CIPRIANO DI CARTAGINE, santo - De catholicae Ecclesiae unitate, cap. 4, nelle due redazioni, dovute allo stesso C. Da sinistra a destra: 1) ms. di Séguier (seguierianus) del sec. vi, red. breve - Parigi, biblioteca Nazionale, ms. lat. 10592, f. 34; 2) ms. di Troyes del sec. VIII-IX, red. lunga - Troyes, biblioteca, ms. 281. Ca. la priorità delle due redazioni, i critici non sono concordi: alcuni atimano che la breve preceda, altri invece danno la precedenza alla più lunga, diretta contro il partito novazianco di Roma (251).
a quello della tradizione manoscritta, e forse all'epistola 76 e il catalogo scoperto dal Mommsen nella biblioteca di Filippo di Cheltenham, risalente a un archetipo del 359, in cui sono elencati 12 trattati e buon numero di lettere.
I trattati sono i seguenti: 1) Ad Domatum (246), opuscolo di carattere fra autobiografico e polemico, di forte colorito retorico, in cui l'autore, da poco convertito, esalta i benefici che il cristianesimo apporta all'uomo facendolo rinascere a nuova vita, alla quale contrappone la corruzione del mondo pagano. 2) De habitu virginum (249), indirizzato in primo luogo alle vergini consacrate al Signore, ricorda loro il dovere di piacere solo a lui e di mostrare il distacco dagli affetti terreni anche nell'esteriore, rinunciando al lusso, agli ornamenti, ai divertimenti profani. 3) De lapsis (251), dedicato ai confessori della fede, di cui loda la fortezza, deplora la caduta di molti nella persecuzione, distinguendo fra quelli che apostatarono di fronte ai tormenti e quelli che si sottrassero alla lotta. Bisogna procedere con cautela nell'ammettere gli apostati alla riconciliazione. Anche i libellatici devono fare penitenza, e anche coloro che caddero solo nel loro intimo. 4) De catholicae Ecclesiae unitate è una lettera pastorale scritta in occasione dello scisma di Novaziano (251). Si deplorano le eresie come attentati all'unità della Chiesa voluta da Cristo, che edificò la sua Chiesa su Pietro, simboleggista nel Vecchio Testamento, annunciata da a. Paolo. È assolutamente necessario rimanere uniti alla Chiesa; fuori di essa nemmeno il martirio giova a salvezza (sul cap. 4, V. sotto). 5) De dominica oratione (251-52): dopo un'introduzione sulla eccellenza di questa preghiera e sulla preghiera in generale, C. commenta le singole petizioni del Pater noster. Seguono ancora considerazioni su questa preghiera nel suo insieme e sulla necessità di pregare con raccoglimento, di aggiungere alla preghiera digiuni ed elemosine, e di pregare assiduamente. 6) Ad Demetrianum (252), si rivolge ad un pagano, per confutare, in
tono di forte invettiva, l'accusa che le calamità da cui è afflitto il mondo siano castighi mandati dagli dèi perché abbandonati dai cristiani. Risponde che ciò proviene invece dal fatto che il mondo è ormai invecchiato, e, ritorcendo l'accusa, afferma che causa di tali sciagure sono l'incredulità e i vizi dei pagani e specialmente le persecuzioni contro i cristiani. Gli dèi non sono che demoni. Se anche i cristiani sono coinvolti nelle comuni avversità, per essi, che pensano al futuro premio, questo non sono un male. Si convertano dunque i pagani al vero Dio. 7) De mortalitate (252-53), è una pastorale consolatoria al popolo abbattuto dalla peste che imperversa a Cartagine e nell'impero. Il cristiano non deve temere la morte poiché essa è un guadagno. Né deve scandalizzare la comunanza di sventura fra cristiani e pagani: il cristiano dev'essere pronto a sopportare ogni dolore. Di nuovo si richiamano motivi di consolazione di fronte alla morte e alla malattia, e si invitano i sofferenti a guardare con desiderio al Paradiso, patria nostra. 8) De opere et eleemosynis (252-53): la beneficenza e l'elemosina sono un mezzo per cancellare i peccati, simile al Battesimo, inculcato dalla Scrittura. Non c'è da temere che l'elemosina impoverisca, né che privi del necessario i figli di chi dona. Chi fa l'elemosina celebra davanti a Dio un mirabile spettacolo, che si contrappone agli spettacoli mondani, opera del demonio. Bisogna, pensando alla sentenza del giudizio finale, rammentando l'esempio dei primi cristiani, darsi con ardore alla pratica di queste opere sante. 9) De bona patientiae (256): in questo opuscolo, scritto durante la controversia battesimale, C. illustra, desumendo i suoi concetti da Tertulliano, la differenza fra la vera pazienza cristiana e quella dei filosofi, mostrando in Dio e in Cristo l'esemplare di questa virtù. Argomenta poi sulla necessità della pazienza dalla condizione dell'uomo e del cristiano, e ne esalta i pregi, esortando a praticarla anche nelle persecuzioni. 10) De zelo et livore (256-57),
occasionato esso pure dalla controversia sul Battesimo degli eretici, dimostra, con esempi e detti biblici, la malizia dell'invidia e le sue tristi conseguenze, inculcando il dovere della carità. 11) Ad Fortunatum de exhortatione martyrii (257): infierendo la persecuzione di Valeriano, C. manda a Fortunato, che ne aveva espresso il desiderio, una raccolta di passi biblici ordinati a dimostrazione di alcune tesi e commentati, avvertendo che non vuole comporre un trattato, ma porgere il materiale per preparare al combattimento i soldati di Cristo. Gli argomenti fondamentali sono la vanità degli idoli, le minacce divine contro i loro adoratori, la fede in Cristo, lo scopo delle persecuzioni; conclude esaltando la bellezza del martirio. 12) Ad Quirinum (Testimoniorum libri III), è pure una raccolta di passi scritturali, diretti, nei primi due libri, contro i giudei (ca. 248). Nel I si propongono 24 tesi, raggruppando intorno a ciascuna dei testi biblici che dimostrano i torti e gli errori dei giudei; nel II le 30 tesi con il loro contorno di testi, espongono la divinità di Cristo e la sua missione; il I, III, aggiunto posteriormente, presenta in 120 tesi, dimostrate da passi biblici, i doveri morali del cristiano. 13) Quod idola di non sint (ca. 246), d'autenticità contestata, per il silenzio dei cataloghi di Ponzio e del Mommsen, per la scarsa tradizione manoscritta e per la mancanza di originalità, essendo tutto un plagio da Minucio Felice e dall'Apologeticum di Tertulliano. Prima confuta il politeismo, poi dimostra l'unità di Dio, infine tratta di Cristo.
L'Epistolario comprende 81 lettere, fra cui 16 di corrispondenti, in generale disposte in ordine cronologico. Con lo Schanz, vi si possono distinguere, oltre 4 lettere non databili su varie questioni ecclesiastiche, i seguenti gruppi: 1) Lettere del periodo del ritiro, in cui giustifica la sua fuga e tratta specialmente della questione dei lapsi e poi dello scisma di Felicissimo. Un gruppo di 13 lettere fu inviato alla Chiesa di Caringine, 12 al clero di Roma o a singoli membri di essa, 11, anteriori allo scisma, a diversi destinatari; 3 riguardano il menzionato scisma di Felicissimo. 2) 20 lettere scambiate con i vescovi di Roma Cornelio e Lucio, ancora sulla questione dei lapsi, poi sullo scisma di Novaziano e sulla persecuzione di Decio. 3) 9 lettere del tempo di papa Stefano, con il Papa e con altri, quasi tutte sul Battesimo degli eretici. 4) 5 lettere dall'ultimo esilio. Almeno 11 lettere sono perdute. L'epistolario di C. ha una straordinaria importanza per le notizie storiche che ci fornisce su vicende di primo piano nella vita della Chiesa, per la ricchezza del contenuto dogmatico e disciplinare, per il risalto con cui ne emerge la personalità dello scrittore. Lo stile è sempre accurato e adatto all'argomento. Fra quelle dei corrispondenti ve ne sono 5 in latino volgare, con frequenti errori di morfologia e di sintassi.
I manoscritti ci hanno tramandato col nome di C. una serie di opuscoli d'incerto autore, dei quali alcuni furono composti nell'età e nell'ambiente di C., altri sono molto posteriori. Ciascuno è menzionato a suo luogo, sotto il rispettivo titolo.
III. PENSERO
C., assai più pastore che teologo, non presenta particolari sviluppi speculativi dei vari dogmi, che riferisce semplicemente secondo la tradizione; solo da necessità pratica fu portato ad approfondire due punti di dottrina: i Sacramenti (in particolare il Battesimo) e la Chiesa. Poiché erano frequenti le conversioni dalle numerose eresie, s'imponeva il problema se si dovesse ritenere valido il Battesimo ricevuto nell'eresia o no, e se pertanto i convertiti si dovessero ribattezzare. C., seguendo la tradizione prevalente nelle Chiese africane, sostiene che tale Battesimo è invalido. Oltre che appellarsi alla tradizione, porta due argomenti: primo, il ministro del Sacramento non può conferire la Grazia che egli stesso non possiede: « Ma come può mondare e santificare l'acqua colui che è a sua volta immondo e non ha in sé loSpirito Santo, mentre il Signore dice in Numeri: E tutto ciò che un immondo toccherà, sarà immondo (Num. 19, 22)? Come può chi battezza dare ad altri la remissione dei peccati, lui che non può, fuori della Chiesa, liberarsi dai suoi peccati?» (Ep. 70, 1). Il secondo argomento è l'unità del Battesimo derivante dall'unità della Chiesa: « Non pronunziamo la nostra sentenza come nuova, ma condividiamo quella che già prima fu stabilita dai nostri antecessori e osservata in piena intesa da noi e da voi: pensiamo, cioè, e riteniamo per certo che nessuno possa essere battezzato fuori della Chiesa, uno essendo il Battesimo stabilito nella santa Chiesa» (ibid.). « Per il che, avendo solo la Chiesa l'acqua vitale e la potestà di battezzare e di lavare l'uomo, chi dice che alcuno possa essere battezzato o santificato presso Novaziano, prima dimostri e insegni che Novaziano è nella Chiesa o a capo della Chiesa» (Ep. 69, 3; PL 4, Ep. 76).
La dottrina dell'unità della Chiesa, che sta veramente al centro del magistero e dell'attività pratica di C., è esposta ampiamente nell'opuscolo De catholicae Ecclesiae unitate e ritorna spesso nelle lettere. Nell'opuscolo, C. afferma essere più da temere l'insidia all'unità della Chiesa che la persecuzione (capp. 1-3). È illusione credere di conservare la fede e non conservare l'unità della Chiesa (cap. 4). La Chiesa rimanendo una si estende fino ad abbracciare una moltitudine di uomini, come un unico lume dà molti raggi, un unico albero molti rami, un'unica fonte molti ruscelli (cap. 5); essa è l'incorrotta sposa di Cristo e madre nostra. « Non può aver Dio per padre chi non ha la Chiesa per madre »; « chi non serba questa unità non serba la legge di Dio, non serba la fede del Padre e del Figlio, non serba la vita e la salute » (cap. 6). Simbolo di quest'unità è la tunica inconsuitle di Cristo (cap. 7). Nemmeno il martirio giova a chi non è nella Chiesa (cap. 14). « V'è un solo Dio e un solo Cristo, una sola è la sua Chiesa, una la sua fede, uno il popolo, tenuto insieme nella salda unità del corpo dal cemento della concordia. Non può scindersi l'unità né un corpo uno essere separato lacerandone la compagine, essere fatto a pezzi dilaniandone le viscere » (cap. 33).
Vincolo dell'unità della Chiesa è anzitutto l'episcopato: « Questa unità dobbiamo serbare con fermezza e rivendicare massimamente noi vescovi che siamo al governo della Chiesa, così da dimostrare che anche l'episcopato è uno e indiviso. Uno è l'episcopato, del quale ciascuno teniamo in solido una parte » (cap. 5). La Chiesa è costituita sui vescovi e ogni atto della Chiesa è regolato per mezzo di essi che le sono preposti (Ep. 33, 1; PL 4, Ep. 27). A sua volta, l'episcopato ha il centro di unità nella cattedra di Pietro. Decisivo per il primato del papa è il cap. 4 del De cat. Eccl. unit., che nella sua prima redazione (red. lunga), fatta durante lo scisma di Novaziano (come ha dimostrato, dopo il Chapman, il Bèvenot sullo studio dei manoscritti), suona così: « E il medesimo dopo la sua Risurrezione gli dice: Pasci le mie pecore (Io. 21, 15-17). Su di lui edifica la Chiesa e gli affida le pecore da pascolare. E quantunque a tutti gli apostoli conceda uguali potere, istituì tuttavia una sola cattedra e determinò con la sua autorità l'origine e la natura dell'unità. Certamente, quel ch'era Pietro erano pure gli altri, ma il primato è dato a Pietro e ci si presenta una sola Chiesa e una sola cattedra. Tutti sono pastori; ma ci si mostra un gregge solo che dev'essere pascolato da tutti gli apostoli con unanime consenso. Chi non serba questa unità [della Chiesa, l'espressione Pauli unitatem è dovuta a uno sproposito di amanuense] crede di serbare la fede? Chi abbandona la Cattedra di Pietro sul quale è fondata la Chiesa presunte di essere nella Chiesa? » Questa chiara professione del primato di Pietro e dei suoi successori fu poi attenuata
nella seconda redazione dell'opuscolo, fatta da C. stesso durante la controversia battesimale; ma è abbastanza chiara anche da altri passi: « Dio è uno solo e Cristo è uno solo e una è la Chiesa e una la Cattedra fondata su Pietro dalla voce del Signore » (Ep., 43, 5; PL 4, Ep. 40). « Osano [gli eretici] passare il mare e portare alla Cattedra di Pietro e alla Chiesa principale (Ecclesiam principalem), donde ebbe origine l'unità dell'episcopato (unitas sacerdotalis), lettere di scismatici e di profani. Non riflettono che quelli sono i Romani, la cui fede fu lodata apertamente dall'Apostolo, e ai quali la perfidia non può aver accesso » (Ep., 59, 14; PL 4, Ep. 55). Restano, tuttavia, nella dottrina di C. dei punti oscuri, per la difficoltà di conciliare tali passi con altri nei quali affiora una concezione episcopaliana, secondo cui ogni vescovo è indipendente e responsabile solo davanti a Dio; resta soprattutto la difficoltà di accordare quelle esplicite ammissioni del primato con la condotta tenuta da C. di fronte a papa Stefano nella controversia battesimale, in cui egli si oppone recisamente al vescovo di Roma e invoca l'intervento collettivo dell'episcopato a correggerne le deliberazioni. Certo, C. non seppe dedurre da quella verità le naturali conseguenze teoriche e pratiche.
Studi: Sui manoscritti, oltre Hartel, cf. H. V. Soden, Die Cyprianische Briefsammlung (Texte und Untersuchungen, nuova serie, 10, III). Lipsia 1904. Per il De unitate: D. Van Den Eynde, La double édition du « De unitate » de s. Cyprien, in Revue d'hist. ecclés., 29 (1933), pp. 5-24; M. Bévenot, St. Cyprian's De Unitate Chap. 4 in the light of the manuscripts (Analecta Gregoriana, 11), Roma 1938 (ivi altra bibliografia, specie i lavori di D. Chapman). In generale: P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne, II, Parigi 1902; Bardenhewer, II (1914), pp. 442-517; Moricca, I, pp. 367-456; Schanz-Krüger, III; A. d'Alès, La théologie de s. Cyprien, Parigi 1922, pp. 333-92; H. Koch, Cyprianische Untersuchungen, Bonn 1926; S. Colombo, S. C. di Cartagine, l'uomo e lo scrittore, in Didaskaleion, nuova serie, 6 (1928), pp. 1-80; P. Godet, Cyprien, in DThC, III, coll. 2459-70; H. Koch, Cathedra Petri, Giessen 1930; R. Poschmann, Ecclesia principalis, ein kritischer Beitrag zur Frage des Primats bei Cyprien, Breslavia 1933; P. de Labriolle - G. Bardy, Histoire de la littérature latine chrétienne, 3e ed., Parigi 1947, pp. 196-247. Sulla lingua: L. Bayard, Le latin de s. Cyprien, Parigi 1901; P. A. H. J. Merck, Zur Syntax der Kasus und Tempora in den Trachtaten des hl. Cyprien, Nimega 1930; I. Schrijnen-Chr. Mohrmann, Studien zur Syntax der Briefe des hl. Cyprien, 2 voll., ivi 1936-37; M. J. Ball, Nature and the Vocabulary of Nature in the works of s. Cyprien (Cathol. Univ. Patristic Studies, 75), Washington 1946. Michele Pellegrino