CIPRIANO, vescovo di CARTAGINE, santo. - Nella storia della Chiesa antica d'Occidente è uno dei personaggi di maggior rilievo, certo il primo, nella estimazione comune, fino al sorgere dei grandi del sec. IV: Ambrogio, Girolamo, Agostino. La fortuna delle sue opere non ha uguale nei primi secoli, come appare dal numero dei manoscritti, inferiore solo a quelli della Bibbia latina.
I. VITA
Fonti per la biografia di C. sono: 1) la Vita scritta dal diacono Ponzio, suo compagno nell'esilio e testimone oculare del martirio; vita che, pur avendo manifestato intento di esaltazione e di edificazione, è documento storico di piena attendibilità; 2) gli Atti proconsolari, cioè il protocollo degli interrogatori che ebbero luogo davanti ai proconsoli Paterno e Galerio Massimo, seguito dalla condanna a morte, e infine, collocata impropriamente sotto questo titolo, la relazione del martirio; i tre documenti furono tutti redatti da testimoni oculari immediatamente dopo i fatti; 3) la notizia di Girolamo (De viris illustribus, 67); 4) le opere di C. stesso, in primo luogo le lettere.Cecilio C., chiamato anche Tascio, nacque in Africa sul principio del sec. III da genitori pagani che gli procurarono un'accarata formazione letteraria; insomma retorica e si lasciò contaminare dai vizi del paganeismo. Aiutato dal presbitero, cartaginese Ceciliano, si convertì al cristianesimo, incominciando già da cecumene una nuova vita, nella pratica della continenza e della carità, tanto da distribuire i suoi beni ai poveri. Poco tempo dopo il Battesimo fu ordinato presbitero e poi, nel 248 o 249, vescovo di Cartagine, per acclamazione popolare. Scoppiata la persecuzione di Decio, C. ritenne suo dovere nascondersi, per non privare la sua Chiesa d'una guida allora più che mai necessaria; e dal suo ritiro, non lontano da Cartagine, la governò dal principio del 250 alla primavera del 251, mentenendo un intenso commercio epistolare. Ebbe una LEPTIS (v.), e dové frenare il lassismo propugnato da quel partito del clero che già si era opposto alla sua elezione (fra cui spiccava il prete Novato), e da un laico facoltoso, Felicissimo, e mantenere integra, anche di fronte ai confessori, l'autorità episcopale. Ebbe in ciò l'appoggio del clero romano (essendo vacante la sede), e preparò così le decisioni del Concilio Cartaginese dell'apr. 251, che distinse fra i sacrificati, ammettendoli alla riconciliazione solo in punto di morte, e i libellatici (v. LAPISI), ai quali poteva esser data la Comunione dopo un periodo di prova. I lassisti, strano a dire, troveranno appoggio nella fazione rigorista del clero romano, capeggiata da Novaziano, che riuscì a farsi eleggere antipapa contro Cornelio, provocando uno scisma che doveva diffondersi e durare a lungo (v. NOVAZIANO). Di fatto il movimento dilagò anche in Africa, dove C. lo combatté energicamente, sostenendo l'elezione di Cornelio. Una nuova ondata di persecuzione, sotto Gallo e Triboniano (251-53), non ebbe lunga durata. Gravissima fu la controversia sul Battesimo degli eretici, in cui C., appoggiato dai vescovi dell'Africa e da alcuni dell'Asia Minore, prese decisamente partito contro papa Stefano (254-57), che affermava, con gli altri, non doversi rinnovare il Battesimo amministrato dagli eretici. La morte di Stefano (2 ag. 257), l'intervento di s. Dionigi d'Alessandria presso papa Stefano e la persecuzione di Valeriano misero fine alla controversia, che minacciava di provocare uno scisma. Il 30 ag. 257 C. fu tradotto davanti al proconsolo Paterno e, avendo confessato la sua fede, fu esiliato a Curobi.
All'ordine del nuovo proconsolo, Galerio Massimo, di costituirsi ad Utica, residenza del magistrato, egli rifiuta e si nasconde, perché vuol morire in mezzo al suo popolo: ritornò a Cartagine quando vi rientrò il proconsolo, dal quale, il 13 sett. 258, fu condannato a morte; il giorno dopo, davanti a una folla di cristiani, venne decapitato.
II. OPERE
Negli scritti di C. si rispecchia la sua attività di pastore: nessuna divagazione puramente letteraria, nessun intento propriamente speculativo; dominano sole le preoccupazioni del vescovo che vuole illuminare, correggere, pacificare, guidare, incoraggiare. Già la tradizione manoscritta li distingue in due categorie: 13 trattati (sermones, libelli), e 8 lettre (litterae, epistolae). Due antichi preziosi documenti ne danno un elenco: il cap. 7 della menzionata Vita di Ponzio, che allude in forma retorica a 11 trattati, in ordine cronologico, corrisponde
(da M. Besson, S. Pierre et les origines de la primauté romaine, Ginecra 1929, pp. 119, 122)
CIPRIANO DI Cartagine, santo - De catholicae Ecclesiae unitate, cap. 4, nelle due redazioni, dovute allo stesso C. Da sinistra a destra: 1) ms. di Séguier (seguierianus) del sec. vi, red. breve - Parigi, biblioteca Nazionale, ms. Ist. 10592, f. 34; 5) ms. di Troyes del sec. viI-12, red. lunga - Troyes, biblioteca, ms. 581. Ca. la priorita delle due redazioni, i critici non sono concordi; alcuni stimono che la breve proceda, altri invece dànno la precedenza alla più lunga, diretta contro il partito novzzianco di Roma (251).
a quello della tradizione manoscritta, e forse all'epistola 76 e il catalogo scoperto dal Mommsen nella biblioteca di Filippo di Cheltenham, risalente a un archetipo del 359, in cui sono elencati 12 trattati e buon numero di lettere.
I trattati sono i seguenti : 1) Ad Donatum (246), opuscolo di carattere fra autobiografico e polemico, di forte colorito retorico, in cui l'autore, da poco convertito, esalta i benefici che il cristianesimo apporta all'uomo facendolo rinascere a nuova vita, alla quale contrappone la corruzione del mondo pagano. 2) De habitu virginum (249), indirizzato in primo luogo alle vergini consacrate al Signore, ricorda loro il dovere di piacere solo a lui e di mostrare il distacco dagli affetti terreni anche nell'esteriore, rinunziando al lusso, agli ornamenti, ai divertimenti profani. 3) De lapste (251), dedicato ai confessori della fede, di cui loda la fortezza, deplora la caduta di molti nella persecuzione, distinguendo fra quelli che apostatarono di fronte ai tormenti e quelli che si sottrassero alla lotta. Bisogna procedere con cautela nell'ammettere gli apostati alla riconciliazione. Anche i libellatici devono fare penitenza, e anche coloro che caddero solo nel loro intimo. 4) De catholicae Ecclesiae unitate è una lettera pastorale scritta in occasione dello scisma di Novaziano (251). Si deplorano le eresie come attentati all'unità della Chiesa voluta da Cristo, che edificò la sua Chiesa su Pietro, simboleggiata nel Vecchio Testamento, annunciata da s. Paolo. E assolutamente necessario rimanere uniti alla Chiesa; fuori di essa nemmeno il martirio giova a salvezza (sul cap. 4, V. sotto). 5) De dominica oratione (251-52): dopo un'introduzione sulla eccellenza di questa preghiera e sulla preghiera in generale, C. commenta le singole petizioni del Pater noster. Seguono ancora considerazioni su questa preghiera nel suo insieme e sulla necessità di pregare con accoglimento, di aggiungere alla preghiera digiuni ed elemosine, e di pregare assiduamente. 6) Ad Demetrianum (252), si rivolge ad un pagano, per confutare, in
tono di forte invettiva, l'accusa che le calamità da cui è afflitto il mondo siano castighi mandati dagli dèi perché abbandonati dai cristiani. Risponde che ciò proviene invece dal fatto che il mondo è ormai invecchiato, e, ritornando l'accusa, afferma che causa di tali sciagure sono l'incredulità e i vizi dei pagani e specialmente le persecuzioni contro i cristiani. Gli dèi non sono che demoni. Se anche i cristiani sono coinvolti nelle comuni avversità, per essi, che pensano al futuro premio, queste non sono un male. Si convertano dunque i pagani al vero Dio. 7) De mortalitate (252-53), è una pastorale consolatoria al popolo abbattuto dalla peste che imperversa a Cartagine e nell'impero. Il cristiano non deve temere la morte poiché essa è un guadagno. Né deve scandalizzare la comunanza di sventura fra cristiani e pagani: il cristiano dev'essere pronto a sopportare ogni dolore. Di nuovo si richiamano motivi di consolazione di fronte alla morte e alla malattia, e si invitano i sofferenti a guardare con desiderio al Paradiso, patria nostra. 8) De opere et eleemaxynis (252-53) : la beneficenza e l'elemosina sono un mezzo per cancellare i peccati, simile al Battesimo, inculcato dalla Scrittura. Non c'è da temere che l'elemosina impoverisca, né che privi del necessario i figli di chi dona. Chi fa l'elemosina celebra davanti a Dio un mirabile spettacolo, che si contrappone agli operacoli mondani, opera del demonio. Bisogna, pensando alla sentenza del giudizio finale, rammentando l'esempio dei primi cristiani, darsi con ardore alla pratica di queste opere sante. 9) De bono patientiae (256) : in questo opuscolo, scritto durante la controversia battesimale, C. illustra, desumendo i suoi concetti da Tertulliano, la differenza fra la vera pazienza cristiana e quella dei filosofi, mostrando in Dio e in Cristo l'esemplare di questa virtù. Argomenta poi sulla necessità della pazienza dalla condizione dell'uomo e del cristiano, e ne esalta i pregi, esortando a praticarla anche nelle persecuzioni. 10) De solo et livore (256-57),
occasionato esso pure dalla controversia sul Battesimo degli
eretici, dimostra, con esempi e detti biblici, la malizia del-
l’invidia e le sue tristi conseguenze, inculcando il dovere
della carità. 11) Ad Fortunatum de exhortatione martyrii
(257) : infierendo la persecuzione di Valeriano, C. manda a
Fortunato, che ne aveva espresso il desiderio, una raccolta
di passi biblici ordinati a dimostrazione di alcune tesi e
commentati, avvertendo che non vuole comporre un trat-
tato, ma porgere il materiale per preparare al combattimen-
to i soldati di Cristo. Gli argomenti fondamentali sono la
vanità degli idoli, le minacce divine contro i loro adoratori,
la fede in Cristo, lo scopo delle persecuzioni; conclude esal-
tando la bellezza del martirio. 12) Ad Quirinum (Testimo-
niorum libri III), è pure una raccolta di passi scritturali, di-
retti, nei primi due libri, contro i giudei (ca. 248). Nel I si
propongono 24 tesi, raggruppando intorno a ciascuna dei
testi biblici che dimostrano i torti e gli errori dei giudei; nel
II le 30 tesi con il loro contorno di testi, espongono la divi-
nità di Cristo e la sua missione; il I. III, aggiunto posterior-
mente, presenta in 120 tesi, dimostrate da passi biblici,
i doveri morali del cristiano. 13) Quod idola di non sint
(ca. 246), d’autenticità contestata, per il silenzio dei cata-
loghi di Ponzio e del Mommsen, per la scarsa tradizione
manoscritta e per la mancanza di originalità, essendo tutto
un plagio da Minucio Felice e dall’Apologeticum di Ter-
tulliano. Prima confuta il politeismo, poi dimostra l’unità
di Dio, infine tratta di Cristo.
L’Epistolario comprende 81 lettere, fra cui 16 di
corrispondenti, in generale disposte in ordine crono-
logico. Con lo Schanz, vi si possono distinguere, oltre
4 lettere non databili su varie questioni ecclesiastiche,
i seguenti gruppi: 1) Lettere del periodo del ritiro,
in cui giustifica la sua fuga e tratta specialmente della
questione dei lapsi e poi dello scisma di Felicissimo.
Un gruppo di 13 lettere fu inviato alla Chiesa di Car-
tagine, 12 al clero di Roma o a singoli membri di
essa, 11, anteriori allo scisma, a diversi destinatari;
3 riguardano il menzionato scisma di Felicissimo. 2) 20
lettere scambiate con i vescovi di Roma Cornelio e
Lucio, ancora sulla questione dei lapsi, poi sullo sci-
sma di Novaziano e sulla persecuzione di Decio. 3) 9
lettere del tempo di papa Stefano, con il Papa e con
altri, quasi tutte sul Battesimo degli eretici. 4) 5 let-
tere dall’ultimo esilio. Almeno 11 lettere sono per-
dute. L’epistolario di C. ha una straordinaria impor-
tanza per le notizie storiche che ci fornisce su vicende
di primo piano nella vita della Chiesa, per la ricchezza
del contenuto dogmatico e disciplinare, per il risalto
con cui ne emerge la personalità dello scrittore. Lo
stile è sempre accurato e adatto all’argomento. Fra
quelle dei corrispondenti ve ne sono 5 in latino vol-
gare, con frequenti errori di morfologia e di sintassi.
I manoscritti ci hanno tramandato col nome di C.
una serie di opuscoli d’incerto autore, dei quali alcuni fu-
rono composti nell’età e nell’ambiente di C., altri sono
molto posteriori. Ciascuno è menzionato a suo luogo,
sotto il rispettivo titolo.
III. Pensiero
C., assai più pastore che teologo,non presenta particolari sviluppi speculativi dei vari
dogmi, che riferisce semplicemente secondo la tra-
dizione; solo da necessità pratica fu portato ad appro-
fondire due punti di dottrina: i Sacramenti (in par-
ticolare il Battesimo) e la Chiesa. Poiché erano fre-
quenti le conversioni dalle numerose eresie, s’impo-
neva il problema se si dovesse ritenere valido il Battesi-
mo ricevuto nell’eresia o no, e se pertanto i convertiti
si dovessero ribattezzare. C., seguendo la tradizione
prevalente nelle Chiese africane, sostiene che tale
Battesimo è invalido. Oltre che appellarsi alla tradizione,
porta due argomenti: primo, il ministro del Sacra-
mento non può conferire la Grazia che egli stesso non
possiede: «Ma come può mondare e santificare l’acqua
colui che è a sua volta immondo e non ha in sé lo
Spirito Santo, mentre il Signore dice in Numeri:
E tutto ciò che un immondo toccherà, sarà immondo
(Num. 19, 22)? Come può chi battezza dare ad altri
la remissione dei peccati, lui che non può, fuori della
Chiesa, liberarsi dai suoi peccati?» (Ep., 70, 1). Il
secondo argomento è l’unità del Battesimo derivante
dall’unità della Chiesa: «Non pronunziamo la no-
stra sentenza come nuova, ma condividiamo quella
che già prima fu stabilita dai nostri antecessori e os-
servata in piena intesa da noi e da voi: pensiamo,
cioè, e riteniamo per certo che nessuno possa essere
battezzato fuori della Chiesa, uno essendo il Batte-
tesimo stabilito nella santa Chiesa» (ibid.). «Per il che,
avendo solo la Chiesa l’acqua vitale e la potestà di
battezzare e di lavare l’uomo, chi dice che alcuno
possa essere battezzato o santificato presso Novaziano,
prima dimostri e insegni che Novaziano è nella Chiesa
o a capo della Chiesa» (Ep., 69, 3; PL 4, Ep. 76).
La dottrina dell’unità della Chiesa, che sta veramente
al centro del magistero e dell’attività pratica di C., è espo-
sta ampiamente nell’opuscolo De catholica Ecclesiae uni-
tate e ritorna spesso nelle lettere. Nell’opuscolo, C. afferma
essere più da temere l’insidia all’unità della Chiesa che la
persecuzione (capp. 1-3). È illusione credere di conservare
la fede e non conservare l’unità della Chiesa (cap. 4). La
Chiesa rimanendo una si estende fino ad abbracciare una
moltitudine di uomini, come un unico lume dà molti raggi,
un unico albero molti rami, un’unica fonte molti ru-
scelli (cap. 5); essa è l’incorretta sposa di Cristo e madre
nostra. «Non può aver Dio per padre chi non ha la Chiesa
per madre?» «chi non serba questa unità non serba la
legge di Dio, non serba la fede del Padre e del Figlio, non
serba la vita e la salute» (cap. 6). Simbolo di quest’unità
è la tunica inconsueta di Cristo (cap. 7). Nemmeno il mar-
tirio giova a chi non è nella Chiesa (cap. 14). «V’è un solo
Dio e un solo Cristo, una sola è la sua Chiesa, una la sua
fede, uno il popolo, tenuto insieme nella salda unità del
corpo dal cemento della concordia. Non può scindersi l’unità
né un corpo uno essere separato lacerandone la compa-
gine, essere fatto a pezzi dilaniandone le viscere» (cap. 23).
Vincolo dell’unità della Chiesa è anzitutto l’episco-
pato: «Questa unità dobbiamo serbare con fermezza
e rivendicare massimamente noi vescovi che siamo al
governo della Chiesa, così da dimostrare che anche
l’episcopato è uno e indiviso. Uno è l’episcopato, del
quale ciascuno teniamo in solido una parte» (cap. 5).
La Chiesa è costituita sui vescovi e ogni atto della
Chiesa è regolato per mezzo di essi che le sono prepo-
sti (Ep., 33, 1; PL 4, Ep. 27). A sua volta, l’episcopato
ha il centro di unità nella cattedra di Pietro. Decisivo
per il primato del papa è il cap. 4 del De cath. Eccl.
unit., che nella sua prima redazione (red. lunga), fatta
durante lo scisma di Novaziano (come ha dimostrato,
dopo il Chapman, il Bévonot sullo studio dei mano-
scritti), suona così: «E il medesimo dopo la sua Risur-
rezione gli dice: Pasca le mie pecore (Io. 21, 15-17).
Su di lui edifica la Chiesa e gli affida le pecore da pa-
scolare. E quantunque a tutti gli apostoli conceda
ugual potere, istituì tuttavia una sola cattedra e de-
terminò con la sua autorità l’origine e la natura del-
l’unità. Certamente, quel ch’era Pietro erano pure gli
altri, ma il primato è dato a Pietro e ci si presenta
una sola Chiesa e una sola cattedra. Tutti sono pastori;
ma ci si mostra un gregge solo che dev’essere pasco-
lato da tutti gli apostoli con unanime consenso. Chi
non serba questa unità [della Chiesa, l’espressione Pauli
unitatem è dovuta a uno sproposito di amanuense]
crede di serbare la fede? Chi abbandona la Cattedra
di Pietro sul quale è fondata la Chiesa presume di es-
sere nella Chiesa?» Questa chiara professione del pri-
mato di Pietro e dei suoi successori fu poi attenuata
nella seconda redazione dell'opuscolo, fatta da C. stesso durante la controversia battesimale; ma è abbastanza chiara anche da altri passi: «Dio è uno solo e Cristo è uno solo e una è la Chiesa e una la Cattedra fondata su Pietro dalla voce del Signore» (Ep., 43, 5; PL 4, Ep. 40). «Osano [gli eretici] passare il mare e portare alla Cattedra di Pietro e alla Chiesa principale (Ecclesiam principalem), donde ebbe origine l'unità dell'episcopato (unitas sacerdotalis), lettere di scismatici e di profani. Non riflettono che quelli sono i Romani, la cui fede fu lodata apertamente dall'Apostolo, e ai quali la perfidia non può aver accesso» (Ep., 59, 14; PL 4, Ep. 55). Restano, tuttavia, nella dottrina di C. dei punti oscuri, per la difficoltà di conciliare tali passi con altri nei quali affiora una concezione episcopale, secondo cui ogni vescovo è indipendente e responsabile solo davanti a Dio; resta soprattutto la difficoltà di accordare quelle esplicite ammissioni del primato con la condotta tenuta da C. di fronte a papa Stefano nella controversia battesimale, in cui egli si oppone recisamente al vescovo di Roma e invoca l'intervento collettivo dell'esposcato a correggere le deliberazioni. Certo, C. non seppe dedurre da quella verità le naturali conseguenze teoriche e pratiche.
Studi: Sui manoscritti, oltre Hartel, cf. H. V. Soden, Die Cyprianische Briefsammlung (Texte und Untersuchungen, neue Serie, 10, 11). Lipsia 1904. Per il De unitate: D. Van Den Eynde, La double édition du «De unitate» de S. Cyprien, in Revue d'hist. ecclét., 29 (1933), pp. 5-24; M. Bévenot, St. Cyprian's De Unitate Chap. 4 in the light of the manuscripts (Analecta Gregoriana, 11), Roma 1938 (ivi altra bibliografia, specie i lavori di D. Chapman). In generale: P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne, II, Parigi 1902; Barndenheer, II (1914), pp. 442-517; Moricca, I, pp. 367-556; Schanz-Krüger, III; A. d'Alès, La théologie de S. Cyprien, Parigi 1922, pp. 333-392; H. Koch, Cyprianische Untersuchungen, in G. Bonn 1926; S. Colombo, S. C. di Cartagine, l'uomo e lo scrittore, in Didaskaleion, nuova serie, 6 (1928), pp. 1-80; P. Colombo, De Cypriani, in DTHC, III, coll. 2459-70; H. Koch, Cathedra Petri, Giessen 1930; R. Poschmann, Ecclesia principalis, in kritischer Beitrag zur Frage des Primats bei Cyprian, Breslau 1933; P. de Labriolle-G. Bardy, Histoire de la littérature latine chrétienne, 3ª ed., Parigi 1947, pp. 196-247. Sulla linguista: L. Bayard, Le latin de S. Cyprien, Parigi 1901; P. A. H. J. Merx, Zur Syntax der Kasus und Tempora in den Tractaten des Cyprian, Nimega 1930; I. Schrijnen-Chr. Mohrmann, Studien zur Syntax der Briefe des hl. Cyprian, 2 voll., ivi 1936-37; M. J. Ball, Nature and the Vocabulary of Nature in the works of S. Cyprien (Catholic Univ. Patristic Studies, 75), Washington, Michèle Pellegrino 1946.