ROMANINO, GIROLAMO DI ROMANO, DETTO IL

ROMANINO, Girolamo di Romano, detto il. - Pittore, n. a Brescia fra il 1484 e il 1487, mortivi ca. il 1566.
ROMANINO, Girolamo di Romano, detto il. - Pittore, n. a Brescia fra il 1484 e il 1487, mortivi ca. il 1566.

La sua prima opera datata è la Deposizione della Galleria dell'Accademia di Venezia (dalla chiesa di S. Lorenzo di Brescia), del 1510; in questo, e nei rari dipinti che possono ritenersi vicini di tempo (pala di S. Rocco in Brescia), insieme a caratteri locali e a ricordi del commosso Boccaccino, l'artista rivela conoscenza dell'arte veneziana; ma il colore ha vibrazioni di intensità già personale. Nel 1513 a Padova gli è commessa dai monaci di S. Giustina la pala per l'altar maggiore della loro chiesa (ora nel Museo di Padova), che mostra quanta influenza abbiano esercitato su di lui gli affreschi che Tiziano aveva eseguito due anni prima per la Scuola del

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(da Tristora d'art du moyen d'age en Italie, Parigi 1892, tav. 2)
ROMANICA, ARTE - Picchiotto in bronzo, con testa di leone (sec. XI-XII) - Susa, Tesoro del Duomo.

plastica nella regione padana. Vitalità che in Lombardia assume un tono di più intensa caratterizzazione popolare, mentre a Venezia s'atteggiava ad una maggiore raffinatezza per suggestione della diritta conoscenza che si aveva sulle rive della laguna dei modi propri del neo-ellenismo orientale. Frattanto nelle altre regioni della penisola lo stesso spirito naturalistico che animava la scultura fiorente nella valle del Po si incontrava con gli elementi della tradizionale cultura classicheggiante. Così in Puglia, in Sicilia, in Campania, nel Lazio.

In Toscana, ove si scolpiscono marmi nei quali la nuova espressività delle immagini si concentra in equilibrati rapporti di forma e contenuto. E da questa cultura, nella quale è spesso chiaro come il concetto di antico divenga sinonimo di bello, deriva il maggiore scultore che a metà del sec. XIII annuncia tempi nuovi per l'arte italiana: Nicola Nicola Pisano (v.).

Movimenti analoghi avvenivano nel campo dell'attività pittorica. Anche qui i problemi che sorgono, per chi voglia tracciare uno schema quanto più possibile chiaro di quella vicenda, sono infiniti ed estremamente complessi. Ché un numero veramente infinito di affreschi, musei, tavole dipinte testimonia la vivacità e ricchezza di una produzione spesso di qualità altissima. Sono tali e tante quelle testimonianze che si direbbe come fra il sec. XI e il XIII il rivestire di vivaci colori pareti di chiese e palazzi e perfino grotte, fosse divenuta pratica comune per gli Italiani. Un paese di pittori, allora l'Italia, di pittori che sapevano narrare con vivacità d'accenti e chiarezza, storie e miracoli di santi ed anche le azioni e le attività umane, in composizioni ove la figura umana, motivo essenziale della rappresentazione, s'atteggiava con immediatezza espressiva, spontanea e sapientissima insieme. Naturalmente allora nella pittura italiana, come nella contemporanea architettura e scultura, hanno spesse volte valore essenziale gli elementi delle culture precedenti e contem

ROMANINO, Girolamo di Romano, detto il - La deposizione - Venezia, Galleria dell'Accademia.

Santo e come dalla conoscenza del Tiziano egli abbia tratto equilibrio compositivo ed abbia appreso a disciplinare, senza diminuirlo, il suo straordinario splendore cromatico. A questo momento, il più felice dell'artista, appartengono anche la pala della chiesa di S. Francesco in Brescia, e probabilmente quella del Museo di Berlino. Queste opere dovettero suscitare grande ammirazione in patria, se poco dopo (fra il 1516 e il 1518) il Moretto, dipingendo le ante d'organo per il Duomo vecchio bresciano, seguiva così da vicino i modi del R. da venire per lungo tempo confuso con lui. Ma il freno esercitato da Tiziano vien meno quando l'artista, chiamato nel 1519 a Cremona a dipingere nel Duomo le Storie della Passione, si trova a lavorare vicino al Pordenone. È come una ventata di barocchismo che affolla e sconvolge le composizioni, nelle quali certo gusto del grottesco rivela influenze nordiche.

Neanche quando, nel 1521, collaborava con il severo e composto Moretto in S. Giovanni Evangelista di Brescia, il R. ritrova l'equilibrio delle prime opere, e affolla gli spazi addensando le figure in un sol piano; ma il colore, fluido e fuso, di intensità e splendori ineguagliati, raggiunge espressioni di appassionato lirismo (Spasilizio della Vergine; S. Matteo). Ricordi del Pordenone (Trittico della Galleria nazionale di Londra; S. Antonio nel duomo di Salò, del 1529) e Savoldo (Cristo portacroce della Galleria Martinengo di Brescia) e anche del Lotto (SS. Faustino e Giovita) si alternano nelle opere successive, senza che mai si spenga l'afflato tizianesco. Nel 1531 lavora per il card. Clesio nel Castello del Buonconsiglio a Trento, dove si trova a contatto per breve tempo con i Dosso, e più a lungo con il Foglino, la cui vicinanza riacquista le sue tendenze ad un espressionismo nordico, che appaiono anche nelle ante d'organo per il duomo nuovo di Brescia, dipinte fra il 1539 e il 1541. Dopo questa non si conoscono opere datate del R. fino al 1557, quando l'artista, ormai più che settantenne, dipinge per la chiesa di S. Pietro di Modena La predica del Battista, compone un'immagine in un'infanzia classicheggiante del tutto insolita, dovuta forse alla dilagante influenza di Giulio Romano.

BIBL.: R. Longhi, Cose bresciane del Cinquecento, in Arte, 1917, p. 99; S. G. Nicodemi, G. R., Brescia 1925, Venturi, IX, III, p. 792; S. G. Longhi, La pittura bresciana del Rinascimento, catal. della mostra, Brescia 1939, p. 218

Costantinopoli negli ultimi anni del regno di Anastasio I (491-518), dopo essersi convertito al cristianesimo, fu diacono nella chiesa della Vergine, dove ebbe poi sepoltura. La sua morte deve essere posta non molto oltre la metà del sec. VI.
Secondo le fonti biografiche, R. avrebbe composto la un migliaio di canti, che è numero certamente iperbolico: nei manoscritti rimangono di lui ca. 85 canti (tra cui una ventina apocrifi), dei quali ancora manca una complessiva edizione critica.

A base delle fonti letterarie di R. stanno, ovviamente, il Vecchio e il Nuovo Testamento: ma egli attinse altresì al suo conterraneo s. Efrem, agli oratori cristiani greci e alle Vite dei Martiri.

R. è ritenuto quasi concordemente il maggior poeta cristiano bizantino. Egli riuscì, senza dubbio, a trarre dalla sua profonda religiosità una sincera ispirazione poetica, che si manifesta spesso in forma intimamente drammatica e non si lascia opprimere dalla macchinesa struttura del kontakion, ma si effonde ampia e potente in efficaci descrizioni, avvalendosi di una lingua nuova ed agile e viva, mirabilmente aderente al pensiero sempre chiaro. Egli, insomma, creò veramente una poesia nuova, nuova nella forma e negli spiriti, che interpretava i bisogni del suo tempo e, nel quadro della fastosa e appassionata liturgia bizantina, dava voce all'anelito delle folle adoranti; che, infine, ha avuto importanza decisiva nella evoluzione della poesia religiosa, non soltanto bizantina.

Ma, accanto a questi pregi, non si possono dimenticare il tono oratorio che appesantisce talvolta la poesia con disquisizioni e polemiche teologiche; una certa tendenza a cogliere e raffigurare, della stessa ispirazione religiosa, piuttosto gli aspetti esteriori, che non la religiosità intima; il barocchismo prezioso e pesante di molte immagini e soprattutto, nel complesso della sua opera, una sensazione di monotonia, generata non dalla necessariamente monocolore ispirazione, ma piuttosto, si direbbe, dalla difficoltà di variare intimamente la sostanza del canto.

BIBL.: Krumbacher, pp. 663-71; id., Studien zu Romanos, Monaco 1898; P. Maas, Die Chronologie der Hymnen des Romanos, in Byz. Zeit., 15 (1906), pp. 1-44; G. Cammelli, R. il M., Firenze 1930; E. Mioni, R. il M., saggi critici e dieci anni interi, Torino 1937; R. Cantarella, Poeti bizantini, II, Milano 1948, p. 106 sgg.