Iași; per gli Armeni uniti veniva nominato un amministratore apostolico residente a Gherla (o a Bucarest) e dipendente direttamente da Roma.

Per ciò che riguarda gli Ordini religiosi, mentre per i Latini se ne hanno molti del loro rito, gli Uniti hanno solo i Basiliani (dal 1747) con i monasteri di Bixad, Moisei (1933), Nicula (1936) e Prislop; le suore di S. Maria di Blaj (1921); un ramo orientale fra gli Assunzionisti (1923) ed i Gesuiti (1927).

La statistica del 1930 trovava in R.: « ortodossi »:
13.067.000 (72,2%); uniti cattolici: 1.350.000 (7,3%);
latini cattolici: 1.200.000 (6,5%); calvinisti: 717.000
(3,9%); luterani: 360.000 (8,2%); israeliti: 984.000
(5,5%); musulmani: 234.000 (1,6%).

All'avvento del regime comunista, gli uniti avevano
5 diocesi, 1834 sacerdoti, 2588 chiese, 9 Ordini e congre-
gazioni religiose, 28 case con 424 religiosi, 34 istituti di
educazione con 6152 alunni, 220 associazioni di congrega-
zioni mariane con 24.600 aderenti, 20 periodici con
252.000 copie.

I latini: 5 diocesi, 1086 sacerdoti, 1220 chiese,
22 Ordini e congregazioni religiose, 158 case con 1690
religiosi, 126 scuole e istituti di educazione con 31.696
alunni, 120 associazioni di congregazioni mariane con
6000 aderenti, 1 quotidiano con 35.000 copie e 23 perio-
dici con 338.000 copie (Esposizione Vaticana 1950,
sez. Attività cattolica).

BIBL.: I. Georgescu, Romanie, Etat religieux, Parigi 1938; N. Iorga, Istoria bisericii române, 2 voll., Bucarest 1935-42; Statistica con cenni storici della gerarchia e dei fedeli di rito orien- tale, Città del Vaticano 1932, pp. 152-68; A. Perugini, Concordata vigenetia, Roma 1934, p. 142 sgg.; G. De Vries, Persecuzioni e vicende religiose nella R. d'oggi, in Civ. Catt., 1952, III, pp. 20 sgg., 139 sgg.; Pio XII, Epistola apostolica all'episcopato, al clero e al popolo della R., AAS, 34 (1952), p. 239 sgg.

Petre Vălimăreanu

IV. CONDIZIONE GIURIDICA DELLA CHIESA

Il pri- mo atto ufficiale del nuovo regime comunista contro la Chiesa, preceduto da tutta una campagna di diffamazione sistematica, è stata la denunzia unilaterale del Concordato del 1927 (senza il previo avviso di sei mesi all'altra parte, secondo il disposto dell'art. 23), decisa dal Consiglio dei ministri il 17 luglio 1948 e resa di pubblica ragione il 19 seguente.

Tolto di mezzo lo strumento giuridico che costituiva,
per la sua stessa natura, un ostacolo troppo appariscente
ai piani persecutori contro la Chiesa, fu facile al governo
procedere all'attuazione dei medesimi. Il 4 ag. 1948 il
Monitorul Oficial pubblicava il decreto sul « Regime ge-
nerale dei culti religiosi », che diede un colpo di incal-
colabile gravità alla libertà religiosa in genere, ed in
particolare all'organizzazione della Chiesa cattolica nella
R. Basti ricordare l'art. 22 che regola l'erezione ed il
funzionamento delle diocesi, ridotte da dieci a quattro,
gli artt. 40 e 41, che attentano alla universalità della
Chiesa in R. ed alla sua dipendenza dal Romano Ponte-
fice, gli artt. 44-45, relativi alla formazione del clero,
sottoposto ad un controllo statale talmente esteso da una
successiva decisione del Ministero dei culti, emessa
in data 13 nov. dello stesso anno, che l'autorità eccle-
siastica non ritenne opportuno chiedere il permesso per
l'apertura dell'unico seminario teologico previsto dalla
legge. Violenta e radicale è stata la lotta contro le scuole
cattoliche. Nel 1947 il Ministero dell'educazione nazio-
nale, con il decreto 117, cominciò a togliere ai vescovi il
diritto di nominare i professori in dette scuole, proce-
dendo esso stesso alla nomina di elementi moralmente
inadatti e spesso appartenenti ad altro credo religioso.
S'impose inoltre l'uso di manuali scolastici, nei quali si
riscontrano affermazioni in contrasto con la fede e la
morale cattolica, e si rese obbligatorio nelle scuole cat-
toliche l'insegnamento marxista. Infine l'art. 27 della
nuova Costituzione sancì la soppressione totale delle
scuole confessionali.

Qualche mese più tardi, tale legge fondamentale era
integrata e specificata con il decreto 175, il cui art. 1° sta-
bilisce che l'insegnamento « è organizzato esclusivamente
dallo Stato sulla base d'unità di struttura » ed ha « carat-
tere laico ». L'art. 35 ribadisce « che tutte le scuole con-
fessionali e private di ogni categoria diventano scuole di
Stato ». Un altro decreto del 3 ag. 1948 dichiarava pro-
prietà dello Stato « tutti i beni mobili ed immobili che
hanno appartenuto alle Chiese, alle congregazioni, alle
comunità religiose, alle associazioni private, con o senza
scopo lucrativo... e che hanno servito al funzionamento
delle scuole d'insegnamento, passate allo Stato, in con-

formità dell'art. 35 della legge sull'insegnamento pub-
blico ». Superfluo dire che nelle scuole statali l'insegna-
mento è improntato al più crudo materialismo, né può
pensarsi che possa costituire un antidoto a tanto veleno
l'insegnamento religioso della scuola statale. Già nel 1948
nelle scuole medie era ridotto a metà il tempo ad esso
destinato, e nelle due ultime classi delle scuole di questo
tipo come in tutte quelle delle scuole industriali, tecniche
e professionali, esso era totalmente escluso. Ne migliore
sorte ha avuto la stampa cattolica. Tutte le pubblicazioni
periodiche sono state soppresse.

Particolarmente dolorosa è stata la sorte della Chiesa
cattolica di rito greco, ufficialmente soppressa dal regime
nell'ott. 1948, con l'aperto favore dei prelati della Chiesa
dissidente. I greco-cattolici erano ca. 1.500.000 raggrup-
pati in sei circoscrizioni ecclesiastiche. Nel sett. il go-
verno deponeva tutti i vescovi greco-uniti, eccetto mons.
Hossu di Cluj. Poi si cominciarono a raccogliere con la
frode ed il terrore, prima presso i sacerdoti dopo presso
i fedeli, le firme per il passaggio « spontaneo » all'orto-
dossia. Il 21 ott., 250° anniversario dell'unione dei greci
con la Chiesa cattolica, ad Alba Julia, metropoli greco-
unita, si celebrò il ritorno del popolo alla Chiesa orto-
dossa. I sei vescovi greco-uniti, che avevano ricusato di
capitanare o di seguire il loro gregge sulla strada dello
scisma, furono arrestati ed internati in attesa di processo.
Furono trasferite subito ai dissidenti quattro cattionali
cattoliche, e venne sequestrata tutta una serie di ospedali
cattolici. Il 2 dic., infine, sul Monitorul Oficiol, un decreto
del presidio della Grande assemblea nazionale dichiarava
cessate le diocesi, le comunità religiose e tutte le altre
istituzioni della Chiesa greco-cattolica, e ne incamerava
i beni, salvo quelli delle parrocchie, attribuiti, con altri
da precisarsi, alla Chiesa ortodossa.

La situazione dei cattolici di rito latino si faceva in-
tanto sempre più grave. Nello stesso mese di sett. 1948,
in applicazione dell'art. 22 del decreto sul « Regime gene-
rale dei culti religiosi », che riduceva le diocesi ad una
per ogni 750.000 ab., un decreto fissava due sole circo-
scricioni ecclesiastiche per il milione ca. dei cattolici
latini. Tre delle cinque diocesi furono, perciò, arbitra-
riamente soppresse, ed i relativi vescovi depositi. Nel
genn. successivo il Ministero dei culti faceva un passo
per tentare di ottenere dalla gerarchia cattolica un rico-
noscimento, almeno implicito, del fatto compiuto, subor-
dinando cioè il pagamento degli stipendi al clero, che
ne aveva diritto, alla presentazione dei nomi dei sacerdoti
ripartiti nei due soli centri diocesani riconosciuti. Epi-
scopato e clero, di fronte a tale esigenza, che significava
riconoscere formalmente la riduzione del numero delle
diocesi, decisero di rinunciare provvineramente agli sti-
pendi, e furono respinte le somme che il governo aveva
inviate egualmente, nella speranza che il clero non avrebbe
accolto la proposta dei vescovi. Il 10 maggio seguente
il governo decise di privare dello stipendio i due vescovi
ancora riconosciuti e 135 sacerdoti. Nel giugno successivo
i due vescovi furono tratti in arresto, sicché tutta la ge-
rarchia cattolica di entrambi i riti in meno di un anno
era stata eliminata.

Né sono mancati da parte del governo tentativi di
dar vita a un movimento scismatico, che dovrebbe accet-
tare lo Statuto del culto cattolico, condizione necessaria
perché, a norma dell'art. 14 del decreto del 4 ag. 1948,
la Chiesa possa continuare ad esistere giuridicamente.
Esso è stato preparato del governo, che lo ha redatto
dopo aver respinto quello presentato dai vescovi, prima,
e, dopo la loro deposizione, dai vicari generali, e nel quale
si era cercato di salvare le esigenze del diritto divino ed
eclesiastico.

L'autorità ecclesiastica, però, ha sempre rifiutato di
accettarlo, perché ciò equivarrebbe a sancire tutte le leggi
antiecclesiastiche e l'ingerenza del governo negli affari
della Chiesa.

A girare tale ostacolo dovrebbe servire il cosiddetto
Comitato cattolico d'azione, composto di sacerdoti filo-
comunisti, scomunicati, e lo Status catholicus Transil-
vaniae. Sorto nel sec. XVIII - il primo riconoscimento
ufficiale lo ebbe nel 1653 - lo Status non era altro che

una rappresentanza dei cattolici nelle Diete, senza alcuna autonomia di fronte all'autorità ecclesiastica, con la quale doveva procedere d'accordo e in subordinazione per la protezione degli interessi dei cattolici della sola regione transilvanica. Oggi lo si vuole ripristinare conferendogli diritti che non ha mai avuti, estendendone la competenza all'intera Repubblica, e farne uno strumento per accettare tutte le richieste del governo e, anzitutto, lo Statuto ed un vicario da esso esclusivamente dipendente. In altri termini, lo Status redivivo dovrebbe avere il compito di reggere la Chiesa cattolica di R. indipendentemente dalla S. Sede, secondo lo spirito della risoluzione approvata al Congresso dello Status stesso a Cluj il 15 marzo 1951.

L'ultimo nunzio apostolico, mons. Andrea Cassulo, veniva richiamato dalla S. Sede come persona non più grata al nuovo regime, e sostituito nel febbr. 1947 con mons. Geraldo O'Hara, vescovo di Savannah-Atlanta negli Stati Uniti, in qualità di reggente della nunziatura apostolica di Bucarest. Il 4 luglio 1950 il Ministero degli esteri comunicava al reggente che la presenza del rappresentante pontificio e dei suoi collaboratori non era più desiderabile nella R., e si avvertivano i medesimi di lasciare la R. nel termine di tre giorni. Pietro Palazzini

V. RITO ROMENO

È il rito bizantino secondo l'uso della Chiesa 'ortodossa' e della Chiesa cattolica in Romania. Oggi si celebra in lingua romena moderna, più latinizzata dai cattolici, più slavizzata dai dissidenti; manifesta particolarità nel calendario, nella musica sacra, nell'ornamento delle chiese, e in alcuni, relativamente pochi, testi e uffici liturgici, p. es., la proscomidia.

Dopo l'erezione dei principati di Valacchia e di Moldavia nel sec. XIV, comincia a organizzarsi una nuova Chiesa, il cui rito rimase per lungo tempo specialmente vicino a quello di Halicz e di Kiev, con il quale ultimo ebbe molti contatti nel sec. XVII. La lingua era quella slava ecclesiastica, finché l'introduzione della lingua romena nei libri liturgici, fatta in Transilvania sotto influsso protestantico dal diacono Coresio (Vangeliorio, 1561; Liturgicon e Salterio, 1570; Apostolos, 1588), non arrivò progressivamente al suo pieno effetto nel sec. XVIII. Il crescere di una propria civiltà rendeva il distacco dallo slavo sempre più marcato e l'influsso greco al tempo dei Fanarioti non poté farla deviare dal suo corso naturale. Soltanto nel sec. XIX, per merito specialmente della Chiesa unita di Blaj, si sostituì alla scrittura cirillica l'alfabeto latino nei libri liturgici romeni.

Le edizioni di questi libri sono numerose tanto presso i cattolici quanto presso i dissidenti.

BIBLI: R. Bousquet, Le romain, langue liturgique, in Echos d'Orient, 4 (1900), pp. 30-35; J. Marcu, Teologia pastorale, II: Liturgica, Blaj 1906; V. Mitrofanovici-T. Tarnavschi-N. Cotarciuc, Liturgica biserice ortodoxe cursuri universitare, Cernati 1929. Alfonso Raes

VI. LETTERATURA

Determinata dal folklore, da correnti orientali (bizantina, slava) e occidentali (italiana, polacca, francese), nella sua aspirazione ad esprimere l'humanitas morale (rom. omenie), i legami dell'uomo con la natura e le vicende nazionali, la letteratura romena, popolare sino al sec. XV, poi eminentemente ecclesiastica e storica e, dall'Ottocento, informata ai generi e alle tendenze occidentali, si caratterizza per un evidente orientamento verso il realismo. Ostacolata nel suo sviluppo dallo slavismo, essa fu richiamata a significato e originalità dai promotori del classicismo (Cantemir, Odobescu, Pârvan), dai critici (Rusu, Kogălniceanu, Maiorescu, Ibrăileanu, Lovinescu) e dagli storici e filologi (Maior, Hasdeu, Iorga, Densusianu). La pubblicazione degli Elementa linguae Daco-Romanae sive Valachicae (1780) di Micu e Șincai e della grammatica romena (1787) di Văcărescu delimita due epoche letterarie: una antica, dominata dalla situazione geografica e politica del paese, nella quale si adopera l'alfabeto cirillico

e soltanto sporadicamente il latino; una moderna, energicamente orientata verso la spiritualità latina e la cultura d'Occidente, nella quale l'alfabeto latino, introdotto a poco a poco, diventa ufficialmente obbligatorio (1860).

Le ricerche storiche e filologiche han precisato anche un periodo delle origini. I quattro dialetti (daco-romeno, aromeno, megleno-romeno ed istro-romeno), rimasti senza reciproci contatti dopo la loro separazione avvenuta prima del 1000, offrono non solo prisciti dati linguistici ma anche arcaici elementi letterari per la ricostruzione del passato.

A cominciare dalle leggi in versi che cantavano gli Agatristi dell'antica Transilvania (Aristotele, Problemata, IX, 28), dalle probabili tracce che l'esule Ovidio (Ex Ponto, IV, 13) avrebbe impresso in alcuni canti popolari, dalle chartae (Marziale, IX, 35) e dal fungo (Dione Cassio, LXVIII, 8, 14-17) su cui il re Decebalo inviava i suoi messaggi latini ai Romani, lo studio dell'età dei primordi deve chiarire il significato e la storicità di quella soave lirica folklorica chiamata doind (di origine dacica, secondo Cantemir e Hasdeu), lo sviluppo dei complessi sentimenti specifici dor (nostalgia, malinconia, desiderio, gioia; derivato dal lat. dolere) e urit (tedio, vuoto spirituale, angoscia; dal lat. horrescere), infine il valore delle iscrizioni latine e l'importanza degli scrittori della Dacia, Mesia Superiore e Inferiore e Pannonia per la cultura romena. S. Niceta, vescovo di Remesiana (365-420), insegna ai Daci e ai Bessi a laudare Christum corde Romano (s. Paolino da Nola), e nei suoi scritti mostra di tener conto del fattore estetico nell'educazione quando afferma che il canto penetrat animum, dum delectat. Significativa è l'origine latina della terminologia letteraria folklorica: viers o ghiers (melodia), cântec bătrân o bătrânesc (canto antico, avito), descântec (scongiuro), colindă o cărind (lauda di Natale), bocet (canto funebre), ecc. Il poemetto, noto sotto il nome di Miorita (L'agnelina), che ha rispondenze in aromeno (secondo Odobescu e Caracostea), canto dell'amor fati et artis, di una mesta rassegnata liricità, richiama i misteri antichi. Casualmente soltanto, Teofane Confessore del sec. VII da, per l'anno 587, la prima glossa romena: τῶρα, τῶρα, τῶρα (torna nell'accezione locale, ancor viva, di «rovesciare»). Nonostante la pressione slava, la coscienza dell'origine romana permane nel popolo, devoto nel primo millennio all'imperatore bizantino o franco, e tenace nella sua legge e tradizione (lex romana, ius valachicum - legea românească). L'attestazione quattrocentesca, tuttora inedita, di Pietro Ranzano, è decisiva: Valacchi igitur se Italorum esse posteros affirmant. I transilvani Corvin (Huniade), che derivano il loro nome da Corvinus, accentuano il sentimento dell'origine che, tramite lo storico e poeta umanista Nicolaus Olahus (1493-1568), più tardi per opera di Grigore Ureche, Miron Costin - storici del Rinascimento - e degli illuministi Costantin Cantacuzino e Cantemir, e per mezzo della Scuola transilvana porta al Risorgimento moderno.

Etă antica. - Si inizia con le traduzioni (gli Atti degli Apostoli ed i Salmi) del '400, conservate in copie del '500, ed è caratterizzata da un forte influsso slavo, «ortodosso», in conflitto con l'umanesimo venuto dall'Italia e dalla Polonia (cattolicesimo) o dalla Boemia (ussitismo). Al 1521 risale la prima lettera privata (l'epistola di Neacqu). Gli inizi dell'attività tipografica presentano un interessante aspetto. Mentre i principi pubblicano i primi libri slavi (1508, 1510, 1512, 1545, 1547), i riformati della Transilvania stampano in romeno un catechismo luterano (1544, 1559), ed il diacono Coresi, parallelamente all'attività tipografica slava, rifa, per la propaganda luterana, secondo la parlata in uso tra Târgoviște e Brașov, le traduzioni religiose in circolazione e stampa a Brașov dieci libri in romeno (1557-83). Si pongono così le basi della lingua letteraria. Sono andati perduti gli annali scritti in romeno e si conservano quelli in slavo; come pure le Norme politiche di Neagoe Basarab (1512-21), iniziatore della cattedrale «Curtea» di Argeș (1517). È di quell'epoca il tragico poemetto popolare

Meșterul Manole (Mastro Manole), compilato su diversi spunti orali, che narra fantasticamente la costruzione della cattedrale di Neagoe e come proprio la moglie del capomastro venga fatalmente murata viva: simbolo del sacrificio umano per qualunque opera perfetta. Una rinascita latina tentano Despo Vodă (1561-63) e Petru Cercel (1583-85), quest'ultimo anche poeta in italiano (Iuno a Dio), che vagheggiano di ricostituire l'antica Dacia, sogno realizzato per breve tempo da Michele il Bravo (1593-1601). Il Rinascimento, conseguenza di questo ideale e di questo momento culturale, è promosso dai voivodi Vasile Lupu (1634-53) e Matei Basarab (1632-54). Il metropolita moldavo Varlaam lotta contro il calvinismo (1645) e, nelle sue prediche (Carte românească de învățătură, 1643), contribuisce allo sviluppo letterario, mentre il metropolita transilvano Simion Stefan, nella prefazione al suo Noul Testament (1648), sostiene l'opportunità di preferire nel linguaggio scritto i vocaboli di uso generale e non soltanto regionale. A Govora (1640), Iași (1646) e Târgoviște (1652) si stampano codici di leggi tradotti dal greco e dall'italiano. Gli statisti Grigore Ureche (1590-1647) e Miron Costin (1633-91), più che cronisti, come essi modestamente si definiscono, sono autentici storici e memorialisti, formati nelle scuole gesuitiche della Polonia, che affermano con vigore la latinità del popolo romeno. Il metropolita Dosoftei (1624-93), mentre lotta per l'introduzione della messa in romeno, con Pultirea în versuri (1673) e Viața și petrecerea sfinților (1682-86) arricchisce sensibilmente la letteratura. Con le odi classicheggianti di Mihail Halici (1674), i canti amorosi di Nicola Petrovai di Petrova e del sassone Valentin Franck von Franckenstein e il poemetto Viața lumii (La vita del mondo) di Costin, parallelamente ai canti religiosi calvinisti della Transilvania, i salmi dosofteiani palesano l'esigenza di una forma eletta e aderente al pittoresco locale. Il gesuita Gavril Ivul (1619-79) compone scritti filosofici in latino. Del francescano Ioan Kajoni Valachus de Kis-Kajon, che scrive in latino e magiaro, ci è rimasto il Codex Kâjoni contenente anche versi romeni, tra cui Cântecul voivodezei Lupul (Il canto sulla principessa L.). A Roma nel 1677 appare, in caratteri latini, il catechismo cattolico tradotto in romeno dal vescovo Vito Piluzio. Il pereruditus moldavo Nicolae Milescu (1637-1708), traduttore del Vecchio Testamento, difende in latino i dogmi della Chiesa cattolica contro i calvinisti (1669) e narra il suo viaggio in Cina quale ambasciatore dello zar. La Bibbia di Șerban (1688) impone il romeno nella liturgia e completa l'unità della lingua letteraria. Nel tempo di Brâncoveanu (1688-1714), fautore dello stile architettonico che ne porta il nome, risorge l'Accademia fondata a Bucarest nel 1679 da Șerban, con insegnamento in greco e latino. Si accentuano le relazioni con l'Italia e si sente sempre più la necessità di affermare concretamente la coscienza ad un tempo romana e romena. Con Dimitrie Cantemir e Constantin Cantacuzino si apre l'epoca del primo illuminismo. Nel '600, Miron Costin differenziava i concetti di realtà storica e fantasia; nel '700, il razionalismo vuole dare coscienza alla realtà e realtà alla coscienza. Non basta sentirsi romani: bisogna comportarsi romanamente; non basta chiamarsi cristiani: occorre agire da cristiani e lottare solidalmente contro i pagani. Così si spiega come la politica di Brâncoveanu e Cantemir abbandoni gli Ottomani e si schieri dalla parte dell'Austria e della Russia e come la Chiesa transilvana si unisca a quella cattolica (1700) in nome della madre Roma. Dimitrie Cantemir (1674-1723), voivoda della Moldavia (1710-11), poliglotta e poligrafo, osserva, anticipando in certo modo il Vico, che tutte le cose hanno una crescita (incrementum) e una decrescita (decrementum) predestinate da un ritmo universale, e che l'uomo, fatto a somiglianza di Dio, è creatore del suo mondo civile (culto, istituzioni, arte). La distinzione tra i fatti naturali (creazione di Dio) e quelli etici (opera umana), preconizzata già in Divanul sau gălceava înțeleptului cu lumea (Il tribunale o la disputa del savio con il mondo, Iași 1698) — vero catechismo dell'illuminismo romeno — viene poi sviluppata in Istoria ieroglifică (ms. 1703), complesso memoriale trasfigurato, e nell'opera metafisica Sacro-

sanctae scientiae indepingibilis imago. In Hronicul vechimii Romano-Moldo-Vlahilor, Cantemir dimostra che — per costumi, lingua, letteratura popolare — i Romeni continuano la spiritualità romana e afferma l'esistenza di un classicismo etnico. Umanista bizantineggiante e orientalista latinizzante, egli dà alla lingua una elaborata struttura musiva, in cui le fresche espressioni popolari cadenzano ritmicamente e rimano facilmente con dotte modulazioni ciceroniane in uno svaristissimo cursus, presente anche nell'Istoria Țării-Românești di Constantin Cantacuzino (1650-1716), che studiò all'Università di Padova. Il complesso stile cantemiriano rimane però isolato, mentre si impone lo stile semplice e contenuto di Ion Neculce (1672-1746), il più spontaneo scrittore della vecchia letteratura. Separando i fatti leggendari e aneddotici dalle verità storiche, di pari importanza per il suo intuito epico, Neculce nella propria cronaca delinea, con vivace rapidità, caratteri e avvenimenti, e si afferma fondatore della narrativa artistica romena.

Con gli Elementa linguae Daco-Romanae sive Valachicae (1780) incomincia il secondo illuminismo. Le idee di Cantemir e del suo discepolo C. Cantacuzino diventano più operanti grazie all'azione della Chiesa cattolica che crea scuole e manda i Romeni uniti a compiere gli studi a Vienna e a Roma. A contatto con la filosofia leibniziana e wolffiana, con l'umanitarismo di Giuseppe II. Lessing e Herder, con gli studi del Muratori, con Roma antica e cristiana, gli studiosi raccolgono materiale storico, confrontano le lingue ed i costumi e meditano sul rapporto tra l'essenza delle cose ed il loro aspetto esterno, per concludere che ai Romeni tocca un destino latino di fede, lingua e storia. Si crea così un movimento culturale militante, una scuola scientifica ed illuministica, detta la Scuola transilvana o latinista, i cui principali promotori sono Samuel Micu (1745-1806), Gheorghe Șincai (1754-1816), Petru Maior (1760-1821) e Ion Budai-Deleanu (1760-1820). Comune è il programma di sostituire l'alfabeto cirillico con quello latino, di studiare la storia e la lingua ed elevare il prestigio della nazione, di purificare la lingua degli elementi non latini e di creare una scienza e letteratura degne. Pur tra esagerazioni teoretiche, derivate in gran parte dalla passione che li anima, in pratica essi danno opere sobrie di capitale importanza: Micu, Istoria, lucrurile și întâmplările Românilor (1806); Șincai, Cronica Românilor și a mai multor neamuri (1853); Maior, Istoria pentru începutul Românilor în Dachia (1812), Istoria bisericii Românilor (1813), Lexicon... de Buda (1825).

Etă modernă. — Con i primi corifei della Scuola latinista (Micu, Șincai, Maior), il munteno Ienăchiță Văcărescu (1740-1800), tradizionalista e insieme fervente illuminista, con le Observații sau băgări de seamă asupra regulilor și orânduielor gramaticii românești (Osservazioni o indagini sulle regole e le norme della grammatica romena, 1787) e con le sensuali liriche echeggianti elementi metastasiani, neogreci e folklorici, costituisce un ponte di passaggio verso la letteratura moderna. L'ultimo illuminista transilvano Ion Budai Deleanu, in cui si raccolgono reminiscenze di poesia dotta e popolare, antica e moderna, italiana, francese, inglese e tedesca, inaugura la nuova era, che rappresenta la laicizzazione stilistica e l'affermazione cosciente delle peculiarità spirituali. La sua epopea eroicomica Tiganiada (Zingaride) è un nascosto confronto tra l'ideale romano e la misera realtà politica, da lui plasticamente e satiricamente contemplata e abbassata alla trivialità dei nomadi zingari. Con Gheorghe Lazăr (1779-1825) e Gheorghe Asachi (1788-1869), fondatori di accademie e promotori di cultura, animatori di masse, narratori e versificatori, si inizia il Risorgimento (Deșteptarea națională — Risveglio nazionale), segnato nel 1821 dalla rivoluzione di Tudor Vladimirescu. All'infuori dei rappresentanti della corrente latinista (Cipariu, Laurian, Bărnuț, Massim) che applicano esageratamente l'ideologia transilvana, creando un linguaggio di laboratorio, i romantici (Iancu Văcărescu, Conachi, Cârlova) modernizzano la lingua tradizionale in una lirica amorosa e patriottica che descrive la natura e glorifica il passato. Vanno ricordati Ion Eliade Rădulescu (1802-72); Mihail

Kogălniceanu (1817-91): storico e novellista, uomo di Stato difensore dei contadini, raggruppa intorno alle sue riviste Dacia literara (1840) e Propășirea (1844) i più insigni scrittori del tempo; Grigore Alexandrescu (1812-1885), favolista elegiaco, satirico, meditativo, di profonde intuizioni e musicali invenzioni espressive; lo storico Nicolae Bălcescu (1819-52), studioso di istituzioni sociali e biografo, lottatore per la libertà e l'unità nazionale, fervente condottiero della Rivoluzione muntana del 1848, evocatore delle gesta di Michele il Bravo; Costache Negruzzi (1806-68), creatore della moderna novella storica e sociale; Alecu Rusu (1817-59); primo critico moderno che valuta le bellezze liriche popolari e richiama l'attenzione dei latinisti sulle realtà del paese, la contemporaneità e il buon senso, opponendo alle loro astrazioni la viva arte popolare in cui trova un nascosto classicismo dacico; Vasile Alecsandri (1841-90), lirico dell'amore e della natura, bardo civile e nazionale, prostore arguto, commediografo leggero e poeta drammatico, esperto nel trovare la parola adatta, la locuzione ed il giusto accordo sintattico, accanto alla propria creazione, eleva monumentale la sua collezione di Poecii populare ale Românilor (1852, 1866), compiuta con vigilato spirito estetico, sebbene vi abbia introdotto elementi ed elaborazioni personali; Ion Ghica (1816-97): statista ed economista convinto che attraverso la scienza e l'organizzazione può progredire la patria, è un memorialista incisivo ed evocatore. Personalità complesse sono le tre guide spirituali dell'Ottocento: l'archeologo e classicista Alexandru Odobescu (1834-95), il filologo Bogdan Petriceicu-Hasdeu (1836-1907) ed il critico e filosofo Titu Maiorescu (1840-1917). Odobescu riprende le idee di Cantemir e Rusu e, spiegando il classicismo etnico fondato sulla disciplinata attività romana e sulla spirale dacica delle antiche terrecette, sopravvivente nella decorativa rustica, postula un'originale creazione artistica aulica, sintesi di folklore e classicismo. Stilista di ampio respiro, Odobescu dà l'ultimo colpo alle esagerazioni glottologiche latiniste annidate nell'Accademia Romana fondata nel 1867. Hasdeu, linguista, storico, novellista, drammaturgo, poeta, nota, nei fatti naturali ed umani, la legge che li muove, lo spirito che li vivifica, e rileva così una ignorata romanità ed umanità negli atti da altri giudicati barbari. Maiorescu si erge contro la produzione senza valore, contro la retorica vuota e l'ubbriacatura di parole, promuovendo l'ideale dell'arte per l'arte, sotto la cui divisa fonda la società letteraria Junimea (La giovinezza), con la rivista Convorbiri literare (1867-1944). Nell'atmosfera da loro creata sorge l'epoca aurea della letteratura romena, con Mihai Eminescu (1850-89), Ion Creangă (1835-1889), Ion L. Caragiale (1852-1912), membri della Junimea e collaboratori di Convorbiri literare; introdurre nella sua poesia pessimistica una visione drammatica e, nello stesso tempo, di religiosa contemplazione. In urto con l'insabile mondo cittadino. Creangă si rivolge a quello contadino della sua fanciullezza e vi scopre inesauribili energie morali ed estetiche, ricordi che fa oggetto della sua contemplazione. L'infanzia assume un decisivo significato per la formazione dell'uomo maturo, s'identifica con il villaggio e questo diventa l'espressione dell'originaria vita romena. Il narratore non raccoglie, ma sceglie dati e momenti particolari della vita rustica nella loro genuina espressione purificata dal sovraccarico e dal regionale, condensati nelle locuzioni motti proverbi strutture pietrificate, che formano la concisione e la classicità della sua arte. Il commediografo Caragiale riduce all'essenziale e potenzia al massimo le agitazioni di una incosciente borghesia in formazione, entrata in ridicolo contrasto con le istituzioni democratiche moderne. Gesti, parlata, istituti, ambienti sgorgano pittorescamente dai fatti e dal linguaggio dei suoi corposi eroi che perfino nel nome, come nelle memorie di Ghica, sventolano la bandiera del proprio destino: cittadini amanti della patria e del progresso, spinti però dall'ignoranza e da meschini interessi ad entusiasmarsi di forme vuote e di astrazioni, urtano goffamente contro la realtà. Il poeta e romanziere neoclassico Duiliu Zamfirescu (1858-1917) e il novellista rusticano Ion Slavici (1848-1925) accentuano le

tinte realistiche sulla linea dei tre grandi creatori. L'epico ed idillico George Coșbuc (1866-1918) intuisce nello spirito etnico particolarità ed espressioni degne del classicismo antico. Insieme al poeta Alexandru Vlahuță (1858-1919), nel 1901 egli fonda la rivista Semănătorul (Il seminatore) con cui inaugura un nuovo orientamento letterario, richiamando gli scrittori alla conoscenza della lingua e della tradizione rustica, allo spirito etnico e alla storia nazionale, direttiva dinamizzata dal critico Ilarie Chendi (1872-1913) e specialmente da Nicolae Iorga (1871-1940), umanista poligrafo e poliglotta, che postula la condanna delle mode estetiche di conio parigino e l'ispirazione alle contingenze etniche. La rivista Viața Românească (La vita romena, 1906), diretta dal critico Garabet Ibrăileanu (1871-1936), accentua il principio del carattere nazionale e della selezione estetico-storica, costituendo la corrente popolarista. Espressioni di tali contingenze sono Octavian Goga (1881-1938), poeta delle sofferenze e delle energie contadine, dell'oppressione magiara e della prima guerra mondiale; Ștefan O. Iosif (1875-1913), lirico patriarcale; il meditativo poeta Panait Cerna (1881-1913); Ion Alexandru Bătescu-Voinesti (1868-1946), conciso ed umanissimo novellista, psicologo di un delicato mondo borghese e della gente solitaria; Mihail Sadoveanu (n. nel 1880), novellista e romanziere dell'atavismo e delle elementari forze umane, cantore della natura. In antagonismo con il seminatorismo e il popolarismo, si manifesta la corrente urbanistica, modernista, informata al parnassianesimo e al simbolismo, capeggiata dall'acre poeta Alexandru Macedonski (1854-1920) e promossa dalla critica di Ovid Densuianu (1873-1938), glottologo e storico letterario, studioso di folklore, e dal critico impressionista e classiceggiante Eugen Lovinescu (1881-1943), con poeti quali i decadenti Ștefan Petică (1877-1904) e Mihail Săulescu (1888-1926), l'elegante Dimitrie Anghel (1872-1914), l'erotico Ion Minulescu (1881-1944), il malinconico Gheorghe Bacovia (n. nel 1881), il cattolico Ion Rașcu (n. nel 1890), delicato poeta e sensibile critico. Nel ventennio dell'integrità nazionale e spirituale (1918-1940) - tra l'antagonismo della rivista modernista Sburătorul (L'elfo, 1919) di Lovinescu, il popolarismo di Ibrăileanu, lo storicismo di Iorga, il tradizionalismo bizantineggiante del pensierismo (promosso dalla rivista Gândirea, Il pensiero, 1921-44) di Nichifor Crainic (n. nel 1889) e Lucian Blaga (n. nel 1895) - si mette sempre più l'accento sull'umanismo etnico e sull'umanesimo, sulla stilistica popolare (Ibrăileanu, Leca Morariu) e sul classicismo (Ștefan Bezdechi, Gheorghe Murnu, Nicolae Herescu, Dan Botta), interpretati nel senso cantemiriano e odobesciano dall'archeologo Vasile Pârvan (1882-1927). È un'epoca di folta efflorescenza letteraria: si impongono, anche all'attenzione mondiale, lirici quali il pluralista visionario Tudor Arghezi (n. nel 1880), il bucolico Ion Pillat (1891-1945), Aron Cotruș (n. nel 1891) poeta della sovranità operaia, il mistico poeta saggista e drammaturgo Lucian Blaga, l'ermetico Ion Barbu (n. nel 1895), i narratori Liviu Rebreanu (1885-1944), Sadoveanu, Matei Caragiale (1885-1936), Gib Mihăescu (1894-1936), Cezar Petrescu (n. nel 1892), Ionel Teodoreanu (n. nel 1897), il commediografo George Ciprian, gli umoriati George Topîrceanu (1890-1937) e George Brăescu. Dal 1933 al 1948, tutte le varie correnti trovano un terreno d'intesa nella Revista Fundațiilor Regale. Dal 1940 e soprattutto dal 1944, quando l'oppressione sovietica impone principi tendenziosi ed estranei allo spirito nazionale (accettati da Sadoveanu, Beniuc, Camil Petrescu, Toma, ecc.), va spiegandosi una letteratura che trova profondi ed originali accenti nell'animo degli scrittori clandestini o esiliati (M. Eliade, B. Munteanu, N. Herescu, Al. Busuioceanu, P. Ciureanu, Al. Gregorian, Vintilă Horia, Caranică, Rossigno-Menchinelli, Const. Virgil-Gheorghiu, Posteuca, Stamatu, Baciu), tra cui domina la figura di Aron Cotruș, poeta anche in lingua spagnola.

BIBL.: repertori bibliografici: I. Bianu - N. Hodoș, Bibliografia românească veche, I-III, București 1903-14 (suppl. di I. Bianu - D. Simonescu, ivi 1936); Gh. Adamescu, Contribuțiune la bibl. românească, I-III, ivi 1921-28, per i manoscritti: I. Bianu - R. Caracaș, Catalogul manuscrisitelor românești, I e II. ivi 1907, 1913 (il III vol. a cura di I. Bianu - G. Nicolaiasa, Craiova 1931); per le riviste: W. Hodoş e Al. Sadi Ionescu, Publicaţiunile periodice româneşti, Bucureşti 1912. Storie letterarie: N. Iorga, Istoria literaturii româneşti, Bucureşti 1902, 2ª ed., 2 voll., ivi 1925, 1933); id., Ist. lit. rom. în veacul al XIX-lea, 3 voll., Valenii-de-Munte 1907-1909; O. Dennealanu, Literatura română modernă, 3 voll., Sibiu 1920-33; G. Bogdan-Duică, Ist. lit. rom. mod., Cluj 1923; N. Cartojan, Breve storia della letter. romena, Roma 1926; S. Puşcariu, Ist. lit. rom.: Epoca veche, Sibiu 1930; N. Iorga, Ist. lit. rom. contemporane, 2 voll., Bucureşti 1934; E. Lovinescu, Ist. lit. rom. contemporanei, ivi 1937; N. Cartojan, Ist. lit. rom. vechi, 3 voll., ivi 1940-45; id., Cărţile populare în literatura românească, 2 voll., ivi 1929-38; B. Munteanu, Littérature roumaine, Parigi 1938, trad. it., Bari 1947; D. Murăraşu, Ist. lit. rom. Bucureşti 1940, 4ª ed., ivi 1946; R. Ortiz, Letteratura romena, Roma 1941. Contribuţi văii: E. Lovinescu, Istoria civilizaţiei române moderne, 3 voll., ivi 1924-25; Th. Capidan, Romanitatea balcanică, ivi 1936; C. Tăgălăvini, Civiltà ital. in R., Roma 1940; P. Iroaie, Omenia românească (La dignità umana romena), Bucureşti 1941; B. Munteanu, Literatura românească în perspectivă europeană, in Transilvania, 73 (1942), pp. 417-30; P. Iroaie, Vita e poesia popolare romina, Bucureşti 1943; P. Ciureanu, La poesia romena contemp., Genova 1944; D. Popovici, La littér. roumaine à l'époque des Lumières, Sibiu 1945; P. Iroaie, Umanismo popolare romeno, in La cultura nel mondo, 1 (1945), pp. 117-23; Em. Turdeanu, La littér. bulgare du XIVe siècle et sa diffusion dans les pays roumains, Parigi 1947; Vintilă Floria, Antologia poeților români în exil, Buenos Aires 1950; Gh. Cosma, Legea strămoșească (La legge degli avi), in Suflet Românesc, 2 (1950), pp. 66-90; P. Iroaie, Perioada peregrină a literaturii romane, ibid., 3 (1951), pp. 180-14; Fr. Railliez, Un peuple né chrétien, in Indreptar, II, nn. 1 e 3, Monaco 1951 e 1952. Petru Iroaie

VII. ARTE

Le scoperte archeologiche avvenute anche recentemente nell'antico territorio della Dacia hanno posto in gran risalto alcuni tipici valori dell'arte provinciale romana in R., le cui tracce, come quelle dei monumenti bizantini del sec. V e del VI della Dobrugia, non furono del tutto annientate dalle successive invasioni barbariche. Tuttavia la storia dell'arte romena vera e propria si può dire abbia inizio solo con l'età romanica. Essa ad ogni modo si sviluppa con caratteri distinti nelle tre grandi regioni della Muntenia, della Transilvania e della Moldavia fin quando, nel sec. XIX, i più intensi rapporti della moderna R. con tutte le altre nazioni europee conferirono nuovo carattere all'arte di tutta la nazione. Durante il periodo romanico in Muntenia l'architettura, sul fondamento di un persistente influsso bizantino, mostra anche rapporti con la cultura artistica del centro Europa; così nella chiesetta di S. Niccolò a Curtea de Argeş e nelle due chiesette di Turnu Severin e infine nella maggior chiesa principesca, a croce greca, della stessa Curtea de Argeş. Inoltre mentre nel Palazzo pure principesco dello stesso centro sono evidenti anche elementi gotici, in altre costruzioni è invece chiaro un influsso della prossima Serbia e dell'intenso centro artistico del Monte Athos donde provengono altri elementi che variamente graduati si evolvono fino durante il Cinquecento. Così nella chiesa principesca di Târgoviște e in quella del monastero di Dealu ed infine in quella vescovile di Argeş. Più tardi, nel Cinquecento avanzato e nel Seicento, si manifestano anche influssi moldavi riconoscibili in un maggiore slancio delle forme architettoniche e in una maggiore diffusione di elementi goticizzanti. Ma verso la fine del Seicento anche in Muntenia giungono elementi del barocco costantinopolitano e di lontana origine italiana. Essi persistono durante tutto il Settecento così nel monastero di Văcărești e nella chiesa di Stavropoleos a Bucureşti. In Muntenia la scultura si risolve, in tutto questo tempo, essenzialmente nella attività di maestri popolareschi che lavorarono le decorazioni delle architetture.

La pittura invece presenta nella prima metà del sec. XIV un complesso veramente straordinario nella decorazione ad affresco nella chiesa principesca di Curtea de Argeş, ove è possibile distinguere due gruppi abbastanza differenziati di pittura: uno da collegarsi con l'arte della Macedonia e l'altro con quella dell'isola di Creta. Altre pitture sempre di derivazione del grande ceppo bizantino appaiono ancora durante il Cinquecento nella chiesa dell'ospedale e del monastero di Cozia e nella chiesa del monastero Snagov ove sembrano apparire anche elementi di gusto italiano come nella più tarda decorazione della chiesa di

Săcueni che risalgono al 1655. In queste pitture, come nelle altre più tarde della regione, appaiono elementi naturalistici che rappresentano tardi influssi rinascimentali talvolta stranamente mescolati con quelli della persistente tradizione bizantina.

In Transilvania le più antiche costruzioni chiesastiche appartengono al sec. XIII e trenne qualche caso di edifici a pianta centrale ricordano nella pianta rettangolare le più antiche chiesette di Curtea de Argeş e Sernu; poi penetrano nella regione elementi romanici dell'Europa centrale, così nel duomo di Alba Julia; e quindi elementi gotici come nella badia cistercense di Cârta.

Durante il Trecento e il Quattrocento si diffonde però nella regione anche qualche elemento di gusto gotico-tedesco mentre forme rinascimentali italiane giungono sul suolo della Transilvania nei primi anni del Seicento: così nel castello di Făgărăș. Poi pervengono in Transilvania anche elementi di gusto barocco mentre sono tuttora frequenti le chiese in legno che ripetono schemi tradizionali.

Le vicende della scultura e della pittura di Transilvania non sono dissimili a quelle della Muntenia, ma è da ricordare come nel sec. XVIII si sviluppi a Nicula un nucleo di pittura popolare nella quale confluiscono, sul fondamento bizantino, anche elementi d'arte rinascimentale e tardo-gotica derivanti dalle varie scuole tedesche meridionali.

In Moldavia come nelle altre regioni romene le chiese in legno che vi si conservano e che sono posteriori sempre al sec. XVII fanno pensare a modi tradizionali molto antichi. Mentre quelle in pietra posteriori al XIV mostrano influssi romanici e gotici, questi ultimi caratterizzati dal grande slancio in altezza delle costruzioni provenienti dal centro Europa e pervenuti attraverso la Valacchia (Rădăuți e Baia). Nel Cinquecento in molte chiese della Moldavia appaiono nuovi elementi di gusto bizantino, derivanti questa volta dalla Russia, così nelle costruzioni del monastero di Galata e di Aroneanu. E ciò fino al principio del sec. XIX. Hanno notevole importanza nella regione numerosi castelli in parte riflettenti influssi d'architettura bizantina, altri polacca. Molto numerose sono anche fra il Quattrocento e il Cinquecento le decorazioni pittoriche sia all'interno come all'esterno delle chiese. Esse riflettono quasi sempre elementi di origine asiatica pervenuti attraverso la Serbia; poi, dalla fine del Cinquecento prevalgono il modo derivanti dalla Russia, evidenti anche nella folta produzione di icone. Ciò fin quando gli elementi del barocco del centro Europa non conducono ad una degenerazione degli antichissimi schemi.

Fu durante l'Ottocento che l'arte romena venuta a più diretti contatti con il mondo occidentale di esso assunse i più evidenti caratteri, riflettendo nell'opera degli architetti, degli scultori e dei pittori locali la varietà delle nuove tendenze. Interessante ad ogni modo continuò ad esser la produzione di intagli, rilievi, oreficerie, tessuti, ricami, di carattere popolare evolutasi nella regione su motivi derivanti dal costante fondamento bizantino ma elaborati con libertà e fantasia.

BIBL.: W. Iorga - G. Balș, Hist. de l'art roumain ancien, Bucureşti 1909; W. Iorga, L'art populaire roumain, ivi 1923; V. Vabăsianu, s. V. ENOCH. ital., XXX, pp. 34-39; Transilvania, a cura della Società storica ungherese, Budapest 1940 (con ricco materiale illustrativo: arte, folklore, cartine geografiche); P. Lavedan, Hist. de l'art universel, Parigi 1946, passim.

Emilio Lavagnino

VIII. ORDINAMENTO SCOLASTICO

L'orientamento nuovo impresso nella R. alla vita sociale con l'avvento del regime comunista importò anche nel campo scolastico parecchie importanti riforme.

Si volle diffondere la istruzione e la cultura anche negli strati popolari più bassi per elevarli e rendere loro possibile la conquista di migliori situazioni, e perciò si abbracciarono i seguenti mezzi: prima di tutto l'istruzione dai 7 ai 14 anni venne resa obbligatoria, gratuita e uniforme; ai 4 anni di insegnamento elementare si fanno seguire tre anni di ginnasio a tipo unico, che sostituisce tutti gli altri tipi di scuole medie differenziate. A 14 anni gli alunni vengono selezionati e avviati a quei tipi di scuola che sono più conformi alle loro capacità ed attitudini,

senza alcun riguardo alla loro situazione economica e sociale. Ed è anche concessa la massima facilità a passare da un tipo di scuola all'altro; nonché assidua assistenza e larga previdenza per gli alunni poveri, lavoratori e figli di lavoratori. La realizzazione di questi programmi incontra nella realtà quotidiana numerosi ostacoli.

Quanto ai vari tipi di liceo che seguono al ginnasio unico (teorico, amministrativo, tecnico, agrario, commerciale) gli alunni devono possibilmente essere orientati verso i tipi di indirizzo tecnico specializzato, per poter entro breve tempo formare i quadri del personale che dovrà promuovere l'industrializzazione del paese, soprattutto nel settore agricolo. Il tipo di liceo teorico, invece, fu abolito, perché «serve piuttosto agli sfruttatori e alla borghesia». Per questo la scuola deve mantenersi aderente alla vita quanto più è possibile, massime alla vita del lavoro. Donde il contatto degli alunni con le officine, le aziende agrarie, i cantieri e il lavoro manuale obbligatorio. Somma importanza è data anche all'educazione fisica e civile. Ai licei fanno seguito due categorie di istituti: a) università e politecnici, della durata di 4-6 anni, che hanno il compito di preparare i quadri per il corpo didattico dell'insegnamento medio e specialmente i quadri superiori degli specialisti e ricercatori nei differenti rami della scienza, per l'insegnamento superiore. Il numero degli alunni è fissato anno per anno dal Consiglio dei ministri, secondo il criterio della necessità; b) istituti d'istruzione superiore, della durata di 3-4 anni, con il compito di creare i quadri superiori degli specialisti destinati alla produzione (ingegneri, agronomi, ecc.) o dei professori per l'insegnamento medio.

In grandi linee, l'ordinamento scolastico romeno odierno riproduce gli aspetti della scuola sovietica. Avversione alla tradizione classica; interpretazione della storia, della filosofia, della letteratura, della storia dell'arte secondo i dettami del materialismo storico; tendenza a voler allacciare l'insegnamento con la «vita», il che si risolve spesso con la ricerca affannosa di immediati risultati pratici e con l'inscrisi, nei vari rami della cultura, dei problemi del giorno. - Vedi tavv. LXXVII-LXXVIII.

Bim.: per il ginnasio unico in R. V. il decreto legge 1945, in Boll. di legislazione scolastica comparata, 5 (1947), pp. 202-15; per la riforma dell'insegnamento pubblico e la legge del 1948, ibid., 7 (1949), pp. 57-61. Celestino Testare

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“ROMANIA.” Enciclopedia Cattolica, vol. X (1953), p. 763. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/romania.